Archivio per Luglio, 2008

Dall’Inferno al Socialismo

Posted in Letteratura, Maestri on Luglio 28, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

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Johan August Strindberg nacque a Stoccolma nel 1849. Fu un importante scrittore, drammaturgo e artista. Per la vastità e la rilevanza della produzione il suo nome viene affiancato a quello del norvegese Henrik Ibsen, quindi è da considerarsi autore all’apice della tradizione letteraria scandinava nonché da inserirsi tra i massimi letterati del mondo. La vita di Strindberg fu tumultuosa, tessuta di esperienze complesse e scelte radicali e contraddittorie, a tratti rivolta contemporaneamente a molteplici discipline, non direttamente attinenti alla figura ufficialmente letteraria dell’autore: scultura, pittura e fotografia, chimica, alchimia, teosofia, sintomi di una rottura intima del proprio animo con la dimensione convenzionale del tempo e del vivere, dunque elementi reciprocramente contaminati nell’atto creativo e fondamentali per la sua interpretazione. Suo padre Carl Oskar Strindberg era d’estrazione piccolo borghese, faceva il commissionario di battelli a vapore, sua madre, Eleonora Ulrika Norling, era una cameriera (racconterà la storia della sua famiglia ne Il figlio della serva). Strindberg si diplomò nel 1867, intraprendendo gli studi di filologia e medicina, per finanziare i quali si mantenne per un periodo insegnando in una Folkskola. Tentata e fallita la via di una carriera come attore, nel 1870 decise, finalmente, di iscriversi all’Università di Uppsala, iniziando a sperimentare la creazione letteraria. Però le condizioni economiche lo costrinsero, dopo soli due anni, ad abbandonare gli studi e a ritornare nella capitale dove, nel 1874, poté lavorare come giornalista per il quotidiano Dagens Nyheter e, soprattutto, accedere alla mansione di bibliotecario nella Biblioteca Reale (Kungliga Biblioteket) fino al 1882. Nel 1877 si sposò con la finnosvedese Siri von Essen, dalla quale ebbe i figli Karin, Greta e Hans. L’esordio vero e proprio come scrittore e drammaturgo avvenne nel 1879 con l’uscita de La Camera Rossa, mentre l’opera Maestro Olof , concepita già nel 1871, che attirò costantemente le aspettative di Strindberg, venne respinta dai teatri e dovette attendere il 1881 per essere rappresentata. Negli anni successivi scrisse un’opera storica, Il popolo svedese (1881), e il romanzo Il nuovo regno (1882). Queste opere furono composte in stile realista e criticavano violentemente le istituzioni sociali. Venne, così, fortemente discusso e accusato di antinazionalismo da sentirsi motivato a trasferirsi a Parigi (1883) e, più tardi, in Svizzera. Assieme a Siri e ai bambini raggiunse la comunità scandinava di artisti di Grez. Durante il soggiorno all’estero continuò a scrivere e a pubblicare romanzi autobiografici come Sposarsi (1884-1886), appunto Il figlio della serva (1886) e Apologia di un pazzo (1886-1887), le pièce teatrali Il padre (1887) e La signorina Giulia (1889) e altri romanzi oltremodo polemici come Utopie nella realtà (1885). La prima parte della raccolta di novelle Sposarsi suscitò le accuse di blasfemia che alimentarono il cosiddetto Processo-Giftas (Giftas-Processen). Altri lavori valsero a Strindberg l’etichetta di misogino in tutta l’Europa. Nietzsche e l’adesione al ’superomismo’ favorirono l’evoluzione della sua poetica oltre il positivismo. Frutto della nuova influenza furono i drammi Paria (1889) e Samun (1889), e il romanzo Sul mare aperto (1890). Fino al 1889 rimase lontano dalla patria. Un lungo periodo durante il quale la relazione con Siri von Essen si compromise fino a giungere a una tensione paragonabile a quella incarnata dai personaggi femminili delle sue opere. In seguito si risposò altre due volte, ma entrambi i matrimoni si conclusero dopo breve tempo. La crisi successiva (1896-1897), tra ossessioni e occultismi vari, è espressa in Inferno (1897) e Leggende (1897-1898). Lo studio della filosofia di Swedenborg restituì a Strindberg un certo equilibrio interiore, che rese possibile il suo ritorno all’attività drammaturgica. Scrisse i capolavori Verso damasco (1898-1901), Danza di morte (1901), Il sogno (1902). Oltre ai drammi Avvento (1898), Delitto e delitto (1899) e Pasqua (1901). Nemico di ogni ordinamento e valore tradizionale, scatenò la sua polemica e invettiva nei romanzi Stanze gotiche (1904) e Bandiere nere (1904). E negli articoli poi raccolti in Discorso alla nazione svedese (1910), Lo stato popolare (1910), Rinascita religiosa (1911). Sono scritti in cui riprese in forma più matura il socialismo della giovinezza, non salvando nulla dei valori cari alla borghesia. Nel 1907 fondò col regista A. Falk il Teatro Intimo, per il quale scrisse: La sonata degli spettri , Il pellicano , Maltempo, La casa bruciata , L’isola dei morti . Sono drammi che inaugurarono un nuovo stile di recitazione e riproposero il tema del viaggio come avvio verso la morte. L’ultimo dramma fu La grande strada maestra (1909). Dal teismo di tendenza cattolica, Strindberg tornò alla religione protestante e a un socialismo rurale che indicava nei contadini i creatori della ricchezza. Morì a Stoccolma nel 1912. Ai suoi funerali si formò un corteo spontaneo di operai; questo perché negli ultimi anni della sua vita egli supportò la loro causa.

Ecco dove abita (veramente) Gian Ruggero Manzoni (GRM)

Posted in Foto, Informazioni, Magie, Notizie on Luglio 25, 2008 by paolacastagna


 


il palazzo dell’innominato… innominabile… famigerato… GRM

Donne nella storia

Posted in Informazioni, Notizie, Tradizioni on Luglio 21, 2008 by paolacastagna


Isabella d’Este ritratta da Tiziano

Le sorelle Este furono esposte a molte delle idee del Rinascimento: in seguito Isabella divenne un’appassionata, addirittura avida collezionatrice di sculture romane e commissionò sculture moderne in stile antico. All’età di 16 anni sposò Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova. I coniugi furono patroni di Ludovico Ariosto mentre questi stava scrivendo l’ Orlando Furioso ed entrambi furono molto influenzati da Baldassare Castiglione, autore de Il Cortigiano, un modello di decoro aristocratico per duecento anni. Fu su suo suggerimento che Giulio Romano venne convocato a Mantova per ampliare il castello e altri edifici. Sotto gli auspici di Isabella la corte di Mantova divenne una delle più acculturate d’Europa. Tra i tanti importanti artisti, scrittori, pensatori e musicisti che vi giunsero ci furono Raffaello Sanzio, Andrea Mantegna e i compositori Bartolomeo Tromboncino e Marchetto Cara. Isabella venne ritratta due volte da Tiziano e il disegno di Leonardo da Vinci a lei dedicato (preparatorio per un dipinto a olio mai eseguito) è esposto al Louvre. Fu ella stessa una brillante musicista che considerava gli strumenti a corda, come il liuto, superiori ai fiati, che erano associati al vizio e al conflitto; considerava inoltre la poesia incompleta finché non veniva trasposta in musica, e cercò i più abili compositori dell’epoca per completare tale compito. Si dedicò al gioco degli scacchi tanto che il grande matematico rinascimentale Luca Pacioli (1445 -1517), nel 1499, avendo il re di Francia Luigi XII conquistato il ducato di Milano ed essendo lo stesso Pacioli in compagnia di Leonardo da Vinci fuggito e riparato a Mantova, scrisse e le dedicò il manoscritto De ludo schaccorum, opera per secoli ritenuta persa e solo nel 2006 ritrovata presso la biblioteca Coronini Cronberg di Gorizia. Mostrò inoltre grande abilità diplomatica e politica nei negoziati con Cesare Borgia, che aveva spodestato Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, marito della cognata (e amica intima) Elisabetta Gonzaga. Dopo la morte del marito, Isabella governò Mantova come reggente del figlio Federico. Iniziò a giocare un ruolo importante nella politica italiana, facendo avanzare costantemente la posizione di Mantova. I suoi molteplici e importanti conseguimenti compresero l’elevazione di Mantova a ducato e l’ottenimento del cardinalato per il suo figlio minore Ercole Gonzaga. Con il conseguimento della maggiore età del figlio, la sua figura di donna di comando generò alcuni dissapori e maldicenze, tanto che Federico la estromise dalla vita politica di Mantova negandole qualsiasi notizia che dall’esterno perveniva alla cancelleria. Fu forse questa la molla che spinse Isabella a allontanarsi dalla città recandosi a Roma, nonostante la situazione politica tumultuosa. Nel 1527, infatti, fu testimone del Sacco di Roma e il suo palazzo, nel quale aveva dato rifugio a circa 2000 persone, fu l’unico in tutta la città a non essere saccheggiato dai lanzichenecchi per via della protezione offerta da suo figlio Ferrante, capo di una milizia dell’esercito imperiale. Isabella si prodigò nella protezione dei rifugiati che erano comunque stati dichiarati ostaggi dall’esercito imperiale e per i quali fu richiesto un riscatto. Tornata a Mantova, si occupò della vicenda del matrimonio del figlio Federico, un’operazione molto ingarbugliata: la ripudiazione della prima moglie Maria Paleologa, accusata di congiura da una cortigiana di Federico, poi la scelta di Carlo V di dargli in moglie sua cugina Giulia, più anziana di lui e malvoluta dal popolo, la riabilitazione di Maria dopo che questa era diventata unica erede del feudo del Monferrato e, in seguito alla morte di lei, le definitive nozze con sua sorella Margherita Paleologa.

I prìncipi degli illustratori

Posted in Arte, Maestri, Magie on Luglio 17, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

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Moebius… il visionario esoterico
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Enki Bilal… l’ermetico fantastico

Il coccodrillo del Po, il Pesce Siluro

Posted in Informazioni, Notizie on Luglio 16, 2008 by paolacastagna

Se ne parla anche in Radiofreccia, il film di Ligabue con Stefano Accorsi, che sfida la sorte per pescarne uno con le proprie mani. Certi pescatori dicono di averlo visto venir fuori dall’acqua per inghiottire galline, anatre, cani. Qualcuno teme che possa ingoiare pure i bambini. Secondo altri è una leggenda metropolitana. Tuttavia del terribile pesce siluro, nome scientifico silurus glanis, esistono documentazioni approfondite. Il pesce siluro ha il corpo allungato, cilindrico nella parte anteriore e compresso nella parte posteriore, non ha squame e la sua pelle è ricoperta da grandi quantità di muco. La testa è massiccia e appiattita dorso-ventralmente, ha due paia di lunghi barbigli, la bocca grande con numerosi denti, gli occhi di piccole dimensioni. Predatore da basso fondale, ha mascelle terribili. Non è una specie autoctona, ma è presente anche nei nostri fiumi e laghi da alcuni anni. Nei luoghi di origine, Europa orientale e Asia, dove raggiunge dimensioni ragguardevoli, un tempo si riteneva che assalisse anche l’uomo per divorarlo, e si citavano esempi di grossi siluri che, sezionati, avrebbero mostrato nel loro apparato digerente resti di corpi umani. Ma queste notizie sono prive di ogni fondamento. Vero è invece il maxi-esemplare di oltre un quintale pescato a Turbigo (Milano), nel laghetto dell’Arbusta, qualche anno fa. Vero è l’esemplare lungo 2 metri e 25 centimetri, del peso di 70 kg, pescato nell’agosto 1952 nel lago di Morat ed esposto nel museo di zoologia di Locarno, in Svizzera. Stando ad alcuni esperti, il siluro prediligerebbe le acque tranquille, poco profonde e a fondale molle con presenza di ricca vegetazione. Durante le ore diurne tende a rimanere immobile sul fondo, affossandosi nel fango. Ma quando ha fame, non c’è rivale che tenga. Seppure lento nel nuoto, il siluro divora tutto: invertebrati di fondale, pesci, anguille e ciprinidi. E’ un enorme tubo digerente. Gli esemplari di maggior dimensioni si nutrono persino di rane, ratti e uccelli selvatici. La storia dell’orribile pesce siluro, una sorta di pescegatto gigante che ormai infesta le nostre acque interne, è, a prima vista, difficilmente distinguibile tra leggenda e realtà. La leggenda riferisce di due sommozzatori che immersisi in un laghetto furono aggrediti da misteriosi mostri, così enormi che potevano facilmente aggredire un uomo. I due risalirono velocemente e i loro capelli erano divenuti bianchi dalla paura. Un’altra variante afferma che nelle fauci del famelico pesce è rimasto intrappolato anche un cane che si stava abbeverando sulla riva di un fiume. Pare vero, invece, che nel settembre 2007 due sub professionisti abbiano avvistato, a 25 metri di profondità, un siluro lungo più di cinque metri nelle acque del Garda (di fronte a Gargnagno). Nel Po esiste da tempo una taglia per fermarlo: 26 centesimi per ogni chilogrammo di pesce siluro pescato. Questa è la taglia istituita dalla provincia di Rovigo per fronteggiare la diffusione del gigantesco pesce nelle acque del bacino del Po, dove ormai ha raggiunto il 27% della biomassa. Già nel 2000 fu avviata una simile iniziativa, e in 18 mesi furono contati nei diversi punti di raccolta ben 350 quintali di pesce. Altra iniziativa la cattura nei canali di bonifica quando i livelli sono bassi, con reti o tramite elettrostorditori. Anche la Provincia di Ferrara ha messo in atto ormai da 10 anni un vero e proprio piano di limitazione di questo vorace predatore proveniente dall’est europeo (assieme all’altra specie invasiva, il carassio), in collaborazione con i pescatori sportivi e l’Istituto di Biologia dell’Universita’ di Ferrara. Nel Ticino, in un anno, sono stati catturati siluri per un totale di 2 tonnellate, nell’ambito di un progetto Life finanziato da Ue, Regione Lombardia e Parco del Ticino. L’obiettivo è di salvaguardare due specie ittiche in declino: la trota marmorata e il pigo, e di fermare l’avanzata di specie invasive, in primis il siluro, ma anche il rodeo amaro e la pseudorasbora. Secondo gli esperti, dal momento della sua comparsa, il siluro (che nei paesi d’origine puo’ raggiungere anche i tre quintali) è andato sempre allargando il proprio areale e allo stato attuale vive una vera e propria esplosione demografica: è stata infatti segnalata la cattura di esemplari nell’Arno, nel Tevere e persino nel fiume Pescara, in Abruzzo. Questo gigante delle acque dolci rischia di compromettere gli equilibri ecologici: oltre a entrare in competizione alimentare con lucci e storioni, fa strage di cavedani e barbi, ma gli esemplari più grandi non disdegnano nutrie e nidiate di uccelli acquatici. Tra le specie minacciate dal pesce siluro anche alcune, rare, di anfibi tipici della Val Padana come il pelobate fosco, la rana di Lataste e le raganelle. Il rapporto peso/fabbisogno alimentare è di circa 1 a 10: un siluro di dieci chili puo’ mangiare ogni anno circa 100 chili di pesce. Quasi certamente questo pesce è stato immesso nei laghetti di pesca sportiva negli anni ‘70, e poi liberato nei fiumi una volta che i gestori si sono resi conto del danno che arrecavano. Nelle nostre acque temperate si e’ adattato molto bene, cresce rapidamente e si riproduce raggiungendo anche il quintale e più di peso. Pescatori che fanno esclusivamente la sua caccia giungono da noi, per insidiarlo, perfino dall’Austria, dalla Germania e dall’Ungheria. La sua carne non è assolutamente prelibata, seppure nei paesi dell’est europeo venga mangiata. Molta è la massa grassa che presenta in cui, da analisi, si sono rilevate tracce di metalli pesanti, di fosfati e di altri elementi nocivi per la nostra salute così da renderlo, nel vero, uno ’spazzino’ del Po a tutti gli effetti… parola di pescatrice… considerato che sabato scorso, nel fiume Reno, ne ho presi 4 anch’io (non grandi, ma comunque molto brutti).

Fabrizio Orsi, un fotografo che vale…

Posted in Arte, Foto, Informazioni, Notizie on Luglio 14, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

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Dolores Ibárruri, la Pasionaria

Posted in Informazioni on Luglio 11, 2008 by Gian Ruggero Manzoni

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Dolores Ibárruri (detta “La Pasionaria”; Abanto-Zierbena, 9 dicembre 1895 – Madrid, 12 novembre 1989) fu segretaria generale del Partito Comunista di Spagna (PCE) dal 1944 al 1960, presidente del Partito Comunista Spagnolo dal 1960 al 1989 e membro del parlamento spagnolo negli anni 1936 e 1977, ‘78, ‘79. Nata in una famiglia di poveri minatori, nella città di Gallarta, nella provincia di Biscaglia, nei Paesi Baschi della Spagna, Dolores fu l’ottava di undici figli. Desiderava dedicarsi all’insegnamento, ma la sua famiglia non poteva permettersi di pagare la sua istruzione. Venne coinvolta nelle lotte sociali fin dalla gioventù. Nel 1916, all’età di vent’anni, sposò Julian Ruiz, un minatore e attivista politico. Ebbe sei figli, ma quattro morirono prima dell’età adulta, in parte a causa dell’estrema povertà. Dopo la sua partecipazione allo sciopero generale del 1917, Ruiz venne imprigionato, il che esacerbò le ristrettezze finanziarie della famiglia. La Ibárruri studiò gli scritti di Karl Marx e si unì al Partito Comunista (PCE). Scrisse articoli per “El Minero Vizcaíno”, il quotidiano dei minatori, sotto lo pseudonimo di “Pasionaria”, il fiore della passione. Nel 1920 venne eletta nel Comitato Provinciale del Partito Comunista Basco. Si guadagnò il rispetto e la popolarità, e nel 1930 venne eletta nel Comitato Centrale del Partito Comunista Spagnolo. Con l’avvento della Seconda Repubblica, nel 1931, si spostò a Madrid, dove divenne editore del quotidiano di sinistra “Mundo Obrero” (Mondo Operaio). Lavorò per il miglioramento della condizione femminile. In seguito venne promossa all’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito. A causa delle sue attività, venne arrestata e imprigionata diverse volte. La sua abilità oratoria la rese una dei principali rappresentanti del PCE. Fu una delegata dell’Internazionale Comunista (Comintern) a Mosca nel 1933. Venne eletta alle Cortes (Parlamento) nel 1936, e fece una campagna per il miglioramento delle condizioni lavorative, abitative e sanitarie. Con lo scoppio della Guerra Civile Spagnola, innalzò la sua voce in difesa della Repubblica con il famoso slogan “No pasarán!” (“Non passeranno!”). I suoi discorsi conquistarono gran parte della popolazione, specialmente le donne, alla causa antifascista (contro il nascente franchismo di Francisco Franco). Prese parte a diversi scontri a fuoco e a molti comitati, con personaggi del calibro di Palmiro Togliatti, per ottenere aiuto per la causa Repubblicana. Cionondimeno, dopo tre sanguinosi anni, nel 1939, con la caduta di Madrid in mano ai franchisti, le forze fasciste prevalsero. Così la Ibárruri andò in esilio in Unione Sovietica, dove continuò la sua attività politica. Il suo unico figlio, Rubén, si unì all’Armata Rossa e morì nella Battaglia di Stalingrado nel 1942. Nel maggio 1944 divenne Segretario Generale del PCE, una posizione che mantenne fino al 1960, quando prese il titolo di Presidente del PCE, che mantenne fino alla sua morte. Agli inizi degli anni ‘60 le venne concessa la cittadinanza sovietica. Il suo lavoro politico fu riconosciuto in toto e ricevette una laurea honoris causa dall’Università di Mosca. In aggiunta ricevette il Premio Lenin per la pace (1964) e l’Ordine di Lenin (1965). La sua autobiografia, “No Pasarán”, fu pubblicata nel 1966. Dopo la morte di Francisco Franco, nel 1975, ritornò nella sua terra natia. Venne eletta come deputato della Cortes nel giugno 1977, nelle prime elezioni libere dopo la restaurazione della democrazia. Morì di polmonite a Madrid, all’età di 93 anni. Onore a lei, perché donna coerente e ferma nel suo ideale!

«Di tutti i popoli, di tutte le razze, veniste a noi come fratelli,
figli della Spagna immortale,
e nei giorni più duri della nostra guerra,
quando la capitale della Repubblica spagnola era minacciata,
foste voi, valorosi compagni delle Brigate Internazionali,
che contribuiste a salvarla con il vostro entusiasmo combattivo,
il vostro eroismo e il vostro spirito di sacrificio.»
Dolores Ibárruri, dal discorso per lo scioglimento delle Brigate Internazionali [1938]

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manifesto di propaganda della componente anarchica presente nelle Brigate Internazionali

La Tomba dei Tori…

Posted in Arte, Informazioni, Tradizioni on Luglio 7, 2008 by paolacastagna

 

 

Datazione: seconda metà del VI sec. a. C.
Anno rinvenimento: 1892

Tomba a tre ambienti: un atrio e due stanze sepolcrali. L’anticamera con banchine alle pareti era utilizzata per i riti e il banchetto in onore del defunto. Nell’atrio, sul fregio della parete di fondo, è raffigurato a destra un toro che incorna due omosessuali che stanno avendo un rapporto, mentre a sinistra un altro toro si gira indifferente di fronte a rapporti sessuali naturali fra uomini e donne. Queste ultime sono sempre rappresentate chiare, mentre gli uomini di colore marrone. Tale scena dimostra che presso gli Etruschi l’omosessualità non era una cosa normale, ma piuttosto degna di biasimo. Sotto il fregio è rappresentato Achille ( a sinistra ) che tende un agguato a Troilo (figlio di Priamo re di Troia ). Questa raffigurazione è l’unica in tutta la pittura parietale tarquiniese arcaica a presentare una scena tratta dalla mitologia greca; essa riprende la leggenda della bisessualità di Achille e vuole dimostrare che presso i Greci, invece, l’amore fra sessi uguali era un fattore frequente e ordinario. In basso, l’albero della fertilità pieno di foglie è legato dalla sciarpa della vita all’albero della morte, scheletrico e con il festone nero del lutto appeso a un ramo. L’iscrizione onomastica al centro del fregio superiore nomina colui che era il proprietario della tomba: Aranth Spurianas. I dipinti risentono una forte influenza della pittura vascolare pontica, per questo si suppone che siano stati eseguiti da un pittore greco.