Marilyn Monroe, quanto era bella questa donna?

Pubblicato su Cinema, Foto, Magie, Notizie il Luglio 7, 2009 da paolacastagna

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Marilyn Monroe, nome d’arte di Norma Jeane Baker (Los Angeles, 1 giugno 1926 – Los Angeles, 5 agosto 1962), è stata un’attrice statunitense. Il suo mito supera di gran lunga il pur apprezzato talento artistico di un’attrice sicuramente fuori dal comune, un “sogno proibito” per milioni di appassionati di cinema. Il fascino che emanava dal grande schermo e dalle copertine in carta patinata ha contribuito a farne un sex symbol fuori da ogni tempo; la fragilità che ha contraddistinto la sua esistenza (per molti versi tumultuosa e culminata in una morte tanto prematura quanto misteriosa) l’ha resa una vera e propria icona della cultura pop. È stata anche una cantante dalle doti non particolarmente eccelse ma con un timbro vocale in grado di affascinare l’ascoltatore. Fra i suoi successi, quasi tutti inseriti nel contesto dei film da lei interpretati, vi è anche la celeberrima My Heart Belongs To Daddy di Cole Porter. Altri grandi successi canori di Marilyn furono Bye Bye Baby, cantata nel film Gli uomini preferiscono le bionde, e I Wanna Be Loved By You, cantata nel film A qualcuno piace caldo. La Marilyn cantante sarà tuttavia ricordata più che altro per l’intervento canoro – immortalato in un enigmatico quanto affascinante filmato video in bianco e nero con l’artista illuminata da un semplice occhio di bue – al party di compleanno del presidente Kennedy, quando intonò – con fare malizioso ed ammiccante – Happy Birthday, Mister President.

Vi segnaliamo l’ultimo libro dell’amico Maurizio Brusa.

Pubblicato su Attualità, Informazioni, Letteratura, Poesia il Luglio 5, 2009 da paolacastagna

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Vi segnaliamo l’ultima raccolta dell’ amico Maurizio Brusa.
“Grammatica del silenzio” (Ed. Manni 2008),
prefazione di Maurizio Cucchi,
un verso breve, lirico ma sferzante, un libro di poesie molto bello.

Una domanda ad Emanuele Severino

Pubblicato su Maestri, Magie il Luglio 2, 2009 da Gian Ruggero Manzoni

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Qual è il rapporto tra l’uomo e la verità. L’uomo alla ricerca della verità, come deve cercarla?

C’è un modo di pensare la verità che non potrà mai condurre alla verità. Si dice che l’uomo cerca la verità: si pensa che la verità sia altrove, perché se la cerchiamo non è qui con noi. Allora ci mettiamo in cammino per cercarla. Questa è l’immagine che lei ha enunciato chiaramente: questa è l’immagine di tutta la tradizione occidentale, anche scientifica. Laggiù c’è la verità, e noi ci diamo da fare per raggiungerla. Magari possiamo, a questo proposito, usare una metafora evangelica, molto bella: ci mettiamo a “bussare alla porta della verità”. Proviamo a riflettere su ciò che implica questa immagine del cammino che si deve percorrere per raggiungere la verità. Se io domando: questo cammino, che deve arrivare alla casa della verità, questo cammino è compiuto nella verità? Può esser compiuto questo cammino nella verità, se ci mettiamo, se partiamo dal principio che la verità sia laggiù, chiusa in una casa? Se la verità è chiusa là, il cammino percorso è nella non verità. Allora se bussiamo alla porta non ci sarà aperto. Questo che cosa vuol dire? Che se noi ci mettiamo nella prospettiva dominante, in cui la verità è qualche cosa che va ricercato, accostato, a cui ci si debba avvicinare, noi non la troveremo mai. L’alternativa è incominciare a pensare alla verità come ciò in cui noi tutti, già da sempre, siamo. Nell’altro modo il discorso è chiuso, e non arriveremo mai a una verità lontana.

L’Ordine del Tempio nel mantovano

Pubblicato su Informazioni, Notizie, Tradizioni il Giugno 27, 2009 da paolacastagna

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Con la Prima Crociata del 1099, l’esercito guidato da Goffredo di Buglione conquistò la città di Gerusalemme e gran parte dei luoghi simbolo della Terra Santa, permettendo così ai cristiani di recarsi in pellegrinaggio in quelle contrade. Da quel momento iniziò la “leggenda” dei Cavalieri Templari. Un tale Ugo di Payns, insieme ad altri otto cavalieri, partirono nel 1118 dalla Francia per andare in Terra Santa con lo scopo dichiarato di difendere i pellegrini dagli attacchi dei musulmani. Da questo originario gruppo di nove cavalieri, arrivati a Gerusalemme e accampatisi sulle rovine del Tempio di Salomone, nasce il famoso ordine dei Cavalieri del Tempio. All’inizio furono chiamati i “Poveri Cavalieri di Cristo” ed erano un Ordine monastico e guerriero. Quest’Ordine divenne ‘rivoluzionario’ per quel tempo. I Templari unirono la mansuetudine del monaco alla forza del guerriero. Se i monaci tradizionali avevano i tre voti di obbedienza, povertà e castità, i Cavalieri Templari, oltre a quelli, ne avevano un quarto, cioè lo “stare in armi”, ovvero il combattimento armato. Furono dei veri e propri monaci guerrieri. Inoltre, si racconta, che gli iniziali nove Cavalieri avessero anche altri scopi oltre che la difesa dei luoghi santi, degli “scopi segreti”; per esempio trovare antiche reliquie dai poteri immensi e iniziatici. Forse proprio per questo le vicende dei Templari non hanno mai smesso di suscitare interesse e curiosità. Da molti decenni se ne sono occupati non solo storici della chiesa, della politica, dell’economia e delle arti militari, ma anche – a vario titolo e con risultati molto differenti – giornalisti, semplici appassionati o romanzieri. La soppressione violenta e tragica dell’Ordine, sancita da papa Clemente V e dal re di Francia Filippo il Bello nel 1312, e la sua conseguente scomparsa, hanno contribuito a far nascere nei riguardi dei Cavalieri del Tempio un atteggiamento di simpatia, che non è del tutto estraneo al sorgere e al diffondersi di storie fantasiose, scarsamente radicate nella realtà, che sconfinano spesso nella leggenda e nel mito e comunque poco o per nulla confortate dal necessario supporto documentario-scientifico. Di certo c’è solo che pochi decenni dopo l’arrivo a Gerusalemme di quegli iniziali nove cavalieri, l’Ordine Templare controllava gran parte del flusso di merci e persone dell’Europa e del Mediterraneo, avendo quindi un potere politico, strategico ed economico enorme. Ponti, valichi e incroci e relative gabelle erano controllati dall’Ordine e questo faceva paura alle grandi potenze di allora: il papato e la Francia appunto. Ecco quindi la violenta soppressione con l’accusa di eresia. Una presenza medievale dei Templari a Mantova, quindi, è scontata, vista la sua passata posizione strategica, in quanto crocevia fondamentale dei movimenti e dei traffici, privilegiati dai suoi corsi d’acqua. Il bravo Stefano Scansani, giornalista della Gazzetta di Mantova, nella sua curiosa guida alla città titolata “Omnia Mantova”, ricorda che il vicolo Chiavichette, una delle traverse che da via XX Settembre va verso il Rio, in passato si chiamava via San Giovannino. Su questo vicolo c’erano un tempo due chiese che guardavano via XX Settembre. Una di queste era consacrata a San Giovanni del Tempio, un luogo di culto oggi perduto, ma dalla memoria e dai rimandi così potenti da fornire il primitivo nome a via XX Settembre, nome dal sapore tutto crociato e templare: strada di San Giovanni del Tempio. In quel posto, inoltre, tra il citato vicolo Chiavichette e il parallelo vicolo Scala, vi era un hospitale, ovvero una struttura per l’accoglienza dei pellegrini che viaggiavano verso la Terra Santa o verso Roma. I cultori della tradizione templare, come quelli della “Compagnia Templare della Croce” di Sabbioneta, potrebbero rimproverarmi che non sono stato, in questa mia incursione, esauriente e che non ho parlato delle fondamentali connessioni templari con la Rotonda di San Lorenzo e il Preziosissimo Sangue di Mantova. Ma lo storico parla sulla base dei documenti. Le suggestioni e gli esoterismi ‘new age’ li lascia ai Dan Brown e ai Codici Da Vinci di turno.  “Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam” (motto templare) – [r.favaro]

L’ho usata in Bosnja nel 1994, arma affidabilissima

Pubblicato su Informazioni, Notizie il Giugno 21, 2009 da Gian Ruggero Manzoni

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La Uzi, mitraglietta camerata in 9mm parabellum prodotta dalla IMI (Israeli Miltary Industries) è probabilmente una delle armi automatiche più conosciute e diffuse al mondo. Il suo creatore, Uziel Gal (1923-2002), iniziò a studiare ingegneria meccanica negli anni 40 e grazie alle sue conoscenze progettò, nel 1950, una mitraglietta ispirata alla SMG cecoslovacca M25. Le sue caratteristiche principali erano l’alta affidabilità anche in situazioni estreme, la leggerezza e il fatto di avere il caricatore posto esattamente all’interno dell’impugnatura, quindi in condizioni di scarsa visibilità un utilizzatore avrebbe dovuto semplicemente avvicinare le due mani per “incontrare” la sede del caricatore, invece di cercarla a tastoni per tutta la lunghezza dell’arma. La nuova arma impressionò a tal punto le alte sfere dell’esercito israeliano che poco tempo dopo, esattamente nel 1956, venne prodotta dalla IMI. L’azienda armiera, in onore di Uziel Gal (che si oppose senza successo a questa scelta) diede alla mitraglietta il nome di “Uzi”. Nel 1958 la Uzi entrò nell’arsenale di un paese europeo, venne infatti adottata dall’esercito Olandese, seguito, nel giro di pochi anni, da molte altre forze armate europee. Nel 1974 consolidò definitivamente il suo posto nell’esercito israeliano, sostituendo l’obsoleto Galil. Famosa anche ai ”non addetti” del settore armiero grazie a svariati film di Hollywood, che nelle più grandi scene di azione hanno fatto massiccio uso di questo compatto mitra dal design squadrato e aggressivo, è conosciuta e apprezzata (in maniera più tecnica) da eserciti e polizie di svariati stati (e anche alle forze a loro contrapposte, quali gruppi terroristici e criminali) grazie alle sue grandi qualità. Infatti la piccola Uzi, oltre all’eccellente affidabilità, è un’arma molto precisa nonostante le sue ridotte dimensioni e, non meno importante, non richiede costi eccessivi per la sua produzione. Estremamente sicuro anche il maneggio dell’arma, infatti le sicure presenti sono due, la prima è quella gestita dal selettore di fuoco (come nella stragrande maggioranza delle armi moderne) mentre la seconda si trova nella parte posteriore dell’impugnatura, e viene rilasciata semplicemente impugnando l’arma (per alcuni viene ritenuta pericolosa, poiché un’impugnatura scorretta, che potrebbe verificarsi nell’agitazione di una battaglia, porterebbe al bloccaggio del grilletto). Attualmente è prodotta dalla IMI e, sotto licenza, dalla FN di Herstal in Belgio in numerose varianti. Infatti oltre al normale modello, troviamo la Mini-Uzi, di uguale calibro ma di dimensioni più compatte, fino ad arrivare all’estrema Micro-Uzi, pistola mitragliatrice lunga circa 25cm, sicuramente inutile in battaglia per le ridottissime dimensioni e la precisione quasi inesistente, ma ottima per guardie del corpo e operatori di servizi di sicurezza.

Scrittura d’ombra

Pubblicato su Arte, Foto, Informazioni il Giugno 16, 2009 da Gian Ruggero Manzoni

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una foto di Sergio Marcelli

1. La luce dà forma e colore ai fatti. L’insieme dei fatti è tutte le cose che accadono. Sono plastiche quelle cose che, se illuminate, producono un’ombra – la luce dà loro forma visiva. L’esservi luce se non v’è nulla da illuminare non ha senso. La verità che la luce mette in mostra è definita dalle ombre che produce. La verità che la luce dimostra ha un solo punto d’ombra: il proprio.

2. L’universo visibile è l’insieme plastico di tutto ciò che la luce rivela. In esso il punto, un cerchio il cui diametro tende a zero, e la superficie, spazio utile a contenere infiniti punti, definiscono i confini geometrici dell’immagine. Immagine: proiezione di un particolare delimitato dell’universo visibile: per analogia associo agli oggetti [le cose dell'universo] rispettivi gruppi ordinati di punti dello spazio geometrico. Le relazioni che intercorrono fra gli oggetti [cose] dell’universo visibile generano infiniti stati di cose che il quadro [inquadratura] delimita in infinite porzioni, le immagini. In esse un gruppo limitato di oggetti è rappresentato in un certo stato di cose, in esse una particolare funzione rappresenta gli oggetti in un certo modo. La Fotografia può essere rappresentata dalla funzione f (x, y) che associa a un determinato stato di cose, le cui variabili sono gli oggetti [elementi] (x, y), un campione di molecole d’argento ossidate dalla luce [granuli, grana, e, in estrema sintesi, punti]. Il fotogramma è la funzione f (x, y) risolta con quegli elementi (x, y) in esso rappresentati, il fotogramma è una espressione fotografica ed è o vero o falso, secondo i valori assegnati a (x, y). Se esiste almeno una coppia di valori (x, y) che soddisfi la funzione f, il fotogramma è contingente all’universo visibile, e così esiste almeno una possibilità di verità. Chiamo l’insieme di quegli elementi (x, y) che soddisfa la funzione insieme immagine dell’universo visibile.

3. In una espressione l’oggetto [chi, che cosa] è estraneo al linguaggio che lo formula. L’oggetto dell’immagine, seppure manifesto, non le appartiene: è un nulla, è comunque rimandato a un oggetto dell’universo visibile [processo articolato], esterno all’immagine. A priori nessuna immagine [fotogramma f (x, y)] può essere né vera, né falsa, poiché non è possibile dalla sola immagine assegnare un valore di verità a (x, y). L’oggetto va cercato altrove, nell’universo visibile, in quell’attimo lontano che lo scatto ora mi mostra! Questa impossibilità ad assegnare un valore di verità all’immagine [fantasma lontano nel tempo] mi costringe a spostare la ricerca. Rinuncio a risolvere il problema di verità del fotogramma (ad esempio a dimostrare se lo scatto sia stato manipolato in un fotomontaggio). Non mi interessa se quello scatto sia vero, basta solo che mi appaia verosimile: esso rimanda a un fatto che non conosco ma che appare possibile. Assumo l’immagine in termini empirici come contingente, ipotizzando che esista almeno una soluzione positiva della funzione. Accetto o non accetto l’immagine come espressione propositiva.

4. Gli elementi [cose] dell’immagine sono i segni del linguaggio. Ai segni è possibile dare un indice che specifichi in modo univoco il significato dello stesso segno: ad “X” possono essere associati la lettera dell’alfabeto (1), il segno matematico per (2), la croce di Sant’Andrea (3), e via fino a (n). Il segno “X(n)” ha un valore simbolico e può perciò essere tradotto in altri linguaggi; il suo significato esatto è dato dall’indice (n), così che il segno “X” può assumere sempre nuovi significati. La conchiglia della Madonna di Port Lligat di Dalì è la stessa della Pala Montefeltro di Piero della Francesca, prima ancora nella Domus Aurea, è la conchiglia da cui nasce la Venere di Botticelli e il simbolo del pellegrino.

5. Con il linguaggio ci si intende: esso manifesta in modo esplicito ogni suo segno che rielabora in nuove espressioni capaci di esprimere nuove idee. Il linguaggio si spiega da solo. Con il linguaggio ci si intende. Il linguaggio si articola sempre in un ordine logico, sintattico. La sintassi fa sì che con il linguaggio ci si intenda. La sintassi è l’archetipo del linguaggio. La sintassi esprime un ordine logico sino ai confini più remoti del linguaggio.

6. L’ultima soglia della logica è il paradosso, suo limite e superamento. Nell’assonometria di un cubo posso vedere il poliedro sotto due angolazioni diverse e complementari: la vista dell’una esclude la vista simultanea dell’altra. Fuse insieme in un’unica immagine, queste due dimensioni [Escher] si affacciano nell’universo dell’assurdo, antinomia concepita secondo le più rigide regole dell’assonometria.

7. Il paradosso della Fotografia è annidato nella sua verosimiglianza con l’universo visibile. Verosimiglianza assunta a priori in fede alla sua essenza fotomeccanica. Deus ex machina.

Sergio Marcelli

La pianura soffre

Pubblicato su Attualità, Informazioni, Notizie il Giugno 14, 2009 da paolacastagna

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« La grande pianura a nord dell’Italia, compresa fra le Alpi … gli Appennini … l’Adriatico … costituisce una delle più fertili, grandi e ricche piane del mondo, coperta di città opulenti e di una popolazione tra gli 8 e i 10 milioni. Questa immensa area comprende Piemonte, Lombardia, Parma, Piacenza, Modena, Bologna, Ferrara, Romagna e le terre venete. » (Napoleone Buonaparte in Emmanuel de Las Cases, Memorial de Ste Hélène, Volume 1, Londra, 1823.)

Pianura Padana: emergenza inquinamento.
L’inquinamento dell’aria in Valle Padana costituisce una vera e propria emergenza nazionale da fronteggiare con forza e decisione. Secondo le statistiche nazionali, tale inquinamento ammonta ad almeno metà di quello complessivo del Paese. Le concentrazioni in atmosfera di particolato, ossidi di azoto, ozono e altri inquinanti sono fuori controllo, aumentando del triplo il limite di giorni di superamento annuo consentito dalle direttive europee. Quindi le capacità di carico di emissioni del sistema sono state ampiamente superate, e ora si tratta di porvi rimedio, ben oltre le timide politiche messe in campo dalle singole Regioni. Particolarmente rilevante è anche la questione delle emissioni di gas serra e di dispersione di calore in atmosfera, da parte del sistema padano, con i suoi pesanti effetti – già evidenti e di sicura intensificazione a breve termine – di tropicalizzazione del clima, scomparsa dei ghiacciai delle Alpi, incipiente desertificazione. Le particolari caratteristiche meteoclimatiche della Pianura Padana, responsabili del ristagno degli inquinanti sull’area, non devono essere addotte, come viene comunemente fatto da alcune Regioni  a giustificazione di un atteggiamento rinunciatario e fatalistico nei confronti dell’inquinamento e come motivo di continue richieste di deroghe, bensì devono venire intese come sprone per una politica ambientale all’avanguardia nel paese che si avvalga delle competenze scientifiche e tecniche presenti a livelli di eccellenza in Italia e ne promuova il coordinamento per iniziative ad alto contenuto di innovazione. La struttura sociale ed economica della Val Padana è perfettamente in grado di trasformare questa criticità ambientale in una nuova opportunità economica legata alla riqualificazione complessiva dell’ambiente, ma servono scelte coraggiose, improntate alla logica dello sviluppo sostenibile, da estendersi a tutto il territorio della pianura, e che configurino un modello d’avanguardia per le politica ambientale del Paese.

Manifesto con parole chiare – di Antonin Artaud

Pubblicato su Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni il Giugno 8, 2009 da Gian Ruggero Manzoni

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a Roger Vitrac

Se non credo né al Male né al Bene, se mi sento con una simile disposizione d’animo volta alla distruzione, niente di tutto questo rientra nell’ordine dei principi ai quali io posso ragionevolmente accedere, in quanto il principio stesso risiede nella mia carne.

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Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos.

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Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico.

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Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

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Ciò che è di dominio dell’immagine è irriducibile attraverso la ragione e deve rimanere nell’immagine, sotto pena d’annichilirsi.
Tuttavia esiste una ragione nelle immagini, esistono delle immagini più chiare nel mondo della vitalità immaginosa.
Esiste nel brulichio improvviso dello spirito un inserimento brillante e multiforme di stupidi. Questo pulviscolo insensibile e pensante si ordina seguendo leggi che esso estrae all’interno di sé stesso, in margine alla ragione chiara e alla coscienza o alla ragione ostacolata.

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Nel dominio sopraelevato delle immagini l’illusione propriamente detta, l’errore materiale, non esiste; a maggior ragione l’illusione della conoscenza; ma a maggior ragione ancora il senso di una nuova conoscenza può e deve scendere nella realtà della vita.
La verità della vita è nell’impulsività della materia. Lo spirito dell’uomo è malato in mezzo ai concetti. Non gli chiedete di soddisfarsi, chiedetegli soltanto di essere calmo, di credere che ha trovato infine il suo posto. Ma soltanto il Matto è davvero calmo.

 

Nota del traduttore Pasquale Di Palmo: Questo Manifeste en langage clair (mai edito in Italia) venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della Nouvelle Revue Française, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la Nouvelle Revue Française nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista Commerce nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».