
Atti 2,19
Farò prodigi in alto nel cielo
e segni in basso sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
Per definizione il Miracolo (dal latino Miraculum: cosa meravigliosa) suona come avvenimento non spiegabile e attribuito a un intervento soprannaturale o divino durante il quale le leggi naturali appaiono sospese. Nel linguaggio comune, per estensione, il (termine indica un evento che ha dell’incredibile, che desta meraviglia, quindi prodigioso. Nelle religioni la parola Miracolo ha un significato più ‘tecnico’ e la ricerca teologica preferisce utilizzare il termine più generico di Segno, infatti nei Vangeli i Miracoli sono Segni della missione del Cristo, quale Maestro e Messia di un nuovo mondo, di un nuovo Regno, una missione che poi sarà proseguita da Suoi apostoli e dai Suoi discepoli. La dottrina della Chiesa riconosce il Miracolo, nel quadro più ampio della storia della salvezza eterna, come richiamo per gli uomini. Esiste un’altra visione, anche se per me ancora offuscata dalle varie interpretazioni, del Miracolo, quella di chi guarisce attraverso pratiche metempiriche, se non esoteriche oppure occulte. Cristo a parte, colui che si ritiene abbia compiuto dei Miracoli di natura medica è detto taumaturgo, personaggio che sempre mi ha destato perplessità e sul quale, quindi, non mi soffermerò. Forse unica somiglianza con l’artista, alberga, nel taumaturgo, il desiderio di portare una cura a tutto ciò che più ci sta a cuore al fine di renderci felici, abbandonando alle nostre spalle ogni forma di dolore. Per proseguire, i filosofi razionalisti, da sempre, hanno contestato con forza, e continuano a farlo, il concetto stesso di Miracolo. Affermano, infatti, che un Miracolo sarebbe la ‘violazione’ delle leggi naturali ordinarie, e ciò risulterebbe impossibile (Hume). Sostengono, inoltre, che il richiamo alla volontà divina non sarebbe altro che una scusa per i limiti della nostra conoscenza; non a caso il razionalismo afferma che appellarsi a un Miracolo è semplicemente un’ammissione di ‘ignoranza’ e, addirittura, a dircelo fu Spinoza. Tale punto di vista è condiviso da una larga parte degli scienziati contemporanei per i quali non è possibile parlare di Miracolo, ma, più semplicemente, di un fatto, di un evento del quale non ci sono ancora note le leggi che lo regolano. Più in generale, il concetto di Miracolo, inteso come intervento divino, contraddice il razionalismo secondo cui, appunto, in ambito scientifico, “non si può dare il ‘caso’ di una causalità non materiale”, cioè non le si può attribuire una componente altra allo spiegabile.

Pensando ai Miracoli mi viene spontaneo spostare il pensiero verso leggi in base a cui, per ora, certi fenomeni non sono fattibili: a esempio la legge per la quale non è possibile superare la velocità della luce, dataci quale “limite assoluto”. Questo limite non è varcabile per ragioni molto più profonde connesse con il comportamento stesso della materia. La Teoria della Relatività di Einstein ci consegna un fatto, che si è potuto sperimentare anche direttamente, cioè che a mano a mano che un corpo accelera, la sua massa aumenta al punto che se raggiungesse la velocità della luce la sua consistenza diventerebbe infinita (sconcertante!). Continuando: per spingere un corpo di massa infinita servirebbe, perciò, una forza infinita, e di nuovo, e ancora, non sappiamo se nell’Universo possa esistere tale massa infinita, così come un’energia infinita atta a “spingere una simile portata”, appunto infinita. Esiste anche una teoria che afferma che l’Entropia, cioè, in parole povere, “il disordine universale”, aumenterebbe qualsiasi cosa si faccia. E avanti così, tanto per rimanere in ambito “miracolare”.
Dopo tale preambolo veniamo a Gian Ruggero Manzoni, in questo caso fautore di miracoli. Egli, come sempre determinato, provocatorio, attento e preciso, tramite questa mostra a soggetto non si lascia scappare l’ennesimo tentativo di condurre un’indagine rivolta a scoprire gli infiniti prodigi che danno valore, in genere, alla sua e alla nostra esistenza, alla sua direi vasta creatività e, in particolare, alle sue tele, spesso cariche di suggestioni (viscerali) figlie dell’infanzia oppure di fascinazioni arcane, di personaggi grotteschi e di tantissimi rimandi filosofici, mistici, favolistici e visivi frutto di anni di studio e di ricerca rivolti a indagare una specifica identità cultural-tradizionale, la nostra, di noi italiani, quindi, restringendo l’ambito geografico, di noi padani, di noi abitatori della Valle del Po, in cui la visionarietà, il fantastico, l’immaginifico primario, più o meno pagano, e l’iperbole determinano un “genius loci” di innegabile carica paradossale e di originale valenza espressiva.
L’artista che in lui si fa largo con prepotenza, come sempre in veste di cantastorie, ci propone “il miracolo che siamo quali uomini derivati dal ‘frullare’ assieme acqua, terra, aria e fuoco”, così ci definiva giustamente, giocosamente e poeticamente Zavattini, mettendo in discussione quel che è il nostro essere senza il bisogno di specchiarci nell’evento che ci determina. Infatti l’interpretazione di queste opere giunge, a mio avviso, dalla parte opposta, non direttamente, con appunto tutte le varianti e le inclinazioni fantasiose che danno forma al mistero, come ci trovassimo nel retrobottega di un alchimista che ci ha consentito di ammirare i suoi simboli, i suoi alambicchi, le sue pietre, le sue erbe, i suoi talismani, i suoi segreti, i segreti della sua arte, senza però spiegarci quello a cui darà forma tramite gli stessi, ovviamente al di là di ogni tempo e di ogni spazio. Ci investe, quindi e da subito, una sorta di teurgia di apparizione verso il non palpabile. Verso, appunto, il ripetersi di un mistero. Di quel mistero che, a guisa di scatole cinesi, riporta ad altri e altri misteri, nel perenne inseguimento di un senso; o nel perenne intrecciarsi di forze (energie) positive e negative, così come avviene nell’Universo. Perciò una pratica più magica che religiosa che, come tale, consiste in un’evocazione cerimoniale, al fine di comunicare col sovrannaturale e quindi di unire la terra col cielo, traendone, in maniera propiziatoria, benefici o esorcizzando possibili malefici.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quanti sono i “buoni propositi” che Manzoni-Mago apostrofa col termine Miracoli? Sempre a mio avviso, tanti, nel sistema, a volte perverso, di uscirne quali beneficiati, ma anche martirizzati. In effetti egli si pone come portatore di un’idea sempre più nitida e decifrabile, che perciò giunge anche ai non adepti al “culto”, per la quale ogni pratica liturgica, celebrativa o evocativa, può portare consolazione, ma, anche, sofferenza, può liberarci da un qualcosa, ma non senza dolore, può farci scoprire il chi siamo, ma ciò può portare anche prostrazione e ansia; e la psicoanalisi c’insegna. Ma il pittore Manzoni, “manipolatore, per struttura mentale e fisica, di materiali altamente esplosivi”, come lo definiva il filosofo Enzo Melandri, e in questo è “follemente” primo fra tutti, non si spaventa davanti al dolore o al divieto; del resto una delle prerogative dell’artista di valore è quella di osare anche con ‘superbia’. Egli si propone, spavaldamente (e consentitemi la piacevole bonarietà con cui lo dico), come il Superiore (lui si definisce: il Superatore) che, agendo come tale e a nome di tutti, tira a rovesciare se non addirittura a smentire concetti antichi quanto il mondo. Tende a volerli fare suoi per poi plasmarli, manipolarli, nel tentativo di andare al di là del limite, del divieto, datoci dal “divino”, nel continuo pericolo di “rimetterci anche la vita se non, peggio, il senno”, come scriveva Novalis, per poi ri-condurli all’umano, cioè ridare loro connotazione esclusivamente umana (quale grande metafora dell’uomo occidentale, più o meno moderno, che, incurante della sua caducità, si pone come un dio nei confronti della materia o, peggio ancora, allorquando si erge nel volersi dare destino – del resto uno dei versi più significativi di un poema di Manzoni, scritto nei primi anni ’80, e titolato “La sparizione”, suona appunto così: “grande è colui che crea ciò che lui non è!”).
Forse che questa sia l’ennesima scommessa di un’esistenza, votata all’estremo, che vuol vedere vinti due stati imprescindibili dell’essenza di noi umani, cioè quelli che ci contraddistinguono come vulnerabili (deboli) e mortali?
Di certo il massimo miracolo, nell’oggi, è il darsi miracolo, cioè il concedersi una possibilità che vada oltre una condizione alienante (quella che stiamo vivendo), e di questo l’artista e il poeta di rango si dovrebbero sempre fare carico, così come è innegabile che la vera arte sempre racchiude in sé una sfida, massima ed esaltante, in primo luogo rivolta a una condizione castrante, come, appunto, può essere quella umana, poi, quale dimensione più interessante, ma, e lo ripeto, maggiormente pericolosa, quella rivolta nei confronti dell’eterno e di quell’assoluto che, concettualmente, esso racchiude. Sappiamo che “la linea d’ombra” (il confine), fra il tutto e il nulla, fra vita e morte, tra ragione e pazzia, tra dubbio e verità, tra appagamento e fallimento, tra uno stato e l’altro (etc.), è “trasparente, quasi assente, come le presenze che ne sorvegliano i margini”, così ci diceva Conrad, ma il primo impulso, dell’Ulisse che in tutti noi dimora, o dovrebbe dimorare, è quello di superarla, per recarsi in quell’altrove del sapere che “rende titani”, per citare Junger, cioè “imbattibili” o, addirittura, di sfondarla (e interpreto Manzoni), al fine di dirsi uomini per intero, cioè, per intero, nella conoscenza del proprio sé. Stupendo, quindi, vedere mani screpolate, sporche di colore, unghie nere, vesti imbrattate dai pigmenti, gesti veloci che si sprofondano nel fare, tentando di vincere una battaglia che, per me, e non solo, è comunque perduta di già in partenza. Comunque codice importante di dignità e orgoglio quello di decidere di combatterla lo stesso. Così il vestiario dell’artista e la sua azione diventano i vessilli romantici issati sulla torre di quell’impegno sostenuto dall’indomabile e sempre produttiva incoscienza “giovanile” che prova a renderci liberi da una condizione vincolante: appunto quella di essere creature umane, e lo ripeto (e che tale slancio continui a viverci!).

Interpretare le tele di Gian Ruggero Manzoni porta, quindi, a essere fieri di ciò che infine siamo e che ci è donato (: lo spirito), come è doveroso il soddisfare, ammirandole e onorandole, quel suo carattere eccezionale, anacronistico, tempratosi nel secolo scorso a fianco dei migliori artisti figurativi e neofigurativi che l’Italia e l’Europa hanno visto. Nel viverle vengono anche eliminate tutte quelle strutture e sovrastrutture, figlie del Concettuale e dell’Arte Povera, e quei discorsi vaghi sulla creatività che, dagli anni ’60 del ’900, hanno oltremodo caratterizzato il panorama artistico nazionale. Si torna al concreto, all’ancestrale, all’archetipico, al segno primordiale, a volte furioso, di certo selvaggio e anarchico, al graffito, alla pittura per la pittura (tipica, per materia, di certi esponenti del Gruppo COBRA o, per rimandi culturali, della Transavanguardia), scaturita dalla natura e per la natura, e finalmente scompare, appunto nel e per Miracolo, la sensazione di stanchezza che ormai vive un certo ‘razionale’ (quello più algido) o il ‘realismo concettuale’ per lasciare spazio a una tendenza, vecchia come l’uomo, di significativa definizione poetico narrativa, perché l’arte di Manzoni è racconto di vita, nonché racconto di lui stesso e di quelle molteplici forme che lo caratterizzano, quanti sono le donne e gli uomini che abitano questo pianeta, rappresentati da una figura stilizzata, riconoscibile, una sorta di ‘logo’, una specie di fantoccio, una marionetta, oserei amara e vuota, che spesso ritorna nelle sue opere quale simbolo di unione in una triste condizione, poi di accusa nei confronti della medesima. E Manzoni è sempre tutti loro, tutti gli uomini della terra, nella continua metamorfosi, sacrale o de-sacrale, a seconda dei soggetti trattati, tipica di una figurazione totale che li contempla nell’intero e che, nel contempo, lo definisce, nel singolo, come individuo a sé e come artefice di miti e saghe.
di Paola Castagna
testo in catalogo per la personale di pittura MIRACOLI di Gian Ruggero Manzoni che s’inaugurerà alle ore 17 a Lugo di Romagna (RA) il 24 febbraio prossimo presso il Palazzo del Commercio, Sale Lino Longhi, Via Acquacalda 29 (siete invitati)