“Fra gli Etruschi e noi [Romani] c’è questa differenza: noi riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole, essi credono invece che le nuvole si urtino per far scoccare i fulmini. Infatti, dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono perché debbono avere un significato.” (Seneca, Nat. Quaest., 2, 32)

In questo brano di Seneca troviamo quella che è l’idea di base non solo della religione etrusca ma di tutta la loro concezione della vita, e cioè che qualsiasi fenomeno naturale altro non è che l’espressione di una volontà divina, un segnale che le divinità inviavano all’uomo; dovere di quest’ultimo è fare il possibile per capirlo adeguandosi a esso. Gli Etruschi furono infatti unanimemente considerati i maggiori esperti nell’arte divinatoria; per loro tutto era sacro e tutto aveva un significato: qualsiasi evento accadesse, questo non avveniva a caso, ma era un segnale del divino che in quanto tale andava onorato e capito; il volo degli uccelli, la provenienza dei fulmini durante un temporale, lo studio delle viscere animali, tutto serviva per decifrare il messaggio divino. Ma chi erano gli Etruschi? Di tutti i popoli che nella storia si sono avvicendati su quel grande teatro che è stato ed è il Mediterraneo, gli Etruschi sono i meno conosciuti e i meno studiati per quanto riguarda la comprensione di una loro forma, seppur non come la intendiamo noi, di Astrologia. I romani li chiamavano Tusci o Trusci; i greci Thyrrhenoi, legandoli, così, anche come provenienza, a Thirrha, una regione dell’Anatolia, in Turchia, conosciuta storicamente come Lidia; gli egizi li chiamavano Twrs; altri popoli li conoscevano sotto il nome di Tyrsen. Essi stessi, invece, si riconoscevano sotto il nome di Rasnakh, dagli storici trasformato in Rasenna. Noi li conosciamo come Etruschi e la loro ‘nazione’ come Etruria. Territorialmente hanno occupato zone come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, la Pianura Padana, la Toscana, le Marche, la Campania. Ma se queste sono le regioni su cui gli Etruschi hanno esteso il loro dominio, una sola era la loro ‘terra sacra’, cioè quella parte dell’Italia centrale compresa tra i fiumi Arno e Tevere e la costa tirrenica. Qualcuno si meraviglierà a sentir parlare di ‘terra sacra’, però era proprio questo il concetto che gli Etruschi avevano del territorio suddetto, e non solo perché era stato assegnato loro dalle divinità (seppur per un tempo limitato) : infatti tutti gli Etruschi sapevano che la protezione degli dei e i ‘poteri’ che i sacerdoti ricevevano da essi finivano oltre quei confini; al di là l’Etrusco era in balia di forze negative, non più sotto il mantello protettivo della ‘magia’ dei propri sacerdoti.

Gli Etruschi avevano un rapporto molto stretto con il ‘magico’, e lo studiavano e lo decodificavano grazie a norme e principi tratti da discipline come ad esempio la numerologia e l’astrologia. Gli Etruschi praticavano la divinazione (aruspicina, mantica augurale, astrologica), coltivavano la magia, attribuivano grande importanza al culto dei morti. La civiltà etrusca si caratterizza sia per le tecniche idrauliche e costruttive (arco in pietra, volta a botte, piani regolatori) che per la pregevole produzione artistica (affreschi tombali, canopi). Il rapporto degli Etruschi con l’acqua era di fondamentale importanza se pensiamo alle opere idrauliche di incanalamento, cioè di sfruttamento per l’ irrigazione. Riconoscevano infatti nell’acqua un fattore essenziale e insostituibile per la vita di ogni giorno e ad ogni livello. Gli Etruschi sentivano la sacralità dei fiumi e dei laghi. L’acqua arrivava alle città con sapienti reticolati di acquedotti e veniva conservata in tutta la sua purezza in cisterne e in pozzi di perfetta tenuta. Nei territori un tempo etruschi si rivela l’importanza dell’acqua in un piatto considerato campagnolo: l’acquacotta (*), che è il cibo dei “poveri”, un piatto che nasce dalla fantasia di chi ama la natura, la primavera, l’essenziale.

Anche se le notizie su questo aspetto della civiltà etrusca sono scarse, si sa che i romani definivano l’antica Etruria “madre di ogni superstizione”. A livello popolare la società etrusca, infatti, presentava pratiche oracolari e negromantiche oltre a culti esoterici. Esistevano inoltre una quantità di maghi e indovini oltre a una speciale casta di sacerdoti (come ho accennato sopra). La magia più diffusa era quella delle acque, tanto che in ogni sito etrusco si può trovare un “tempietto delle acque”.
(*) Gli ingredienti dell’acquacotta tradizionale: cipolla, olio, odori (erbe), uova, pane raffermo e un po’ di pecorino.
La base di un’ottima acquacotta è ovviamente l’olio extra vergine di oliva, che deve essere rustico e saporito come sanno essere gli olii toscani. Si soffriggono lentamente un paio di grosse cipolle, senza caramellarle ma facendole quasi sciogliere piano piano nell’olio caldo. Si continua a cuocere lentamente, fino a ottenere una buona consistenza. Al termine si aggiunge acqua quanto basta per diluire la zuppa alla consistenza di un brodo. In ciotole di coccio si mette del pane raffermo fatto abbrustolire sulla brace, spolverandolo con del buon pecorino grattugiato e del pepe nero. Le uova vanno aggiunte all’acqua cotta solo poco prima di servire in tavola, mettendole direttamente nella pentola di cottura una a una come per farle in camicia, e facendo attenzione a chè non si rompano o si mischino assieme. Appena l’albume si è rappreso si raccatta l’uovo con un romaiolo insieme a una generosa porzione di acqua cotta, e si versa sul pane abbrustolito nella ciotola (a seguito della scoperta delle Americhe dal 1600 in poi si è aggiunto anche il pomodoro).