Archivia per Gennaio, 2008

Sempre contro la ‘casta’ politica… questa la parola d’ordine!

Pubblicato su Attualità, Informazioni, Notizie il Gennaio 31, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


George Grosz, Ladri della società, 1920

Uno studio di Confindustria dimostra una situazione insopportabile: nessun paese al mondo spende tanto per mantenere i propri rappresentanti. Il Parlamento italiano costa quanto quelli di Francia e Germania messi insieme. Ogni contribuente italiano, per deputati e senatori, spende il doppio di francesi e tedeschi e addirittura otto volte gli spagnoli. Una vergogna mondiale, un’indecenza planetaria. Ecco che cos’è il costo della politica italiana. Con 250 milioni di euro il nostro Paese è in testa anche per il finanziamento pubblico dei partiti. Abbiamo il Palazzo più caro del mondo. Forse è per questo che bisogna cominciare ad abbatterlo. L’ultimo studio commissionato da Confindustria è impressionante. Questo è indubbiamente un nuovo affondo di Confindustria al Palazzo, alla sua efficienza discutibile, al suo funzionamento e soprattutto ai suoi costi e ai suoi sprechi, ma ciò che gl’ ‘industriali’ sostengono questa volta mi trova pienamente d’accordo. Spende parecchio, il Parlamento, più che nel resto d’Europa, denuncia Montezemolo in un’analisi del centro studi che in 287 pagine passa ai raggi X l’intera macchina politico-istituzionale. Il documento si risolve in una critica impietosa e a tutto campo: “Vi è un chiaro problema di inadeguata governance del Paese che risiede nella legge elettorale, nelle regole di governo, nella forma dello Stato”. Gli imprenditori, neanche a dirlo, nutrono scarsa fiducia nella capacità della politica di rigenerarsi, tanto che “una riforma della legge elettorale resta improbabile” e solo l’iniziativa referendaria, è la loro tesi, “può essere una spinta salutare verso il cambiamento”. Ma il bubbone sul quale il centro studi di via dell’Astronomia ha focalizzato l’attenzione è quello attualissimo dei costi. “Il fatto che la politica abbia dei costi non è messo in discussione. Ciò che invece è motivo di pesanti critiche è il fatto che a un inevitabile livello di costi non corrisponda un funzionamento efficace”. L’analisi di Confindustria mette a confronto i sistemi di cinque paesi occidentali: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. In Italia il meccanismo ruota attorno ai rimborsi elettorali, che in occasione del voto del 2006 sono ammontati a 200 milioni 819 mila euro. Fuori dai nostri confini l’asticella scende non di poco: 152 milioni di euro il finanziamento negli Usa, 132 milioni in Germania, 73 milioni in Francia, 60 in Spagna, 9 (ai soli partiti di opposizione) nel Regno Unito. Dal raffronto emerge che “l’Italia è il Paese che spende di più” per mantenere le istituzioni. L’Italia si piazza in testa alla classifica anche per gli stipendi dei suoi 78 europarlamentari. Quasi 150 mila euro annui di indennità base (alla quale aggiungere rimborsi spese, benefits, costi di soggiorno) a fronte dei 105 mila dell’Austria, che segue seconda, degli 84 mila della Germania e giù con gli altri. Per non dire dello stipendio dei parlamentari nazionali: 15.304 euro al mese, ultimamante ritoccato a 15.504. E poi c’è l’indotto della politica, il popolo dei consulenti, esperti, consiglieri, assessori, portaborse, che negli anni è cresciuto a dismisura. Gli industriali parlano di “ipertrofia degli apparati burocratici che soprattutto nelle due ultime legislature hanno proliferato indisturbati e senza controllo”. Di più, di “permanenza di privilegi improntati a due pesi e due misure”. “Un humus tutto italiano, storicamente allergico al rispetto delle regole e al controllo della legalità”. È la Politopoli, secondo Confindustria, la ‘casta politichese’ destinata a essere travolta dalla “sfiducia dei cittadini verso le istituzioni… la più alta tra i paesi sviluppati”.

Unificare l’Europa nella comune radice cristiana (?)

Pubblicato su Informazioni, Notizie il Gennaio 30, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) in divisa della Hitlerjugend

La comunità ebraica internazionale ha salutato con favore l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio e si è augurata che Benedetto XVI segua le orme di Giovanni Paolo II nella lotta contro l’antisemitismo. “E’ ben noto che Benedetto XVI è un amico del popolo ebraico”, ha detto Israel Lau, rabbino capo di Tel Aviv, “spero e prego che segua il percorso tracciato dal suo predecessore. L’ultima volta che l’ho incontrato, a New York, parlò molto energicamente contro l’antisemitismo”. In Israele si è diffusa la convinzione che l’origine tedesca di Ratzinger sarà una delle molle che con più forza lo spingeranno a combattere ogni forma di intolleranza. “Data la sua esperienza storica”, ha detto il ministro degli Esteri Silvan Shalom, “speriamo che mantenga l’impegno assunto dalla Chiesa Cattolica a combattere contro l’antisemitismo, per il riavvicinamento tra il Vaticano e Israele e tra il popolo ebraico e i cattolici”. Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Abraham Foxman, capo della Anti-Defamation League. “Dal nostro punto di vista è importante che sia un Papa europeo”, ha detto Foxman, “perché reca con sé la memoria e la coscienza della dolorosa esperienza degli ebrei d’Europa nel ventesimo secolo”. Più cauta la presa di posizione del Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles, che ha messo in evidenza la militanza di Ratzinger nella gioventù hitleriana. “Da bambino crebbe in una famiglia anti-nazista, nonostante ciò fu costretto a entrare nella gioventù hitleriana”, ha detto il rabbino Marvin Hier, “e sebbene non ci sono prove che abbia commesso alcun crimine, l’appartenenza a un gruppo simile non è certo qualcosa che si vuole mettere in luce” (ma io non vedo il perché, essendo il passato del nostro odierno Papa il passato dell’Europa intera… ovviamente in accezione storica - nda).

Giornata della memoria

Pubblicato su Eventi il Gennaio 26, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


partigiani comunisti del gruppo sud Brigate Garibaldi Friuli entrano a Udine… 1° maggio 1945 (una foto stupenda, a mio avviso… altro che Rambo!)

ArteFiera… Art First, Bologna

Pubblicato su Arte, Eventi il Gennaio 24, 2008 da paolacastagna

Bologna, Italy
24>28 Gen/Jan 2008
Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea
International Exhibition of Contemporary Art

Domenica 27 gennaio ’08

ART CAFE’ (Hall 1 8)

Ore 17,45 – 18,45
Presentazione del volume “Nella terra del diamante. Nove poesie di un nomade intellettuale” di Kenneth White con incisioni di Giorgio Bertelli
Intervengono Marco Fazzini, Gian Ruggero Manzoni, Giorgio Bertelli
Edizioni Il Bulino

La bestia del Gévaudan… cioè com’era GRM oltre 200 anni fa

Pubblicato su Notizie, Tradizioni il Gennaio 24, 2008 da paolacastagna

Una storia terrorizzante quella della Bête du Gévaudan, il misterioso predatore che, tra l’aprile del 1764 e il giugno 1767 - in Francia, in una vasta area compresa tra gli attuali dipartimenti dell’Haute Loire, Cantal, Ardèche e Lozère - uccise e mutilò orrendamente ben 172 persone. Sulla vicenda relativa a questo indecifrabile mostro esiste infatti una vasta e documentata bibliografia che, in gran parte, trae i suoi spunti da alcuni testi basilari redatti nel XVIII secolo, tra cui la “Storia fedele della Bestia del Gévaudan” di Henri Pourrat e la dettagliatissima “Storia della Bestia del Gévaudan, autentico flagello di Dio” dell’abate Pourcher.
La leggenda della Bête du Gévaudan inizia la prima settimana di aprile del 1764 quando, nei pressi del villaggio di Langogne (località dell’Ardèche), una pastorella intenta ad accudire su un prato la sua mandria di mucche viene aggredita da una grossa belva sbucata dalla foresta. L’animale cerca di azzannare la piccola, ma fortunatamente i suoi animali la contrattaccano mugghiando, salvandole, così, la vita. Rientrata al suo paese, la povera pastorella racconta l’episodio, precisando di essere stata assalita non da un animale qualsiasi ma da “un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli”. I contadini, ovviamente, non le credono e si convincono che si tratti di un lupo, un animale a quell’epoca piuttosto diffuso in tutta la Francia centromeridionale. Tuttavia, ai primi di luglio, nei pressi di Saint-Etienne-de-Lugdarès (una ventina di chilometri a sud est di Langogne), la misteriosa belva si fa di nuovo viva sbranando una contadina quattordicenne, Jeanne Boulet. Poi, in rapida successione, tra luglio e agosto, un’altra ragazzina e due ragazzi vengono attaccati e uccisi nei pressi di Puy Laurent en Lozère e tra Cheylard-l’Êveque e la foresta di Mercoire, mentre una quarta fanciulla di Masméjean-d’Allier (Gévaudan) viene azzannata, ma lasciata in vita. La poveretta, seppur agonizzante, riferisce di essere stata aggredita da “una bestia orribile, metà lupo e metà tigre, con grandi artigli e lunga coda”. La drammatica testimonianza, che sembra combaciare con quella fornita dalla pastorella di Langogne, mette finalmente in allarme le autorità locali, che organizzano alcune infruttuose battute. Alla fine di agosto, la Bête ricompare nei pressi di Cheylard-l’Êveque e Prades, assalendo e ferendo altri due quindicenni. Nel tardo pomeriggio del 6 settembre, il misterioso animale uccide nei pressi di Arzenc una donna di 36 anni intenta a lavorare nel suo giardino. Dall’esame dei resti dei cadaveri delle vittime, le autorità e la gendarmeria cercano di trarre alcune indicazioni circa le caratteristiche della misteriosa fiera. Contrariamente alle abitudini del lupo, essa non divora la vittima, ma dopo averla dissanguata azzannandola alla gola, le rovista tra le visceri, non disdegnando di fare scempio della testa e del viso. Tra il 16 settembre e il 27 dicembre 1764, gli attacchi si moltiplicano: più di 15 tra ragazzini e donne, per la maggior parte contadini e pastori, vengono uccisi o gravemente feriti dall’animale che subito dopo i suoi attacchi riesce sempre a dileguarsi nel nulla, lasciando sul terreno orme profonde, prive delle tre fossette tipiche della pesta del lupo. Molti contadini della regione iniziano a dare credito alle testimonianze delle vittime circa la mostruosa natura dell’animale e, di conseguenza, il panico inizia a diffondersi tra la popolazione del Gévaudan, obbligando l’intendente della Languedoc, M. Lafont, un avvocato di Mende, a riunire i sindaci e i responsabili della gendarmeria per organizzare una più articolata difesa comune. Dopo avere raccomandato alla popolazione di non allontanarsi troppo dai villaggi ed avere intensificato le battute (alcune centinaia di gendarmi e contadini, armati di moschetti e schioppi setacciano senza alcun successo una vasta area), l’intendente decide di mettere al corrente della cosa Parigi, affinché il governo centrale intervenga con l’invio di uomini da affiancare al capitano dei dragoni Duhamel, che dal 20 novembre, al comando di una squadra di 17 lancieri e 40 soldati a piedi armati di moschetto, sta setacciando, senza risultati apprezzabili, l’intero distretto. Ma all’improvviso, nei pressi del bosco di Chazot, Duhamel riesce finalmente a individuare la Bête, che riesce tuttavia a sfuggire all’accerchiamento dei suoi armati. Il 22 dicembre, l’ufficiale e i suoi cacciatori se la trovano nuovamente di fronte, a poche decine di metri, e per nulla intimorita. Duhamel le spara con il suo fucile, ma la manca. Anche gli altri uomini aprono il fuoco, ma la belva è ben lesta nello schivare i colpi e nel guadagnare la macchia. In quest’occasione, il capitano dei dragoni ha però il tempo di osservarla: “La Bête de Gévaudan non è certamente un lupo, ma uno strano e sconosciuto ibrido”, riferirà più tardi alle autorità.

Intanto, in Francia, l’animale è già diventato una leggenda. L’incredibile numero delle vittime, la modalità delle aggressioni e, soprattutto, le paurose descrizioni della fiera, contribuiscono a creare un vero caso (nel novembre 1764, a Parigi, la libreria Deschamps espone la prima raffigurazione pittorica di fantasia della Bête intenta a divorare una fanciulla), a tal punto che lo stesso Luigi XV inizia ad interessarsi personalmente alla questione. Il sovrano ordina a Monsieur Denneval - un gentiluomo normanno, capo dei “lupattieri” del re, che vanta l’abbattimento di ben 1.274 lupi - di recarsi nel Gévaudan assieme ai suoi figli, a sei assistenti e a una torma di feroci cani da caccia. Attraverso uno speciale editto (quello del 27 gennaio 1765), Luigi XV promette inoltre 6.000 livres di premio all’abbattitore del mostro. Effettivamente, le descrizioni che, aggressione dopo aggressione, vengono raccolte per bocca dei superstiti risultano sconcertanti. Tutti gli scampati agli attacchi della Bête , ma anche i militari e i battitori, sembrano concordare sul fatto che non si tratti affatto di un lupo, ma di una creatura straordinaria. L’animale sembra essere, innanzitutto, di taglia molto più grossa rispetto a un canide. Alcuni arrivano a dire che le sue dimensioni si avvicinano a quelle di un mulo, di un asino o di un vitello. La fiera, ricoperta da un manto piuttosto lungo, rossiccio e striato sul dorso, avrebbe una specie di gobba. La sua grossa testa, con orecchie appuntite e pelose, le grosse fauci con denti acuminati, darebbero l’idea di un felino. Le zampe, dotate di sei lunghi artigli, potrebbero appartenere a un puma, a una tigre o a una leonessa. Ma la caratteristica veramente unica di questo strano esemplare parrebbe la postura. Quasi tutti gli scampati giurano di avere visto l’animale, poco prima dell’attacco, drizzarsi sui possenti arti posteriori emettendo dalle fauci una specie di ruggito simile al nitrito di un cavallo spaventato.
Ce ne è abbastanza per fare scuotere il capo all’esperto Monsieur Denneval e ai suoi collaboratori. Sulle prime, i “lupattieri” del re - nonostante la testimonianza dello stesso Duhamel - non credono affatto a questi resoconti e propendono per l’ipotesi di un grosso lupo, anche perché quasi tutte le aggressioni si sono verificate sul fare della sera, l’ora in cui questo tipo di animale è solito cacciare. Essi attribuiscono le colorite descrizioni dei sopravvissuti allo stato di panico e all’ignoranza. Anche se non sanno darsi spiegazioni circa le modalità di attacco dell’animale e la sua propensione ad azzannare alla gola le vittime e a decapitarle, non prima di averle dissanguate. Anche le devastanti ferite inferte dalla bestia appaiono, in realtà, diverse da quelle provocate da un lupo qualsiasi: oltre a usare i denti, la bestia lacera profondamente i tessuti con gli artigli, proprio come un felino.
Nell’inverno 1764-1765, Denneval indaga a fondo, raccoglie prove, esamina i resti delle vittime, studia le tracce lasciate dalla Bête e organizza nuove battute, tutte però senza esito. Il 1° gennaio 1765, sui monti del Margéride, tra l’Haute-Loire e la Lozère, viene abbattuto un grosso lupo. Si grida alla vittoria, ma il 12 dello stesso mese, nei pressi di Coutasseire, sette coraggiosi ragazzini si vedono costretti ad affrontare la Bête, sbucata all’improvviso da un fitto bosco, soltanto con qualche coltello e alcuni bastoni. L’animale sbrana un paio di fanciulli, ma alla fine, grazie all’ardimento dei bambini che non esitano a colpirlo ripetutamente, esso è costretto a ritirarsi nella foresta.

L’episodio scuote le coscienze della popolazione e frusta l’orgoglio dei “lupattieri” che intensificano le loro battute, iniziando a utilizzare anche trappole, tagliole ed esche al veleno: soluzione, quest’ultima, che viene ben presto abbandonata a causa della morte di molti cani utilizzati dagli stessi cacciatori per inseguire la Bête. Poche settimane più tardi da Parigi giungono addirittura alcune compagnie di dragoni a cavallo a dare man forte ai cacciatori. Ma la belva, per nulla intimorita da questo sempre più vasto dispiegamento di forze, continua a imperversare nella regione, coprendo lunghe distanze, effettuando agguati nelle zone più disparate e, pur prediligendo le aree boscose e lambite da corsi d’acqua, avvicinandosi sempre più ai centri abitati. Il 16 aprile 1765, la Bête attacca per la prima volta un uomo a cavallo e il 1° maggio un gentiluomo, Monsieur de La Chaumette, se la ritrova addirittura alla finestra della sua fattoria. De la Chaumette, con alcuni uomini, si arma e a quanto pare riesce a ferire l’animale, senza però ucciderlo. Sul terreno vengono trovate abbondanti tracce di sangue. Il gentiluomo riferisce la notizia a Monsieur Denneval. Forse - pensa quest’ultimo - l’animale è andato a morire nel fitto della boscaglia. Purtroppo, si tratta di una vana speranza. Il giorno seguente, la Bête ricompare, infatti, a pochi chilometri dall’abitazione del nobile, facendo a pezzi una donna di cinquant’anni. Alcuni hanno addirittura l’impressione che questa astuta bestia sia ritornata sul posto con il proposito di vendicarsi. Non pochi iniziano a pensare che l’animale sia dotato di poteri soprannaturali. I curati della regione vedono nella Bête uno strumento del demonio e organizzano processioni per allontanare il maleficio e per chiedere aiuto al Signore.
In tutta la Francia il panico dilaga, e oltre i confini del regno iniziano a montare le prime sarcastiche polemiche circa l’inefficienza dei sistemi adottati per debellare il misterioso flagello del Gévaudan. Nella fattispecie è la stampa inglese (sempre molto critica nei confronti della società francese) a dileggiare con maggiore sarcasmo i “lupattieri” e i dragoni di Luigi XV. Nel maggio 1765, dopo che la Bête ha fatto fuori altre sette persone, un giornale di Londra annuncia - con una buona dose di maligna esagerazione - che “un esercito di 120.000 soldati francesi da mesi viene tenuto in scacco da un grosso lupo”. E’ troppo. Luigi XV decide di sostituire Denneval con Antoine de Beauterne, il suo ufficiale porta fucile, che vanta anch’egli una vasta conoscenza in materia di caccia. Il 20 giugno, de Beauterne (assistito dai suoi figli, da sei tiratori scelti e da altrettanti aiutanti) inizia anch’egli il suo safari nel Gévaudan. Il 4 luglio, nei pressi del villaggio di Broussolles, la Bête divora la sua ennesima vittima. De Beauterne esamina il cadavere e nei suoi pressi scopre le tracce di un lupo di dimensioni straordinarie. Verso la metà di settembre, l’animale viene avvistato lungo il corso del fiume Allier, a ridosso del villaggio di Pommier. Il 18, il cacciatore del re, assistito da 40 tra i più abili tiratori della regione, incrocia finalmente la fiera, che viene colpito ripetutamente alla testa e al corpo da una micidiale scarica di proiettili. Si tratta, effettivamente, di un lupo di taglia veramente notevole, con folto pelo e strane striature sul dorso. L’animale, che pesa ben 130 libbre contro le 50 di un lupo normale, viene ripulito, impagliato e trasportato a Parigi per essere mostrato alla corte. L’intera regione dell’Auvergne tira un sospiro di sollievo e de Beauterne viene portato in trionfo.
Ma la festa dura ben poco. Lunedì 2 dicembre 1765, sui rilievi di Margeride, due giovani contadini al pascolo con le loro mucche vengono sbranati da una belva. La notizia si diffonde rapidamente e il re si adira con de Beauterne. Ovviamente, il grosso lupo impagliato ed esposto nei saloni di Versailles non è la Bête. Come in un incubo, gli attacchi del misterioso animale riprendono a ritmo sostenuto, gettando nella disperazione la popolazione del Gévaudan che ormai si credeva al sicuro.

Tra la primavera e l’inizio estate del 1766, l’animale uccide una dozzina tra pastori e contadini. Il 18 giugno, dopo l’ultima aggressione a un ragazzino, un anziano contadino della frazione di Darmes (Besseyres-Saint-Mary), tale Jean Chastel, viene convocato, assieme a 12 cacciatori, dal marchese d’Apcher, intenzionato a promuovere l’ennesima battuta. Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli e da una muta di cani, si reca a perlustrare un vasto bosco. Poche ore dopo, in località Sogne-d’Auvers, Chastel decide di fermarsi e di appostarsi tra gli alberi con i suoi. Il tempo di rilassarsi ed ecco che dalla macchia sbuca fuori la Bête. L’animale punta Chastel, ma l’anziano e coraggioso contadino imbraccia con calma il fucile e fa fuoco da breve distanza, colpendo la belva che si rivela essere un grosso lupo di 100 libbre di peso. Le campane dei villaggi suonano a festa, e come Antoine de Beauterne anche Chastel trascina la sua preda di paese in paese per mostrarla alla gente. Poi, senza farla prima imbalsamare, la carica su un carro e la fa trasportare a Parigi dove, tuttavia, l’animale giunge in avanzato stato di putrefazione. I buffoni di corte trovano il modo per dileggiare il vecchio contadino (“dalla straordinaria puzza che emana si deduce che la Bête infernale sia proprio questa”). Tuttavia, il re fa consegnare al povero vecchio un premio di 72 livres.
Verso l’inverno del 1766, nel Gévaudan, le aggressioni di contadini da parte di belve feroci iniziano a diradarsi progressivamente, fino a cessare completamente alla metà dell’anno seguente. E dall’estate del 1767 gli avvistamenti di strani animali cessano del tutto, lasciando però moltissimi interrogativi e dubbi. Nell’arco di tre anni la Bête ha sbranato oltre 100 persone (certi sostengono 172), tre quarti dei quali bambini e adolescenti e un quarto donne. Al contrario, nessun uomo adulto - e cosa ancora più strana, nessun capo di bestiame - risulta essere stato ferito o ammazzato. Le ipotesi circa la natura della Bête diventano uno degli argomenti più dibattuti di Francia, aprendo una querelle destinata a perpetuarsi fino ai giorni nostri. Nei salotti di corte e nelle osterie dei villaggi, i “partiti” sostenitori delle più svariate tesi si moltiplicano molto rapidamente. C’è chi sostiene che la Bête altro non sia che un grosso lupo, nella fattispecie quello ucciso da Chastel (dopo l’abbattimento dell’animale, il vecchio contadino dalla mira infallibile raccontò, tra l’altro, che il lupo da lui ucciso “si muoveva con metodo e criterio, proprio come un animale addomesticato e addestrato dall’uomo”), anche perché con la sua eliminazione terminò il periodo di terrore, e c’è chi sostiene che si trattasse di un branco composto da almeno tre grossi lupi. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche da alcuni zoologi contemporanei.
Ma come in tutti i casi misteriosi in cui la leggenda tende a farsi largo tra le maglie della verità scientifica, sulla Bête fioriscono anche le più svariate e colorite interpretazioni. Verso l’inizio del XX secolo, alcuni pubblicisti francesi e inglesi ipotizzarono che dietro la Bête si celasse un serial killer (una specie di Jack lo Squartatore); mentre altri - ancora più fantasiosi - sostennero che si trattasse o di un orripilante ominide, dotato di pelliccia, denti a sciabola e forza erculea, saltato fuori da una delle tante grotte preistoriche presenti nella regione del Gévaudan, o forse di un mostruoso essere selvaggio allevato e allattato dai lupi come Romolo e Remo e da essi addestrato a fare fuori piccoli e indifesi cristiani. Sempre nel Novecento, altri studiosi e appassionati di vicende misteriose si sono lanciati addirittura in interpretazioni alla X-Files, ipotizzando giganteschi vampiri pelosi a quattro zampe, assetati di sangue (effettivamente la Bête era solita dilaniare il collo delle sue vittime) o mutanti esseri alieni. Ma nella bagarre si sono buttati anche politologi e sociologi, sostenendo che dietro la Bête si nascondesse niente meno che una strage di stato, ordita da Luigi XV ai danni di una popolazione, quella dei dipartimenti francesi centromeridionali, che in passato aveva dato un certo appoggio agli ugonotti protestanti.

Accantonando, seppure con rispettoso beneficio di inventario, queste ultime bizzarre supposizioni, agli scettici ed ai raziocinanti non rimane che ascoltare la parola dei naturalisti, dei biologi e dei più seri esperti di criptozoologia, gli unici, in realtà, a possedere gli strumenti tecnici e scientifici utili a diradare le nebbie dell’ignoranza e della superstizione. Come ha scritto Lino Penati, che nel 1976 ha esaminato con attenzione e la dovuta prudenza l’enigma del Gévaudan, “alla luce delle più attendibili testimonianze dell’epoca - prima fra tutte quella del curato d’Aumont, autore di una particolareggiata memoria - si è portati a escludere che la Bête potesse essere un lupo. Il sinuoso corpo dell’animale, le sue considerevoli dimensioni, il pelo rossiccio bruno, gli artigli, la coda lunga quattro piedi, la grossa testa, le orecchie a punta e le zanne, farebbero pensare a un felino, magari a una grossa lince, anche se in proposito sussistono non pochi dubbi”. Attaccata dai cani, la Bête, infatti, non ha mai tentato di rifugiarsi su un albero, come appunto avrebbe fatto un felino. Senza scartare a priori l’ipotesi di una grossa lince (animale che però non supera quasi mai i 35 chili di peso), alcuni studiosi contemporanei hanno azzardato anche la possibilità che dietro la Bête potesse agire un ghiottone (Gulo gulo) o un licaone: animali che tuttavia, per le loro contenute dimensioni e per la loro particolare distribuzione geografica (il licaone vive in Africa), male si adattano ad alcun reale paragone con la belva del Gévaudan.
Più plausibile risulta, invece, l’ipotesi (avanzata dal biologo americano C. H. D. Clarke, grande esperto di lupi ed affini) che la Bête fosse un ibrido tra un grosso cane, ad esempio un molosso, e un lupo. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe, tra l’altro, l’abbattimento, avvenuto nel 1884 in Francia, ad Argenton, di un gigantesco ibrido cane-lupo di quasi 80 chilogrammi di peso. Sempre secondo Penati non sarebbe però da escludere un’ultima ipotesi, fino a oggi mai prospettata. “E se la Bête du Gévaudan fosse stata un esemplare isolato o una coppia di tigri del Caucaso? I dati - sostiene Penati - sembrerebbero infatti concordare: le dimensioni, le fauci, il colore del lungo manto striato, sono elementi tipici di questo grosso felino. E in fin dei conti, fino dall’epoca preistorica, molte delle specie animali provenienti dall’Asia sono finite quasi tutte per approdare nel sud della Francia, nel “ridotto delle Cevenne”.

Un altro personaggio sconcertante di questa nostra Europa

Pubblicato su Informazioni, Tradizioni il Gennaio 23, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Léon Joseph Marie Degrelle (Bouillon, Belgio, 15 giugno 1906 / Málaga, Spagna, 1 aprile 1994) fu scrittore, avvocato e politico nonché il fondatore del Rexismo, il movimento clerico-fascista belga, e in seguito combatté nel contingente vallone (cioè belga di lingua francese) delle Waffen-SS Internazionali. Durante il periodo di studi all’Università di Lovanio, alla fine degli anni ‘20, lavorò come giornalista all’ “Avant Guarde”. Laureatosi in Giurisprudenza, nel 1929 diventò redattore capo del quotidiano di Bruxelles “Il XX Secolo”. Viaggiò in Italia, dove conobbe il Fascismo e l’ Azione Cattolica, quindi errò per il mondo, fino ad arrivare negli Stati Uniti degli anni ‘30, ma restò colpito soprattutto dal Messico e dalle vicende dei Cristeros, su cui scriverà un reportage. Tornato in patria, militò inizialmente nelle fila dell’Azione Cattolica; nel 1935 fondò il movimento nazional-popolare “Rex” (o “del Cristo Re”), caratterizzato da un misticismo cristiano cattolico fondamentalista e da una visione aristocratica e corporativa dello Stato; da ciò la sostanziale adesione all’ideologia fascista di Degrelle.

Alle elezioni legislative belghe del 1936 il suo partito riscosse un notevole successo, ottenendo ventuno deputati e dodici senatori; il movimento Rexista possedette anche un proprio giornale, dal titolo “Le Pays réel”, tra i suoi obiettivi: fungere da sostegno spirituale per i militanti ed essere organo militante d’informazione politica. Nel 1940, dopo l’occupazione del Belgio da parte tedesca, Degrelle divenne il fautore di un’intesa con la Germania nazista che assicurava la supremazia del Movimento Rexista in Belgio. L’ 8 agosto 1941 partì volontario al seguito delle SS, con altri duecento giovani valloni rexisti, per il fronte Orientale, quale soldato semplice. Tra il 1941 ed il 1943 combatté nel Caucaso e, per meriti e coraggio, promosso sul campo, divenne un comandante delle Waffen SS Internazionali. Condusse la costituitasi brigata Wallonie nell’operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica.

Mentre era in licenza a Bouillon, sua cittadina natale, un sacerdote si rifiutò di impartigli la Comunione, condannandolo pubblicamente quale peccatore sanguinario, e lui decise di imprigionarlo in una cantina da dove venne liberato alcuni giorni dopo dai tedeschi. Quando il Vescovo di Namur lo scomunicò, allora si volse alla spiritualità delle SS, all’interno delle quali proseguì la sua scalata gerarchica, frequentando la scuola di formazione di Bad Tölz. Tornato sul fronte russo si distinse rompendo l’accerchiamento sovietico a Tcherkassy. Quello dei valloni fu l’ultimo reparto a sganciarsi, retroguardia della divisione Wiking, e non cedette fino a quando gli venne esplicitamente ordinato di ritirarsi; dei duemila volontari inizialmente costituenti la brigata Wallonie, alla fine dell’agosto 1944 ne restavano appena un centinaio, che comunque bloccarono l’avanzata sovietica verso Tallinn; lo stesso Léon Degrelle restò ferito in quei combattimenti e, divenuto comandante della brigata, fu decorato con la «Croce di Ferro con foglie di quercia e spade»; egli è stato l’unico militare non tedesco a ricevere quella medaglia.

Ottenuta la Ritter Kruetz, la sua popolarità in Germania salì alle stelle, al punto da farlo considerare il delfino del Führer. Finita la guerra, in fuga dal Belgio, Degrelle effettuò un atterraggio di fortuna con un Heinkel bimotore sulle spiagge basche della Spagna, dove lo raccolsero ferito alcuni bagnanti. Si stabilì a Malaga, ottenendo asilo politico dal Governo spagnolo di Francisco Franco. Con la Liberazione, Degrelle venne chiamato in giudizio per tradimento e condannato a morte in contumacia dal Tribunale Speciale Belga. Le domande di estradizione non ebbero esito positivo perché Degrelle rinunciò alla nazionalità belga per prendere la nazionalità spagnola. Cominciò il suo dopoguerra, fra alti e bassi finanziari, ma sempre fermo nella sua duplice fede: il cattolicesimo integralista e il nazismo. Fino alla morte esalterà i piani di Hitler e del regime nazionalsocialista. Convinto revisionista, negò soprattutto l’esistenza e la materialità dell’Olocausto e, in generale, la concretezza dei crimini contro l’umanità imputati al regime hitleriano. Così proseguì l’opera di proselitismo: scrisse libri e tenne conferenze e comizi in tutto il mondo. A Bariloche, nel 1980, concesse un’intervista al giornalista italiano Marco Dolcetta, questo uno dei passaggi: “Noi abbiamo lottato fino alla fine, finché abbiamo potuto, in condizioni orribili; più si avvicinava l’ora della disfatta, più era dura. L’esercito russo era immenso e soprattutto aveva materiali americani ingenti, perché sono stati gli americani a vincere in Russia, con le loro macchine e con il loro sconsiderato apparato bellico, non i russi. Se ci fossero stati solo i sovietici non ci avrebbero mai sconfitti, mai! Abbiamo combattuto fino all’ultima cartuccia ma alla fine non avevamo veramente più niente; negli ultimi mesi di guerra, durante l’ultima offensiva nel febbraio 1945, c’erano rimasti tre cannoncini anticarro, poi ne rimase solo uno [...] Quando abbiamo sferrato l’ultima disperata controffensiva, camminavo come sempre davanti ai miei camerati incitandoli a non mollare. Avevo un lungo bastone in mano per guidarli e per mostrare che non dovevamo avere paura anche se avevamo poche armi e più nulla con cui sfamarci. Tutto questo aveva un accento epico enorme ed esaltante, si sapeva che andavamo a morire come gli spartani alle Termopili, ma continuavamo ad avanzare. I russi rimasero sbalorditi per come pochi uomini li potessero fare indietreggiare - abbiamo perso la metà dei nostri camerati nelle ultime settimane e continuavamo a lottare, pur sapendo che la guerra era persa, perché i comunisti non invadessero il nostro Paese e l’occidente europeo. E’ proprio il colmo che ora ci oltraggiate, mentre invece senza di noi sareste stati perduti. Sul bunker del Führer, a Berlino, abbiamo combattutto l’ultima grande battaglia. Abbiamo perduto e con noi l’intera Europa ha perso il primato culturale e civile che il nostro continente aveva a livello mondiale; e quel primato ora è in mano a quei bifolchi degli americani. Questa la massima vergogna e da ciò il doverci di nuovo riscattare”.

Léon Degrelle può essere considerato l’unico non tedesco che Hitler stimasse profondamente. Degrelle era un cattolico, esponente di quella linea della Chiesa secondo cui fra comunismo e capitalismo giudaico-pluto-massonico la sola soluzione era il nazifascismo.
Era il simbolo vivente di una mentalità latina impregnata di superomismo romantico e di una avversione profonda per la democrazia. Degrelle si dimostrò leader di incontestabile personalità: oratore, giornalista, poeta, deputato, soldato, entrò nella mitologia nazionalsocialista sopratutto in quanto portatore di una forte compenente di Geist, di Spirito. La sua tomba è ancora luogo su cui i neonazisti e i neofascisti europei (e non solo) si danno raduno.

Il Sacro Cuore di Gesù che GRM ha tatuato al centro del petto

Pubblicato su Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni il Gennaio 21, 2008 da paolacastagna

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Il Sacro Cuore di Gesù è oggi uno dei più riconoscibili simboli della fede cattolica. L’immagine è nata in Francia, verso la fine del XVII secolo, quando una monaca di nome Marie Marguerite Alacoque iniziò a rendere pubbliche le sue visioni mistiche di Gesù che incitava i credenti a dedicarsi alla difesa della Nazione e alla venerazione del Suo Cuore. Il Sacro Cuore di Gesù è simbolo di varie confraternite tradizionaliste-integraliste e venne riportato nei fregi e nei gagliardetti della Falange Azzurra, dalla Guerra Civile di Spagna (1936-39) in poi.

Miracoli

Pubblicato su Arte, Informazioni, Notizie il Gennaio 18, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Atti 2,19
Farò prodigi in alto nel cielo
e segni in basso sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.

Per definizione il Miracolo (dal latino Miraculum: cosa meravigliosa) suona come avvenimento non spiegabile e attribuito a un intervento soprannaturale o divino durante il quale le leggi naturali appaiono sospese. Nel linguaggio comune, per estensione, il (termine indica un evento che ha dell’incredibile, che desta meraviglia, quindi prodigioso. Nelle religioni la parola Miracolo ha un significato più ‘tecnico’ e la ricerca teologica preferisce utilizzare il termine più generico di Segno, infatti nei Vangeli i Miracoli sono Segni della missione del Cristo, quale Maestro e Messia di un nuovo mondo, di un nuovo Regno, una missione che poi sarà proseguita da Suoi apostoli e dai Suoi discepoli. La dottrina della Chiesa riconosce il Miracolo, nel quadro più ampio della storia della salvezza eterna, come richiamo per gli uomini. Esiste un’altra visione, anche se per me ancora offuscata dalle varie interpretazioni, del Miracolo, quella di chi guarisce attraverso pratiche metempiriche, se non esoteriche oppure occulte. Cristo a parte, colui che si ritiene abbia compiuto dei Miracoli di natura medica è detto taumaturgo, personaggio che sempre mi ha destato perplessità e sul quale, quindi, non mi soffermerò. Forse unica somiglianza con l’artista, alberga, nel taumaturgo, il desiderio di portare una cura a tutto ciò che più ci sta a cuore al fine di renderci felici, abbandonando alle nostre spalle ogni forma di dolore. Per proseguire, i filosofi razionalisti, da sempre, hanno contestato con forza, e continuano a farlo, il concetto stesso di Miracolo. Affermano, infatti, che un Miracolo sarebbe la ‘violazione’ delle leggi naturali ordinarie, e ciò risulterebbe impossibile (Hume). Sostengono, inoltre, che il richiamo alla volontà divina non sarebbe altro che una scusa per i limiti della nostra conoscenza; non a caso il razionalismo afferma che appellarsi a un Miracolo è semplicemente un’ammissione di ‘ignoranza’ e, addirittura, a dircelo fu Spinoza. Tale punto di vista è condiviso da una larga parte degli scienziati contemporanei per i quali non è possibile parlare di Miracolo, ma, più semplicemente, di un fatto, di un evento del quale non ci sono ancora note le leggi che lo regolano. Più in generale, il concetto di Miracolo, inteso come intervento divino, contraddice il razionalismo secondo cui, appunto, in ambito scientifico, “non si può dare il ‘caso’ di una causalità non materiale”, cioè non le si può attribuire una componente altra allo spiegabile.

Pensando ai Miracoli mi viene spontaneo spostare il pensiero verso leggi in base a cui, per ora, certi fenomeni non sono fattibili: a esempio la legge per la quale non è possibile superare la velocità della luce, dataci quale “limite assoluto”. Questo limite non è varcabile per ragioni molto più profonde connesse con il comportamento stesso della materia. La Teoria della Relatività di Einstein ci consegna un fatto, che si è potuto sperimentare anche direttamente, cioè che a mano a mano che un corpo accelera, la sua massa aumenta al punto che se raggiungesse la velocità della luce la sua consistenza diventerebbe infinita (sconcertante!). Continuando: per spingere un corpo di massa infinita servirebbe, perciò, una forza infinita, e di nuovo, e ancora, non sappiamo se nell’Universo possa esistere tale massa infinita, così come un’energia infinita atta a “spingere una simile portata”, appunto infinita. Esiste anche una teoria che afferma che l’Entropia, cioè, in parole povere, “il disordine universale”, aumenterebbe qualsiasi cosa si faccia. E avanti così, tanto per rimanere in ambito “miracolare”.
Dopo tale preambolo veniamo a Gian Ruggero Manzoni, in questo caso fautore di miracoli. Egli, come sempre determinato, provocatorio, attento e preciso, tramite questa mostra a soggetto non si lascia scappare l’ennesimo tentativo di condurre un’indagine rivolta a scoprire gli infiniti prodigi che danno valore, in genere, alla sua e alla nostra esistenza, alla sua direi vasta creatività e, in particolare, alle sue tele, spesso cariche di suggestioni (viscerali) figlie dell’infanzia oppure di fascinazioni arcane, di personaggi grotteschi e di tantissimi rimandi filosofici, mistici, favolistici e visivi frutto di anni di studio e di ricerca rivolti a indagare una specifica identità cultural-tradizionale, la nostra, di noi italiani, quindi, restringendo l’ambito geografico, di noi padani, di noi abitatori della Valle del Po, in cui la visionarietà, il fantastico, l’immaginifico primario, più o meno pagano, e l’iperbole determinano un “genius loci” di innegabile carica paradossale e di originale valenza espressiva.
L’artista che in lui si fa largo con prepotenza, come sempre in veste di cantastorie, ci propone “il miracolo che siamo quali uomini derivati dal ‘frullare’ assieme acqua, terra, aria e fuoco”, così ci definiva giustamente, giocosamente e poeticamente Zavattini, mettendo in discussione quel che è il nostro essere senza il bisogno di specchiarci nell’evento che ci determina. Infatti l’interpretazione di queste opere giunge, a mio avviso, dalla parte opposta, non direttamente, con appunto tutte le varianti e le inclinazioni fantasiose che danno forma al mistero, come ci trovassimo nel retrobottega di un alchimista che ci ha consentito di ammirare i suoi simboli, i suoi alambicchi, le sue pietre, le sue erbe, i suoi talismani, i suoi segreti, i segreti della sua arte, senza però spiegarci quello a cui darà forma tramite gli stessi, ovviamente al di là di ogni tempo e di ogni spazio. Ci investe, quindi e da subito, una sorta di teurgia di apparizione verso il non palpabile. Verso, appunto, il ripetersi di un mistero. Di quel mistero che, a guisa di scatole cinesi, riporta ad altri e altri misteri, nel perenne inseguimento di un senso; o nel perenne intrecciarsi di forze (energie) positive e negative, così come avviene nell’Universo. Perciò una pratica più magica che religiosa che, come tale, consiste in un’evocazione cerimoniale, al fine di comunicare col sovrannaturale e quindi di unire la terra col cielo, traendone, in maniera propiziatoria, benefici o esorcizzando possibili malefici.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quanti sono i “buoni propositi” che Manzoni-Mago apostrofa col termine Miracoli? Sempre a mio avviso, tanti, nel sistema, a volte perverso, di uscirne quali beneficiati, ma anche martirizzati. In effetti egli si pone come portatore di un’idea sempre più nitida e decifrabile, che perciò giunge anche ai non adepti al “culto”, per la quale ogni pratica liturgica, celebrativa o evocativa, può portare consolazione, ma, anche, sofferenza, può liberarci da un qualcosa, ma non senza dolore, può farci scoprire il chi siamo, ma ciò può portare anche prostrazione e ansia; e la psicoanalisi c’insegna. Ma il pittore Manzoni, “manipolatore, per struttura mentale e fisica, di materiali altamente esplosivi”, come lo definiva il filosofo Enzo Melandri, e in questo è “follemente” primo fra tutti, non si spaventa davanti al dolore o al divieto; del resto una delle prerogative dell’artista di valore è quella di osare anche con ‘superbia’. Egli si propone, spavaldamente (e consentitemi la piacevole bonarietà con cui lo dico), come il Superiore (lui si definisce: il Superatore) che, agendo come tale e a nome di tutti, tira a rovesciare se non addirittura a smentire concetti antichi quanto il mondo. Tende a volerli fare suoi per poi plasmarli, manipolarli, nel tentativo di andare al di là del limite, del divieto, datoci dal “divino”, nel continuo pericolo di “rimetterci anche la vita se non, peggio, il senno”, come scriveva Novalis, per poi ri-condurli all’umano, cioè ridare loro connotazione esclusivamente umana (quale grande metafora dell’uomo occidentale, più o meno moderno, che, incurante della sua caducità, si pone come un dio nei confronti della materia o, peggio ancora, allorquando si erge nel volersi dare destino – del resto uno dei versi più significativi di un poema di Manzoni, scritto nei primi anni ’80, e titolato “La sparizione”, suona appunto così: “grande è colui che crea ciò che lui non è!”).
Forse che questa sia l’ennesima scommessa di un’esistenza, votata all’estremo, che vuol vedere vinti due stati imprescindibili dell’essenza di noi umani, cioè quelli che ci contraddistinguono come vulnerabili (deboli) e mortali?
Di certo il massimo miracolo, nell’oggi, è il darsi miracolo, cioè il concedersi una possibilità che vada oltre una condizione alienante (quella che stiamo vivendo), e di questo l’artista e il poeta di rango si dovrebbero sempre fare carico, così come è innegabile che la vera arte sempre racchiude in sé una sfida, massima ed esaltante, in primo luogo rivolta a una condizione castrante, come, appunto, può essere quella umana, poi, quale dimensione più interessante, ma, e lo ripeto, maggiormente pericolosa, quella rivolta nei confronti dell’eterno e di quell’assoluto che, concettualmente, esso racchiude. Sappiamo che “la linea d’ombra” (il confine), fra il tutto e il nulla, fra vita e morte, tra ragione e pazzia, tra dubbio e verità, tra appagamento e fallimento, tra uno stato e l’altro (etc.), è “trasparente, quasi assente, come le presenze che ne sorvegliano i margini”, così ci diceva Conrad, ma il primo impulso, dell’Ulisse che in tutti noi dimora, o dovrebbe dimorare, è quello di superarla, per recarsi in quell’altrove del sapere che “rende titani”, per citare Junger, cioè “imbattibili” o, addirittura, di sfondarla (e interpreto Manzoni), al fine di dirsi uomini per intero, cioè, per intero, nella conoscenza del proprio sé. Stupendo, quindi, vedere mani screpolate, sporche di colore, unghie nere, vesti imbrattate dai pigmenti, gesti veloci che si sprofondano nel fare, tentando di vincere una battaglia che, per me, e non solo, è comunque perduta di già in partenza. Comunque codice importante di dignità e orgoglio quello di decidere di combatterla lo stesso. Così il vestiario dell’artista e la sua azione diventano i vessilli romantici issati sulla torre di quell’impegno sostenuto dall’indomabile e sempre produttiva incoscienza “giovanile” che prova a renderci liberi da una condizione vincolante: appunto quella di essere creature umane, e lo ripeto (e che tale slancio continui a viverci!).

Interpretare le tele di Gian Ruggero Manzoni porta, quindi, a essere fieri di ciò che infine siamo e che ci è donato (: lo spirito), come è doveroso il soddisfare, ammirandole e onorandole, quel suo carattere eccezionale, anacronistico, tempratosi nel secolo scorso a fianco dei migliori artisti figurativi e neofigurativi che l’Italia e l’Europa hanno visto. Nel viverle vengono anche eliminate tutte quelle strutture e sovrastrutture, figlie del Concettuale e dell’Arte Povera, e quei discorsi vaghi sulla creatività che, dagli anni ’60 del ’900, hanno oltremodo caratterizzato il panorama artistico nazionale. Si torna al concreto, all’ancestrale, all’archetipico, al segno primordiale, a volte furioso, di certo selvaggio e anarchico, al graffito, alla pittura per la pittura (tipica, per materia, di certi esponenti del Gruppo COBRA o, per rimandi culturali, della Transavanguardia), scaturita dalla natura e per la natura, e finalmente scompare, appunto nel e per Miracolo, la sensazione di stanchezza che ormai vive un certo ‘razionale’ (quello più algido) o il ‘realismo concettuale’ per lasciare spazio a una tendenza, vecchia come l’uomo, di significativa definizione poetico narrativa, perché l’arte di Manzoni è racconto di vita, nonché racconto di lui stesso e di quelle molteplici forme che lo caratterizzano, quanti sono le donne e gli uomini che abitano questo pianeta, rappresentati da una figura stilizzata, riconoscibile, una sorta di ‘logo’, una specie di fantoccio, una marionetta, oserei amara e vuota, che spesso ritorna nelle sue opere quale simbolo di unione in una triste condizione, poi di accusa nei confronti della medesima. E Manzoni è sempre tutti loro, tutti gli uomini della terra, nella continua metamorfosi, sacrale o de-sacrale, a seconda dei soggetti trattati, tipica di una figurazione totale che li contempla nell’intero e che, nel contempo, lo definisce, nel singolo, come individuo a sé e come artefice di miti e saghe.

di Paola Castagna

testo in catalogo per la personale di pittura MIRACOLI di Gian Ruggero Manzoni che s’inaugurerà alle ore 17 a Lugo di Romagna (RA) il 24 febbraio prossimo presso il Palazzo del Commercio, Sale Lino Longhi, Via Acquacalda 29 (siete invitati)