Archivia per Dicembre, 2007

Quando l’architettura significava vita o morte

Pubblicato su Maestri il Dicembre 31, 2007 da Gian Ruggero Manzoni


Albert Speer

…(Mannheim, 19 marzo 1905 – Londra, 1 settembre 1981). Fu amico personale di Adolf Hitler e ministro degli armamenti nella Germania nazista. Venne soprannominato “l’architetto del Diavolo”. Nonostante in gioventù volesse dedicarsi alla matematica, finì per seguire le orme paterne e del nonno e intraprese gli studi di architettura. Studiò sotto la guida di Heinrich Tessenow all’Istituto di Tecnologia di Berlino, diventandone anche l’assistente. Dopo il completamento degli studi, nel 1931, sposò Margarete Weber. Più tardi, nel corso dello stesso anno, venne persuaso da alcuni suoi studenti a partecipare a una manifestazione del Partito Nazista. Affascinato dalle parole di Adolf Hitler, nel giro di poche settimane entrò a far parte del Partito. Il suo primo incarico  in qualità di membro del Partito arrivò nel 1933, quando Joseph Goebbels gli chiese di rinnovare il Ministero della Propaganda. Goebbels rimase impressionato dalla velocità e dalla qualità del suo lavoro e lo raccomandò a Hitler, che lo incaricò di aiutare Paul Troost a ristrutturare la Cancelleria di Berlino. L’opera più ragguardevole di Speer nell’ambito di quest’incarico fu la progettazione della famosa balconata. Alla morte di Troost, nel 1934, Speer fu scelto per sostituirlo come architetto capo del Partito. Una delle sue prime commesse, dopo la promozione, è divenuto uno dei suoi lavori più noti: l’allestimento del raduno Nazionalsocialista di Norimberga, appunto del ‘34, filmato nel capolavoro “Il trionfo della volontà” diretto da Leni Riefenstahl. L’ambientazione era basata su una scenografia in stile dorico che riprendeva l’altare di Pergamo in Turchia, ingrandita in scala enorme, capace di contenere 240.000 persone. Speer fece poi circondare l’immenso campo di parata da 130 riflettori da contraerea. L’accorgimento creò l’effetto di una “cattedrale di luce”, secondo le parole dall’ambasciatore britannico Sir Neville Henderson. Norimberga sarebbe dovuta diventare la sede di numerosi palazzi ufficiali del nazismo, molti dei quali non vennero mai realizzati (ad esempio lo Stadio Tedesco, che avrebbe dovuto contenere 400.000 spettatori ed essere la sede dei “Giochi Ariani” in sostituzione dei Giochi Olimpici).

Nella progettazione dei monumentali edifici di Regime, Speer sostenne la teoria del “valore delle rovine”. Secondo detta teoria, entusiasticamente accolta da Hitler, tutti i nuovi edifici sarebbero stati costruiti in modo tale da lasciare rovine grandiose per migliaia di anni a venire… rovine che avrebbero testimoniato la grandezza del Terzo Reich alle generazioni future, come le rovine dell’Antica Grecia o dell’Impero Romano. Nel 1937 Speer disegnò il padiglione tedesco per l’Esposizione Mondiale di Parigi, pensato per rappresentare una sorta di massiccia difesa contro i massacri del comunismo, e posto direttamente di fronte al padiglione Sovietico. È da notare che entrambi i padiglioni vennero premiati per il loro design con la Medaglia d’Oro. Speer venne anche incaricato di progettare la ricostruzione e la riqualificazione urbanistica di Berlino, per la futura Germania e quale capitale dello stato millenario pangermanico. Il primo passo di questo piano fu la costruzione dello Stadio Olimpico, per le Olimpiadi del 1936. Speer progettò anche una nuova Cancelleria, che comprendeva un vasto salone lungo il doppio della Sala degli Specchi presente nella Reggia di Versailles. Hitler volle che egli disegnasse una terza e ancor più grande Cancelleria, che però non venne mai realizzata. La seconda Cancelleria fu distrutta dall’Armata Rossa nel 1945. Quasi nessuno degli edifici progettati per la nuova Berlino fu costruito. La città avrebbe dovuto essere riorganizzata intorno a un asse portante largo 120 metri e della lunghezza di 5 chilometri. All’estremità nord, Speer pianificò la costruizione di un enorme edificio a cupola, che richiamava la Basilica di San Pietro di Roma. La cupola dell’edificio doveva essere maestosa, alta oltre 200 metri e con un diametro di circa 250 (tre volte la cupola di San Pietro). Sulla sommità della costruzione avrebbe capeggiato un’aquila dorata che stringeva fra gli artigli la croce uncinata (poi sostituita da Hitler con il globo terrestre).

All’estremità meridionale dell’immenso viale avrebbe dovuto essere edificato un arco, sul modello dell’arco di Trionfo di Parigi, ma anche in questo caso molto più grande (almeno 120 metri in altezza) tanto che l’arco parigino avrebbe potuto trovare posto sotto di esso. Sulla superficie in granito di questo grande arco dovevano essere incisi i nomi di tutti i caduti tedeschi nel primo conflitto mondiale. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, portò all’abbandono di queste opere. Hitler aveva un debole per il giovane e aitante Speer, i cui progetti «monumentali» li considerava espressione dei principi nazionalsocialisti. Hitler, che in gioventù aveva avuto velleità di artista (tanto da trasferirsi a Vienna per iscriversi all’Accademia di Belle Arti) e che nel profondo si sentiva ancora tale, vide in Speer la personificazione delle proprie ambizioni, nonché un giovane e fedele esecutore che avrebbe potuto portare avanti, dopo la sua morte, i grandi progetti edilizi per rendere «immortale» il ricordo del «grande Reich tedesco nazionalsocialista».

Nel 1942, dopo la morte di Fritz Todt, avvenuta in un misterioso incidente aereo, Hitler sorprendentemente nominò Speer, che non aveva alcuna esperienza in materia di produzione industriale, “ministro agli armamenti e alla produzione bellica”. Nonostante le difficoltà e la novità dell’incarico, Speer lavorò alacremente per migliorare l’industria bellica e per fronteggiare la riparazione degli impianti danneggiati dai sempre più frequenti bombardamenti alleati. Speer ottenne ottimi risultati raggiungendo l’apice della produzione tedesca nel 1944, quando la situazione militare ed economica della Germania era già decisamente critica. Per arrivare a questi traguardi Speer si circondò di un gruppo di giovani manager, limitando al massimo l’apparato burocratico. Per velocizzare le decisioni fece leva in più occasioni sul particolare rapporto che lo legava a Hitler, sfruttando, inoltre, la manodopera a costo zero fornita dagli internati richiusi nei campi di concentramento. Secondo le sue parole di giustificazione dopo la guerra, al Processo di Norimberga, quest’ultima scelta fu dettata più che da motivi ideologici, dall’inconsapevolezza riguardo alle reali condizioni degli internati e dalla necessità di trovare sempre nuovi lavoratori man mano che le perdite subite dall’esercito tedesco rendevano necessario il reclutamento militare anche degli operai. Nonostante questi atti, che portarono Speer a essere appunto processato insieme ad altri gerarchi nazisti, egli fu uno dei pochi leader a opporsi alla deriva folle e ossessiva di Hitler. Nel 1945 Speer si rifiutò di portare avanti la strategia della «terra bruciata», che si proponeva di distruggere completamente tutto ciò che si trovava nei territori tedeschi che sarebbero caduti in mano al nemico. Speer, ben cosciente che la guerra era ormai perduta, non eseguì gli ordini impartiti da Hitler, nella consapevolezza che il popolo tedesco sconfitto avrebbe avuto bisogno di un minimo di infrastrutture per potersi risollevare dal baratro nel quale stava precipitando. Nella situazione tesa e drammatica dell’ultima fase della guerra, Speer pensò addirittura di assassinare il Führer, immettendo gas nervino negli impianti di aereazione del bunker che si trovava sotto la Cancelleria di Berlino (che lui stesso aveva progettato) là dove Hitler si era rifugiato. Ciò nonostante, nei giorni che anticiparono il suicidio di Hitler, Speer si riavvicinò a lui, e in un drammatico incontro avvenuto nel bunker stesso confessò di aver sabotato gli ordini del Führer. Hitler, ormai convinto dell’imminente fine, non volle ritorsioni, e Speer poté lasciare il bunker, riparando pochi giorni dopo a Flensburg, dove si era stabilito il nuovo ed effimero governo del grandammiraglio Karl Dönitz, successore nominato da Hitler.
Speer fu arrestato dalle forze alleate a Flensburg subito dopo il termine del conflitto e processato a Norimberga con l’accusa di aver utilizzato manodopera in condizioni di schiavitù per mandare avanti l’industria bellica tedesca. Speer si distaccò dalla maggior parte dei gerarchi nazisti sotto processo, dichiarandosi colpevole delle accuse a lui rivolte, anche nella speranza che la colpa dei crimini nazisti ricadesse solo sul ristretto gruppo che aveva condotto la guerra, lui compreso. Il suo atteggiamento fu premiato e venne condannato a 20 anni di reclusione, da scontarsi nel carcere di Spandau, a Berlino Ovest. Il suo rilascio, avvenuto nel 1966, fu un evento mediatico mondiale. Tornato in libertà, pubblicò alcuni libri autobiografici e condusse una vita piuttosto ritirata fino alla morte, che avvenne a Londra il 1° settembre 1981, esattamente 42 anni dopo l’inizio della seconda guerra mondiale. I suoi libri, il più famoso dei quali, “Memorie del Terzo Reich”, è stato tradotto in numerose lingue, forniscono uno sguardo unico e personale sulle principali figure dell’era nazista. Tuttavia, parte della critica ritene che nei suoi libri Speer minimizzi il suo personale ruolo nelle atrocità di quel periodo. Suo figlio è diventato anch’egli un architetto di successo ed è stato responsabile del progetto dell’Expo 2000, l’Esposizione Mondiale svoltasi ad Hannover. Ha, di recente, anche disegnato la “Città Internazionale dell’Automobile” di Shanghai.

Per il mondo l’ho visto fare più volte

Pubblicato su Foto il Dicembre 31, 2007 da Gian Ruggero Manzoni


…e sempre più lo vedremo fare

Superbamente e spavaldamente diverso

Pubblicato su Foto il Dicembre 31, 2007 da Gian Ruggero Manzoni

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 Brian Eno un qualche anno fa

La fine dei Cavalieri Teutonici…

Pubblicato su Cinema il Dicembre 31, 2007 da Gian Ruggero Manzoni

…nell’ Alexander Nevskij [URSS, 1938] di Sergej Ejzenstejn.

Alla metà del XIII secolo le ultime città russe rimaste libere sono pressate a est dai Mongoli e a ovest dall’espansionismo dei cavalieri tedeschi dell’Ordine Teutonico. Caduta Pskov, i cittadini di Novgorod si rivolgono al principe Aleksandr Nevskij, che già aveva sconfitto gli Svedesi. Anziché limitarsi a difendere il proprio territorio, il principe, messo insieme un esercito di popolani e contadini, attaccherà i temibilissimi nemici prima che calpestino il sacro suolo russo. In un’epica battaglia sul lago Peipus ghiacciato, le truppe del Nevskij sconfiggeranno l’esercito meglio organizzato dell’epoca.

L’Alexander Nevskij è un poema scritto per lo schermo cinematografico ed è il primo film sonoro del grande regista sovietico. La cosa curiosa è che si tratta di una sorta di film opera nel senso che le musiche di Prokofiev sono altrettanto importanti che le immagini (fotografate, ancora una volta in maniera eccezionale, da Eduard Tisse). Con questo film Ejzenstejn esce, almeno apparentemente, dal periodo buio che aveva dovuto attraversare dopo l’uscita de “Il vecchio e il nuovo” (1929), quindi a seguito della disastrosa esperienza americana (e lo scempio del progetto di “Que viva Mexico!”) e dello stop alle riprese de “Il prato di Bezin” (1937). Qui il regista filma un poema patriottico, dove il protagonista è un po’ leader rivoluzionario come Lenin e un po’ capo politico-militare come Stalin (che, sembra, ebbe a dire a Ejzenstejn, dopo aver visto il film, “in fondo lei è un buon bolscevico”), suggellando, in tal modo, la propria autocritica sul piano politico, culturale e perfino tecnico.

Epos

Pubblicato su Attualità il Dicembre 30, 2007 da Gian Ruggero Manzoni


“La materia ordinaria, di cui sono fatti i corpi celesti,
costituisce appena il 5% della massa dell’universo.
Un altro 25% della sua massa è nella forma di materia
oscura, che produce forza di gravità, ma che non possiamo
vedere. Ma sembra che il 70% dell’universo sia nella forma
che noi chiamiamo energia oscura, un misterioso tipo di materia
che accelera l’espansione dell’universo, piuttosto che frenarla
come fa la materia ordinaria e la stessa materia oscura.”
Stephen Hawking

Nello studio di Nino Longobardi

Pubblicato su Arte il Dicembre 30, 2007 da Gian Ruggero Manzoni

Combattere a vita

Pubblicato su Cinema il Dicembre 30, 2007 da Gian Ruggero Manzoni

 

Questo è un film grandioso ed epico uscito nel lontano 1977, “I duellanti”; opera d’esordio di Ridley Scott (il regista di “Blade Runner” - film ricordato in un precedente post -, “Alien”, “Il gladiatore”), tratto dall’omonimo romanzo breve di Joseph Conrad. Due ufficiali della cavalleria napoleonica si sfidano in un assurdo e sempre interrotto duello che dura tutta la vita. Solo nella vecchiaia arriveranno alla definitiva resa dei conti. I due colossi in questione portano i nomi di Keith Carradine e Harvey Keitel. Ferire, trafiggere, passare da parte a parte lo si può fare con una spada, con una pallottola o con lo sguardo muto e gelido di un immenso Harvey Keitel. Questi, chiuso in un guscio autistico di insensata vendetta, che sfocia nel gratuito, nell’ottusità, nella follia, sino al disonore, allo smacco finale e imperituro, definitivo, è, infine, un uomo coerente, un uomo che si è scelto un destino e, testardo, lo segue fino in fondo, così che mi risulta molto più ’simpatico’ dell’altro duellante, quello interpretato da Carradine, uomo più realista, più sofisticato, più ‘elastico’ e oltremodo ambizioso. Infatti non c’è dubbio, il personaggio ‘negativo’ interpretato da Keitel è il motore immobile della vicenda. Anche solo l’inquadratura finale basta a rendersene conto: lui, imprigionato in sé stesso, nella propria umiliazione, di fronte a un panorama vastissimo, romantico, intriso di suggestioni, il viso di pietra, dopo essere stato sconfitto irrevocabilmente (anche come accanito napoleonico), sopporta stoicamente la sua condizione. Un’immagine che rimane scolpita, sostenuta da una fotografia stupenda e dalla musica di Howard Blake; un’inquadratura ottocentesca e ispirata che chiude un’epoca e, nel contempo, ne apre un’altra. La morale del libro e del film? Duellare all’infinito per capire di non essere già morti. Enorme!

La mia poesia

Pubblicato su Foto il Dicembre 29, 2007 da Gian Ruggero Manzoni


il Lago Trasimeno, là dove ho pescato tinche assieme alla mia fidanzata