I VOLTI DI HERMES

Posted in Arte, Attualità, Eventi, Informazioni, Letteratura, Maestri, Magie, Notizie, Poesia, Tradizioni on Novembre 5, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

(In margine a una nuova collana di critica)
di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia

http://www.esonet.it/img_art/alchimia/attributi_hermes.gif

Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo. Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere… Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?» Non è così, però, che i suggerimenti di Hermes vanno intesi. Come ben sapevano alcuni dei maestri segreti (e più alti) del Rinascimento quali Pico e Ficino, si può essere seguaci di Hermes e insieme di Platone. Ciò che più, a noi, importa cogliere è che proprio sgombrando i nostri sguardi dai paraocchi dell’ideologia – fluidificando i nostri punti di vista, sciogliendo i nodi che ci imprigionano nella rigidità – il dio alato, ilare e sornione, il più sapiente e liberatorio fra gli dèi annidati nella nostra anima, ci aiuta a ritrovare il senso “vero” delle proporzioni, il cuore delle cose, la capacità di distinguere il bene dal male, il vero dal falso e il bello dal brutto. Occorre che la critica riscopra l’invenzione letteraria come l’immenso regno della metamorfosi, dell’incanto proteiforme e plurale, che sappia rifare dei propri itinerari nel mondo della creazione un gioco vasto, arioso e fluttuante tra i domìni opposti e fuggevoli del tutto, perché le sia concesso di ritrovare la sua forza epifanica, la chiarezza dei suoi orizzonti, la nitidezza autentica delle sue misure. Questa fiducia che si possano coniugare tra loro “allegria” e rigore, è alla radice della nostra proposta. Ecco perché la collana che inauguriamo intende ospitare opere di saggistica nate e cresciute nella densità di una forma e di un pensiero, ma, allo stesso tempo, innervate dal pathos leggero della toccata e fuga, dal palpito sottile dell’azzardo, dalla vertigine del pensiero analogico, dal fuoco vivo e illuminante dell’intuizione.

Edward Hopper

Posted in Arte, Maestri, Magie, Poesia on Novembre 3, 2009 by paolacastagna

http://digilander.libero.it/Bouvard/blogimage/edward_hopper_empty_room.jpg

“Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.”

“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.”

“L’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri. Basta essere se stessi per mostrare necessariamente la razza e la cultura a cui si appartiene, con tutte le proprie caratteristiche.”

“Il mio scopo nel dipingere è sempre stata la più esatta trascrizione possibile della più intima impressione della natura.”

Edward Hopper

2 poesie dell’amico Raffaele Piazza

Posted in Letteratura, Poesia on Ottobre 30, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://www.dedalonews.it/dati/images/aeronautica/DDN%20-%20SPAD%20in%20volo.jpg

Nuvola

Sera precedente che non torna
se hai spostato a occidente la vita
sotto un cielo
di cobalto in forma d’immenso e

se nel volto di madonna medievale
tu ragazza profana ,
in Via del Pino da finestra
una nuvola scorgi in forma di
cavallo la vedo anche io e

in quel movimento del velario
candido nel gioco del vento e

a inserirsi una cosa viva, la rondine
con un volare leggero pari a un jet
campito in quell’azzurro, il jet
dove ci sono i figli e

in quel chiaroscuro di verdi
nelle gemme aggettanti
sorridi dal disanimato dell’asfalto
alla vita a disegnarla e
mi ricordi l’acqua.

 

Praticare la vita

1
Praticare la vita con forbici a tagliare
la tela dei sogni, azzurra come una
nave al porto di sera, plenilunio di luce
nella chiostra del tuo volto e

2
praticare la vita in asettico di ufficio
spessore, se tra i fiori di primavera,
i fiori d’erba della vanità, entrerai
sulla mia scena a vivere nel letto
il tempo e lo spazio duali, fino alla chiostra

della verità

e in men che non si dica
spicca in volo un volatile
(gabbiano, diresti in chiara essenza
diafana da leggere il suo moto) e

in moto diseguale cade dall’albero
la mela e tu l’addenti con avidità
oltre le barriere, fino alle frontiere
dell’alba col sapere del vento e di te e

3
siamo nel 2010 veleggia la barca della vita
e mi porgi da praticare la conchiglia
di vittoria segnacolo.

Raffaele Piazza vive a Napoli e lavora presso l’Università Federico II. Collabora con il quotidiano Il Mattino. E’ poeta e critico letterario. Ha pubblicato Luoghi visibili (Amadeus, 1993, finalista al premio Lerici Golfo dei Poeti 1994), La sete della favola, (Amadeus, 1994) e Sul bordo della rosa, (Finalista al Premio Gozzano 1998 e Selezionato al Premio Camaiore 2000). E’ redattore di Poetry Wave Vico Acitillo 124 www.vicoacitillo.net. e ha pubblicato poesie su Anterem, Tam Tam, Galleria, Arenaria, Portofranco, Tracce, Punto di vista, Clessidra, Hebenon, Letteratura e tradizione, Lo scorpione letterario, Poiesis, Lunarionuovo, Tracce, Hyria, Origini , Mito, Schema, Arenaria, Erba d’Arno Sinestesie, L’Ozio, L’Ozio artistico letterario, Tratti, Silarus, Keraunia, Gradiva, Graphie, La mosca di Milano, di cui è redattore.

HALLOWEEN: Migliaia di gatti neri torturati e uccisi

Posted in Attualità, Informazioni, Notizie on Ottobre 27, 2009 by paolacastagna

gatto_nero

Migliaia di gatti neri torturati e uccisi negli USA in nome di assurdi sacrifici. Gli animalisti statunitensi sono sul piede di guerra. Ogni anno la notte del 31 di ottobre vengono sacrificati gli animali che da sempre sono considerati portatori di malasorte: i gatti neri. Halloween non è infatti solo la festa dei bambini che, travestiti da streghe e mostri, vanno di casa in casa dicendo : ” Dolcetto o scherzetto”, è la festa dei mostri veri, di quei fanatici appartenenti alle sette che sacrificano gli animali. E fra questi, nella notte di Halloween, la precedenza è data ai gatti neri che vengono squartati, decapitati, rasati a zero o scuoiati. Per salvarli, in Virginia, è stato deciso di sottoporre a una valutazione psicologica chiunque ne voglia adottare uno. A New York, invece, è stato stilato un calendario in cui vengono indicate le date a rischio in cui non si devono regalare gatti neri. Anche nella rete si trova un sito dedicato ai pericoli corsi dagli animali domestici durante la festa di Halloween. In questo caso, però, si tratta di rischi minori quali l’ ingestione di dolciumi, che possono essere tossici, oppure lo stress provocato dai rumori eccessivi dei petardi. Secondo la American Hospital Animal Association, Halloween può rappresentare per gli animali un vero e proprio stress psico – fisico. Il (nuovo) Medioeva dell’Occidente è sempre più vicino, come direbbe Umberto Eco !!!

Diario dai confini della Cecenia

Posted in Attualità, Eventi, Informazioni, Letteratura, Notizie on Ottobre 25, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://media.panorama.it/media/foto/2007/10/05/482eea72b2df0_zoom.jpg
Anna Politkovskaja

Da Telavi – Georgia 25/10/2009. Partiti sabato mattina con aereo Aviazione Militare da Verona portante aiuti C.R.I. Giunti dopo 4 ore di volo a T’bilisi, capitale della Georgia, poi da T’bilisi a Telavi in camion. Zona di confine tra parte della Georgia occupata dai russi e Repubblica della Cecenia, per 1/3 in mano ai ribelli islamici. Abbiamo tentato di entrare in Cecenia ieri notte e questa mattina per raggiungere la capitale Groznij, ma non ce l’abbiamo fatta. Ritenteremo nel pomeriggio. Se non va rientriamo in Italia domani. Nessun Casco Blu e nessun osservatore dell’ONU. Intera regione abbandonata a se stessa coi russi che la fanno da padroni. Profughi ovunque. L’Occidente tace, fa finta di non vedere. Mine sparse per chilometri e cordone militare russo attorno alla Cecenia. Nessuno entra e nessuno esce. In lontananza rombo di aerei da caccia e rumore di elicotteri. I georgiani a 10 km da qui stanno combattendo contro i russi. Vietato riprendere e fotografare (i russi ti perquisiscono i mezzi da capo a fondo e quel po’ che si fa è coi cellulari). La Guerra in Cecenia contrappone dal 1994 la Repubblica di Cecenia alla Russia. L’inizio del conflitto risale al novembre 1991, quando, nel convulso processo che ha accompagnato la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Repubblica di Cecenia-Inguscezia si è separata in due distinte entità e il presidente ceceno Djokar Dudaev, di religione islamica, ha proclamato l’indipendenza del paese, rifiutando un patto federativo con la Russia. Tutta la zona è di vitale importanza per l’economia russa per gli oleodotti che l’attraversavano e che portano energia a noi europei occidentali (Italia compresa). La Cecenia è stata sottoposta da Eltsin inizialmente a un severo blocco economico, che tuttavia non ha fatto recedere i separatisti dal loro intento. Nel dicembre del 1994 Eltsin ha lanciato la prima offensiva militare contro i ceceni, riuscendo a conquistare la capitale Groznij nel febbraio del 1995, dopo tre mesi di aspri combattimenti. I separatisti ceceni, ritiratisi sulle montagne, hanno dato vita a un’efficace strategia di guerriglia assestando duri colpi alle forze di occupazione e, nel giugno del 1995, con il sequestro di un affollato ospedale nella città di Budennovsk, nella Russia meridionale, che causò più di duecento vittime, hanno indotto Mosca a intavolare una trattativa di pace. Questa si è conclusa il 30 luglio, con la proclamazione di un armistizio che tuttavia non è durato a lungo. In capo a pochi mesi, nonostante i mortali colpi subiti, tra cui la perdita del presidente Dudaev, ucciso dai russi nell’aprile 1996, la guerriglia è riuscita a riconquistare parti di Groznij e a infliggere pesantissime perdite alla truppe russe. Nel maggio 1996 Eltsin ha dato al generale Aleksandr l’incarico di riprendere il dialogo con i leader indipendentisti ceceni. Le trattative hanno condotto prima a un cessate il fuoco e poi, il 31 agosto, alla firma dell’accordo di pace di Khasaviurt, con il quale Mosca riconosceva la sovranità della Cecenia in seno alla Federazione Russa e si impegnava a ritirare le sue truppe. La prima guerra cecena si è conclusa con un pesantissimo bilancio. Hanno trovato la morte tra i 70/100.000 ceceni, in gran parte civili, e almeno 4000 soldati russi. Nel gennaio 1997, sotto la sorveglianza dell’Organizzazione per la Sicurezza Europea, il capo degli indipendentisti ceceni Aslan Maskhadov è stato eletto alla presidenza della repubblica caucasica. A causa delle profonde divisioni nella leadership cecena e degli interessi economici e strategici russi nel Caucaso, il conflitto non si è sopito mai ed è riesploso nell’estate del 1999, quando truppe ribelli cecene guidate da Shamil Basaev sono sconfinate in Dagestan, proclamandovi una repubblica islamica indipendente. Contemporaneamente, durante l’estate, diverse città russe, tra cui Mosca, sono state colpite da gravi attentati messi in atto dai ceceni; attentati che hanno causato la morte di centinaia di persone. A giocare a favore della ripresa della guerra è stata, però, la complessa situazione politica russa, in cui il presidente Eltsin si apprestava a lasciare la guida del paese a Vladimir Putin il quale, l’1 ottobre 1999 ha lanciato una nuova violentissima offensiva contro la repubblica caucasica. Pur subendo pesanti perdite, l’esercito russo ha ripreso per i 2/3 il controllo del territorio ceceno, a eccezione del sud del paese, conquistando, di nuovo, la capitale Groznij dopo averla letteralmente rasa al suolo con un massiccio bombardamento. Nonostante il consistente impiego di uomini e armi, e il ricorso a una brutale repressione, la Russia ancora non riesce a normalizzare la regione e ad aver ragione della resistenza cecena. Nelle forze islamiche cecene combattenti contro Mosca militano, anche, volontari iraniani, afghani, pakistani e altri giovani dell’Islam provenienti da tutto il mondo. (GRM)

Da Karaleti-Gori – Georgia del nord 25/10/2009. Alla faccia di chi dice che i russi hanno smantellato i posti di blocco nella Georgia del nord (nella provincia chiamata Ossezia del Sud)! Oggi pomeriggio da Telavi abbiamo tentato di entrare in Cecenia dalla strada che parte da Gori. Ci avevano detto che i russi si erano ritirati entro i confini della Cecenia e dell’Ossezia del Nord (sotto loro influenza), ma ci siamo dovuti fermare al primo posto di blocco di tre che separano l’estremo nord della Georgia dal resto della repubblica balcanica che diede i natali a Stalin. Inutile insistere, ci hanno spianato gli AK47 in faccia e se ne sono fregati che avessimo i contrassegni della C.R.I. In Cecenia non si entra e nessuno sa cosa stia succedendo, solo i profughi dicono, e non sto a narrarvi. Mi è venuto in mente il libro “Cecenia. Il disonore russo” di Anna Politkovskaja, edito in Italia da Fandango. La Politkovskaja, dal 1999 a quando è stata uccisa, si è recata più di quaranta volte in Cecenia per seguire la guerra, la seconda, che questa piccola repubblica caucasica ha subito negli ultimi 18 anni. Ha vissuto con i ceceni, condiviso il loro calvario. Incurante dei rischi e delle minacce, ha continuato a voler raccontare il conflitto, ha testimoniato dei saccheggi, degli stupri e degli omicidi perpetrati dai militari russi, e di come i combattenti ceceni stiano annegando nella delazione e nei regolamenti di conti. Quel viaggio all’inferno di Anna Politkovskaia è un duro atto d’accusa contro la società russa, colpevole di tacere o acconsentire al genocidio, contro il presidente Vladimir Putin, che ha bisogno di un nemico per far dimenticare i problemi reali del suo paese, e contro l’Occidente, che non sta muovendo un dito per far cessare questo conflitto, di cui i più, nel mondo, nulla sanno. Nei suoi articoli per “Novaja Gazeta”, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja ha per anni condannato apertamente l’Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia. Il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja e stata assassinata a Mosca, nell’ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. La sua morte, dai più considerata un omicidio operato da agenti dei Servizi russi (e non da un balordo com’è stato sostenuto dai media di Stato), ha prodotto una notevole mobilitazione in Russia e nel mondo, affinché le circostanze dell’assassinio fossero al più presto chiarite. A tre anni nulla ancora è emerso. Dedichiamo questo nostro viaggio interrotto a lei. Questa notte lasceremo ciò che abbiamo portato dall’Italia alla C.R.I. di T’bilisi. Domattina partiremo alla volta di casa. Mi sono ripromesso di ritornare in Cecenia al più presto. Di certo ce ne sarà l’occasione, visto gl’interessi che anche noi italiani abbiamo là: oleodotti e metanodotti che ci portano combustibile al fine di poter mangiare e di poter festeggiare il Natale tranquillamente al caldo anche quest’inverno. (GRM)

E’ uscito il numero 3 della rivista ALI…

Posted in Arte, Attualità, Cinema, Informazioni, Letteratura, Musica, Notizie, Poesia, Tradizioni on Ottobre 22, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

QUESTO IL SOMMARIO

“Ma ci credi ancora? Tu ci credi?”. Così mi domandò l’amico filosofo neorazionalista Enzo Melandri verso la fine degli anni ’80. Stavamo parlando di letteratura… del sistema letterario italiano. Gli risposi di sì, che seppure le grandi stagioni giovanili di lotta (politico-sociale) si fossero concluse in un fallimento, in arte c’era ancora spazio per la passione, per il merito, per la dedizione. Lui mi guardò e sorrise, quindi sussurrò: “Mi saprai dire fra una ventina d’anni. Abbiamo imboccato una strada che temo porti al nulla… o, peggio, al vuoto.” Il pittore tedesco di fama mondiale Georg Baselitz (io partecipai a due suoi seminari, sempre negli anni ’80), durante una sua lezione-dialogo disse caustico: “In Occidente è finito il tempo dei leoni e degli elefanti, ora spadroneggiano le faine e i ratti, nel prossimo secolo domineranno gli scarafaggi stercorari e le mosche, poi verranno i giorni delle amebe e di altri protozoi parassitari.” (…ovviamente si stava riferendo a quei gradi di “nobiltà” che, nel futuro, avrebbero contraddistinto gli artisti e i creativi in genere). Il grande Giovanni Testori, che annovero tra i miei maestri, seppure, con dispiacere, l’abbia frequentato poche volte di persona, a Milano mi disse (…stavamo per assiste a uno spettacolo al Piccolo, all’inizio degli anni ’90): “Temo che le dispute accrescitive a livello artistico e letterario stiano finendo per lasciare spazio all’effimero, all’insulto gratuito, all’indifferenza, alla volgarità e al chiacchiericcio di matrone in attesa di farsi la permanente.” Il ‘totale’ Emilio Villa, che considero un altro dei miei maestri, alla mia domanda del come vedesse il nostro futuro artistico nazionale mi rispose con una citazione da Seneca. “Il nostro primo dovere è di non seguire, come fanno gli animali, coloro che ci precedono” e continuò con una massima da San Gerolamo “I privilegi di pochi non fanno una legge comune” (…del resto, da lui, non mi sarei aspettato un altro dire). Oggi a tutti loro potrei confermare: “Avevate ragione… il rogo della vera arte si è trasformato nel palpito di una lucciola; quindi aggiungerei… ma ho fatto mia la lezione di Sant’Agostino: ascolta sempre l’altra parte di te… la volontà e la coerenza stanno alla grazia, come il cavallo alla corsa.”

In questo numero 3 di ALI ospiteremo due lettere aperte, la prima dell’amico Giuliano Ladolfi, in risposta a un mio precedente sommario-editoriale in cui l’avevo nominato, la seconda di un giovane poeta bolognese, Salvatore Della Capa, che si lamenta riguardo il come si pongono certi critici, narratori o poeti (già conosciuti) nei confronti di chi (agli inizi) desidererebbe dialogare con loro di ‘scrittura’; quindi avremo due ‘graffi’, uno di Giuseppe Pannella e l’altro di Giovanni Scardovi (che certo non la mandano a dire…); poi degli appunti dello scultore Sergio Zanni e dello scrittore e critico d’arte Angelo Andreotti; una bella intervista di Luciano Marucci al maestro Emilio Isgrò; una nota critica di Elisa Ravaglia sul Satyricon di Fellini, demitizzante il famoso regista; Luca Ariano che presenta Mariella Bettarini; un racconto sulla semiotica di Alessandro Carrer; un manifesto-enunciato scritto a quattro mani dall’artista Mimmo Paladino e da Gian Ruggero Manzoni; due note critiche di Marisa Vescovo sull’opera degli artisti Saverio Todaro e Mario Benetti; una mini antologia di giovani poeti curata da Paolo Lagazzi e Gian Ruggero Manzoni; un testo sulla verità di Elio Grasso; il come ci ha ‘sentiti’ Gian Piero Stefanoni; la riproposta di un manifesto-enunciato scritto a quattro mani da Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia (del quale forse poco si è parlato); alcuni inediti del poeta Tomaso Kemeny; gli aforismi del titanico Emil Cioran; un gesto d’accusa di Simone Zanin; quindi un altro manifesto “alla maniera di” Raffaele Perrotta; e, per finire, “un patto di sangue” consumato da Gianluca Chierici. Buona lettura e fiducia! Arrivederci al numero 4 di ALI. (Gian Ruggero Manzoni per il Comitato Scientifico)

http://www.arslife.com/common/editor/upimages/Contemporanea/EmilioIsgroFratellidItalia.jpg

un’opera di Emilio Isgrò – Fratelli d’Italia

CONTRO I POSATORI

Posted in Uncategorized on Ottobre 17, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://www.lamenteeilcuore.com/immagini/poesia.jpg 

Ho assistito molte volte alle presentazioni di poesia con desolazione e sconforto per due motivi. Prima di tutto per la noia mortale che accompagna spesso l’elencazione sterile del proprio verso, la celebrazione narcisistica del proprio ego artistico, con la conseguenza di rendere l’ascoltatore inutile e sottomesso. In secondo luogo per la quasi totale assenza di altri poeti tra il pubblico, quasi che ognuno possa solo parlare e mai ascoltare, così solitariamente rinchiuso nella propria verità. Il solco che si è creato tra artista e pubblico è dovuto a questi due atteggiamenti che hanno fatto sì che i primi si siano arroccati da tempo nelle loro posizioni asettiche, dimenticando di essere solo metà dell’opera d’arte, la metà creativa, per l’amor di dio, ma che senza l’altra, il pubblico, i fruitori, non può dare forma completa all’espressione artistica. Ritengo sia necessario, dunque, prendere coscienza che questa distanza esiste e capire qual è l’origine. Ragionare a quanti e quali livelli di pubblico sia necessario arrivare e sui quali investire le proprie risorse, e infine fare in modo che questa distanza si riduca attraverso l’avvicinamento del pubblico all’opera d’arte, non già attraverso la semplificazione e predigestione delle opere, per non scadere nella banalità, come successo in altri ambiti artistici, ma per mezzo di un’educazione alla cultura. È necessario seguire una linea progettuale, scansando la visione miope e senza obiettivi che spinge ad atteggiamenti poco premianti nel lungo periodo e la cui utilità si esaurisce nella cerchia ristretta del singolo e, comunque, nel termine poco più lungo del domani. Bisogna trovare ideali e valori lontani e poi a ritroso andare a definire i percorsi intermedi ed individuali, che saranno diversi a seconda del sentire personale, ma che complessivamente risulteranno coerenti e, perciò, comprensibili anche al pubblico. D’altra parte è da considerare che la poesia non possiede, come altre forme artistiche, livelli più bassi di fruizione, non fa da sottofondo o da arredo. Richiede una donazione completa del lettore, non una distratta attenzione. È, pertanto, necessario interrogarsi su quali altri parametri, di sicuro meno immediati, si debba rapportare il desiderio del lettore ad avere un libro di poesia, da dove ne tragga, in definitiva, gratificazione. Da entità totalmente passiva dell’arte, da attore che si pone al di fuori dell’arte e la guarda senza comprenderla, il pubblico allora potrà diventare l’altra metà attiva del processo artistico, il fruitore coinvolto e partecipe (e perciò gratificato) dell’opera. Su questo due fattori centrali: scuola e critica. La prima deve educare alla cultura, insegnare a godere dell’arte. Che significa far vivere agli studenti l’arte, la concretezza dell’arte, far loro espri-mere, creativamente e liberamente, il proprio sentire di fronte ad un opera, discuterne e ragionarci. L’insegnante, in questo, deve essere una guida esperta, curiosa e attiva, non una fonte di sapere dogmatico. Così si costruisce il pubblico attivo, la base qualificata di pubblico. La seconda indichi l’eccellenza, i talenti, il meglio di quanto è in giro, discernendo l’opera dall’artista, senza pregiudizi positivi o negativi. Qualcuno diceva che la storia dell’arte è storia di capolavori, non di mediocrità. La critica crei una coscienza affinché il pubblico non si soffermi sulle mediocrità, indichi i punti di riferimento, aiuti a educare all’arte. Il pubblico ringrazierà. L’arte non è merce comune. Il modello capitalistico e liberistico che si sta sempre più imponendo, distoglie l’attenzione dalla ricerca del valore intrinsecamente intangibile dell’opera d’arte, che porterebbe, tuttavia, economicisticamente, ad un profitto di lungo periodo in termini di immagine e prestigio condivisi. Non si capisce perché questi ragionamenti normalmente applicati ai prodotti non-di-massa (ma che la massa apprezza e ne gode appieno il valore), non si debbano applicare al mercato della cultura, relegandolo, invece, sempre a logiche da grande distribuzione. L’arte va sostenuta dal basso, dalle fondamenta, dai giovani. I talenti vanno coltivati, incoraggiati a fare del loro meglio, premiati per il loro valore. Ma come è possibile dedicare tempo all’arte con il pensiero fisso delle difficoltà quotidiane? Giorno dopo giorno vediamo l’inaridirsi dell’ispirazione trattenuta dalla necessità impellente di essere concreti. Come si può far volare alto e libero il pensiero quando l’urgenza richiama imperiosa coi piedi per terra? Prima di tutto, forse, considerando che il tempo dedicato alla creazione artistica è un impegno all’innalzamento culturale del Paese e la cultura è un bene comune dello Stato. E che il Paese trae beneficio anche economico dal proprio valore culturale in termini di attrattiva internazionale. Come è stato dal Rinascimento fino a ieri. Sia, in questo, lo Stato il primo editore, il primo scopritore di talenti, avulso dai meccanismi clientelistici e dalle logiche da mercato rionale, innalzi e sostenga i propri poeti e atisti di valore. È finito il tempo delle disquisizioni teoriche sterili, buone solo per i circoli ristretti e piagnucolanti e per riempire le colonne di certe riviste incomprensibili e asettiche. E’ necessario un salto verso l’azione, un impegno collettivo verso un obiettivo più alto del cortiletto privato, una cultura militante e proposte concrete. E’ giunto il momento di sottrarre l’arte alla logica del puro libero mercato, di sostenere la cultura a partire dai suoi artefici, di dimostrare che ci può essere una logica di profitto a lungo termine anche nelle attività culturali. Rendiamoci conto che, forse, l’arte è meno attraente perché non dialoga più col proprio pubblico proponendo problemi irrisolti dove si chiedono soluzioni. Avviciniamo l’arte alle persone, diamo loro gli strumenti per apprezzarla al di fuori dei tediosi spazi cattedratici. Scansiamo la mediocrità, deprechiamo la banalità, riveliamo la forza della cultura. Dimostriamo con coerenza l’importanza economica dell’arte. E il domani potrà esserci solo uscendo dal timore di difendere il valore non commerciale e commerciabile dell’arte e trovando il coraggio di sostenere fermamente i nostri ideali, senza lasciarci lusingare dai facili compromessi immediati, pensando oltre il nostro tempo. 

 di Simone Zanin 

Simone Zanin è nato a Pordenone  nel 1977. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola d’Applicazione di Torino dove ha conseguito la laurea in Scienze Strategiche. Successivamente si è laureato in Scienze Politiche a Trieste. Attualmente sta frequentando la laurea magistrale in Italianistica a Bologna. Ha pubblicato La porta dei miei sogni (1995, Ed. del Leone, Venezia) e Studi (2007, Ed. del Leone, Venezia). Nel 2008 ha stampato il libro d’artista Preludio, contenente un multiplo realizzato dall’artista Marco Baj. Alcune sue poesie sono inserite in antologie italiane e in riviste straniere, mentre una selezione tratta da Studi verrà pubblicata negli Stati Uniti all’interno di un’antologia sulla nuova generazione di poeti di diverse nazioni.

Colton Harris-Moore, il ladro ragazzino che tiene in scacco la polizia

Posted in Attualità, Eventi, Foto, Informazioni, Magie, Notizie on Ottobre 14, 2009 by paolacastagna

070207_Colton_Harris_Moore 

 

 

 

 

 

 

Ruba aerei da turismo, li distrugge all’atterraggio e poi scappa. La polizia non riesce a prenderlo, Colton Harris-Moore è un ladro troppo abile. Ormai il diciottenne è il fuggitivo più amato in web, le sue “prodezze” fanno impazzire gli internauti, ma le autorità non lo hanno ancora fermato. A Island County, nello stato di Washington, è diventato il re dei furti: non solo aerei, ma anche macchine, carte di credito e oggetti nelle case. Su Facebook c’è un fanclub con 5mila iscritti, nella sua città vengono stampate le magliette con la sua faccia, ma di lui non si hanno tracce.  È cresciuto in una roulotte con la madre, ma evidentemente ha imparato bene a stare al mondo, dato che ormai ha beffato tutti. Pochissime le foto, ma i pochi scatti sono, a  mio avviso, molto convincenti.

ht_harris_moore_colton_090923_ms

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il trucco con gli aerei è finora la sua impresa migliore: è sospettato del furto dagli hangar di tre aeroplani da turismo. Li pilota per breve tempo, fino a quando finisce il carburante, e poi li distrugge al momento dell’atterraggio. Finora se l’è cavata senza riportare ferite. Harris-Moore, ovviamente, non ha nessuna licenza di volo. Su un computer che ha utilizzato, la polizia ha trovato manuali e guide al volo che si era scaricato. L’ultimo velivolo «preso in prestito» è un Cessna 182 dal valore di circa 340mila euro che dopo un atterraggio d’emergenza è stato ritrovato abbandonato in un bosco. Era finita la benzina. Ha rubato anche auto di lusso e addirittura yacht. Inoltre è accusato di frode online. Ma questo gioco al rimpiattino con la polizia sembra solo stimolarlo a lanciarsi in nuove e più grandi imprese. Già da ragazzino Colton Harris-Moore preferiva starsene da solo e non giocare coi suoi coetanei. È stato arrestato e prelevato da casa sua già dieci volte prima dei 15 anni. Il suo primo furto l’ha compito a soli 12 anni. Ha interrotto la scuola e si è nascosto in case vacanze e nei boschi. Oggi ha 18 anni ed è alto quasi un metro e novanta. La sua pubertà l’ha trascorsa rubando nelle abitazioni vuote della costa. Poi si è specializzato in furti più raffinati. Gli è stato affibbiato il nomignolo di «ladro scalzo» perché durante i suoi crimini non ama indossare scarpe. Ha speso migliaia di dollari in acquisti online di videogame, navigatori Gps e strumenti professionali per la polizia usando carte di credito rubate. Col suo kit di sopravvivenza si nasconde sugli alberi, e riesce così a sfuggire alla polizia. Nel 2007 la sua fuga è terminata anche se solo per breve tempo: la polizia lo ha fermato e un tribunale lo ha dichiarato colpevole in tre casi di furto. Lo hanno messo in una struttura carceraria minorile, ma dopo appena un anno è riuscito a evadere.