Archivia per Marzo, 2008

Ieri a Sabbioneta di Mantova

Pubblicato su Arte, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni il Marzo 30, 2008 da paolacastagna

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GRM in posa davanti alla statua equestre lignea del grande condottiero Luigi Gonzaga (padre di Vespasiano) morto all’età di 32 anni in battaglia, colpito da un’archibugiata

Sabbioneta è la cittadina a forma di stella, fondata da Vespasiano Gonzaga, nella verde e umida pianura lombarda, ricca di quei richiami ai miti della romanità, così cari al suo fondatore, da desiderare di inserire, nella bassa padana, una “piccola Roma” che richiamasse alla memoria la grandiosità dell’età imperiale e una “piccola Atene” che richiamasse alla memoria la classicità. L’impianto viario ortogonale (tipico degli accampamenti romani), i cippi di marmo posti a delimitare i quartieri, la statua di Minerva sistemata nel punto d’incrocio tra il cardine e il decumano (nell’antica Roma erano le due linee ideali che intersecandosi dividevano lo spazio in quattro parti), il Teatro all’Antica, il Palazzo Ducale, quello Giardino, con la sua lunghissima galleria (97 metri), gl’imponenti bastioni (conservatisi egregiamente) sono solo alcuni degli elementi che confermano il grande amore del suo creatore per la “ruina romana”, quale testimone della grandezza di Roma, come dice l’aforisma latino posto all’esterno del Teatro: “Roma quanta fuit ipsa ruina docet”…“quanto fu grande Roma la stessa (sua) rovina lo insegna “.

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GRM che passeggia sotto ai portici che reggono la galleria di Palazzo Giardino, lunga 97 metri

Il nome Sabbioneta deriva da sabbia netta, pulita, perché dove ora esiste la cittadina c’era una palude maleodorante e umida che solo il disegno ambizioso di un Gonzaga poteva risanare e bonificare; ancora oggi, Sabbioneta, è uno dei punti più umidi e afosi del territorio. Fu Vespasiano Gonzaga che nel 1553 iniziò a crearla, al punto di farla divenire un centro di cultura, con la costruzione di palazzi, chiese e monumenti che ancora svettano possenti e magici.

La mia regina

Pubblicato su Maestri, Musica il Marzo 28, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Nicoletta Strambelli è nata a Venezia il 9 aprile 1948. Ha trascorso i primi anni dell’adolescenza con la nonna e, nel colto ambiente di casa, ha avuto occasione di conoscere, fra gli altri, il cardinale Angelo Roncalli (il futuro Giovanni XXIII) e il poeta americano Ezra Pound. Fin da bambina ha letto libri di spessore, si è interessata di pittura, ha studiato danza e pianoforte, quindi, sedicenne, iscritta al liceo classico, dopo un severo esame di ammissione, è entrata al Conservatorio di Venezia Corso per Direzione d’Orchestra, ma, presa da irrequietudine esistenziale, a 18 anni ha lasciato la città lagunare e si è recata a Londra poi a Roma. E’ in quegli anni che si è appassionata al rythm’n'blues e che ha cominciato a farsi notare col nome di Guy Magenta. Come cantante era fissa al leggendario Piper Club, praticamente un luogo culto, autentico simbolo di un’epoca, dove poi fu scoperta dal manager Alberigo Crocetta, che coniò per lei lo pseudonimo Patty (”veloce come la vita dei giovani”); il cognome d’arte Pravo venne scelto dalla cantante stessa in onore dell’Inferno Dantesco (le “anime prave”). La sua “Ragazzo triste” è stata la prima canzone pop (in assoluto) ad essere trasmessa dalla Radio Vaticana. La canzone “Il Paradiso”, del 1969, fu un grandissimo successo, ma non era un brano inedito. Lucio Battisti lo scrisse originariamente con il titolo “Il Paradiso della vita” per Ambra Borelli, in arte La Ragazza 77, ma passò praticamente inosservato con scarsissime vendite. Nel 1971, durante un’esibizione in un locale nella provincia di Lucca, una squilibrata lanciò un pesante posacenere di cristallo che colpì in pieno volto Nicoletta, ciò le costò un grave trauma facciale e la rottura di due denti incisivi. Nonostante lo spiacevolissimo episodio, Patty vinse la paura e riprese a esibirsi dal vivo non appena si fu ristabilita. Nel 1973, per sua stessa ammissione, accusata di bigamia, ricevette dal suo legale una rassicurazione di infondatezza dell’accusa, essendo (infatti) addirittura trigama. Alcuni brani dell’album “Mai una signora”, del 1974, vennero censurati e banditi dalla radio e dalla televisione di Stato. Fra i pezzi bloccati dalla RAI ricordiamo “Quale signora” dove s’alludeva all’uso della pillola anticoncezionale. Anche la canzone “Miss Italia”, che doveva essere inclusa nell’omonimo album, fu censurata perché ritenuta non adatta, seppure del tutto infondate erano le pretese allusioni al partito della Democrazia Cristiana e all’onorevole Moro. Quando nel 1992 fu arrestata per uso e detenzione di cocaina e condotta nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia, tutte le detenute la salutarono intonando in coro, per molte volte, “Ragazzo triste”. Nicoletta ha sempre sostenuto che quel periodo passato in prigione è stato molto produttivo, umanamente ricco di incontri e colmo di prove d’affetto nei suoi confronti da parte delle compagne di sventura. Vasco Rossi è da sempre un suo fan; nel 1984 riuscì a farsi ricevere nel camerino di Nicoletta per proporle di scrivere per lei. Nel 1997 le regalò “E dimmi che non vuoi morire”, e dopo il grande successo che il pezzo ebbe al Festival di Sanremo le inviò un enorme mazzo di rose (la canzone vinse il Premio della Critica). La temperatura corporea di Patty, come lei stessa ha affermato, è di 35°. Da sempre icona dei gay, di recente si è espressa contro l’adozione di figli da parte di coppie gay. Quando nel 1986 tenni una mia lettura poetica presso la Galleria Cleto Polcina di Roma, Nicoletta era presente e, al termine della mia esibizione, mi omaggiò leggendo al pubblico 3 mie composizioni. L’ultima volta che ci siamo sentiti telefonicamente è stato un paio di anni fa. Le ho fatto i complimenti per come interpreta Brell in italiano e per come ha riportato alla ribalta le canzoni di Leo Ferré.

Non è vero che siamo tutti uguali!

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Notizie, Tradizioni il Marzo 27, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Corradini è il quarto da sinistra (guarda in macchina) con gli occhiali e un libro in mano

Enrico Corradini nacque a San Miniatello, nel 1865, e morì a Roma, nel 1931. Autore dannunziano, nel 1903 fondò con Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe Prezzolini la rivista “Il Regno”. Nel 1910 contribuì a creare l’Associazione Nazionale Italiana (ANI). Nel 1911 appoggiò la campagna in favore della guerra Italo-Turca con due saggi politici (”Il volere d’Italia” e “L’ora di Tripoli”) e sempre nello stesso anno, con la collaborazione di Alfredo Rocco e Luigi Federzoni, diede alle stampe il settimanale “L’Idea Nazionale”, che riprese le teorie guerreggianti de “Il Regno”. Favorevole a una politica estera imperialista, colonialista ed espansionista, nel 1914 trasformò “L’idea Nazionale” in quotidiano grazie ai finanziamenti di militari e armatori. Elaboratore di una teoria nazionalistica nutrita di populismo e di corporativismo, fu ovviamente un acceso interventista nella Prima Guerra Mondiale, prima a favore della Triplice Alleanza, poi a sostengo della Triplice Intesa, ingaggiando violente campagne di stampa contro i neutralisti (in particolare Giovanni Giolitti). Terminato il conflitto bellico aderì al Partito Nazionale Fascista, in cui fece confluire la sua ANI. Comunque si tenne praticamente estraneo alle azioni più controverse del fascismo, anche quando fu nominato da Benito Mussolini prima senatore e poi ministro nel 1928. Tra i romanzi scritti dal Corradini ebbero particolare successo “La patria lontana” (1910) e “La guerra lontana” (1911).

Scriveva Corradini: “L’Italia deve avere una sua politica coloniale, le nazioni povere devono cercare, attraverso l’imperialismo, un posto al sole; l’Italia è una potenza povera, ma non deve più farsi mettere i piedi in testa dalle nazioni plutocratiche. Il nazionalismo è la trasposizione internazionale del socialismo, si deve mettere in essere una sorta di lotta di classe tra nazioni proletarie e nazioni ‘plutocratiche’; il socialismo è il nostro maestro, ma anche il nostro avversario: avversario perché pacifista, maestro perché insegna a utilizzare lo strumento della lotta di classe in una dimensione internazionale”. Corradini vedeva un’ Europa dove, al di sotto delle due ‘plutocrazie’, Inghilterra e Francia, vi erano le nazioni proletarie; Italia e Germania non potevano, però, più accettare di essere potenze di serie B. Il pacifismo era volto esclusivamente alla conservazione dello status quo europeo: in risposta a ciò bisognava esaltare la guerra e la lotta di classe internazionale. L’Italia, al fine di raggiungere il massimo livello di potenza, doveva essere coesa e non individualista; il buon cittadino doveva essere pronto a sacrificarsi per la patria. Corradini maturò, in sintesi, una sorta di concezione materialisticamente proletaria unita a una dimensione mentale spiritualmente aristocratica (infatti sosteneva: “…per dimostrare la propria grandezza spirituale, l’Italia deve essere guidata dagli uomini migliori, che non è possibile scegliere attraverso la democrazia - e anche - …il governo della cosa pubblica va affidato agli aristocratici: non è vero che siamo tutti uguali! Non hanno più significato, perciò, i fondamenti della democrazia - quindi - …fa parte della natura umana lottare gli uni contro gli altri, è un istinto naturale voler sopraffare il proprio avversario; l’istinto bellicoso va esportato per il bene nazionale”).

L’auto della mia infanzia

Pubblicato su Foto, Notizie il Marzo 25, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


una FIAT 500 C “Topolino” azzurra come quella che aveva mio padre

La ‘malattia’ letteraria di GRM

Pubblicato su Letteratura il Marzo 23, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Anche se la peste in Europa sembra essere sparita da secoli, la parola “peste” è rimasta ben viva nella nostra lingua in espressioni come “peste ti colga” o “quel ragazzo è una peste” o “dire peste e corna di qualcuno” oppure negli aggettivi derivati “pestifero” e “pestilenziale”. Anticamente intesa come “simbolismo morale”, teso a identificare la corruzione dei costumi, il tema della malattia si è manifestato in letteratura sotto molteplici aspetti. In tutte le mitologie dei popoli antichi, la malattia era interpretata come un segno divino, una punizione inflitta all’uomo o alla collettività dagli dèi come castigo per le colpe commesse. Da qui le antiche leggende sui gobbi e gli esseri deformi, che erano ritenuti concentratori di disgrazie, al punto da essere spesso esiliati o emarginati dalla comunità. Dalla mitologia in poi la letteratura segue le caratterizzazioni del relativo periodo storico, a secondo del tipo di malattia predominante in quell’epoca. Non meno famoso è il caso di Alessandro Manzoni che, con i Promessi Sposi, dedica ben tre capitoli alla descrizione della pestilenza che colpì Milano nel 1600. Thomas Mann sviluppa il tema del morbo prendendo lo spunto per una riflessione filosofica sulla condizione umana, interrogandosi sui rapporti tra la malattia e la vita e tra l’individuo malato e quello sano. Anche Kafka, gravemente malato di tubercolosi, era ossessionato dal tema della malattia come espressione esterna del suo malessere interiore, al punto da esteriorizzare i sintomi del male nell’incomprensione eterna con i suoi familiari. In Pirandello la malattia diviene frequentemente il simbolo di una personalità difforme, controcorrente, anticonvenzionale, in spiccato contrasto con il perbenismo borghese dell’epoca. Con Italo Svevo, infine, il morbo è inteso soprattutto come degrado, inadeguatezza e fallimento. Dunque in molti modi diversi il morbo e la malattia sono stati utilizzati nella letteratura e nella mitologia per identificare e analizzare uno stato di perdita… la perdita della salute, della positività, dell’autonomia, della libertà.

Con “Il morbo” Gian Ruggero Manzoni ci presenta questa subdola malattia proponendoci una visione del tutto diversa e sconosciuta: la visione dell’altro che ci abita dentro, che quotidianamente ci alita sul collo, l’altro come morte, senza che l’uomo gli dedichi la dovuta attenzione. Malattia intesa non solo in senso fisico, ma morbo psicologico, spacciato per pura follia, un malessere collettivo, un disagio morale, una solitudine. Malattia come ultima cosa concessa in vita, visione della morte come un lusso per pochi, per i prescelti, per chi ha speso gli anni per un ideale più o meno discutibile, ma che attraverso le parole di Gian Ruggero Manzoni appare di un’audacia gloriosa. Un romanzo storico, una storia realmente accaduta, che sotto la mano attenta di Manzoni diviene altro, quell’altro che di rado si conosce nel frenetico dei nostri giorni. La storia (e da sempre Manzoni ha dimostrato a quanto sia attento a quest’ultima) è consapevole di come l’uomo è privo di memoria così che essa ci invita all’ascolto. Un dialogo a due, una voce narrante che invita il racconto per quella liberazione ultima, così da mantenere vivo quel credo che in vita ha accompagnato le imprese consumate. Motivazioni di una vita spesa alla ricerca di valori di uguaglianza, fratellanza e umana disponibilità. Poco importa se per ottenere tutto questo è la ‘bestia’ ad arrivare al compiuto, e non l’uomo. Già le prime pagine, cariche di tensione, proiettano il lettore nella dimensione di quei tempi, in modo che ti senti da subito al fianco del nostro eroe (mi piace chiamarlo così). E, per dirla grossa, non solo al fianco dell’ardito-spietato guerriero, uomo-soldato, ma nei suoi panni, spesso logori e consunti. Panni scomodi che restano addosso come una seconda pelle. Un viaggio a ritroso che è raccontato tra l’affanno e la falce della morte, già sollevata in aria, scritto da chi, con l’umiltà nello stomaco, riesce a comprendere tale gesto e, di rimando, prende tempo sulla vita. Si incontrano non poche difficoltà di comprensione tra chi racconta e chi ascolta-scrive, difficoltà dovute a un credo messo in discussione tra l’umano e il bestiale che ci abitano.

L’epilogo di questa saga ci rende l’ennesima prova-testimonianza di ciò che siamo: comuni mortali con l’ambizione d’immortalità. Ma il gioco di ruoli è ben definito, la malattia racconta e il morbo ascolta “…il moribondo si acquietò e invitò il sacerdote ad avvicinarsi di nuovo: scusami e siediti, che il peggio è passato. Sopportami, come io, del resto, mi sono sopportato negli anni, e ho resistito anche contro il mio essere. Non esiste alcun uomo che possa rimanere sempre sulla breccia. Prima o poi ha un cedimento, che anche questo, degli uomini, io adoro…(pag. 39)”. Sfamare gli affamati, lavoro ai miserevoli, libertà agli schiavi, questo e altro nel testamento ultimo, che è scritto da un frate tra il sudore, il puzzo acre, gli escrementi e il vomito di una malattia ormai all’ultimo stadio. Una stanza, una donna, un religioso, un uomo in punto di morte. Un letto, uno scrittoio, uno sguardo d’intenti; prima un dialogo tra sordi, poi un capire oltre i limiti umani donati. Un rapporto autentico come pochi. La scenografia è fatta, le tinte offuscate da luci assenti e le parole, quelle vere, che restano addosso come fossero tatuate su di un corpo che si trascina senza motivazioni. Gian Ruggero Manzoni non si fa scrupoli, com’è solito fare, nell’indagare cosa si nasconde dietro al male, o dentro a esso. Non ha riguardi nel riconoscere l’importanza del femminile che lo accompagna come bene superiore, come non bada a spese nel denunciare figure che a quei tempi fecero più danni che altro. La capacità ardita di uno scrittore che attraverso la storia ci porta a conoscenza di personaggi realmente esistiti e come tali riconosciuti: “…scrivere di chi scrive, narrare di chi narra, vivere di chi vive, questi possono essere buoni esorcismi per la morte (pag. 45)”. È inoltre molto interessante l’ambivalente aspetto del credo “…ad ogni eccesso la natura ti castiga, presentandoti il conto (pag. 46) - …due guerrieri testardi e coerenti, che solo Dio poteva far incontrare. Che solo la natura, e il caso che ci governa, poteva fare avvicinare ( pag. 146)”. La nudità dell’uomo è manifesta, la poetica di Manzoni svolazza nel corpo di un pappagallino, Felicità, che segue, come unico reale testimone, tutto lo svolgimento del dramma. Ma il racconto si intensifica proprio sul finale, nel momento in cui la morte è ormai prossima e non necessita più di rimando: “…avverto in te, frate, una ritrovata energia. Ciò mi rende in ultimo felice, perché sono riuscito a donare qualcosa ad un altro uomo, senza il bisogno di dover rubare od uccidere. Forse la mia vita aveva già concluso il suo ciclo, che la peste mi dà l’opportunità di fermarmi a pensare e a far luce, luce non sangue, su me stesso con il tuo aiuto. Ma ora scrivi, che più poco mi resta da campare (pag. 166)”. Il tempo sembra improvvisamente non averne più di tempo, e gli ultimi capitoli sfuggono tra le mani, nell’inquietudine del voler svelare ciò che la morte ha riservato nel racconto. Uomini calati negli abissi, che con la loro vicinanza entrano in altri abissi, in un circolo vizioso dal quale volutamente non escono (e bravo, Manzoni, nella capacità di saper creare ulteriori interrogativi, oltre quelli già presenti). E proprio negli ultimi capitoli i conti sono fatti, il dado è tratto: dopo la vita, l’incontro, dopo la miseria, la ragione, dopo il male che contorce le viscere, il respiro. Quel respiro che concede al lettore di chiudere il libro, già pensando a quali pagine tornare a leggere.

di Paola Castagna

IL MORBO di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Diabasis 2002

Dai riformati ai cattolici

Pubblicato su Informazioni, Notizie, Tradizioni il Marzo 21, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


a quanto pare non solo gl’islamici vedevano (e vedono) di cattivo occhio il Papa di Roma, ma anche (a suo tempo) i luterani e i calvinisti. Questa stampa risale al XVI sec. tedesco; incisore anonimo. Stupendamente ‘demoniaca’, orripilante… e attuale

Spirito sky ( o “dominio del vuoto”) da me fotografato 3 giorni fa (con due esposizioni diverse) nello studio di GRM

Pubblicato su Foto, Informazioni, Magie il Marzo 20, 2008 da paolacastagna

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I “globi di luce” (già definiti dagli indiani d’America: Spiriti cielo o Spiriti sky) sono uno dei molti esempi di campi magnetici indipendenti che sono stati osservati e tali ’sfere’ (o entità) di plasma luminose sono state riprodotte anche in laboratorio attraverso il lavoro di scienziati come Schappeller, Searl, Roschin e Godin. I “globi di luce” da alcuni studiosi sono anche definiti “domini del vuoto”.

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I “Domini del Vuoto”, formazioni di energia (spesso sferica o sfrangiata) di diverse dimensioni, posseggono i seguenti e assai anomali effetti e tali caratteristiche:
1 -) sono in grado di penetrare qualsiasi quantità di materia;
2 -) possono emettere o assorbire luce e altre radiazioni elettromagnetiche nell’intero spettro delle frequenze;
3 -) possono causare il blocco di apparecchiature elettroniche a causa del forte campo elettrico che producono sia dentro sia fuori da sé stessi;
4 -) esibiscono un campo magnetico misurabile;
5 -) possono distorcere campi gravitazionali, causare la levitazione o l’appesantimento di oggetti o corpi;
6 -) possono causare la rotazione di aria e polvere su sé stessi, dal momento che sono in un costante stato di rotazione;
7 -) possono avere esplosioni senza che queste ne cambino necessariamente la forma o la grandezza;
8 -) possono avere una forma geometrica definita come una sfera o “un’ellissoide a vortice con raggi o sfere esterne più piccole”;
9 -) vengono segnalati molto più di frequente negli anni in cui l’attività solare raggiunge dei picchi;
10 -) a volte appaiono quando un soggetto con forza energetica Alfa 6 (cioè di calore corporeo più alto del normale) aumenta la sua attività mentale per i più svariati motivi.

Lo struggimento della pianura

Pubblicato su Foto, Magie il Marzo 19, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola.
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,
ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.

di Sergej (Aleksandrovič) Esenin