La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni/ giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento. / Novembre cancellerà le tracce / e ogni tronco andrà disperso / nella viscida e fangosa corrente. / Urina e sperma / per arrotare quello che ci rende specie.
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Da “Il perdono della foglia di neve” di Paola Castagna
Lo scrittore Gian Ruggero Manzoni, uno e plurimo, ci narra l’ennesima avventura del suo esistere… cantastorie come pochi, ci presenta un’altra faccia del passaggio che lo e ci attraversa. Il continuo della sua poesia, il proseguo dei suoi dipinti, l’incalzare dei suoi racconti, la storia, quella maledetta, di cui l’uomo si scorda di continuo, sono il cibo che alimenta questo artista poliedrico. L’uomo dimentica, Manzoni no, e ci ricorda chi siamo, dove siamo, dove finiremo. Quest’ultimo suo romanzo (sebbene la bella veste grafica, ahime disturbata da un qualche refuso, forse scaturito dall’aver sfidato, com’è nel suo stile, morte e divinità) parla, nel contemporaneo, della provincia italiana, di bellezze, di brutture, di amore, di cinico distacco, di nichilismo, di fede, di ipocrisia, di delinquenza, di opportunismo, di generosità, e, dilaniando via via lo stesso autore, arriva e stritola fra due mani l’essenza di un’umanità perduta nella globalizzazione e nello sfacelo. Scava a fondo. Colpisce implacabilmente. Un “Nessuno”, l’Ulisse di sempre, si muove nelle pagine con lo spasimo di chi consapevole di quella fragilità del grande che gli è propria. Capitoli che si susseguono ad incastro e vite che s’incontrano su di un limite conducono il lettore verso il desiderio di sapere come, quando e dove l’esito… se un esito mai ci sarà. E così il fare tesoro e la preziosità di adempiersi, in seguito, a un’ulteriore conoscenza acquista la valenza di un trattato in cui, menzogna e verità, convivono con pari tensione rivolta a un assoluto. Manzoni, con questo libro, c’insegna, ancora, quel qualcosa che parla da un altro dove con la coscienza, in sé, dei secoli. Ecco la condanna verso i sistemi borghesi acquisiti e imposti, poi il rivendicare una natura stanca che, per destino infame e per vecchiaia sapienziale, non può mai smettere di combattere: “…come demone che incontra l’arcangelo nel Giudizio Finale”. Impossibile leggere e nel contempo pensare di restare immuni; certe parole, certe frasi, certe scelte di vita sono come graffi che dilaniano dentro. Espressionistico e oscuro il groviglio di sensazioni che nell’andare si scioglie per divenire realtà e luce, poi il fioretto appuntito che si appoggia e penetra le carni, quindi la sciabolata, che stronca il respiro. È sul ring che la vita acquisisce valore, mossa da un fato che l’autore considera già scritto. Il pugilato, o “nobile arte”, è disciplina estrema… è stile, sia nell’attacco come nella difesa. È, assieme alla corsa, lo sport più antico praticato in Occidente, e Manzoni lo usa quale metafora e quale ritmo per condurre la narrazione. Ne “L’albero di Maehwa”, un albicocco bonsai di pregevole valore, vecchio di 200 anni (simbolo della continuità oltre ogni morte e ogni sventura), è la nobiltà (praticata) che, appunto, conosce la gloria più alta, così come la scelta diviene motivo conduttore. La strada è di nuovo palestra di vita, laddove il dolore imbratta i muri e la miseria rende bestie; là dove l’umiltà è di casa e la riconoscenza diviene ricompensa mossa da un codice inviolabile che trova nel femminile testimonianza ed eterno. Madre, figlia, moglie, amante, quindi concubina religiosa e casta… l’autore non bada a spese nell’esaltare, o schiacciare, le donne che gli vivono a fianco o lo abitano in grembo. La parola, in questo romanzo, più che in altri scritti di Manzoni, è sporca, dialettale, gergale, corrosa, umida, e in essa mascolinità e femminilità si congiungono per dare vita a una possibile speranza, seppur (forse cristologicamente) ancora figlia di un sacrificio. L’io e l’altro io e l’altro io, fino all’esaurimento, minuettano sul quadrato, senza che alcun arbitro possa intervenire o voglia intervenire. Sì, la partita a scacchi con la morte la si gioca sul ring, nel sudore e nella fatica, con semplicità e dedizione, conscaltrezza e nel baratto. “Nel secolo scorso la boxe italiana ha sempre insegnato al mondo, ricordatevelo ragazzi. Tecnica mista a coraggio e a umiltà…Loi, D’Agata, Mazzinghi, Riga, Kalambay, Rosi, Mitri e tanti altri. Non abbiamo mai avuto dei grossi picchiatori, ma riuscivamo a tenere il ring con la testa, col fiato, col fegato e con la classe…” (capitolo 10 pagina 49). Lo scrittore, attraverso l’epica, in tal modo c’impone, come in ogni buon allenamento di boxe, di respirare a bocca chiusa e di resistere ai suoi attacchi, quindi ci esorta, con lirica, a guardare oltre le parole, perché infiniti divengono i piani di lettura… di analisi del testo che, da racconto di vita e malavita, si trasforma, frase dopo frase, in somma allegoria di uno scontro fra titani. Uomo della seconda metà del Novecento, che mai si è fatto scrupolo d’indagare attraverso tutte le arti l’essenza (o il senso) dell’esistere, Manzoni ha la grande capacità di portare a compimento questa saga senza che poi il romanzo abbia, infine, un vero e proprio epilogo, perché il narrare potrebbe continuare ancora e ancora, senza mai stancare. Libro-Vita, quindi… o, per meglio dire, Libro-Mondo, in perenne apertura, in perenne divenire, che non si vorrebbe mai terminato. E questo è il credo di Manzoni nei confronti dell’arte: un continuum di esperienze che vanno a tracciare, come diceva Borges, il volto di chi le racconta. Poi la morale: “…La morte deve sempre essere elemento portante di ogni ragionamento, da porsi sia all’inizio di esso sia alla sua conclusione. Noi uomini dobbiamo sempre ragionare in funzione della morte, o accompagnarla a ogni idea elaborata e quindi espressa…è l’unica certezza che abbiamo, quindi è l’unico punto fisso per poter giungere a delle conclusioni, poi a delle decisioni”( capitolo 9 pagina 47-48). Così l’autore de “L’albero di Maehwa” ci mette alla prova e, sempre attento a tenere la narrazione in pugno, ci sorride e misura quel che siamo, passo dopo passo.
Paola Castagna
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for the day Venerdì, Maggio 2nd, 2008.