LA MIA TERRA E’ LA MIA SCRITTURA E LA MIA PITTURA

Posted in Arte, Foto, Letteratura, Magie, Poesia, Tradizioni on febbraio 9, 2010 by Gian Ruggero Manzoni

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Bassa Romagna – Romagnola Ferrarese

Un viaggio con Gian Ruggero Manzoni

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Quei bravi ragazzi: Lode al Cinema Uranista – 1

Posted in Arte, Cinema, Letteratura, Maestri, Poesia on febbraio 7, 2010 by paolacastagna

Beau travail
Regia: Claire Denis
Interpreti: Denis Lavant, Michel Subor, Grégoire Colin

Un plotone della Legione Straniera, appostato nel golfo del Gibuti e destinato, per lo più, a riparare le strade. A Marsiglia, l’ex maresciallo Galoup si ricorda di quel manipolo di uomini, del suo comandante Merchant e, su ogni cosa, del giovane, fiero, Sentain, la recluta che lo ha portato alla vergogna e all’espulsione dall’esercito.

Il mito di Billy Budd (romanzo di Norman Melville), il bel marinaio, condannato a morire quasi dovesse pagare il fio della propria, esibita, purezza, è di quelli granitici, che si ancorano ben ben all’immaginario collettivo. Il primo ad interessarsi a questa cupa tragedia di mare fu l’inglesissimo Edward Forster (quello di Maurice per intenderci) che lo adattò per il palcoscenico; gli fece eco nel 1951 il compositore Benjamin Britten tramutando il martirio dell’angelico Billy Budd in una sontuosa opera lirica dall’andamento ossessivo e ipnotico. Tralasciando le versioni hollywoodiane, il cinema renderà omaggio all’opera postuma di Melville, solo nel 1999, con un capolavoro d’astratta bellezza: Beau travail di Claire Denis, l’unica donna al mondo che sappia fare cinema. Dichiarazioni forti, dettate dall’emozione, nel ricordare (rivivere?) questo film di una bellezza siderale e al tempo stesso accecante. La Denis ha decostruito la mitologia esotica e “maschia” di un Beau Geste (il rimando nominale non è casuale) prosciugandola al sole metafisico del Gibuti, trasfigurando un’epica millenaria nella solenne levità di un haiku: la sanguigna mitopoiesi militaresca assume le sfumature di una danza rituale (fondamentale l’apporto “sensoriale” delle musiche di Britten, estrapolate dal suo Billy Budd). E poi ci sono i corpi: quello candido, “incontaminato”, flessuoso come un giunco, di Grégoire Colin e quello contratto, “genetiano”, tatuato di fantasmi dello straordinario Denis Lavant (l’animalesco alter-ego di Carax, quando sapeva far cinema): la sua danza di morte e d’espiazione sulle note di “The Rhythm of the night” è una pagina di cinema che mette i brividi. “Forse la libertà comincia col rimorso” sussurra l’ex sergente Galoup prima di sbatter la porta in faccia al mondo; e la pelle d’oca aumenta. Ci si perdoni la ripetizione: un capolavoro.

Andrea Bruni

Parole che porterò alla foce, poesie di Paola Abeni

Posted in Poesia on febbraio 3, 2010 by Gian Ruggero Manzoni

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*
Come il vento stasera vedo
vicine le parole,
l’albero sa congedarsi dal
cielo e il cielo morire
lentamente nella sua luce,
sopra l’erba chini i nomi
a spargersi di terra.

*
Piegata come stoffa
E ricucita poi

Da un lento
Risveglio nel mondo

Mi oscuro di cenni
E suoni di pensieri
Aldilà di una porta.

*
Questa poca pelle, di una sola luce.
L’estate diversa, un sapore acre
di vita,
cosparsi gli occhi di un verde
remoto, raccolte le ore,
paiono i giorni indelebili
prove.

*
Sono nomi le sere,
vicoli danzanti di
luce,
strade lasciate
dove tutto è lì per
finire,
guardo i corpi,
lo sgomento del
tempo tessuto nella
voce,
i pallidi gesti della
prima morte,
occhi infiniti di
chi è triste.

*
Nei volti la neve e
nessuno sguardo

come nelle mani
avvolgo parole

che porterò alla foce.

*
Fermare gli occhi
nelle parole del buio,
donare rimedi
al batticuore di astri,
aprirsi al gergo
sinuoso delle nubi,
chiamarsi fuori,
veicolare luce.

*
Parlano i nomi
come terra frantumata
le sere a lasciarci
così teneramente vivi
nel coagulo del buio che
scansa il non detto
e arrivo deforme a
stringermi nel tempo
nell’angoscia immune
dei corpi.

*
Vuotarmi del dono
acerrimo della poesia
come scuotere il passo
delle pallide città
traversandone il senso
illusorio dei corpi.

Nata nel 1974 a Brescia, Paola Abeni si è laureata nel 1999 in Pedagogia presso la locale Università Cattolica. Dal 2001 insegna nella scuola per l’infanzia. La sua produzione poetica è quasi tutta inedita, tranne alcuni scritti apparsi sui blog di Mario Benedetti e di Viola Amarelli.

Rain in the Face, Pioggia Nella Faccia…

Posted in Foto, Informazioni, Magie, Poesia, Tradizioni on febbraio 1, 2010 by paolacastagna

Pioggia Nella Faccia era uno dei guerrieri indiani più temuti e rispettati alla fine del 19esimo secolo. Della tribù degli Hunkpapa Lakota, era nato nel 1835. In una sua descrizione disse: “sono nato vicino al fiume Cheyenne. Ho avuto antenati celebri, ma non una discendenza di Capo. Ho dovuto lavorare per la mia reputazione.” Il suo nome deriva da quando, da giovane, stava combattendo con un altro ragazzo. La lotta era feroce e la sua faccia era macchiata da gocce di sangue che somigliavano a pioggia sul suo viso. È stato collegato spesso alla morte del Generale George Custer, durante la battaglia di Little Big Horn nel Montana, tenutasi il 27 giugno del 1876. Non vi è certezza su chi realmente abbia ucciso Custer. La moglie del Generale ha sostenuto che il colpo finale dato a suo marito fosse da attribuirsi a Pioggia Nella Faccia e il poeta americano Longfellow ha parlato di questo nella sua opera “La vendetta di Pioggia Nella Faccia”. Pioggia Nella Faccia disse soltanto: “alcuni dicono che ho ucciso Custer e altri che ho aperto il cuore di suo fratello Tom, perché mi voleva imprigionare. Durante la battaglia l’eccitamento era così grande che a malapena riconoscevo quelli che avevo accanto. Tutto è stato veloce come un lampo.” Ha inoltre detto che un altro guerriero, Appearing Elk, ha rivendicato l’uccisione di Custer, tanto che al loro ritorno nella riserva dava sfoggio di alcune armi e oggetti appartenuti al Generale. Pioggia Nella Faccia è morto nella sua casa di Standing Rock nel North Dakota il 14 settembre 1905.

Mariano Rosati… il perfetto anticrociano

Posted in Informazioni, Letteratura, Maestri, Notizie, Poesia on gennaio 25, 2010 by paolacastagna

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Mariano Rosati nacque a Lenola (LT) il 24 gennaio 1894. Si laureò in lettere presso l’università di Roma nel 1915. Subito dopo, insieme all’attività di insegnante nei licei-ginnasi del Regno, iniziò la sua produzione letteraria e filosofica con alcuni volumi di versi e prose e, soprattutto, nel 1919, con la pubblicazione del “Libro della Conoscenza” che, passato sotto silenzio nella gazzarra dell’imperversante neohegelismo, rappresentò per la cultura europea dell’immediato dopoguerra la prima consapevole formulazione di alcuni temi fondamentali del pensiero esistenzialista. Ristampato nel 1957 insieme al “Quadro storico della filosofia da E. Kant a noi” (1923), col titolo di “Assoluta Ricerca”, concorre in misura rilevante a determinare il posto che al Rosati spetta nella filosofia contemporanea. Fondò e diresse a Perugia la “Rivista Romantica di Filosofia, Letteratura ed Arte” (1925-26), che fu una rivista di opposizione in filosofia all’idealismo italiano e tedesco, in politica al fascismo e in letteratura al neoclassicismo. Per tale carattere di opposizione la rivista fu soppressa al suo decimo numero. Costretto al silenzio e tenuto sotto controllo, riuscì solo a pubblicare negli anni 1935-36, sul supplemento letterario del “Roma”, quotidiano di Napoli, una serie di articoli con cui, nelle vesti della critica storica ed estetica, cercava di riprendere le antiche battaglie: ma la situazione sia politica sia culturale era ormai compromessa e il tentativo non ebbe esiti apprezzabili. Strenuo avversario dello storicismo idealistico, proprio nella teoria hegeliana della storia, ripresa e divulgata dal Croce, egli individuò la diretta preparazione del fascismo. Sempre impegnato nella difesa della libertà, il 7 gennaio 1940 uscì con un breve articolo che voleva essere un contributo al tentativo di scongiurare l’appoggio italiano all’aggressione nazista della Polonia – episodio di violenza bruta spacciato per azione in difesa del diritto – ma l’Italia fascista aveva fatto la sua scelta e l’articolo fu respinto. Nel 1944 fu il primo sindaco di Lenola dopo la Liberazione.
Il fallimento della secessione “aventiniana” del 1924, promossa dal deputato liberale Amendola che, ispirandosi alle dottrine crociane, aveva cercato di opporsi al fascismo attraverso un atteggiamento di rifiuto etico, dimostra ad un tempo – secondo il Rosati – l’incidenza negativa sul piano pratico dei principi teorici mal posti, e le responsabilità del Croce nell’insuccesso dell’ultimo tentativo di difesa delle istituzioni liberali. L’appassionata difesa della libertà dell’individuo e della sua autonomia e responsabilità nel promuovere le vicende storiche permea tutto il pensiero del Rosati, e il suo anticrocianesimo – nato negli anni ‘10 come reazione “esistenziale” all’ottimismo idealistico e attacco alle sue stesse radici teoretiche – sotto l’urgenza degli eventi acquista un significato spiccatamente politico, che individua nello storicismo assoluto uno tra i più fecondi terreni di coltura, occulto ma non perciò meno vitale, del germe del totalitarismo. “Parole franche alla Filosofia “ (1948), “La Storia” (1953), “Linee per una storia del secolo XIX e della prima metà del XX” (1958), sono le opere più importanti pubblicate nell’immediato dopoguerra. Uomo di vasti interessi culturali, riuscì, pur tra le difficoltà e i pericoli del periodo bellico, e le battaglie letterarie e politiche in cui non cessò di impegnarsi, a coltivare con successo studi di altro genere: nel 1949 si laureava in medicina e chirurgia presso l’università di Napoli e nel 1965 partecipò al X Congresso Nazionale di Medicina Sociale con una relazione su “Tre opportuni criteri per una pratica terapeutica moderna”. Non meno significativa di quella filosofica la sua produzione poetica che, dai “Momenta lib. I” del 1917 ai “Canti lib. 1 op. 35” del 1963, si svolge lungo l’arco di oltre quarant’anni attraverso alcune tappe fondamentali: “Opera VIII”, “Inno”, “Sette canti”. Ricollegandosi alla grande tradizione del simbolismo europeo e in opposizione all’ermetismo nostrano, pronto in taluni dei suoi esponenti a inchinarsi alla dittatura, tentò di infondere – con due nuovi metri, il trocheo e l’anapesto, e un più saldo richiamo alle fonti genuine dell’ispirazione lirica – nuova linfa e respiro più ampio al ceppo della poesia italiana. Morì il 5 novembre 1973 e fu sepolto nel cimitero del suo paese. Nella seduta del 21 marzo 1985 l’amministrazione Comunale di Lenola gli ha intitolato una strada. Annoverato tra le duemila persone più colte del mondo, il suo nome è ricordato in numerose pubblicazioni italiane e straniere.

Capriolo bianco

Posted in Attualità, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on gennaio 19, 2010 by paolacastagna

Sulle montagne della Val Bognanco è stato avvistato un capriolo bianco, scelto dall’Uopa come simbolo del movimento. Una presenza davvero rara. Il cacciatore che ne ha riconosciuto la specie ha deciso di chiamare questo capriolo albino “Ideale di Libertà”. La leggenda narra, in riferimento a questo raro esemplare , che se viene ucciso , colui che lo fa, morirà nel giro di un anno.

Nel nome di mio padre Giovanni e nel mio

Posted in Arte, Informazioni, Maestri, Magie, Notizie, Tradizioni on gennaio 15, 2010 by Gian Ruggero Manzoni

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il Giovanni Battista di Leonardo

Giovanni Battista è il santo più raffigurato in arte; non c’è, si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, in cui non sia presente questo santo, rivestito, di solito, con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a croce. Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente “San Giovannino”. Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche, ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito “Il più grande tra i nati da donna”. Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo che lo tengono come loro santo patrono. Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna), è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo S. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, a suo tempo, era già conosciuto e, nell’ebraico Iehóhanan, significava: “Dio è propizio”. Nel Vangelo di S. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana. Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, comparve l’Arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore”, poi proseguì nel descrivere le sue virtù: pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia. Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’Arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio”. Maria, allora, si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità, e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo sussultò di gioia. Quando Giovanni (quindi anch’egli cugino di Gesù) nacque, il padre Zaccaria, che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per l’incredulità, riacquistò la voce. La nascita avvenne ad Ain Karim, che sorge a circa 7  km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività. Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni, conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano: con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza. Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente, considerandolo un profeta; e Giovanni, in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del fiume coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato. Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliergli il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni, quando se lo vide davanti, disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”, e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui mentre una voce diceva: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Da quel momento Giovanni confidò ai suoi discepoli “Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 29-30).

Un grande dimenticato

Posted in Letteratura, Maestri, Magie, Tradizioni on gennaio 11, 2010 by Gian Ruggero Manzoni

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Henry David Thoreau, nato David Henry Thoreau (Concord, 12 luglio 1817 – Concord, 6 maggio 1862) è stato un filosofo e scrittore statunitense. Fu uno dei membri principali della corrente del Trascendentalismo ed è principalmente noto per lo scritto autobiografico Walden, una riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura, e per il saggio Disobbedienza civile in cui sostiene che è ammissibile non rispettare le leggi quando esse vanno contro la coscienza e i diritti dell’uomo, ispirando, in tal modo, i primi movimenti di protesta e resistenza non violenta. Il filosofo Stanley Cavell lo considera, insieme a Ralph Waldo Emerson, una delle “menti filosofiche più sottovalutate che l’America abbia prodotto”. Nato in una famiglia modesta, si laureò ad Harvard nel 1837. Intrattenne una profonda amicizia con Ralph Waldo Emerson e con altri pensatori trascendentalisti. Vicino a tale concezione, il suo riformismo partiva dall’individuo, prima che dalla collettività, e difendeva uno stile di vita in profondo contatto con la natura. La morte del fratello, avvenuta nel 1842, fu per lui un grande dolore. La scrittura del libro-diario A Week on the Concord and Merrimack Rivers (1839-1849) lo aiutò nel suo tentativo di superare la perdita di John e di tenerne viva la memoria. In lui fu forte il credo nel principio delle Reincarnazione e l’interessante uso simbolico del “fiume” come elemento di rinascita e continuità presente sia nelle filosofie Orientali che Occidentali. Nel 1845, per sperimentare una vita semplice e per protesta contro il governo, si stabilì in una piccola capanna da lui stesso costruita presso il lago Walden. Qui poté dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e all’osservazione della natura. Dopo due anni, nel 1847, lasciò il lago Walden per vivere col suo amico e mèntore Ralph Waldo Emerson e la sua famiglia a Concord. Nel 1846 Thoreau rifiutò di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra schiavista al Messico, da lui giudicata moralmente ingiusta e contraria ai principi di libertà, dignità e uguaglianza degli Stati Uniti. Per questo, in seguito, fu incarcerato per una notte e liberato il giorno successivo quando, tra le sue vibrate proteste, sua zia pagò la tassa per lui. Dopo qualche anno, nel 1849, scrisse il saggio Disobbedienza civile.

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il lago Walden

Nel 1854 pubblicò Walden, ovvero La vita nei boschi, nel quale descriveva la sua esperienza di vita appunto sul lago Walden. Il suo fu un esperimento avente per obiettivo quello di cercare la conciliazione tra artista e mondo naturale grazie all’ottimismo scaturito dal considerare l’uomo come artefice del proprio destino e come essere dipendente da sensazioni ed emozioni. Walden fu per Thoreau il libro di maggior successo, il testo fu riscritto ben sette volte prima della pubblicazione. La sua fu una prova di sopravvivenza ed insieme una testimonianza all’umanità: “…l’uomo riesce a vivere anche in condizioni di povertà materiale e anzi da queste può trarre una maggior felicità nel saper apprezzare le piccole cose.” Il suo saggio Disobbedienza civile contiene, invece, il pensiero di Thoreau in merito agli ideali proclamati nel 1776 nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America e la sua decisa opposizione alla guerra messicano-statunitense. Egli riteneva che il conflitto fosse ingiusto e ben sapeva che non poteva svolgersi se non col consenso e col contributo economico dei cittadini. L’opera fu letta anche da Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King, per i quali fu fonte di ispirazione per la lotta nonviolenta. Henry David Thoreau morì nel 1862.