Una lezione da tenere sempre presente

Posted in Maestri on Dicembre 29, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Henri Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Auteuil, 4 gennaio 1941) ritrova una nuova “metafisica originale” in un’epoca in cui la metafisica era screditata. Il nocciolo di questa metafisica nuova è la concezione che si esprime nel celebre libro, il più celebre tra i libri di Bergson, L’evoluzione creatrice, cioè la realtà in sostanza è unitaria, è unico slancio, uno slancio che però si attua in qualche modo diffondendosi e perfino frantumandosi, come slancio creatore che dà l’avvio non solo a se stesso ma a un’infinità di modi, di forme, di invenzioni diverse, e questa è, per Bergson, la natura, o, meglio, è l’essenza metafisica della natura. Tali forme, una volta create, si determinano, per esempio le specie vegetali o animali sono risultanze di questo slancio creatore, però, poi, a un certo punto, si fermano, cioè si fissano in una specie che quindi si riproduce indefinitamente sempre uguale: i microorganismi continuano a riprodursi tali e quali dall’inizio della vita nell’Universo a oggi, seppure, dopo di allora, la natura abbia inventato tanti altri organismi, per infine dare forma anche all’uomo, e l’uomo, per Bergson, ha una posizione particolarissima in questa evoluzione perché è l’unico che, non a livello biologico, ma a livello culturale, continui, prosegua lo slancio creatore che è alla radice della stessa natura, e quindi l’uomo è un subcreatore, sub nel senso che non è il creatore originario, ma è “una creatura che continua a creare a sua volta”. Certo non crea ex-nihilo, cioè non crea delle realtà ‘materiali’ non esistenti (seppure, un domani, ciò potrebbe anche avvenire), ma crea delle forme ‘inventate’, delle forme artistiche, delle forme filosofiche, delle forme anche scientifiche, infatti tutta la civiltà umana è una prosecuzione di tipo culturale dello slancio creatore originario.

Il volto della natura

Posted in Foto, Magie, Poesia on Dicembre 26, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Questa è una mia vecchia foto scattata nelle colline sopra ad Urbino nel 1991… non è stata ritoccata al computer (allora non lo usavo)… pare ’strano’ ma è così. Oggi l’albero in questione, ovviamente pluricentenario, non ha più questo aspetto. GRM

Soluzioni spicciative a Natale

Posted in Informazioni, Notizie on Dicembre 22, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Willie Francis: ragazzo di colore nato nel 1929, ancora 17enne, fu condannato alla sedia elettrica, ma incredibilmente sopravvisse alla prima esecuzione: il boia dovette rinunciare inizialmente al suo intento (nonostante le scariche elettriche avessero abbondantemente superato i 2.000 volt), ma riuscì a completare la condanna un anno più tardi.

John Louis Evans: egli fu giustiziato con questo sistema nell’aprile del 1983. Secondo testimoni oculari, ci volle quasi un quarto d’ora di scariche a 1.900 volt per ucciderlo.

William Kemmler: fu il primo ad essere condannato con questo nuovo metodo andato poi in disuso nel 1967

Il chitarrista zingaro: Django

Posted in Arte, Informazioni, Maestri, Musica on Dicembre 20, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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L’originalissimo stile di Django Reinhardt, suonatore di chitarra nel famoso quintetto jazz di Stéphane Grappelli , si sviluppò in una vita di immersione nella tradizione gitana, e fu contaminato dalla sua vastissima cultura in musica classica, come riferisce Boulou Ferre. Se è vero che egli fu il primo gitano a conoscere la gloria riservata ai musicisti più popolari, ed il primo ad uscire dalla culla jazz francese con l’ Hot Club de France di Stéphane Grappelli, era nel microcosmo gitano uno dei vari meritevoli discepoli di musicisti storici. È anche grazie alla notorietà raggiunta che tutt’oggi viene considerato un eroe dai gitani. L’improvvisazione, anche sopra brani sentiti per la prima volta, è la base dello spirito musicale dei Manouche (degli zingari), e proprio l’improvvisazione era una delle caratteristiche che contribuivano a scioccare anche i professionisti che assistevano alle sue performances. Stéphane Grappelli, un violinista innovativo, protagonista della rivoluzione ‘20 da musette a ragtime, si innamorò di quello spirito che vedeva tutti gli strumenti come potenzialmente solisti e talvolta capricciosi. Un giorno, durante una jam session (sessione improvvisata), gli fu chiesto se pensava che Eddie South (famoso violinista) avesse studiato musica. Stéphane Grappelli rispose: “Sì. Troppo”. Sembra strano per chi per merito di uno studio continuo era in grado di eseguire brani di tutti i generi, e per una persona dall’apparenza così raffinata, eppure anche Grappelli aveva vissuto una vita da errante, suonando per la strada e nei cortili dei ristoranti, e debuttando nel trambusto del foxtrot. Si possono aggiungere due ulteriori note per cercare di comprendere tale affinità: Django, pur essendo in grado di capire, smontare e trasformare ogni musica, non solo non sapeva scrivere o leggere un semplice spartito, ma era anche completamente analfabeta. Essendo molto vanitoso, chiese che Stéphane Grappelli gli insegnasse a scrivere il suo nome, in modo da poter firmare gli autografi. L’esperienza del Quintetto dell’ Hot Club nacque nell’ambiente musicale francese, dove in quegli anni si trovavano indifferentemente musicisti di formazione classica, musicisti neri emigrati dall’America e zingari di tutta l’Europa (tzigani, gitani, manouche…). Lo stesso succedeva in alcune zone degli Stati Uniti, come New Orleans, in cui il Quintetto trovò una seconda casa. Quello che forse è il più noto banjoista americano dell’epoca, Eddie Lang, era in realtà italiano (si chiamava Salvatore Massaro). Secondo la critica musicale, Django non è che uno dei “padri” del jazz, che all’epoca aveva estimatori e collaboratori del calibro di Delauny. Si è a lungo dibattuto se la musica di Django Reinhardt fosse o non fosse Jazz e al giorno d’oggi la maggior parte dei critici è unanime sul fatto che la sua musica sia propriamente Jazz, e anche di un particolare tipo di Jazz, quello europeo, con influenze tzigane, classiche e della tradizione mitteleuropea.
Nella cultura gitana, le persone sono designate unicamente dal soprannome. Oggi si conoscono Bireli Lagrene, Stochelo Rosenberg, Tchavolo Schmitt, ma questo è solo un effetto della popolarità raggiunta da questi chitarristi. Nell’ambiente gitano nessuno parla mai di “Django Reinhardt”, ma solo di “Django”. Secondo Babik Reinhardt, per capire l’interazione di un personaggio come lui con l’ambiente moderno, ricco e colto dei locali alla moda dell’epoca, bisogna escludere il concetto di adeguamento, di snaturamento, e pensare più alla capacità che mostrano da sempre i Rom di convivere con culture completamente diverse dalla loro, semplicemente ricavandoci una nicchia per sé.

Lang e Goebbels

Posted in Arte, Cinema, Informazioni, Maestri, Notizie on Dicembre 15, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Con la salita al potere del Nazismo in Germania, al regista di origine austriaca Fritz Lang (Vienna, 5 dicembre 1890 – Beverly Hills, 2 agosto 1976), già molto affermato, venne offerta da Joseph Goebbels in persona una carica di dirigente nell’industria cinematografica, nonostante il regime avesse violentemente avversato una delle sue pellicole più celebri, “M – Il mostro di Dusseldorf “, e avesse impedito la distribuzione di “Il testamento del dottor Mabuse”. A colpire positivamente Hitler era stato il film “Metropolis”, considerato dal Führer un capolavoro assoluto (e giustamente). Lang inizialmente accettò l’offerta, ma abbandonò la Germania la notte stessa, sospettando una trappola; scappò prima in Francia e poi, un anno dopo, negli Stati Uniti, mentre la moglie, l’aristocratica Thea Gabriele von Harbou, decise di restare in patria e collaborare coi Nazisti, scrivendo e dirigendo film.

Questo fu l’inizio del dialogo intercorso fra Joseph Goebbels, Ministro della Cultura e della Propaganda del Reich, e Fritz Lang:

Goebbels: “Dott. Lang grazie di essere venuto, le annuncio subito che il Führer è rimasto molto colpito dal suo Metropolis al punto di domandarle di partecipare alla crescita culturale della Germania Nazista tramite una sua presenza di rilievo nella direzione della nuova cinematografia tedesca.”
Lang: ” Sig. Ministro ciò mi onora molto, ma forse al Führer sfugge un particolare non da poco riguardante la mia persona, io sono ebreo…”
Goebbels: “Forse è a lei, Dott. Lang, che sfugge un particolare altrettanto importante: in Germania siamo noi a decidere chi è ebreo oppure no.”

(Dalla prima biografia di Fritz Lang curata negli USA da Conrad Water nel 1957)

La Santa che bloccò le SS

Posted in Eventi, Informazioni, Notizie, Tradizioni on Dicembre 13, 2009 by paolacastagna

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la chiesa di Meldert dove si trovano i resti di Santa Ermelinda

Ermelinda nacque a Lovenjoul, nel Brabante (attuale Belgio), verso il 550 d.C.  da Ermeonoldo e Armensinda legati alla Famiglia dei Pipini. Decise ancora giovane di rifiutare ogni proposta di matrimonio e abbandonò ogni ricchezza e beneficio, che la sua ricca famiglia le aveva dato, e si mise alla ricerca di solitudine e silenzio. Messasi in cammino, si fermò all’attuale villaggio di Beauvechain, dove si dedicò alle pratiche religiose, frequentando la chiesa durante la notte e a piedi nudi. Dovette resistere a due fratelli, signori del luogo, che tentarono di sedurla, essi si accordarono di prelevarla durante le preghiere notturne, ma avvertita da un angelo Ermelinda riuscì a fuggire e partì per Meldert, dove morì a 48 anni verso la fine del VI secolo. Fu venerata a Tirlemont e soprattutto a Lovenjoul e Meldert. A Lovenjoul sgorga una sorgente d’acqua ritenuta miracolosa per la cura degli occhi, chiamata “Sorgente di Santa Ermelinda”, perché irriga le terre appartenute ai suoi parenti. A Meldert il suo culto fu da sempre molto popolare perché lì è stata sepolta, infatti nella chiesa sono attualmente conservate le sue reliquie che ebbero, a partire dal secolo XIII, una serie di vicissitudini, traslazioni, nascondimenti messi in atto dai vari invasori finché, il 22 luglio 1849, furono deposte definitivamente nella cripta di quel luogo sacro. In questa città esiste ancora la Confraternita a lei dedicata. Nel 1940 un plotone di SS naziste a cui era stato ordinato di radere al suolo la cittadina di Meldert a seguito di una serie di fatti ancora inspiegabili (automezzi e autoblinde che smettevano di andare, una partita di proiettili da cannone non funzionanti, tritolo seccatosi dalla nitro, quindi inutilizzabile etc. etc.) non poterono eseguire l’ordine, così che, spostandosi il fronte, l’abitato fu salvo. La religiosità popolare subito attribuì alla Santa l’avvenuto “miracolo”.

Indiani e Cinesi comprano banchetti e bar

Posted in Attualità, Informazioni, Notizie on Dicembre 10, 2009 by paolacastagna

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La Charitas ha reso pubblica la sua ricerca sugli immigrati. Tra i vari numeri ha indicato che gli stranieri regolari in Italia oltre a pagare le tasse e migliorare i conti dell’INPS producono quasi un decimo del PIL (Prodotto Interno Lordo). Facile da credersi e da capirsi, essendo molto controllati, sono in regola con tasse, contributi ecc. così da non incorrere in problemi fiscali o non venire espulsi. Questo dimostra che se ci fossero veri controlli diffusi su tutti, si potrebbero diminuire le tasse, realmente e non a parole. Un altro aspetto, ma questa volta non c’entra la ricerca commissionata dalla Charitas, è che molti banchetti nei mercati sono ormai passati di mano, sono gli Indiani, dopo i Cinesi, a rilevare licenze di ambulanti del vestiario. I Cinesi, invece, si stanno buttando sui bar. Sia in città che in provincia sempre più bar vengono ceduti a famiglie cinesi che un po’ perché sono in tanti, un po’ perché per loro aprire alle 5 e chiudere alle 2 della mattina dopo è normale, stanno sostituendo gli italiani che non si sentono più di fare quegli orari per poco guadagno e accettano le “sportine” di euro contanti che i Cinesi propongono loro. Così va il mondo, almeno dalle nostre parti, con espresso a mandorla e non solo ristretto.

L’isola di Bergman

Posted in Arte, Cinema, Informazioni, Maestri, Magie, Poesia on Dicembre 4, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Bergman, nel 1974, davanti alla sua casa a Fårö, ora in vendita

Quattro anni fa, in estate, cavalcando la mia Harley, mi recai a Fårö, in Svezia, dove ha vissuto il regista svedese Ingmar Bergman, che visitò l’isola per la prima volta nel 1960, alla ricerca di location per “Come in uno specchio”, quindi vi ritornò nel 1965 per le riprese di “Persona”. Fu allora che egli decise di farsi costruire, su quello scoglio brullo, battuto dal vento del Nord e all’incrocio di correnti di una forza inaudita, una casa con vista sul mare. Gli amanti dei suoi film non potranno mancare alla “Settimana di Bergman”, un evento che negli anni scorsi ha attratto, al massimo, un 2.000 visitatori (vista la difficoltà di raggiungere l’isola e visto che l’isola non possiede grandi spazi di ricezione)… un evento che appunto dura una settimana e che vede in calendario seminari, mostre, proiezioni di documenti inediti e visite guidate a quelle location utilizzate dal grande regista per i suoi capolavori. Forse conoscere quella lontana isola, dispersa nel Mar Baltico, potrà aiutarvi a comprendere meglio le opere di Bergman e il suo estraneamento creativo dal mondo. A Fårö egli ha realizzato 6 film e una serie televisiva, traendo ispirazione dai paesaggi scabri e rocciosi, e dalla forza magnetica, viscerale, arcaica di quella natura selvaggia. Se ci andrete, vi consiglio di pranzare al “Kutens” bensincafé o alla crêperie “Tati”. Questi due esercizi imperdibili, il cui titolare si chiama Thomas (si pronuncia la s), valgono di per sé la visita. Non immaginereste mai, in quell’angolo sperduto del pianeta, di poter mangiare nella più trendy e folle di tutte le crêperie di Svezia. In stagione, vi consiglio le crêpe di frumento e di grano saraceno preparate da veri bretoni, quindi di fare il giro di Fårö su quei rimorchi, tirati da trattori, che i contadini mettono a disposizione dei turisti, visto che pochissime sono le auto che circolano sull’isola.

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Questo è il retro del Kutens bensincafé… sconcertante !!!