Archivia per Febbraio, 2008

Alcuni strumenti e modi di tortura riservati alle streghe e agli eretici dai cattolici e dai protestanti

Pubblicato su Informazioni, Tradizioni il Febbraio 29, 2008 da paolacastagna

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“La Vergine di Norimberga”. Strumento di tortura che fu costruito in Germania nel XV sec. il quale, visto dall’esterno, rappresentava una donna bavarese. Al suo interno lunghi aculei affilati trafiggevano il corpo del torturato senza colpire parti vitali così da causare una lunga e dolorosa agonia.
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“Il Topo”. Per torturare le streghe o gli eretici un topo vivo era inserito nella vagina o nell’ano della persona sospettata con la testa rivolta all’interno del corpo e talvolta l’apertura veniva ricucita per evitare che l’animale fuoriuscisse dal corpo non prima di aver lacerato le carni del torturato.
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“Il Triangolo” (o “Il Cavalletto”). La persona torturata veniva spogliata, issata con corde quindi appaggiata col retto o con la vagina all’estremità di uno strumento di metallo a forma triangolare, poi venivano, a lui o a lei, legati ai piedi dei pesi che, lentamente, favorivano la penetrazione quindi lo squartamento.

“Sedia Inquisitoria”. Era una sedia provvista di punte e aculei alla quale il condannato era legato mediante strette fasciature. Il fondo poteva essere arroventato per produrre gravi ustioni.

“La Mastectomia”. Alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico, ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La mastectomia era una di queste. La carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più orribili casi noti in cui venne usata questa tortura fu quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata in vari modi, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti. Questa vergogna era più di una tortura fisica; l’esecuzione diveniva una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendo, alla stessa, un’ennesima ed estrema umiliazione.

“La Ruota”. In Francia e in Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle vittime venivano spezzati gli arti e il corpo era sistemato tra i raggi di una ruota che veniva poi fissata su un palo. L’agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni.

“Il Bicchiere” e “Il Sacco”. Un insetto, per lo più un tafano (a volte anche una o più api o vespe), veniva messo nell’ombelico dell’imputato quindi lì imprigionato da un bicchiere di vetro. Alternativamente si poteva inserire la testa del malcapitato in un sacco pieno di bestie inferocite, spesso gatti.

Lo studio del grande pittore

Pubblicato su Arte il Febbraio 28, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

“Cosa pretendevate? Che dipingessi rose rosse nel secolo degli orrori?” (Francis Bacon)

Codice privato… un film attuale, seppure di vent’anni fa

Pubblicato su Cinema il Febbraio 26, 2008 da paolacastagna

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Una donna che c’è sempre, un uomo che non c’è, un appartamento che parla di lui, un computer imbottito di segreti.  Al centro Ornella Muti, eroica (e convincente) monologante imprigionata nel labirinto claustrofobico di un maxi-appartamento su due livelli (scenografo Marco Dentici), fotografata sull’arco di una gamma che va dalla tenerezza alla ferocia (operatore Luigi Kuveiller), musicalmente raddoppiata da un pianoforte (commento geniale di Giovanni Marini Salviucci). E il regista Maselli ricama e arabesca sulla situazione con una sintassi imparata tanti anni fa alla scuola di Antonioni, ma radicalizzando l’identificazione di una donna fino a limiti raramente sfiorati dal cinema intimista (genere sempre difficile da trattare… bravi i francesi in questo). Fuori è una piovosa giornata d’inverno: Anna ha accompagnato all’aeroporto lo scrittore Emilio Flora, un cinquantenne quasi premio Nobel che è suo compagno da tre anni. Ma la loro relazione è esaurita, in assenza di Emilio è convenuto che Anna deve raccogliere le sue cose e sgomberare, non prima, però, di aver frugato in tutta la casa alla ricerca del “perché” dell’improvvisa separazione. Il vero interlocutore di Anna è il computer, uno strumento ideale per un virtuoso del narcisismo quale deve essere lo scrittore. Ma è veramente così o i dati vanno interpretati in modo diverso? In altre parole: è Anna che investiga su Emilio o siamo noi che investighiamo su di lei… sul suo essere donna? “Codice privato” è una mimica della solitudine intercalata dal dialogo con la tecnologia e da non poche chiacchiere al telefono (molto attuale tutto ciò). L’intento dell’autore è chiaramente ludico, ma si sa che il ‘gioco’ è una cosa serissima. Si potrebbe perfino osservare che Maselli porta avanti il motivo zavattiniano della confessione con lo spirito di chi ha digerito tanta letteratura psicoanalitica venuta dopo. Nella sua articolazione sapiente e rigorosa, una lezione di cinema. Verità che anticipano una chiusura della ‘rappresentazione’ che appare finzione e recita pura di un’ipotetica fine, senza il raggiungimento reale di quest’ultima. Colpo di scena conclusivo. Ispirato a “La voce umana” – e un po’ a “Il bell’indifferente” – entrambi del grande Jean Cocteau, a cui il film è dedicato, è opera da vedere.

Fronte internazionale

Pubblicato su Informazioni, Notizie, Tradizioni il Febbraio 22, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


chiamata all’impegno per sostenere l’anarca jungeriano
…compattezza di due popoli per fare fronte comune

Elogio all’egoismo

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Maestri il Febbraio 19, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Benjamin Ricketson Tucker (South Dartmouth, 17 aprile 1854 / Principato di Monaco, 22 giugno 1939) è stato un filosofo statunitense, un anarco-individualista americano tra i più importanti del XIX secolo. Nato nello stato del Massachusetts fu il primo a tradurre in inglese la summa del pensiero stirneriano, “L’unico e la sua proprietà”. Pubblicò tramite la sua casa editrice il periodico anarchico “Liberty”, rivista che riunì importanti scrittori tra i quali Lysander Spooner, Stephen Pearl Andrews e i più importanti anarchici individualisti del tempo. In “Liberty”, Ricketson Tucker espose le teorie del filosofo britannico Herbert Spencer e scrisse a sostegno del libero pensiero e del libero amore in contrapposizione alla legislazione religiosa e al proibizionismo di ogni genere.


il grande Nestor Makhno (leggi qui)

L’anarco-individualismo (o individualismo anarchico, o anarchismo individualista) è una filosofia anarchica che, invece di porre al centro della sua dottrina politica la società, come fanno il comunismo, il socialismo, come anche l’anarco-comunismo, vi pone l’individuo. L’anarcoindividualismo, insieme al comunismo libertario, formano i due grandi rami che dividono il movimento anarchico (quando l’anarchico individualista può essere considerato sia di ‘destra’ sia di ’sinistra’, in base ai riferimenti culturali ai quali si rifà). Primo e più importante teorizzatore dell’individualismo anarchico fu Max Stirner (di cui ho già parlato in questo blog). Nel suo libro “L’unico e la sua proprietà” Stirner proclama che le ideologie che si muovono al di sopra dell’uomo lo rendono servo; egli quindi rivendica il suo credere solo in sé stesso, e il suo interessarsi solo a sé stesso: egoisticamente. Stirner quindi teorizza la distruzione della società, che dovrebbe essere sostituita da una “Unione di Unici” (soggetti “egoisti”, spogliati dalla sottomissione a tutti i ‘fantasmi’ presenti nella società, tra questi: religione - in accezione di dogmatismo schiavizzante -, comunismo, statalismo etc…).

Elevazione e superamento

Pubblicato su Poesia il Febbraio 19, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è…

Nero (Alessandro Neretti)

Pubblicato su Arte, Eventi, Informazioni, Notizie il Febbraio 19, 2008 da paolacastagna

Due recenti sculture di
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un giovane artista promettente… Nero (Alessandro Neretti)
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sentirete parlare di lui… piace a GRM

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Il popolo dell’acqua

Pubblicato su Informazioni, Magie, Tradizioni il Febbraio 18, 2008 da paolacastagna

“Fra gli Etruschi e noi [Romani] c’è questa differenza: noi riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole, essi credono invece che le nuvole si urtino per far scoccare i fulmini. Infatti, dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono perché debbono avere un significato.” (Seneca, Nat. Quaest., 2, 32)

In questo brano di Seneca troviamo quella che è l’idea di base non solo della religione etrusca ma di tutta la loro concezione della vita, e cioè che qualsiasi fenomeno naturale altro non è che l’espressione di una volontà divina, un segnale che le divinità inviavano all’uomo; dovere di quest’ultimo è fare il possibile per capirlo adeguandosi a esso. Gli Etruschi furono infatti unanimemente considerati i maggiori esperti nell’arte divinatoria; per loro tutto era sacro e tutto aveva un significato: qualsiasi evento accadesse, questo non avveniva a caso, ma era un segnale del divino che in quanto tale andava onorato e capito; il volo degli uccelli, la provenienza dei fulmini durante un temporale, lo studio delle viscere animali, tutto serviva per decifrare il messaggio divino. Ma chi erano gli Etruschi? Di tutti i popoli che nella storia si sono avvicendati su quel grande teatro che è stato ed è il Mediterraneo, gli Etruschi sono i meno conosciuti e i meno studiati per quanto riguarda la comprensione di una loro forma, seppur non come la intendiamo noi, di Astrologia. I romani li chiamavano Tusci o Trusci; i greci Thyrrhenoi, legandoli, così, anche come provenienza, a Thirrha, una regione dell’Anatolia, in Turchia, conosciuta storicamente come Lidia; gli egizi li chiamavano Twrs; altri popoli li conoscevano sotto il nome di Tyrsen. Essi stessi, invece, si riconoscevano sotto il nome di Rasnakh, dagli storici trasformato in Rasenna. Noi li conosciamo come Etruschi e la loro ‘nazione’ come Etruria. Territorialmente hanno occupato zone come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, la Pianura Padana, la Toscana, le Marche, la Campania. Ma se queste sono le regioni su cui gli Etruschi hanno esteso il loro dominio, una sola era la loro ‘terra sacra’, cioè quella parte dell’Italia centrale compresa tra i fiumi Arno e Tevere e la costa tirrenica. Qualcuno si meraviglierà a sentir parlare di ‘terra sacra’, però era proprio questo il concetto che gli Etruschi avevano del territorio suddetto, e non solo perché era stato assegnato loro dalle divinità (seppur per un tempo limitato) : infatti tutti gli Etruschi sapevano che la protezione degli dei e i ‘poteri’ che i sacerdoti ricevevano da essi finivano oltre quei confini; al di là l’Etrusco era in balia di forze negative, non più sotto il mantello protettivo della ‘magia’ dei propri sacerdoti.

Gli Etruschi avevano un rapporto molto stretto con il ‘magico’, e lo studiavano e lo decodificavano grazie a norme e principi tratti da discipline come ad esempio la numerologia e l’astrologia. Gli Etruschi praticavano la divinazione (aruspicina, mantica augurale, astrologica), coltivavano la magia, attribuivano grande importanza al culto dei morti. La civiltà etrusca si caratterizza sia per le tecniche idrauliche e costruttive (arco in pietra, volta a botte, piani regolatori) che per la pregevole produzione artistica (affreschi tombali, canopi). Il rapporto degli Etruschi con l’acqua era di fondamentale importanza se pensiamo alle opere idrauliche di incanalamento, cioè di sfruttamento per l’ irrigazione. Riconoscevano infatti nell’acqua un fattore essenziale e insostituibile per la vita di ogni giorno e ad ogni livello. Gli Etruschi sentivano la sacralità dei fiumi e dei laghi. L’acqua arrivava alle città con sapienti reticolati di acquedotti e veniva conservata in tutta la sua purezza in cisterne e in pozzi di perfetta tenuta. Nei territori un tempo etruschi si rivela l’importanza dell’acqua in un piatto considerato campagnolo: l’acquacotta (*), che è il cibo dei “poveri”, un piatto che nasce dalla fantasia di chi ama la natura, la primavera, l’essenziale.

Anche se le notizie su questo aspetto della civiltà etrusca sono scarse, si sa che i romani definivano l’antica Etruria “madre di ogni superstizione”. A livello popolare la società etrusca, infatti, presentava pratiche oracolari e negromantiche oltre a culti esoterici. Esistevano inoltre una quantità di maghi e indovini oltre a una speciale casta di sacerdoti (come ho accennato sopra). La magia più diffusa era quella delle acque, tanto che in ogni sito etrusco si può trovare un “tempietto delle acque”.

(*) Gli ingredienti dell’acquacotta tradizionale: cipolla, olio, odori (erbe), uova, pane raffermo e un po’ di pecorino.
La base di un’ottima acquacotta è ovviamente l’olio extra vergine di oliva, che deve essere rustico e saporito come sanno essere gli olii toscani. Si soffriggono lentamente un paio di grosse cipolle, senza caramellarle ma facendole quasi sciogliere piano piano nell’olio caldo. Si continua a cuocere lentamente, fino a ottenere una buona consistenza. Al termine si aggiunge acqua quanto basta per diluire la zuppa alla consistenza di un brodo. In ciotole di coccio si mette del pane raffermo fatto abbrustolire sulla brace, spolverandolo con del buon pecorino grattugiato e del pepe nero. Le uova vanno aggiunte all’acqua cotta solo poco prima di servire in tavola, mettendole direttamente nella pentola di cottura una a una come per farle in camicia, e facendo attenzione a chè non si rompano o si mischino assieme. Appena l’albume si è rappreso si raccatta l’uovo con un romaiolo insieme a una generosa porzione di acqua cotta, e si versa sul pane abbrustolito nella ciotola (a seguito della scoperta delle Americhe dal 1600 in poi si è aggiunto anche il pomodoro).