Lo “Specchio Poetico”

… amo e odio gli specchi, li cerco, li attraverso, veli lucenti li indosso, in essi raccolgo il mio pensiero liquido e la mia poca verità. Lo sa Alessandro Ramberti, che si è specchiato nei miei occhi nel breve incrocio dei nostri passi, e conosce, Alessandro, la mia passione e il mio tormento per il riflesso specchiato, quindi l’amichevole e provocatorio omaggio a questo Specchio poetico (Ed. Fara) ha la pericolosità e il fascino di una rete sottile tesa nell’agguato … ma infine mi piacciono le sfide … imbraccio la mia sacca da viaggio – dentro solo pane e voglia d’ascoltare – e m’imbarco sul mio malconcio vascello di emozioni (non c’è spazio – non in questo naufragio – per armi affilate e strumentazioni complesse, nemmeno una bussola per orientare la rotta, nulla, solo il nulla a cui aggrappare brandelli di pensieri – perciò alla deriva, tra onde increspate di sentimenti e parole, silenziosamente alla deriva, vado, in un oceano blu notte). Sulla tela dei marosi dipinti di vita, chiudo gli occhi assaporando i pensieri, m’invade la sensazione dell’acqua che inabissa la mente tra i volteggi e le contorsioni di trame vicine e distanti nelle intenzioni programmatiche (quando e dove ci sono programmi), nei percorsi lirici, nelle scelte metriche; nei testi, in frammenti incisi su tessuti esperienziali differenti, a volte antitetici, come verbi estranei che s’incontrano e scontrano in dimensioni lontane, in cui il diverso non esiste e l’abbraccio dell’essere avvolge e riscalda tutti, nel tepore della scrittura … e sempre alla deriva, nel silenzio, rivoli caldi fluiscono dai versi di Andrea Parato e mi lascio lambire, a lui compagna nell’ombra di una stanza bianca, dove la terapia del dolore brucia la mente e il cuore, sussurrando la verità del pianto nell’urlo muto … poi ecco il suono lontano e il conforto della voce di Daniele Bottura – il solo modo di fare pace col passato è scrivere, che sembra essere il solo modo per parlare –. È lunga la terapia del dolore, attraversa i nodi delle stagioni e le camere del buio, inseguendo la morte, scrutandola nel tumulto dei sensi, duellando con lei per riavere la vita … e la vita, col suo frastuono, col suo disperato bisogno di presenziare il tempo mi travolge, cavallone inaspettato e potente che conduce i versi liberi e inquieti di Carmine De Falco, che vaga, sicuro, in intricati labirinti lirici seminando parole e schegge appuntite, di vita e realtà, che feriscono il lettore, che lo lasciano stordito, sul baratro dell’oltre … poi, ancora, incalza furioso il vento e mi trascina tra gli scogli ruvidi dei versi di Paolo Fichera, in insidiose acque verdi, dove ritrovo torbido il fondo nella verità delle pietre, ma vivo come coltre di cenere che cova semi di fuoco … a seguire, su labbra corallo, lasciano un sapore salmastro le riflessioni nate dal Romanzo di Adriano Padua, nel riflesso forte di un dialogo specchiato tra l’uomo e il poeta, alla ricerca dell’essere vita … e nuda, prepotentemente sanguigna, mi avvince la carnalità di Paola Castagna che, nella sua esasperata e necessaria autenticità femminile, racconta l’unicità e la contraddittorietà dell’io e dei sentimenti. Ammiro il suo indomito coraggio tra i flutti dell’essere e navighiamo, naufraghiamo, troviamo riparo assieme, Paola e io, nelle acque del “placido mare” di Davide Romano che imbavaglia la luce nella tessitura armoniosa dei versi, laddove nemmeno la sofferenza e la rabbia, che squarciano la tela dei ricordi, macchiano la serenità del cielo azzurro che l’uomo sa dipingere … poi tumulto … ancora tumulto di parole e passioni, in un salto improvviso, in un tonfo, sull’orlo di alte cascate, trascinata dal bagliore volubile della versatilità poetica ed esistenziale, quindi un attimo, un alito di vento, che infrange lo specchio (e la parete lucente) poi s’incrina nel groviglio di sillabe e pensieri di Pietro Pancamo che con le parole, seriamente divertito, gioca, costruendo e distruggendo il suo l(‘)abile castello di emozioni. È il sincero inganno del giocoliere il suo poetare, ma, nella parata dei versi, con la poesia no, non ci gioca, e al lettore che non si lascia fuorviare dalla sua ironica giostra con(sonantica) offre gemme colorate di speranza … con lui a braccetto, su sentieri di lettere smarrite, immagino di nuovo Daniele Bottura il quale, con la saggia leggerezza del dire aforistico, ci racconta e si racconta la vita. Io, cauta, seguo tutti loro da lontano, arenandomi a tratti nella sabbia fine e profonda dei pensieri che emanano. Nell’alchimia misteriosa dell’incontro, nei colori accesi del ricamo, che le mani esperte dell’editore hanno saputo intrecciare, al fondo, nella deformità e nella trasparenza della fragile parete dei sensi, infine s’incarna il riflesso luminoso che è il mio e il loro respiro dell’animo.
Emilia Dente