Archivio per Giugno, 2008

Ancora su “L’albero di Maehwa” (…grazie)

Posted in Letteratura on Giugno 25, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e6/Jaguar_warrior.jpg/300px-Jaguar_warrior.jpg
il guerriero giaguaro battitore di piste

“L’albero di Maehwa” è romanzo di catabasi e anastasi (per dirla alla Emile Zola), è il romanzo della caduta e della resurrezione dell’umanità di Ponente. Il protagonista, Riccardo Celsio Leardi, pseudonimo Nessuno, è il protagonista dell’ultima epopea dell’eroe solitario. È l’ultimo gladiatore, il perdente destinato all’impresa, il vate inascoltato, l’intellettuale perduto tra nichilismo e titanismo. Ma è anche l’eroe tragico classico per antonomasia, sospinto dai venti del fato verso la dannazione. Una personalità intessuta dal preciso orgoglio di essere “fuori moda”, di vivere una vita “fuori moda” e “fuori modo” eppure, a suo modo, così dentro il mondo. Un orgoglio che deriva dalla coscienza di Nessuno di essere nella vita e nell’arte lo stampo di se stesso e di nessun altro. Un orgoglio che a tratti si stempera in quella carica ironica così cara all’autore, una barbarica ironia a dominante mistica. Qualche giorno fa abbiamo parlato con Gian Ruggero Manzoni del film “Gli spietati” – lo splendido lavoro di Clint Eastwood. Riccardo Celsio Leardi possiede proprio quella ‘tenera’ ferocia di alcuni personaggi eastwoodiani, ma anche di certi eroi da cinema orientale d’autore depositari di una violenza lirica e malinconica, come se ne trovano nella trilogia della vendetta del coreano Park Chan-wook. Una violenza vicina al modello pulp che sembra rivivere nella crudezza e nel gusto per l’eccesso di alcuni passaggi de “L’albero di Maehwa” con la differenza fondamentale che con questo romanzo Gian Ruggero Manzoni reiventa la narrazione di genere in chiave di impegno civile e di tensione epica. Tutti i personaggi de “L’albero di Maehwa”, ognuno a proprio modo, mettono in gioco se stessi in una sfida con la morte che è salvifica, anzi, per qualcuno, rappresenta l’unica salvezza, il solo riscatto per una vita sbagliata. La vicenda narrata ne “L’albero di Maehwa” è, per i suoi personaggi bergmaniani, una vera e propria ristrutturazione di personalità, una ricostruzione di identità, seppure estrema e definitiva, senza ritorno. Il libro si apre con la grande metafora del bonsai, l’albicocco nano, la miniatura di mirabili proporzioni, vecchia di duecento anni, che tante vite ha vissuto, rimanendo sempre uguale a sé. Una metafora che rappresenta la storia umana e la memoria di questa storia stratificata nella scrittura. Una scrittura della memoria che deve essere coltivata e curata con un assiduo impegno liturgico e mai dimenticata, pena la perdita dell’identità. Non a caso la cura del Maehwa è affidata a Riccardo, il protagonista, uno che, per dirla con l’autore, ha “il sacro e la ritualità sacra ben piantati dentro”. E a proposito dell’autore, trovo affascinante la definizione che Andrea Ponso suggerisce per Gian Ruggero Manzoni: non solo, o non tanto, uomo di teatro, ma, piuttosto, “uomo teatro”, nel senso di “uomo evento”. Un uomo destinato a vivere la letteratura e l’arte come condizione di vita e a pagarne fisicamente il prezzo. Un uomo, un intellettuale, un artista che, prima d’inscenare i propri lavori teatrali, mette in scena se stesso, senza remore e infingimenti, sul palcoscenico della vita (che poi, in fondo, è l’unica forma di teatro veramente radicale e totale). La scrittura letteraria de “L’albero di Maehwa” è un’originale commistione di lingua alta e bassa, di flussi quasi vernacolari e di invettive contro i poteri forti nel mondo, ispirate da una limpida ideologia umanistica, efficaci nella loro semplicità e immediatezza. E anche l’arte e la letteratura sono dominati da poteri forti, come narra il protagonista, Riccardo, alias Nessuno, a Libero, suo unico amico, boxeur d’altri tempi, al quale resta la fierezza come unica arma. “Se non stai alle regole sei fuori”, dice Nessuno a Libero. E bisogna dire che, specularità autobiografiche a parte, Gian Ruggero Manzoni non è mai stato alle regole del gioco, in particolare ha sempre rigettato le regole imposte dal mercato dell’arte e della letteratura, ricevendo in cambio il farisaico ostracismo dell’establishment culturale italiota. Gian Ruggero Manzoni, e lo sa bene chi lo conosce appena, possiede competenze e interessi preziosi che spaziano dall’arte visiva alla filosofia, dalla letteratura alla scienza, dall’ebraismo alla teologia, dalla teoria dell’arte alla scrittura per il teatro, dalla politica all’arte militare. Ma quello che conta, al di là del suo naturale eclettismo, è che Gian Ruggero è uno dei pochi, pochissimi intellettuali italiani dotati della proprietà di essere veri, non nel senso di essere depositari della verità e nemmeno nel senso del verismo/spontaneismo paratelevisivo di tanti presunti grandi comunicatori, bensì nel senso di non simulare o dissimulare se stessi attraverso ideologie e posizioni di comodo. Gian Ruggero Manzoni vive l’arte e la letteratura come azione e la agisce. Non a caso è anche raffinato artista visivo, pittore di tempeste cromatiche, di simboli e di percorsi gnostico-totemici perché, come dichiara in quello che è un verso – epigrafe de “Il mercante di allodole” (1977) – “Chi comprende i simboli con le mani è l’unico uomo libero”. La sua dimensione artistica è dunque prima di tutto una prassi, un’azione razionale di scardinamento ma anche viscerale di creazione. Il suo fare è il fare per cambiare il mondo. Premesse e assiomi meta-artistici già evidenti nel manifesto de “Il Visceralismo”, la corrente di pensiero fondata dall’autore poco più che ventenne nel 1979. Ma quale è il segreto di questo equilibrio viscerale tra pensiero e azione? La ricerca della giusta relazione tra pensiero e azione è da sempre un universale culturale per l’intellighentia, le classi intellettuali di tutte le epoche storiche. E sia per gli intellettuali che per gli altri uomini, molte sono le tecniche e le filosofie che pretendono di insegnare l’arte di questa superiore omeostasi. Lo sciamanesimo tolteco, di castanediana memoria, ne rivela il segreto nell’arte del guerriero – definita anche arte del battitore – una vera e propria scienza del comportamento impeccabile attraverso la manipolazione della percezione. Gli “uomini di conoscenza” toltechi vedono pensiero e azione perfettamente fusi nello stadio sublime della libertà, ma per raggiungere questo stadio non operano riti esotici e incantesimi sanguinosi, non creano pozioni magiche. La vera e unica magia per essere liberi, secondo Don Juan Matus, è nel vivere impeccabilmente, applicando l’arte del battitore. “Un guerriero è un cacciatore perfetto che dà la caccia al potere… un guerriero-cacciatore ha contatti stretti con il suo mondo, ma al tempo stesso a quel mondo è inaccessibile… un guerriero è spietato perché non indulge all’autocommiserazione; è paziente perché sa rinunciare all’aspettativa e avere fiducia nell’intento; è gentile perchè sceglie e percorre sentieri che hanno un cuore”. Sono convinto che questa descrizione un po’ epica bene si attagli all’uomo e all’intellettuale, oltre che all’artista Gian Ruggero Manzoni, figura limpida di pensatore e attore (nel senso di agire l’arte) che sembra incarnare proprio questo eponimo mitografico e letterario, il guerriero/battitore di Don Juan Matus, paziente nella sua perenne ricerca di una funzione civile dell’arte, nella sua incrollabile fiducia nell’intento di una letteratura vissuta come condizione e atto politico di libertà e non come professione di credo e potere mediatico da spartire in consorteria. Non a caso, il Manzoni pittore e scrittore, poeta e teorico dell’arte, al di là dell’indubbio carisma “leonardesco”, al di là del sangue “favoloso” di Alessandro o più terrestre di Piero Manzoni che scorre nelle sue vene, è, soprattutto, un “battitore” di piste difficili verso la libertà, verso un senso superiore dell’esistenza. Questo è il karma degli anni trascorsi nei posti caldi della terra come volontario del Battaglione S. Marco o di quelli passati a insegnare storia dell’arte nelle Accademie di Belle Arti; questo è il senso dell’incessante impegno nella narrativa e nella poesia, nel teatro e nelle arti visive, in favore di una cultura “altra”, liberata dai lacci del consumo dei non-luoghi della postmodernità, in favore di un’arte libera di andare; e questo è il significato della sua spietatezza nei confronti dell’invalidante Morbo di Crohn che lo ha colpito anni fa e alla ricerca sul quale morbo l’autore devolve tutti i proventi delle sue opere. Ma questo è anche il significato della battaglia che gli “eroi” de “L’albero di Maehwa” devono combattere quotidianamente contro quell’aggressione sociale che io chiamo la tecnocrazia del lutto – tra l’altro splendidamente incarnata da due memorabili personaggi della mafia russa, veri e propri critici e cultori d’arte dalla fine sensibilità – sì, quella battaglia quotidiana contro la tecnocrazia del lutto che io vedo come stadio ulteriore e successivo alla società dello spettacolo, così profeticamente vista da Guy Debord nella sua omonima opera incendiaria del 1967. Io vedo un Occidente tecnocratico e plutocratico nel quale i cosiddetti poteri forti, le multinazionali, la finanza e la politica virtuale (perché l’economia e la politica non esistono più da tempo in Occidente), dopo aver mercificato l’uomo e i suoi desideri – corrompendoli in bisogni – stanno adesso vendendo la morte un tanto al chilo. La stanno svuotando di senso e mercificando attraverso lo strapotere della triade: armi, guerra, petrolio… soprattutto attraverso l’imperversare della guerra infinita per il petrolio, condotta dal sanguinoso esercito monoteista globale. Dunque, se le convenzioni di mercato non valgono, per Gian Ruggero Manzoni esistono ben altre regole: le regole senza tempo della storia umana, le regole non scritte della civile convivenza con l’alterità, con l’altro da noi, come emerge dall’accorato incontro tra la madre di Riccardo – singolare figura di aristocratica disillusa – e la bellissima Fatma, depositaria di un rigenerato futuro della decaduta stirpe nazionale. La figura di questo eterno femminino mediterraneo, di Fatma, bellissima e sacerrima donna algerina, è la vera protagonista del romanzo e vive magistralmente in alcune pagine di un erotismo denso e vibrante. Fatma è un personaggio per il quale bisognerebbe riconvertire l’etimo di sensuoso e farlo derivare da una fusione di flessuoso e sensuale. Ma Fatma possiede anche il dono della ricettività creativa e della memoria storica dell’umanità di Levante. Non a caso nel romanzo è la guida, la salvatrice e, in un certo senso, anche la “carnefice salvifica” di Riccardo, colei che lo “dannerà” alla resurrezione. Per questo amo “L’albero di Maehwa”, ancora più di quanto ho amato e apprezzato l’ultimo romanzo di Gian Ruggero Manzoni, “La Banda della Croce”, perché, con quest’ultimo lavoro, in misura ancora maggiore rispetto alle precedenti opere, l’autore incide un segno profondo nella coscienza dell’uomo contemporaneo. Reinventando il romanzo di genere in chiave di testamento civile, spazzola via la forfora dell’intrattenimento di tanta letteratura cannibale o pseudocannibale e rivela lo specchio tristemente vuoto degli autori dei best seller per un giorno. Il punto è che, a differenza di tutti gli altri pseudoartisti e pseudoautori, Gian Ruggero Manzoni ha cose da dire e le dice con voce ferma e instancabile, perchè le ha vissute e continua a viverle. Queste cose hanno il profumo del futuro. Parlano di quello che ci sta accadendo e che ci accadrà nei prossimi anni. Raccontano dell’Italia di oggi e dell’Occidente di oggi. E della pari stupidità dei vari occidentalismi e orientalisti, camuffati in apocalittici scontri di civiltà. Svelano l’ignavia e l’incoltura-incultura di una politica che pretende di arginare la disperazione del mondo introducendo nuove figure di reato. Scoprono la mancanza del senso della storia in coloro che dovrebbero insegnarla. Perché questa è letteratura che, al pari del protagonista del libro, non ha paura di morire sapendo di rinascere nella pancia del mondo. E anche perché, e scusate se è poco, come afferma il Don Juan Matus di Carlos Castaneda, “l’arte del guerriero e dell’artista sta nel bilanciare il terrore di essere uomo con la meraviglia di essere uomo”.

Luigi Fabio Mastropietro

Magnifico, allegorico, simbolicamente esoterico!

Posted in Arte on Giugno 24, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

http://terradinessuno.files.wordpress.com/2007/09/722px-trionfo_della_morte_gia_a_palazzo_sclafani_galleria_regionale_di_palazzo_abbatellis_palermo_1446__affresco_staccato.jpg?w=493&h=416
Il trionfo della morte, autore ignoto, affresco strappato del 1446, già a Palazzo Sclafani, Palermo

Sempre per il mio ultimo romanzo (…grazie)

Posted in Letteratura, Magie, Tradizioni on Giugno 19, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

Il Bonsai è una scultura lenta: la più lenta scultura del mondo. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, si svolge una delicata lotta tra l’uomo, che ha in mente la sua idea di come vorrebbe si sviluppasse la sua opera, e la pianta, che resiste per seguire la sua natura. L’uomo tenta di sedurre la pianta, illuminandola dove vuole che cresca e lasciando in ombra le altre parti, cerca di forzarla con il fil di ferro, con le forbici, con la propria volontà… la pianta, da parte sua, si ribella, ostinatamente decisa a restare padrona della propria vita. Alla fine si realizza un compromesso tra l’uomo, che non avrà mai una pianta esattamente come l’aveva immaginata, e la pianta stessa che sarà, comunque, molto diversa da come sarebbe stata senza l’intervento dell’uomo. Il Bonsai è una scultura lenta, quotidiana, fatta di attenzioni continue e costanti, di piena e totale dedizione alla propria opera e, con l’andare degli anni, non si capisce più se a essere scolpita sia la pianta o l’uomo. E così è anche il vecchio alchimista che, caparbiamente, si ostina a raffinare per la millesima volta la sua oncia di mercurio, alla ricerca della quintessenza delle cose, della Pietra Filosofale, dell’elisir degli elisir, quando, in realtà, non sta che raffinando se stesso, il proprio spirito, la propria vita. L’Alchimia, come l’arte dei Bonsai e ogni altra impresa in cui l’uomo sia chiamato a misurarsi col tempo, con la pazienza, con la devozione e, soprattutto, con se stesso, sono una grande, misteriosa e meravigliosa allegoria, al termine della quale ci aspetta il premio più ambito, l’unico per cui vale la pena di battersi, vivere e, giunto il nostro momento, morire… tuo Pier Marco Turchetti [18-06-2008]

Due poesie dell’amico Raffaele Piazza

Posted in Uncategorized on Giugno 18, 2008 by Gian Ruggero Manzoni


PPP con la madre

A Pierpaolo

Vedi, Pierpaolo, a Ostia è il
nulla, una culla di pensieri
sciama nel Terzo Millennio
eri felice, Pierpaolo? Saresti
vivo in questo postmoderno
senza usignoli senza la mano
e la manna dell’innocenza
a tessere testi per Garzanti
e sul Decamerone
mirabili pellicole.
Poesia in forma di rosa
un attimo un barlume,
l’esatta verginità morale del tuo
esistere eri l’angelo del nulla
sorridevi
in questo ti differenzi, da Pavese,
tu, profeta sanguato dei giorni
e cosa diresti vegliardo nel 2008?
Pierpaolo angelo
tra penna e cine presa, Corriere
e ragazzi di borgata, privata
felicità nella diversità eri felice?

Ceste di mele di fortuna
ti donerei questi versi
piango come chi crede nell’arte tua

le ceneri tue insieme a quelle di Gramsci
a vedere nel fondo della Storia
un mistico furore di generazioni
senza passato Pierpaolo
oltre la vita e la morte
ai blocchi di partenza e sono morti
Penna e Bellezza e Moravia.

Pierpaolo, in quel chiaroscuro
animale che dà barlumi per esatta
coincidenza era il 1975 il giorno
dell’infanzia e mia nonna disse
che eri morto, sovrana innocenza
penna nel quaderno di me stesso
a non sapere come nascono i figli.


lungo le strade di Parigi

Nel delta venite!!!

Grano di fortuna dei tuoi
capelli, Serena, i tuoi misteri
tra gli ambulacri troviamo
l’albero da rinominare
lo chiami Ficus Beniamino
e si va avanti con le iniziali
che con le unghie affilate
scrivi: amore profano
nel campo maturato di giugno
e noi mietiamo la vita senza
figli tra fieno afrodisiaco e

in quello svettare di platino
di rondini a dire attenzione
che a voi attacca subito
nel bianco della perla liquido e

poi vengono due i cavalli bianchi
da cavalcare Raggio e Fulmine
in quella bellezza
del tempo della pace nuotare
nell’aria pari a volatili
e poi il sonno

siamo nel 1984 sinuoso il bianco
della 127 salta di asfalto ostacoli

fino al Parco Virgiliano:
venite a fare l’amore sussurra
un corvo nero venite

quel grano sarà pane per altri amanti
attenzione…

Raffaele Piazza

Per alcuni giorni saremo qui… ma ritorneremo presto da voi

Posted in Informazioni, Notizie on Giugno 12, 2008 by Gian Ruggero Manzoni


Santa Croce di Magliano (CB), il corso

Assieme al Centro di Ricerca Culturale Abraxas, al Comune di Santa Croce di Magliano, alla Regione Molise, all’amico regista e scenografo Nicola Macolino, all’attrice Azzurra De Gregorio, allo scrittore Luigi Fabio Mastropietro e all’attrice Mari Correa, entrambi della rivista Altroverso, stiamo lavorando a progetti stratosferici… fra cui, una mia rilettura del Macbeth di Shakespeare che andrà in scena dopo l’estate (… ma vi terrò informati). Comunque per alcuni giorni non potrò postare, idem la mia segretaria Paola Castagna, quindi vi domando-domandiamo scusa e vi rimando-rimandiamo a giovedì prossimo. Un abbraccio a tutti.

Bellissimo e misterioso come la fine da lui scritta… come la morte che lui fece

Posted in Musica, Poesia on Giugno 12, 2008 by Gian Ruggero Manzoni


Jim Morrison in tutta la sua bellezza

LA FINE – THE END

Questa è la fine
stupendo amico.
Questa è la fine
mio unico amico, la fine
dei nostri piani elaborati, la fine
di ogni cosa stabilita, la fine…
né salvezza o sorpresa, la fine
non guarderò nei tuoi occhi… mai più
puoi immaginarti come sarà
così senza limiti e libero
disperatamente bisognoso di una… mano straniera
in un… paese disperato
perso in una romana… regione di dolore.
E tutti i bambini sono alienati
tutti i bambini sono alienati
aspettando la pioggia estiva.
C’è pericolo alla periferia della città.
Cavalca la King Highway, baby
strane scene all’interno della miniera d’oro
cavalca l’autostrada ovest, baby
cavalca il serpente, cavalca il serpente
fino al lago, l’antico lago, baby.
Il serpente è lungo sette miglia
cavalca il serpente… è vecchio e la sua pelle è fredda
l’ovest è il meglio, l’ovest è il meglio.
Vieni qui e ci occuperemo del resto
l’autobus blu ci chiama.
Autista, dove ci porti?
L’assassino si svegliò prima dell’alba, s’infilò gli stivali
prese una maschera dalla vecchia galleria
e s’incamminò verso l’atrio
andò nella stanza dove viveva sua sorella e… poi lui
fece una visita a suo fratello, e poi lui
s’incamminò verso l’atrio
arrivò a una porta… e guardò dentro…
padre, sì figlio, voglio ucciderti
madre… ti voglio… fottere.
Vieni, baby, rischia con noi
e incontrami sul fondo del bus triste
faccio un rock triste, su un bus blu
uccidi, uccidi, uccidi.
Questa è la fine
stupendo amico
questa è la fine
mio unico amico, la fine…
mi fa male liberarti
ma tu non mi seguirai mai
la fine delle risate e delle dolci bugie
la fine delle notti in cui tentammo di morire.
Questa è la fine…

(scritta da Jim Morrison nel 1965)

NOTA: La band “The doors” (di cui Morrison fu il leader) ufficialmente venne fondata nel 1966 a Los Angeles, ma artisticamente si deve far risalire la sua nascita al 1965, per l’esattezza a Venice Beach, dopo l’incontro tra Jim Morrison e Ray Manzarek, entrambi studenti della facoltà di cinematografia all’UCLA (University of California, Los Angeles). Nello stesso anno, passeggiando lungo la spiaggia di Venice, James (Jim) Douglas Morrison canticchiò a Manzarek il testo di una poesia che aveva appena scritto, “Moonlight Drive”, dichiarandogli contemporaneamente la sua totale inesperienza musicale e quindi l’impossibilità di tradurla quale canzone su pentagramma. Manzarek in quel momento faceva parte di una band chiamata “Rick and The Raven” ma, riconoscendo in Morrison delle potenzialità interessanti, gli propose di creare un nuovo gruppo. Attraverso le sue conoscenze, Ray ebbe la possibilità di ingaggiare Krieger e Densmore, che già suonavano con una band chiamata “The Psychedelic Rangers”: i tre si erano conosciuti a una lezione comune di meditazione trascendentale. Morrison scelse il nome del gruppo da una frase di William Blake: “If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it truly is, infinite” (“Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe all’uomo come realmente è: infinita”). I testi delle canzoni di Morrison (delle vere i proprie poesie) furono influenzati dagli scritti di Aldous Huxley e in particolare dal suo saggio “Le porte della percezione” (“The doors of perception”), anch’esso ispirato dal celebre verso di William Blake. Huxley faceva uso di allucinogeni come la mescalina, parallelamente a Morrison che, spesso, usava LSD. Altre influenze sulla poetica di Morrison sono rintracciabili nel pensiero di Friedrich Nietzsche e nella cultura classica, come la chiara citazione dall’ “Edipo Re” di Sofocle nel pezzo “The End” là dove dice “…father I want to kill you / mother I want to fuck you”; senza ovviamente dimenticare uno tra i più amati poeti di Jim: Rimbaud.

Il corpo sottratto… GRM e Salvatore Scafiti in dialogo

Posted in Arte, Attualità, Eventi, Tradizioni on Giugno 9, 2008 by paolacastagna


GRM al Monastero di Camaldoli, maggio 2008

 

un’opera di Salvatore Scafiti in mostra al Monastero di Camaldoli

 

 

 

 

 

 

Nell’artista abita sempre, da sempre, la presenza più labile, a volte discreta, a volte sfacciata della dimensione più recondita dell’uomo: il sommo dormire. Qui, la presenza evidente, racconta la forza con capacità espressiva primordiale. Nei lavori di Salvatore Scafiti, presentato da GRM al Monastero di Camaldoli alcune settimane fa, la tecnica si adopera nella mano dell’artista e converte ogni possibile/probabile incertezza. Artista ordinato, pulito, lindo, eppure così incisivo, ‘Salvo’ non concede pause. Come lo strappo di un affresco, lasciato per secoli sulle mura di una chiesa sconsacrata, così è considerata l’opera. Il rovescio delle cose, che sbocciano oltre il giardino incantato, si manifesta, perché di sortilegio non vi è più nulla. Spogliate le vesti del quotidiano, le sembianze mostrano, serrando i denti, quell’altro che ci appartiene. Nudità, senza remore, porta al declino della perfezione; mai arrogante, quest’ultima, direi circolare sul vuoto… sul nulla che riempie il Sé. Scafiti supera, oltrepassa la linea di gravità, la scarnifica e, come la luce, ne rischiara le angosce, i turbamenti, le mediocrità. Artista a tutto tondo, il suo racconto è fluido, scorre e pone nella storia narrata la semplicità intrinseca del voluto. Vita che puoi palpare e toccare; il messaggio è arrotolato in una bottiglia di vetro di Murano, la preziosità ne evidenzia la qualità. Egli rispecchia l’immagine dei tempi nella materia… materia da cui Scafiti crea qualsiasi immagine-forma che abbia massa e occupi spazio senza, però, contrapporsi al concetto di energia, di campo, di tempo, lasciando, così, l’infinito avvolgere, mentre il resto sfugge alle catene dell’inconscio. Il tempo, che comunque mai appare tiranno, in contrapposizione di limiti umani e non solo, si dirada. Giorni scanditi dal responsabile che dilania il respiro, invitando a inciampare su di lui e creare, di conseguenza, un’apnea che focalizza il centro del pensiero. Materia oscura, manifesta effetti gravitazionali in molteplici fenomeni astronomici, le cui condizioni, in natura, sono diverse rispetto alla stessa materia visibile. Così Scafiti ultima la sua opera in un groviglio di vissuto… in un rivelato dalla ricerca sull’individuo, pur sempre elevato ai massimi sistemi. Come nel sogno, o nel nostro peggior incubo, lo specchio di ciò che siamo resta sospeso tra il volere e il potere, e ci pone innanzi all’ennesimo quesito, antico di storia quanto fresco di risposte, che le opere di Scafiti ci regalano: “dove, nell’oggi, la collocazione del corpo?”

Albero per albero…

Posted in Arte, Foto, Maestri on Giugno 7, 2008 by Gian Ruggero Manzoni


Dopo aver letto il mio ultimo romanzo L’Albero di Maehwa  ecco cosa mi ha spedito l’amico fotografo Joan Fontcuberta… un grande dell’arte contemporanea. Per saperne di più clicca qui.