Siamo troppi!… ed è vero!
Giovanni Papini vide la luce a Firenze il 9 gennaio 1881 e vi morì l’ 8 luglio 1956. Nato in una famiglia di artigiani da Luigi, ex soldato garibaldino, repubblicano anticlericale, e da Erminia Cardini, che lo fece battezzare di nascosto dal padre, ebbe infanzia e adolescenza tristi e solitarie, consolate dalla passione per la letteratura, coltivata prima con i libri trovati nella biblioteca del nonno, poi con quelli presi in prestito dalle biblioteche pubbliche. Si diplomò maestro nel 1899, insegnò per qualche anno e quindi fece il bibliotecario. Si impegnò dai primi anni del secolo in una continua attività di promozione culturale, fondando, nel 1903, con Giuseppe Prezzolini, la rivista “Leonardo” e collaborando come redattore capo alla rivista “Il Regno”, del nazionalista Enrico Corradini. Nello stesso anno esordì con “Il crepuscolo dei filosofi”, libro col quale picchiò con violenza sul mondo filosofico, infatti i capitoli dedicati a Kant, Hegel, Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer, Nietzsche si conclusero con uno scritto finale dal titolo “Licenzio la filosofia”, che porta in calce la data del 24 settembre 1905. Sempre del 1905 fu “Il tragico quotidiano” che assieme al successivo “Pilota cieco” (1907) sancì la vera e propria nascita di un genere letterario singolare, esclusivamente papiniano. Le due opere raccolgono diversi racconti, le cosiddette “novelle metafisiche”, che hanno un forte contenuto di novità nell’ambito narrativo. Sempre nel 1907, per disaccordi con gli altri collaboratori, Papini e Prezzolini chiusero il “Leonardo”. Nel 1909 si sposò con Giacinta Giovagnoli. Nel 1911 Papini fondò con Giovanni Amendola la rivista “L’anima”, che ebbe solo un anno di vita. “Le memorie d’Iddio” (1912) furono l’apice della sua protesta anticristiana e del suo nichilismo. In esso vi si legge: «Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua!» È la messa in scena del personaggio di Dio che si augura la morte della fede e quindi la propria fine, pentito com’è di aver creato tanto male nel mondo. Dio esiste solo perché gli uomini credono in Lui, e alla morte dell’ultimo credente anch’Egli scomparirà. Papini esternò in questo scritto la sua incomprensione per la vita con inaudita acredine. L’opera fece grande scalpore e suscitò un mare di reazioni. Giovanni Papini, dopo la conversione, sempre piangeva al pensiero di aver scritto un simile libro così che incaricò la figlia Viola di ricercare tutte le copie ancora esistenti e di bruciarle. È stata la figlia a raccontare che il padre, rattristato e pentito, un giorno le disse: «Viola, mi fido soltanto di te. Mi son fatto rendere da Vallecchi tutti i volumi delle “Memorie d’Iddio”: bruciali tutti, che non ne resti nemmeno una copia!.» Nel 1913, separatosi da Prezzolini, che aveva iniziato a dirigere “La Voce”, diede vita, insieme con Ardengo Soffici, alla famosa rivista “Lacerba”, il cui primo numero uscì il 1° gennaio 1913 (il periodico chiuse dopo 2 anni, cioè il 22 maggio 1915, nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale). Del 1915 è stata la sua opera più apprezzata, la narrazione autobiografica “Un uomo finito”. Lo stesso anno uscirono le prose poetiche “Cento pagine di poesia”, poi “Buffonate” e “Maschilità”. Nel 1916, con le “Stroncature”, polemizzò con Boccaccio, Shakespeare e Goethe, ma anche con Benedetto Croce, Giovanni Gentile, con Sem Benelli (“ciabatta smessa del dannunzianesimo”), col “passerotto agevolino” Guido Mazzoni etc. Invece del 1917 sono i versi misticheggianti di “Opera prima”. Dopo anni di profondi mutamenti spirituali, nel 1921 annunciò la sua conversione al cattolicesimo (integralista) pubblicando la “Storia di Cristo” che divenne un grande successo editoriale, non solo italiano; su quella scia seguirono il “Dizionario dell’omo salvatico” del 1923 (scritto in collaborazione con Domenico Giuliotti), che suscitò accese polemiche, i versi di “Pane e vino” (del 1926) e il “Sant’Agostino” (del 1929). Scrisse, anche, la satira “Gog”, nel 1931, mentre è del 1933 il “Dante vivo”. Aderì al fascismo da subito e nel 1935 gli venne offerta, per chiara fama, la Cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, che però rifiutò. Nel 1937 pubblicò il primo volume – e non ne seguiranno altri – della “Storia della letteratura italiana” con la dedica “Al Duce, amico della poesia e dei poeti”, ricevendo, poco dopo, la nomina ad Accademico d’Italia e la direzione dell’Istituto di Studi sul Rinascimento quindi della rivista “La Rinascita”. Fu firmatario dell’antisemita “Manifesto della razza” nel 1938, quindi, nel 1943, caduto il 25 luglio il Fascismo, si fece terziario francescano nel convento della Verna. Finita la Seconda Guerra Mondiale, prima ricercato dai partigiani comunisti fiorentini (che ne avevano sancito la morte), poi, di fatto, emarginato dal clima culturale, ma appoggiato dai cattolici tradizionalisti-fondamentalisti, pubblicò (nel 1946) le “Lettere agli uomini di Celestino VI”, la “Vita di Michelangelo” (nel 1949), “Il libro nero” (nel 1951), “Il diavolo” (nel 1953), “La loggia dei busti” e “La spia del mondo” (entrambi nel 1955). Collaborò, anche, col “Corriere della Sera”, pubblicandovi articoli quindicinali che poi vennero raccolti, postumi, nel 1971, col titolo “Schegge”, e, ormai malato e cieco, negli ultimi anni di vita, lavorò, assistito dalla nipote, a un progetto giovanile, il “Giudizio Universale”, anch’esso pubblicato postumo nel 1957, così come “La felicità dell’infelice”, uscito alla fine del 1956, “La seconda nascita”, edito nel 1958, il “Diario”, che fu dato alle stampe nel 1962, e il “Rapporto sugli uomini”, che divenne libro nel 1977.
Ecco cosa Papini scrisse in “Lacerba” nell’agosto 1914, subito dopo l’inizio della Grande Guerra (un pezzo di un nichilismo e di una ferocia eclatanti ed esemplari!): « Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura… Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli… Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita… Non si rinfaccino, a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere… Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio. La guerra, infine, giova all’agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno! Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.» (pazzesco!… nda)

