Archivio per maggio, 2008

Esisteva anche un LIBERO FASCISMO?… pare di sì, io non lo sapevo

Postati in Informazioni, Notizie su maggio 31, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Ringrazio Franco Cenerelli per avermi messo a disposizione questo singolare documento storico. GRM

IL LIBERO FASCISMO (documento risalente, approssimativamente, al 1924)

Come è sorto

Il Movimento Libero Fascista è stato generato dal cozzo, violentissimo e doloroso, tra la concezione diciannovista del fascismo e la pratica del governo e del partito dopo la Marcia su Roma. Dall’antitesi, che non poteva essere più brutta, tra quello che il fascismo doveva essere, quando iniziò la sua battaglia, e quelle che ha saputo fare nel primo anno di governo e di dominazione, hanno tratto origine alcuni movimenti di sincera fedeltà alle direttive originarie di aperta ribellione alla prassi nazionalfascista. Dappertutto nella penisola e nelle isole, dove il fascismo ebbe sino dalle origini uomini onesti e convinti della bontà della causa, questi si sono a mano a mano staccati dalle organizzazioni di Mussolini o si sono appartati o si sono riuniti ed organizzati sotto diversi nomi. Ma tutti, dalle Alpi alla Sicilia, sono stati indotti a lasciare le vecchie bandiere e a rompere i ponti con il partito ufficiale dalla ripugnanza ad accostare — dopo la vittoria e la conquista del potere — un grido diverso da quello degli inizii, da quel credo che infiammò i primi manipoli e fece incontrare come bella la morte a non pochi giovani. Nelle Marche, come nelle altre regioni, non sono mancati giovani ardenti e generosi i quali, già dai primi mesi del 1923, gettarono un grido di alle armi contro le deviazioni del fascismo. Il permanere della violenza dopo che si era vinto (chi dei veri fascisti poteva approvare l’assassinio dello avversario, che più non combatteva, le bastonature, le ignobili somministrazioni di olio di ricino, di arresti in massa?), la costituzione di una milizia di parte, la corsa sfrenata alle cariche ed ai posti lucrosi, l’affarismo dilagante (specie nelle alte sfere), l’imbottigliamento degli operai e dei contadini a favore degli industriali e degli agrari, la legislazione di sacrificio pei ceti proletari e piccolo borghesi e di privilegio per ceti capitalistici e plutocratici, tutto ciò non poteva non aprire gli occhi ai fascisti o almeno a quelli tra i fascisti che, oltre alla fede, avevano la coscienza del fine da raggiungere. Abituati alla disciplina, convinti che senza il cilicio quella fine non si sarebbe potuta raggiungere, i fedeli al primo vangelo fascista attesero lunghi mesi che Mussolini ed i suoi luogotenenti mutassero rotta e riprendessero a navigare verso le mete promesse. E nell’attesa non rimasero inerti, animati da un immenso desiderio di bene, si prodigarono ad impedire o a rimediare le malefatte di certi individui piovuti nel fascismo col fine di trarre dall’altrui disinteressato sacrificio personali vantaggi; nelle pubbliche amministrazioni combatterono di continuo perché non si ritornasse ai deprecati sistemi delle clientele, e delle consorterie di anteguerra, nelle assemblee; del partito, e nelle pubbliche piazze, rievocarono ad ogni occasione il programma diciannovista, ammonendo essere dovere del fascismo vincitore realizzare ciò che aveva prima chiesto a gran voce. Ma inutilmente! La gran criccarchia sedente a Roma, le criccarchie figlie pullulate in tutte le città grandi e piccine e nei villaggi non potevano tollerare che voci moleste disturbassero il lavoro dei mille e mille avventurieri, intenti a fare la propria rivoluzione! E il Duce non poteva permettere che alcuno dei gregari ardisse denunciare il baratto del fascismo; lui che di baratti ne ha parecchi sulla coscienza! Le voci, tutte le volte che si levarono, vennero soffocate; i ribelli furono puniti: Palazzo Chigi era l’ostello di una nuova coorte medioevale.

A che mira

I liberi fascisti, mettendosi fuori e contro il partito ed il governo, non hanno mutato le proprie idealità. Era logico ed inevitabile che i gregari onesti e coscienti si rifiutassero di seguire Mussolini nel suo nuovo cammino reazionario. Dal raffronto tra le parole e gli iscritti del Mussolini nel ’19, del ’20, del ’21 e le opere del Mussolini Capo del Governo padrone della situazione italiana scaturisce necessaria questa constatazione: Mussolini e il suo partito anche oggi si chiamano e si dichiarano fascisti, ma l’abisso, che separa il fascismo da quello originario, è infinitamente più grande della distanza che corre tra una corona di Re e un berretto grigio. Conseguentemente i fascisti fedeli al programma degli inizi debbono essere — oggi — contro Mussolini ed il suo partito. Oggi come nel ’19, nel ’20, nel ’21 gli appartenenti al movimento libero fascista dichiarano di amare la Patria e di volerla servire anche a prezzo dei più grandi sacrifici. La difesa dell’ultima guerra nazionale può dirsi — come atto interno — compiuta; di fronte all’estero non è lecito sperare che sia più possibile riparare i molteplici errori commessi dal Novembre 1918 in poi. La valorizzazione della vittoria pure si può dire che sia ottenuta, una volta che tutto il popolo ha compreso che era un errore suicida il bestemmiare il risultato del propio travaglio sanguinoso. La subordinazione — che sia di diritto o di fatto non importa distinguere — del potere legislativo all’esecutivo è contrario ai sistemi moderni di reggimento ed ha per frutto la fine delle libertà popolari e lo stabilimento delle tirannie.

[seguono tre righe cancellate con inchiostro tipografico]

La scuola deve servire a formare buoni cittadini, perciò deve essere controllata dallo Stato e non lasciata in balia dei partiti o delle organizzazioni religiose.
La difesa esterna del paese è affidata all’Esercito, alla Marina ed alla Aereonautica; la difesa interna dello Stato non deve essere commessa ad altre forze che quelle di polizia. E, poiché polizie borboniche potevano essere adatte ai regimi borbonici, ma non possono essere degne di un popolo libero e civile, le leggi di pubblica sicurezza vanno modificate nel senso che la libertà del cittadino è cosa e non deve mai essere calpestata per i fini della parte politica che detiene il governo.
Il monopolio delle organizzazioni del lavoro è un assurdo: un assurdo giuridico ed economico. I liberi fascisti non hanno che da riportarsi al programma dei fasci italiani di combattimento. In tema di movimento operaio esso era così formulato.
I fasci manifestano la loro simpatia ed il loro proposito di aiutare ogni iniziativa di quei gruppi di minoranza del proletariato che sanno armonizzare la difesa della classe operaia coll’interesse della Nazione. E nei riguardi della tattica sindacale consigliano il proletariato di servirsi, senza predilezione particolare e senza esclusivismi aprioristici, di tutte le forme di lotta e conquista che assicurino lo sviluppo della collettività ed il benessere dei singoli produttori.
La resistenza e l’opposizione alle degenerazioni teoriche e pratiche del socialismo politicante ci sono state e sono state efficaci. Ora non è più questione di resistere ed opporsi al socialismo: il danno e la vergogna vengono dal fascismo e dai suoi dirigenti.
I liberi fascisti dichiarano di avere sempre inteso che la finalità più alta da raggiungere dal fascismo era libertà saggiamente limitata per il singolo cittadino secondo le inderogabili esigenze della collettività nazionale, ma non strozzata per una grande quantità di cittadini (non fascisti) a vantaggio di una minoranza (fascisti). La libertà è il bene più grande dell’uomo ed è veramente insano il pensiero di Mussolini di voler imporre un regime di tirannia ad un popolo, che ha lottato un secolo per essere libero. La libertà è il fine della legge stessa: gli uomini debbono obbedire le leggi per potere essere liberi. O forse il «trasmutabile per mille guise» si illude di poter ridurre gli uomini ad obbedire le leggi per poter essere servi?
Un popolo libero deve essere repubblicano.
Tutti i cittadini debbono essere uguali dinnanzi alla legge: dopo la rivoluzione francese è anacronistico ed è stolto pretendere di assegnare i diritti e i doveri degli uomini in diversa misura.
Nelle competizioni e nelle lotte dei cittadini sia nel campo economico sia nel campo politico lo Stato non deve per principio intervenire: solo, quando le competizioni e le lotte trasmodino e la tranquillità e la sicurezza generale siano minacciate, è lecito anzi doveroso l’intervento dello Stato. Ma, poiché lo Stato è la società giuridicamente organizzata per la tutela del diritto, l’intervento deve essere sempre del diritto stesso dalla collettività nazionale, mai per favorire un gruppo di cittadini.
I fasci non sono apriori per la lotta di classe né per la cooperazione di classe. L’una e l’altra tattica devono essere impiegate a seconda delle circostanze La cooperazione di classe si impone quando si tratta di produrre; la lotta di classe o di gruppi è inevitabile quando si tratta di dividere. Ma la lotta di classe non può spingersi fino ad assassinare la produzione.
II sistema tributario dello Stato deve essere riformato con l’applicazione dell’imposta progressiva.
Il pubblico denaro è così sacro e deve essere speso solo per fini di pubblica utilità e con le opportune cautele e con i necessari controlli.

Tattica e mezzi d’azione

Per la tattica da adottare in difesa del programma sopra enunciato, l’associazione dei liberi fascisti mantiene il contatto e l’accordo caso per caso con tutti quei gruppi o partiti che si battono sullo stesso suo terreno di opposizione a Mussolini ed al suo partito.
L’associazione dei liberi fascisti non è legalitaria ad ogni costo; né illegalitaria a priori: in tempi morali, mezzi normali, in tempi anormali, mezzi adatti alle circostanze.

Ordinamento dell’Associazione dei Liberi Fascisti

1° — Gli iscritti all’associazione sono ripartiti in gruppi. Per costituire un gruppo occorrono almeno 10 iscritti.
2° — Ogni gruppo è diretto da un segretario capogruppo. I fondi di ogni gruppo vengono conservati e amministrati da un segretario amministrativo, il quale dipende dal capogruppo. Il Capogruppo ed il segretario amministrativo vengono eletti dal gruppo riunito in assemblea.
3° — I Capigruppi, riuniti a congresso, eleggono il consiglio generale della associazione, il quale è composto di nove membri. Il Consiglio generale ha la direzione dell’Associazione: deve attenersi alla direttiva stabilita dal congresso. Il consiglio generale elegge nel proprio seno il segretario generale della Associazione e il segretario amministrativo del consiglio generale. Il segretario generale traduce in atto i deliberati del consiglio generale: nei casi d’urgenza agisce, sottoponendo in seguito il proprio operato all’esame e al giudizio del consiglio. Il segretario amministrativo del consiglio generale conserva ed amministra fondi a disposizione del consiglio stesso: dipende dal segretario generale dell’associazione.
4° — Gli eletti alle varie cariche durano in carica un anno.
5° — Gli eletti alle varie cariche debbono in tutti i loro atti mantenersi fedeli ai deliberati delle assemblee e del congresso. Le assemblee e il congresso sono gli organi sovrani dell’Associazione: essi sono competenti a decidere qualunque questione.

Eccolo… il grande!

Postati in Letteratura, Maestri, Poesia su maggio 28, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/57/TestoriByValerioSoffientini.jpg

Giovanni Testori è nato a Novate Milanese il 12 maggio del 1923 ed è morto a Milano il 16 marzo 1993. Fin dalla gioventù il suo spirito creativo e ribelle ne ha influito le azioni. Ben presto collaborò con alcune riviste, dedicandosi alla critica d’arte. Proveniente da una famiglia di provata fede cattolica, Testori mantenne con la religione uno stretto legame, evidente in tutta la sua attività letteraria e artistica. Pittore, scrittore, poeta, regista, attore e critico d’arte furono molteplici i campi in cui espresse la sua vocazione artistica, dando vita a una serie di esperienze ognuna di grande livello e, soprattutto, di notevole spessore per quanto concerne la ricerca della lingua, dello stile e dei temi.

da L’Amore (raccolta del 1963)

“E se la mano allungo
e qui, nell’ombra
- mia schiena che ho sognato,
schiena adorata -
non riconosco la tua forma
se non nell’orma;
se qui, nel drappo,
non stringo che una scia,
carne mia amata:
sei lontano – mi dico – sì,
ma in apparenza;

il ricordo è qui carne,
amore mio, edera verde
e ruggine”

 

Ragazzo di Taino (1976)

I
E poi bisognerà un giorno,
ragazzo di Taino, scendere giù
ben oltre la riva dorata di Luino
e sulla sponda giungere
dove non appaiono più barche
se non stipate d’ombre e vane;
bisognerà, cespo di pavone,
non avere più amore, non avere più pane;
stendersi insieme o soli
nell’impossibile gelo della Città di rame
o traghettare l’antica mestizia dello Stige
a una tomba attraccare
e sentirsi staccare, ora per ora,
in piccolissima dimora,
la carne amata e disperata,
la baciata, adorata carne
ed i capelli, l’ossa…
Nessuno riaprirà mai la porta,
- a noi che importa? -
chiusa su te, su me.

Ma quando? Un giorno,
ragazzo dagli occhi assediati dal carbone,
volo e luce d’ultima rondine,
tu, mio povero rondone,
quando sarà caduta a grani
dalla clessidra la sabbia nelle mani,
rotto per empietà divina, il cristallo delicato…

Non ci sarà più freddo,
non ci sarà più fuoco.
Ma quel giorno, in silenzio,
nella spera infinita della pace
o nel suo nulla,
sarò io la tua culla?
Rispondi, ladro di teschi di Taino,
sarai tu il mio cuscino?

II
Se ti vedrò sporgere
di là dal tuo silenzio
ora che mia madre lentamente muore,
non chiamerò più amore:
sudario forse della mia già iniziata
ultima stazione
anche se lunga o brevissima forse,
tenerezza scontrosa mia carissima
-ora che lei distesa guarda
per l’ultime volte i muri
e oltre la finestra il mondo
e chiedere sembra
cosa siano i giorni
e cosa mai lo spazio
tanto è passato in luce
il suo materno, umile strazio -
ti dirò di sederti a me vicino
e non chiedere, no
non chiedere niente, cuore.
La tua pupilla lascerà che si sciolga
dentro il suo negro ardore
il mio smarrito, povero dolore.

Bello e maledetto… così come piacciono a noi

Postati in Informazioni, Notizie su maggio 26, 2008 da paolacastagna


Renato Vallanzasca e nato a Milano nel 1950 in via Porpora 162, zona Lambrate, dove sua madre aveva un negozio d’abbigliamento. A Vallanzasca venne dato il cognome della madre, poiché suo padre era già sposato con un’altra donna dalla quale aveva avuto tre figli. L’attività criminale di Vallanzasca cominciò da bambino. Il suo primo incontro con la giustizia avvenne all’età di otto anni, non per furto, ma per aver cercato di far uscire dalla gabbia la tigre di un circo, che aveva piantato il tendone proprio vicino a casa sua. Il giorno successivo il ragazzetto venne prelevato dalla polizia mentre stava giocando a pallone coi suoi amici, e portato al Beccaria. Il fatto gli costò il trasferimento forzato a casa di una zia, in via degli Apuli, nel famigerato quartiere del Giambellino (quello della ‘mala’), periferia Sud di Milano, praticamente dalla parte opposta della città. Qui mise su la sua prima banda, ragazzini dediti a furti e taccheggi. Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca era già a capo di una gang, così da farsi un nome anche nella ligera, la vecchia ‘mala’ milanese, con cui iniziò a “collaborare”poco più che quindicenne. Ma a breve, andandogli strette le regole della malavita vecchio stampo, decise di “mettersi in proprio”, formando un’ altra banda tutta sua, la cosiddetta Banda della Comasina, che divenne, probabilmente, il più potente e feroce gruppo criminale presente a Milano in quegli anni (…gang che si contrappose alla Banda di Francis Turatello). In poco tempo, grazie a furti e rapine, “il Valla” accumulò molti soldi e cominciò a vivere alla grande: vestiti firmati, auto di lusso, bella vita e belle donne. Ragazzo di bell’aspetto, verrà soprannominato “Il bel Renè” (nomignolo da lui sempre detestato). La sua carriera criminale subì una prima interruzione nel 1972 quando, una decina di giorni dopo una rapina a un supermercato, venne arrestato dagli uomini della squadra mobile di Milano, all’epoca diretta da Achille Serra. Lo stesso Serra racconta che, durante la perquisizione in casa del bandito, Vallanzasca si sfilò dal polso il Rolex d’oro e appoggiandolo sul tavolo della sala gli disse: “Se riesci a incastrarmi questo è tuo!”. Pochi momenti dopo il maresciallo Oscuri trovò nel cestino della spazzatura i pezzettini di un foglietto che, una volta riordinati, mostrarono la lista degli stipendi dei dipendenti del supermercato rapinato. Vallanzasca finì così in galera, inizialmente a San Vittore, condannato a quattro anni e mezzo, ma con un pensiero fisso: trovare il modo per evadere. Non si può di certo affermare che tenne un comportamento da detenuto modello. Oltre a tentativi d’evasione falliti, risse e pestaggi, partecipò attivamente anche a diverse sommosse che in quel periodo agitavano l’ambiente carcerario italiano. Per ogni rivolta sedata, per ogni evasione fallita, corrispondeva un trasferimento. Iniziò, così, il suo pellegrinaggio carcerario che in quattro anni e mezzo lo portò a visitare ben 36 penitenziari italiani. Fino a che non escogitò il modo di contrarre volontariamente l’epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, per essere trasferito in ospedale. E da lì, con l’aiuto di un poliziotto compiacente, riuscì finalmente a evadere. Dopo l’evasione ricompose la sua banda con la quale mise a segno una settantina di rapine. Lascerà dietro di sé anche una fila di cadaveri, due preti, quattro poliziotti, un vigile urbano, un medico e un impiegato di banca. Alcuni dei delitti in questione (i due preti e il vigile) gli sono stati attribuiti in modo erroneo da un quotidiano , mentre in realtà per quei delitti sono stati processati e condannati i membri della Banda o Setta “Ludwig”, ossia Marco Furlan e Wolfgang Abel (elementi militanti nell’estrema destra). Passò inoltre dalle rapine ai sequestri di persona (quattro, di cui due mai denunciati). Una delle sue vittime fu Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, che verrà tenuta prigioniera per circa un mese e mezzo, dal dicembre 1976 al gennaio 1977, e quindi liberata dietro pagamento di un riscatto di un miliardo di lire (somma enorme per quei tempi). Subito dopo questo episodio e l’uccisione di altri due poliziotti, stanco, ferito e braccato, il “Valla” cercò rifugio a Roma, dove fu di nuovo catturato. Aveva appena compiuto 27 anni. Tornato in carcere si sposò nel luglio del 1979 con Giuliana Brusa. Il suo testimone di nozze fu il suo ex nemico Francis Turatello, che da quel momento diventò un suo più grande amico. Il 28 aprile 1980 tentò la fuga dal carcere milanese di San Vittore. Durante l’ora d’aria comparvero in mano ad alcuni detenuti tre pistole, introdotte misteriosamente entro la prigione. Un gruppo di carcerati ruscì a farsi strada tenendo in ostaggio un brigadiere (Romano Saccoccio). Ne seguì una sparatoria per le vie di Milano e perfino nel tunnel della metropolitana. Vallanzasca, nuovamente ferito, venne riacciuffato assieme agli altri nove compagni di fuga. Nel carcere di Novara, nel 1981, contribuì a innescare una rivolta carceraria in cui poi persero la vita alcuni collaboratori di giustizia, da lui ritenuti “infami” in quanto pentiti. Fra questi un giovane membro della sua banda, Massimo Loi. La giovane vittima, poco più che ventenne, aveva deciso di abbandonare definitivamente la via del crimine, come ricorda anche Achille Serra, per iniziare una nuova vita. Ma Vallanzasca, armato di coltello e aiutato dal branco, non gli diede modo di lasciare il carcere incolume: incontratolo all’interno di una cella, solo e disarmato, e aiutato da gregari, il “Valla” lo colpì ripetutamente al petto con un coltello, commettendo ulteriori atrocità sul corpo del giovane ormai esanime e arrivando a decapitarlo.  Vallanzasca però smentì ogni responsabilità della morte di Loi nell’intervista data a L’Europeo il 2 aprile 2006 (…ma spesso il “Valla” ha avuto la capacità di mischiare le carte in tavola coi giornalisti a suo favore) . Infine condannato al carcere duro, con uno stratagemma e ingannando i carabinieri, riescì a evadere nuovamente, il 18 luglio 1987, scappando attraverso un oblò del traghetto che da Genova doveva portarlo al Carcere di Massima Pena dell’Asinara, in Sardegna. Verrà fermato a un posto di blocco neanche tre settimane dopo, mentre cerca di raggiungere Trieste per poi recarsi in serbia dove aveva agganci malavitosi. Tornato in galera, tentò un’altra volta la fuga, nel 1995, questa volta dal carcere di Nuoro. Per questo ennesimo tentativo di fuga venne sospettata e poi accusata di averlo aiutato la sua avvocatessa, con la quale si dice che “il Valla” avesse stretto un ‘tenero’ legame. L’episodio non fece altro che alimentare il mito del criminale a cui le donne non sapevano resistere. Nel 1999 venne rinchiuso nel carcere speciale di Voghera. All’inizio del mese di maggio 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l’anziana madre, ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al Magistrato di sorveglianza di Pavia. Nel luglio del 2006 la madre Maria ha scritto al Presidente Napolitano e al Ministro di Giustizia Mastella, chiedendo la grazia per il figlio. Il 15 settembre 2007 gli è stata notificata la mancata concessione della grazia da parte del Capo dello Stato, motivata dal considerare il detenuto sempre pericoloso per lo Stato Civile. A seguito, e per paura di una sua evasione, è stato trasferito al Carcere di Opera di Milano. Le vicende di Renato Vallanzasca sono state raccontata per la prima volta in televisione da “La Storia siamo noi” (Rai Edu) in uno speciale di Caterina Stagno e Silvia Tortora. L’8 Maggio 2008 è stata data la notizia del matrimonio de ” Il bel Renè” con la sua amica d’infanzia Antonella D’Agostino. Il matrimonio è stato formalizzato con rito civile il 5 Maggio 2008. Recentemente Renato Vallanzasca ha aperto un blog (qui), gestito tramite terzi. A lui un saluto… e, insieme, anche un ciao a una ‘mala’ milanese e italiana che ormai “fu”.

Campagne choc… valide o non valide? Mah!

Postati in Foto, Informazioni, Notizie su maggio 23, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


campagna USA contro gli alcolici… prima e dopo l’incidente stradale
(o Hiroshima?)


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Oliviero Toscani contro l’anoressia
(o Auschwitz Birkenau?)


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Un altro (come me) che amava solo certi lati degli USA

Postati in Arte, Letteratura, Maestri, Musica, Poesia su maggio 20, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Boris Vian nacque a Ville-d’Avray nel 1920 e morì a Parigi nel 1959. Ha vissuto la sua breve esistenza freneticamente, impegnandosi nei lavori più disparati: ingegnere, solista e critico di jazz, attore e cantautore, inventore di strani apparecchi meccanici, soggettista cinematografico, narratore e commediografo, esperto di fantascienza e di pornografia… Personaggio in vista negli ambienti dell’esistenzialismo parigino, salì alla ribalta della cronaca letteraria nel 1946 quando pubblicò, con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, un romanzo ‘nero’ alla maniera nordamericana: “Andrò a sputare sulle vostre tombe” (J’irai cracher sur vos tombes), che provocò uno scandalo con relativo processo, infatti è un’opera carica di una rabbiosa polemica antirazzista. Sullo stesso registro, ma con toni accentuati di umorismo surreale e di satira politica, scrisse “L’autunno a Pechino” (L’automne à Pékin), “L’erba rossa” (L’herbe rouge), “Lo Sterpa- cuore” (L’arrache-coeur). Invece “La schiuma dei giorni” (L’écume des jours) è una tenerissima storia d’amore, ai limiti del sentimentalismo. La critica feroce alle istituzioni e alle convenzioni borghesi è il motivo conduttore dei suoi quattro lavori teatrali, tecnicamente vicini all’opera di Jarry e Ionesco: “L’inquadramento per tutti” (L’équarissage pour tous), “I costruttori dell’impero” (Les bâtisseurs d’empire) e i postumi “La merenda dei generali” (Le goûter des généraux) e “L’ultimo dei mestieri” (Le dernier des métiers). Notevole anche la raccolta di poesie “Non vorrei crepare” (Je voudrais pas crever) dove il sarcasmo distruttivo dei romanzi si traduce in un lirismo lucido e disperato, pur restando forte la tentazione del gioco verbale. La difficoltà che si incontra nel tradurre Vian in italiano (e non solo) risiede nell’originalità del suo linguaggio, fatto di neologismi onomatopeici e stravaganti, spesso ottenuti dalla fusione di più parole. Anarchico-nichilista-esteta convinto, fu autore anche di racconti e canzoni. Vian, per vivere, ha suonato la sua tromba nel celebre “Tabou”, club (ormai chiuso da anni) situato nella Rue Dauphine, nei pressi di Saint-Germain des Prés, a Parigi. La sua canzone più famosa è, ovviamente, “Le déserteur”, dal testo spiccatamente pacifista, scritta durante la guerra d’Indocina. Le sue canzoni sono state riprese da moltissimi artisti, tra cui Juliette Gréco, Nana Mouskouri, Yves Montand, Magali Noel, Henri Salvador, Ivano Fossati, Serge Gainsbourg e, ultimamente, anche da Patty Pravo. Appassionato di jazz, è stato il “contatto” di Duke Ellington e Miles Davis in Francia. Ha scritto su diverse riviste di jazz (Le Jazz Hot, Paris Jazz) ed ha pubblicato numerosi articoli sull’argomento anche in America. Nonostante negli USA non abbia mai messo piede, i temi culturali più interessanti di quel paese, in particolare il jazz, l’underground, le arti visive e plastiche, il cinema, una certa letteratura non allineata, si ritrovano spesso nei suoi romanzi e nelle sue commedie. Nella prefazione a “L’Ecume des Jours” ha scritto: “Sono solo due le cose che contano nella vita: l’amore, in tutte le sue forme, con belle ragazze, e la musica di New Orleans e di Duke Ellington. Tutto il resto è da buttar via, perché è brutto…”. La mattina del 23 giugno 1959 Boris Vian si trovava al Cinema Marbeuf in occasione della proiezione della versione cinematografica del suo controverso romanzo “J’irai cracher sur vos tombes”. Aveva già combattuto coi produttori a riguardo della interpretazione che avevano dato ai suoi lavori, denunciando pubblicamente di aver chiesto più volte ma invano la rimozione del suo nome dalle pellicole. Cinque minuti dopo l’inizio del film pare che sia sbottato: “E questi tizi dovrebbero essere intelligenti? Col cazzo!!! Gli americani non si smentiscono mai!!!” Un attimo dopo, colto da infarto, fu trasportato all’ospedale dove morì. L’infarto non giunse del tutto inaspettato, dato che Vian soffriva da molti anni di cardiopatia.

Boris Vian giocava alla vita
come altri giocano in borsa,
a guardia e ladri o a soldi,
ma non da baro:
da gran signore,

come la micia col pesce
nella schiuma di giorni
gli sprazzi della gioia,
come giocava di tromba
o di crepacuore.

Ed era un bel giocatore.
Ogni volta rimandando la morte
all’indomani,
ma condannato in contumacia
sapeva bene che un giorno
avrebbe ritrovato la sua traccia.

Giocava alla vita e sempre
la colmava di tenerezza:
l’amava
come amava l’amore.
Un vero disertore della tristezza.

Jacques Prevert 

Il 5.56 mm NATO

Postati in Informazioni, Notizie su maggio 17, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


il comandante Marcos… un combattente… onore a lui! 

5 gennaio 2000

Il tempo scivola dalle mani
senza tempo degli uomini.
Riempie la loro storia, la contraddice,
la confonde o la libera.
(José Revueltas)

Per Juan Gelman, Argentina

Don Gelman
è da giorni che questa lettera mi prude fra le mani. Un vento e l’altro l’hanno rapita, però non se la sono portata molto lontano. Oggi pare che alla fine si lasci scrivere, e così, come la sua lotta ostinata, con rabbia e degna ostinazione, iniziano a venir fuori le lettere, le parole, i sentimenti. Forse mi ricorda: lei mi ha incontrato a quei tempi dell’Incontro Intercontinentale e mi ha fatto parlare di poesia e di altri anacronismi. Io l’ho conosciuta attraverso le sue poesie, in uno di quei libri che siamo soliti addebitare ai primi solidali anni di quella guerriglia che dopo il mondo avrebbe conosciuto come Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. So bene che il titolo suonerà strano a molti, però non a lei, avvezzo come è stato ed è nel suo lungo andare in su e in giù risvegliando quei ricordi e quelle memorie che alcuni chiamano notizie. E’ vero, pare eccentrico intitolare una lettera con il calibro di un proiettile: “5.56 mm NATO”. Ed allora mi permetta di dilungarmi un poco sul tema, dopo tutto sono un soldato, un soldato molto strano, però soldato in fondo. “5.56 mm NATO” è l’identificazione militare che si riferisce al proiettile che usano, tra gli altri, il fucile M-16 (e le sue varianti A-1 e A-2), l’AR-15 entrambi di fabbricazione statunitense, del Galil israeliano, la Steyr Aug austriaca e altre armi. L’identificazione commerciale è “calibro 223″. Sì, è lo stesso proiettile, però uno è di uso militare, molto frequente per gli eserciti dell’America Latina e l’altro è per la caccia. La storia di questo proiettile è la storia di una bugia. Quando le grandi potenze militari sono incorse nello sproposito di umanizzare la guerra (prima nelle convenzioni de L’Aia, dopo in quella di Ginevra), si concordò la proibizione dei proiettili espansivi o dum-dum. Il discorso fu impeccabile: l’obiettivo in una guerra è causare perdite al nemico, e per perdite si intendono morti, feriti, desaparecidos e prigionieri. Ergo, per umanizzare la guerra quello che c’è da fare è ridurre il numero dei morti aumentando il numero dei feriti. Perciò si pronunciarono per l’uso di “proiettili duri”, che perforano solamente la carne umana però, se non ledono nessun organo vitale, non provocano la morte e se la provocano non sono causa di “eccessivo dolore”. Da lì si proibirono i proiettili espansivi che, al perforare il corpo, fioriscono o si frammentano, vale a dire “si espandono”, e il danno di cui sono causa è maggiore di quello dei semplici proiettili, dato che non ledono solo dove penetrano, ma una area maggiore. L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO, nella sua sigla in inglese), diretta dagli Stati Uniti, adottò il proiettile calibro 7.62 mm, che si conobbe da allora come “7.62 NATO”. Il Patto di Varsavia, capeggiato dall’allora URSS, adottò lo stesso calibro, 7.62 mm, però con una cartuccia più corta di quella del 7.62 NATO (51 mm quello della NATO e 39 mm quello sovietico). L’arma di base di fanteria che usò il Patto di Varsavia fu il fucile automatico Kalashnikov (AK) il cui ultimo modello, l’AK-47, prolifera sul mercato nero. Da parte sua, la NATO (e i paesi periferici) adottò diverse armi col calibro 7.62 mm x 55 mm o 7.62 NATO. Tra queste c’è stato il Fucile Automatico Leggero (FAL), di fabbricazione belga, e più di recente il G-3, di patente tedesca. L’Esercito Messicano cambiò il FAL con il G-3 ed è arrivato a fabbricarlo dopo averne acquistato i diritti. Però nell’auge della Terza Guerra Mondiale (come la chiamiamo noi zapatisti) o della guerra fredda (come si conosce nella storia attuale), gli statunitensi cercarono il modo per rendere più letali le loro armi, burlandosi dei trattati che avevano firmato. Fu così che nacque, tra gli anni 1957-1959, sollecitato dal Comando dell’Armata Continentale (USA), il proiettile calibro 5.56 mm (regolarizzato nel 1964). Più sottile del 7.62 e molto più rapido, il 5.56 mm non presentava solo vantaggi per il suo trasporto (un fante poteva portare il doppio di proiettili 5.56 mm rispetto ai 7.62, con lo stesso peso e in minore spazio), ma significava pure grandi guadagni per le imprese belliche statunitensi (tanto innocenti come la General Motors, la General Elettric, la Ford, eccetera), perché la sua approvazione significava cambiare totalmente l’armamento della fanteria degli Stati Uniti (formato fino allora dalle carabine M-1 e M-2, dal vecchio Garand e dalla Thompson), vale a dire, più vendite. Un nuovo proiettile significava una nuova arma e tutta l’industria militare si concentrò nel dimostrare la bontà del nuovo calibro. Per convincere il Pentagono presentarono la migliore caratteristica del proiettile calibro 5.56 mm: è a punta blanda. Che vuole dire questo? Bene, vuol dire che un proiettile del tipo 5.56 mm, a punta blanda, si piega al contatto con la carne e inizia a girare dentro il corpo. Risultato? Più terribile del proiettile espansivo, se il foro di entrata del proiettile era, in effetti, di 5.56 mm, quello d’uscita (se c’era) era fino a 10 volte maggiore. Se il proiettile non usciva, distruggeva ossa, muscoli, organi. In conclusione: senza usare proiettili espansivi, l’Esercito statunitense iniziò ad utilizzare un proiettile più letale, con più capacità di uccidere e che lasciava meno opportunità di vita al bersaglio umano che lo riceveva (e inoltre aumentava considerevolmente la sofferenza del ferito). Sto parlando dell’apogeo della guerra fredda. Allora, gli Stati Uniti immaginavano il futuro scenario di guerra mondiale nelle terre europee e con gli eserciti del Patto di Varsavia come nemico. Il futuro “teatro di operazioni” era perfettamente ubicato lungo la linea che separava l’Europa Occidentale dall’Europa Orientale: grandi città, ampie e rapide vie di comunicazione, molti spazi aperti, eccetera. In questa prospettiva, la logica del Patto di Varsavia era semplice: lanciare un’ondata dietro l’altra di fanteria e di blindati fino a vincere la resistenza nemica. Perciò gli eserciti dei due patti (di Varsavia e della NATO) cambiarono le loro armi di base della fanteria con fucili d’assalto (gran volume di fuoco a raggio corto, meno di 500 metri). La Guerra di Corea aveva dimostrato i limiti dell’M-14 (versione semiautomatica del Garand M-1). Fu così che nacquero i prototipi di quello che dopo sarebbe stato l’M-16, fabbricato dalla Colt nel Connecticut, Stati Uniti. Però tanto il nuovo proiettile che il fucile d’assalto necessitavano d’essere provati “in condizioni reali”. Così il governo statunitense ha deciso che il suo cortile di casa includeva il sudest Asiatico intervenendo militarmente in Vietnam. Con i nuovi M-16 e il loro fiammante calibro 5.56 mm, le truppe degli USA invasero il Vietnam e nei combattimenti provarono che l’M-16 e il calibro 5.56 mm non erano poi così buoni come si diceva. Il proiettile è estremamente veloce e leggero, così qualsiasi sfioramento di una fogliolina o di un ramo cambiavano radicalmente la sua traiettoria (e, come c’era da aspettarsi, nella giungla asiatica abbondano le foglioline e i rami); inoltre, il fucile era molto sensibile all’umidità, un deficiente meccanismo dell’otturatore ne provocava l’ostruzione, con il conseguente blocco dell’arma. Non fu per nulla gradevole per i soldati statunitensi vedere venire avanti un’ondata di vietcong (così erano chiamati i guerriglieri vietnamiti), puntare con il loro M-16, sparare e sentire solo “clic”. Al Pentagono non importava poi troppo che alcuni dei suoi ragazzi perdessero la vita nei combattimenti nelle selve vietnamite. Dopo tutto, né arma né calibro avevano come prospettiva questa guerra, ma quella futura in territorio europeo e contro il Patto di Varsavia. Continuando la guerra in Vietnam, si modificò il fucile: si rafforzò la culatta per resistere alla corrosione della polvere, si installò una leva extra all’otturatore per assicurare la sua chiusura e si modificò il meccanismo di caricamento per ridurre la cadenza di tiro. Così nacquero l’M.16 A-1 e l’M-16 A-2. con calibro 5.56 mm e il fucile M-16 come arma di base della fanteria: l’Esercito degli Stati Uniti era già pronto per la nuova guerra mondiale. Parallelamente all’M-16, si sviluppò l’AR-15 (versione semiautomatica), che quindi avrebbe dovuto essere esportato ai paesi dell’America Latina, più concretamente alle loro polizie e ai loro squadroni antiguerriglia. In Messico, l’AR-15 è l’arma prediletta delle polizie di Sicurezza Pubblica Statale. Specialista nell’assassinare contadini e indigeni, la polizia di Sicurezza Pubblica del Chiapas provava allegramente, sui corpi morenos delle loro vittime, gli effetti del calibro 5.56 mm. Quando scendemmo dalle montagne, il primo gennaio del 1994, abbiamo trovato molti AR-15 che i coraggiosi poliziotti abbandonavano nella loro vistosa fuga; però questa è un’altra storia. Quando il signor Zedillo prese il potere in Messico, previo l’assassinio del suo predecessore (Luis Donaldo Colosio), e fallì la sua offensiva militare del febbraio del 1995, lui e l’Esercito federale decisero di attivare gruppi paramilitari per combattere l’EZLN “senza il deterioramento nell’opinione pubblica per l’azione diretta di truppe federali” (Memorando interno de la Presidencia a la Sedena, documento archiviato, marzo-aprile, 1995). I dettagli sono stati risolti dall’esperto in antiguerriglia, il generale Mario Renán Castello, sotto la supervisione di un suo superiore, il generale Enrique Cervantes Aguirre, dall’allora governatore del Chiapas (e oggi addetto all’ambasciata del Messico a Washington), Ruiz Ferro, e dal Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI). L’accordo è stato questo: l’Esercito metteva l’istruzione e la direzione strategica e tattica, il PRI metteva la truppa e il governo statale metteva l’armamento e l’equipaggiamento. Così, presto, i fiammanti gruppi paramilitari in Chiapas sono stati dotati di fucili d’assalto AR-15 e AK-47 (conseguiti al mercato nero patrocinato dai militari). Acteal è la parola che definisce meglio la strategia governativa in Chiapas. I proiettili che massacrarono 45 uomini, donne e bambini in questa comunità, il 22 dicembre 1997, erano, in maggioranza, calibro 5.56 mm, alcuni 7.62 mm e pochi altri 22 carabina lunga. I tre bambini che, alcuni mesi fa, sono stati negli Stati Uniti per essere curati da chirurghi specialisti, presentano gli effetti del calibro della bugia: il 5.56 mm. Oggi, 5 gennaio 2000, poliziotti di Sicurezza Pubblica e priisti hanno teso un’imboscata a 30 indigeni zapatisti del municipio di Chenalhó, Chiapas. Sono stati attaccati mentre uscivano a raccogliere il loro caffè. Dopo ore di tortura, il governo ne ha liberati 27 arrestandone tre, accusati, dice, di aver provocato il massacro di Acteal. Il ridicolo governativo non si ferma di fronte al fatto che sia noto a tutti che è Zedillo che ha provocato il massacro del 27 dicembre 1997, non si ferma neanche di fronte allo sproposito di volere responsabilizzare gli zapatisti, che non sono altro che le vittime dei paramilitari. No, va più in là perché l’arresto avviene nel contesto di una presunta iniziativa di pace del governo federale che offre, tra le altre cose, di liberare zapatisti detenuti. E non solo non li libera, ma aumenta il loro numero con i pretesti più ridicoli. Una bugia fa sì che oggi si aggiungano tre indigeni in più alle centinaia di zapatisti detenuti per il semplice e imperdonabile fatto di essere ciò che sono: zapatisti. Io so che, a questo punto della lettera, lei si domanda perché l’abbia scelta come destinatario. Bene, mesi fa ho letto sulla rivista Proceso che lei ha demolito un generale argentino, cosa poco frequente, e che lo ha fatto con parole (cosa inaudita). La causa del suo impegno fu allora coperta dallo scandalo dell’affaire Clinton-Lewinski (non so se si scriva così, il porno scritto non è la mia specialità). Però adesso, più di recente, è mondialmente nota la sua campagna per trovare suo/a nipote. Adesso si sa in tutto il mondo che suo figlio e sua nuora sono stati assassinati dalla dittatura militare argentina (forse con un proiettile calibro 5.56 mm), e che il figlio/a di entrambi fu venduto al mercato nero dei bambini che, oltre alla tortura, pare essere la specialità degli eserciti latinoamericani. E questo della compravendita dei figli dei desaparecidos politici sta avendo lo stesso effetto del 5.56 mm: non solo penetra ferendo, ma gira dentro e causa sempre più danno. Come se il desaparecido lasciasse in eredità ai suoi figli la stessa condizione. Vale a dire, un crimine che colpisce la vittima… e coloro che la seguono nella discendenza. Ho visto la sua lettera al governo dell’Uruguay e ho letto la sua risposta alla risposta di questo governo (in La Jornada). Le ho lette ed ho capito perché era caduto questo generale argentino. Sono sicuro che mai aveva immaginato che un giorno avrebbe dovuto affrontare un poeta e, ciò che è peggio, un poeta insensato. Perché lei lo è, un poeta (benché a volte si mascheri da giornalista), ed è insensato perché adesso, in questi tempi, così si chiamano coloro che non si arrendono né si adattano. Infine, io volevo dirle che noi, zapatisti, la appoggiamo, che desideriamo che lo/a trovi, che suo/a nipote (che già deve essere un uomo o una donna fatto o fatta) merita di sapere che ha avuto i genitori che ha avuto e la loro storia. E, soprattutto, merita di sapere che ha un nonno che sempre la/o ha cercato/a, che non si è mai arreso, che mise al tappeto un generale con alcune parole e che ha commosso il mondo con la sua causa, e che il mate non è più tanto amaro se si prende con qualcuno che amiamo, e altre cose che, sicuramente, lei vorrà che lei o lui sappiano. E tutto questo scrivere del calibro 5.56 mm e di Acteal e dei paramilitari e della sua lotta vengono a fagiolo perché, adesso che c’è la polemica se il secondo millennio è già terminato nel 1999 o terminerà quando finisce il 2000, qualcosa bisogna dire. E noi zapatisti diciamo che no, che né il millennio né il secolo sono terminati. Non termineranno fino a che non ci saranno giustizia e vita e libertà. Non termineranno fino a che la giustizia non si applicherà, fino a che non si castigheranno gli autentici colpevoli e diventi così impossibile un altro Acteal. Non termineranno fino a che lei non troverà suo/a nipote. No, né il secolo né il millennio possono considerarsi terminati con queste pendenze. È una vergogna per l’umanità pensare di essere già entrata in un nuovo millennio mentre perdura insoluto Acteal nella memoria, e un poeta-nonno cerca suo/a nipote desaparecido/a. Non terminerà niente mentre il calibro delle bugie di questo secolo e di questo millennio continuino a girare dentro di noi, distruggendoci, uccidendoci. Pertanto, don Gelman, questa lettera era solo per dirle che speriamo davvero un giorno di poterle dire: Felice secolo nuovo! Felice nuovo millennio! Bene. Saluti e che il tempo infine liberi la nostra storia.
Dalle montagne del sudest messicano

Subcomandante ribelle Marcos

P.S.: GUERRAFONDAIO Di certo, l’arma che porto è un fucile AR-15, calibro 5.56 mm. La chiesi in prestito a un poliziotto il primo gennaio del 1994. Chiaramente correva così in fretta che non riuscii a sentire la sua risposta. Adesso ce l’ho qui, ieri serviva ad uccidere indigeni, oggi serve perché non li uccidano, o almeno non impunemente.

Tombe Etrusche: Tomba della caccia e pesca e Tomba delle leonesse (per innalzare la nostra tradizione e riconoscerci etnicamente)

Postati in Arte, Magie, Tradizioni su maggio 14, 2008 da paolacastagna



Datazione: fine VI sec. a.C. Anno rinvenimento: 1873.
Tomba a due ambienti. Le pitture dell’atrio mostrano scene di danza e nel frontone il ritorno dalla caccia. Nella camera sepolcrale è rappresentato un paesaggio marino ricco di colori, con scene di caccia e pesca . Sulla parete sinistra ecco il giovinetto che salta dentro l’acqua, motivo che ci è noto anche tramite alcuni bronzetti tardo arcaici e dalla tomba del Tuffatore di Paestum. Sul frontone un banchetto tra i due coniugi. In questa tomba sono stati rinvenuti resti di un corpo femminile e le ceneri di un corpo maschile contenute in un’urna posizionata in una nicchia. Nelle raffigurazioni interne, dove è manifesta l’influenza della pittura vascolare ionica, il mondo della natura ha un peso rilevante ed è rappresentato con gioiosa policromia. Notissimo il volo di colombe insidiate da un fromboliere.

Datazione: seconda metà VI sec. a.C. Anno rinvenimento: 1874.
Camera immaginata come quel tendone di stoffa sorretto da un’intelaiatura lignea sotto cui si esponeva il corpo del defunto disteso sul letto intorno al quale si svolgevano gli atti rituali della cerimonia funebre. La parete di fondo fu dipinta in un primo momento; sul suo frontone sono rappresentate due leonesse maculate affrontate mentre al centro è dipinta una scena gioiosa di danzatori e musici intorno a un cratere a volute che non aveva funzioni cinerarie, ma conteneva vino, visto 1′attingitoio dipinto sulla destra. Le pareti laterali non erano ancora state dipinte quando morì adolescente il figlio dei proprietari della tomba. Il bambino venne cremato e le ceneri deposte nell’urna cineraria all’interno della nicchia scavata nella parete di fondo. Questa triste storia è stata poi rappresentata sulle pareti laterali dove in quattro sequenze, a partire da quella della parete di destra, è dipinto il padre che prima tiene in mano il ramoscello dell’olivo, simbolo della vita, poi 1′uovo, simbolo della fecondità, rivolto verso la sciarpa della vita, come se desiderasse avere un figlio. Nella terza sequenza è raffigurato il figlio dipinto di bianco come le donne, per evidenziare la giovane età, che tiene in mano il festone nero della morte per dimostrare che è defunto e dona al padre l’uovo della fecondità come gesto di buon augurio per una prossima paternità. Il padre rivolge verso il figlio il ramoscello d’olivo e nella quarta sequenza alza verso il cielo la mano che sostiene lo scialle della vita. Il carattere delle raffigurazioni con scene riferite alla vita reale riflette una concezione della morte secondo la quale il defunto sopravvive là dove il suo corpo è deposto. 

Un altro selvaggio… un altro anarchico infuriato

Postati in Arte, Maestri su maggio 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

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A.R.Penck… pseudonimo di Ralph Winkler (Dresda 1939), pittore e scultore tedesco. Autodidatta, nel 1956 espose a Dresda e a Berlino teste in gesso e dipinti ispirati alla pittura delle caverne preistoriche intitolati “Weltbilder” (“Immagini del mondo”). A Berlino conobbe Georg Baselitz e Eugen Schönebeck, con i quali firmò il manifesto “Pandämonium” (1961), che propugnava una pittura figurativa di matrice espressionista, in parte ispirata all’Art Brut. Risale a questo periodo la serie di dipinti “Systembilder”, che testimoniò l’interesse di Penck per la cibernetica e la teoria dell’informazione. Negli anni Settanta diede un inquadramento teorico alla propria arte attraverso il concetto di “Standart”, che rimanda a una riduzione del mondo reale a elementi semplici (figure umane, oggetti, gesti) rappresentati in modo stilizzato, di immediata lettura. Inviso al governo della Repubblica Democratica Tedesca, svolse la sua attività clandestinamente, assumendo nel 1968 lo pseudonimo di A.R. Penck (in omaggio al geologo Albrecht Penck, anch’egli originario di Dresda). La produzione di quegli anni consiste principalmente di tele in bianco e nero, raffiguranti ideogrammi e simboli elementari. Nel 1972 partecipò all’esposizione Documenta di Kassel (che lo ospitò anche nel 1977) e nel 1975 tenne la prima grande retrospettiva alla Kunsthalle di Berna. Nel 1980, in seguito all’aggravarsi della sua posizione nei confronti del governo della Germania dell’Est, fu costretto a espatriare nella Repubblica Federale Tedesca. Tra le opere che più esplicitamente richiamano la sua polemica verso il blocco comunista spiccano “East e West” (1980, Tate Gallery, Londra), anch’essi in bianco e nero, raffiguranti, rispettivamente, una macchina funzionante e una non funzionante. Penck aderì, quindi, al movimento neoespressionista, divenendone uno degli interpreti più rappresentativi: la sua pittura perse il carattere naïf delle origini e i motivi arcaici delle sue tele (perlopiù di grande formato) si tradussero in segni più tormentati, dai forti cromatismi. Appartiene agli anni Ottanta anche la più significativa produzione scultorea di Penck, in bronzo e ferro, con inflessioni surrealiste; nel 1986, dopo un viaggio a Carrara, cominciò a lavorare anche il marmo. Oltre allo pseudonimo con cui è più conosciuto, Penck si firmò con vari altri nomi nel corso della sua carriera: nel 1973 scelse Mike Hammer (l’investigatore privato dei racconti polizieschi di Mickey Spillane), nel 1974 appose sulle sue tele la sigla TM (Tancred Mitchell o Theodor Marx), nel 1976 una semplice Y e in seguito Ya. Docente all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, Penck è anche autore di saggi, di argomento filosofico e teoretico, e un apprezzato percussionista jazz. Nel 1996 e nel 2001 gli vennero dedicate due grandi retrospettive alla Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi. Attualmente vive e lavora a Berlino, Amburgo e Dublino. Mi onoro di essergli amico.

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