
Henri Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Auteuil, 4 gennaio 1941) ritrova una nuova “metafisica originale” in un’epoca in cui la metafisica era screditata. Il nocciolo di questa metafisica nuova è la concezione che si esprime nel celebre libro, il più celebre tra i libri di Bergson, L’evoluzione creatrice, cioè la realtà in sostanza è unitaria, è unico slancio, uno slancio che però si attua in qualche modo diffondendosi e perfino frantumandosi, come slancio creatore che dà l’avvio non solo a se stesso ma a un’infinità di modi, di forme, di invenzioni diverse, e questa è, per Bergson, la natura, o, meglio, è l’essenza metafisica della natura. Tali forme, una volta create, si determinano, per esempio le specie vegetali o animali sono risultanze di questo slancio creatore, però, poi, a un certo punto, si fermano, cioè si fissano in una specie che quindi si riproduce indefinitamente sempre uguale: i microorganismi continuano a riprodursi tali e quali dall’inizio della vita nell’Universo a oggi, seppure, dopo di allora, la natura abbia inventato tanti altri organismi, per infine dare forma anche all’uomo, e l’uomo, per Bergson, ha una posizione particolarissima in questa evoluzione perché è l’unico che, non a livello biologico, ma a livello culturale, continui, prosegua lo slancio creatore che è alla radice della stessa natura, e quindi l’uomo è un subcreatore, sub nel senso che non è il creatore originario, ma è “una creatura che continua a creare a sua volta”. Certo non crea ex-nihilo, cioè non crea delle realtà ‘materiali’ non esistenti (seppure, un domani, ciò potrebbe anche avvenire), ma crea delle forme ‘inventate’, delle forme artistiche, delle forme filosofiche, delle forme anche scientifiche, infatti tutta la civiltà umana è una prosecuzione di tipo culturale dello slancio creatore originario.
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