Codice privato… un film attuale, seppure di vent’anni fa
Una donna che c’è sempre, un uomo che non c’è, un appartamento che parla di lui, un computer imbottito di segreti. Al centro Ornella Muti, eroica (e convincente) monologante imprigionata nel labirinto claustrofobico di un maxi-appartamento su due livelli (scenografo Marco Dentici), fotografata sull’arco di una gamma che va dalla tenerezza alla ferocia (operatore Luigi Kuveiller), musicalmente raddoppiata da un pianoforte (commento geniale di Giovanni Marini Salviucci). E il regista Maselli ricama e arabesca sulla situazione con una sintassi imparata tanti anni fa alla scuola di Antonioni, ma radicalizzando l’identificazione di una donna fino a limiti raramente sfiorati dal cinema intimista (genere sempre difficile da trattare… bravi i francesi in questo). Fuori è una piovosa giornata d’inverno: Anna ha accompagnato all’aeroporto lo scrittore Emilio Flora, un cinquantenne quasi premio Nobel che è suo compagno da tre anni. Ma la loro relazione è esaurita, in assenza di Emilio è convenuto che Anna deve raccogliere le sue cose e sgomberare, non prima, però, di aver frugato in tutta la casa alla ricerca del “perché” dell’improvvisa separazione. Il vero interlocutore di Anna è il computer, uno strumento ideale per un virtuoso del narcisismo quale deve essere lo scrittore. Ma è veramente così o i dati vanno interpretati in modo diverso? In altre parole: è Anna che investiga su Emilio o siamo noi che investighiamo su di lei… sul suo essere donna? “Codice privato” è una mimica della solitudine intercalata dal dialogo con la tecnologia e da non poche chiacchiere al telefono (molto attuale tutto ciò). L’intento dell’autore è chiaramente ludico, ma si sa che il ‘gioco’ è una cosa serissima. Si potrebbe perfino osservare che Maselli porta avanti il motivo zavattiniano della confessione con lo spirito di chi ha digerito tanta letteratura psicoanalitica venuta dopo. Nella sua articolazione sapiente e rigorosa, una lezione di cinema. Verità che anticipano una chiusura della ‘rappresentazione’ che appare finzione e recita pura di un’ipotetica fine, senza il raggiungimento reale di quest’ultima. Colpo di scena conclusivo. Ispirato a “La voce umana” – e un po’ a “Il bell’indifferente” – entrambi del grande Jean Cocteau, a cui il film è dedicato, è opera da vedere.
