Archivio per Marzo, 2009

La tenebra e il mito

Posted in Letteratura, Magie on Marzo 30, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Joseph Conrad pubblicò Cuore di tenebra, il cui titolo originario era Heart of Darkness, nel 1899. E’ considerato uno dei classici della letteratura del XIX secolo. Charlie Marlow è la voce narrante di questo racconto. Nell’attesa del momento propizio per risalire la corrente del Tamigi, questi narra a un gruppo di marinai una sua precedente esperienza.

“Il Nelle, una iole da crociera, ruotò sull’ancora senza alcun tremolio delle vele e si immobilizzò. La marea era alta, il vento si era quasi del tutto placato e, dal momento che stavamo discendendo il fiume, l’unica cosa da fare era fermarsi ad aspettare il riflusso.”

Marlow, sin da bambino, si sentiva attratto da un punto particolare del globo: un fiume dalle sembianze di un serpente che, benché non venga mai nominato, risulta essere il fiume Congo, in Africa. Diventato adulto, tramite l’intercessione di una vecchia zia, riesce a farsi affidare un battello a vapore per una spedizione proprio lungo quel fiume e a farsi assumere da una Compagnia per il trasporto dell’avorio. Apparizioni orribili, scene inquietanti, violenze inaudite sugli indigeni turbano il viaggio. Addentratosi nel continente giunge alla sede della Compagnia che si trova in uno stato di completo abbandono. Così parte alla ricerca dell’agente che avrebbe dovuto riceverlo e di cui non si sa più nulla: Kurtz. Questi è una figura carismatica, per certi versi ipnotica e magica. Quando Marlow arriva nella nuova stazione si scontra con gli indigeni che ritengono Kurtz una divinità. Infatti nonostante Kurtz sia bisognoso di cure, impediscono a chiunque di portarlo via e lo stesso Kurtz non desidera ritornare alla civiltà occidentale. Marlow riesce però a trascinarlo sul battello e ad allontanarsi mentre i selvaggi seguono con lo sguardo e per l’ultima volta il loro idolo. La storia di Cuore di tenebra è un viaggio nel mistero; è la storia di una assurda ossessione. Kurtz è inquietante; Kurtz entra nel mondo della tenebra per non uscirne mai più. Il suo vivere rintanato nel cuore della foresta, l’incredibile quantità di avorio che invia alla Compagnia, l’adorazione che gli indigeni provano per lui e il suo voler essere un idolo per gli indigeni sono tutte caratteristiche che lasciano un terribile senso di angoscia. Rappresenta l’uomo che per forza e intelligenza sconfina oltre l’umano per diventare ‘animale’ e dio. La lettura di Cuore di tenebra trasmette disagio. Non si può non uscirne turbati. La cinica e delirante colonizzazione dell’uomo bianco con la sua potenza, la sua follia e la sua degenerazione provoca scie di morte e denaro. Ma non è solo questo: in Marlow, in quella voce narrante, il lettore può identificarsi. La gente comune e cosiddetta “normale” può riflettersi in lui. E lui rappresenta desiderio di libertà, incoscienza, ma, soprattutto, indifferenza o forse inerzia, grazie alla quale si fa scivolare addosso gli orrori del colonialismo. Marlow non è in grado di rivelare che la “tenebra” è del mondo occidentale il quale si nasconde dietro la falsa morale del portare progresso e civiltà per distruggere e sfruttare le altre culture.

Il pozzo nuragico di Santa Cristina

Posted in Foto, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Marzo 27, 2009 by paolacastagna

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PERIODO: Età nuragica – Bronzo finale (tra il IX e l’XI secolo a.C. circa)

Quella di Santa Cristina, nei dintorni di Paulilatino (OR), è una delle aree archeologiche più belle della Sardegna. Il complesso comprende il bellissimo pozzo nuragico, la capanna delle riunioni e un nuraghe monotorre circondato da capanne nuragiche. Il pozzo nuragico di Santa Cristina è probabilmente il più famoso dei pozzi sacri, anche perché nasconde un fascino misterioso, legato a suggestive e apparentemente inspiegabili coincidenze. I pozzi sacri, infatti, avevano originariamente una struttura di copertura, come dimostra la fonte di Su Tempiesu. Allora perché ogni 18 anni e 6 mesi, tra la fine di dicembre e inizio gennaio, la luna si specchia sul fondo del pozzo? Si tratta solo di una incredibile combinazione? Oppure la stessa copertura del pozzo aveva un’apertura perpendicolare al foro che sovrasta la tholos? Sono altri enigmi della cultura nuragica; altri misteri che affascinano, perché da millenni risultano lontani da una soluzione. Ma c’è anche un altro enigma: durante gli equinozi di primavera e d’autunno un tempo era il sole a illuminare il fondo del pozzo, facendo passare i suoi raggi attraverso la gradinata. Questo accadeva quando l’asse terrestre era inclinato in modo che dall’isola dei nuraghi fosse visibile Rigel Kent: il Piede del Centauro, o Alfa Centauri, la stella più vicina alla terra. Ancora una volta, quindi, il sole e la luna sono legati incredibilmente alle opere nuragiche; quasi come se queste fossero nate per celebrare un matrimonio, quello tra la luna e il sole, con la dea-madre terra che fa contemporaneamente da testimone e da officiante. Santa Cristina prende nome dall’omonima chiesetta campestre vicina al pozzo e circondata da piccole abitazioni (chiamate Muristenes o Cumbessias), utilizzate dai fedeli durante i festeggiamenti che si celebrano in onore della Santa nella seconda domenica di maggio e per l’Arcangelo Gabriele, nella quarta domenica di ottobre. Il pozzo Sacro è costituito da grandi blocchi basaltici e ha la classica struttura delle altre fonti nuragiche dell’isola, con un atrio, una scala discendente e una tholos sotterranea che custodisce la vena sorgiva. Ancora oggi, soprattutto in inverno e in primavera, dagli interstizi della muratura della camera filtra l’acqua sorgiva. La scala che porta alla tholos è costituita da 25 gradini ed è coperta da un soffitto che riproduce una sorta di scala rovesciata.

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Dal macro al micro… e viceversa

Posted in Foto, Informazioni, Magie, Notizie on Marzo 24, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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La micrografia elettronica (SEM) di una cellula dendritica evidenzia le lunghe proiezioni che rappresentano per la cellula gli strumenti per muoversi alla ricerca di cellule estranee. Parti attive del sistema immunitario, sono dette anche macrofaghe, in quanto riconoscono e divorano le particelle “nemiche”. Le cellule dendritiche devono il loro nome alla capacità di emettere e retrarre i sottili processi citoplasmatici che ricordano i dendriti dei neuroni, con cui però non devono venire confusi. Sono classificate in base alla collocazione e alla funzione: quelle della foto sono cellule dei tessuti, in particolare cellule Langerhans cutanee, ma possono essere presenti anche nel sangue, nelle vie respiratorie, nelle cellule interstiziali di organi come rene, intestino, polmone, tiroide…

Osservando questa immagine non posso che pensare a universi che includono universi, a mondi nei mondi, e così, all’infinito… dove, a questo punto, Dio? (GRM)

Da un amico credente… (beato lui!) a cui dico grazie

Posted in Poesia on Marzo 19, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Il dolore come causa e non come conseguenza della colpa… ciò può essere? …mentre la colpa, anche se tragica, o inconscia, o perfino necessaria, è comunque, in tutti i casi, una “zona oscura” dell’esistenza, il dolore ha un’eminente funzione difensiva. Lo vediamo già alle sue sorgenti biologiche. Esiste una malattia, la siringomielia, che consiste nella distruzione delle strutture midollari che altrimenti convogliano al cervello, e così alla coscienza, l’esperienza del dolore fisico. Questi malati, che sono dunque esenti da dolore fisico, urtano nell’ambiente e si feriscono, senza accorgersene; si bruciano la pelle, senza accorgersene; diventano dei mutilati. E passiamo dal dolore fisico a quello psichico. Cosa sarebbe delle psiche umana senza l’elaborazione dolorosa di quei traumi psichici di cui è fatta la nostra esistenza? E come sarebbe possibile porre argini all’ingiustizia sociale, se questa non fosse sorgente di sdegno doloroso? Heinrich Knittermeyer ha scritto: “Poiché noi non viviamo in un tempo ordinario in cui l’uomo normale ha come scopo il proprio ordinario mantenimento, ma viviamo in un tempo escatologico nel quale, nella notte, può abbattersi su ciascuno di noi l’improvviso inatteso, così come esso si è abbattuto su tutti gli Ebrei, che un giorno sono stati strappati dalle loro case, ovunque si guardi nel mondo noi incontriamo dappertutto uomini su cui si è abbattuto il martirio”. Parole simili, scritte negli anni cinquanta del secolo scorso, sono altrettanto attuali nell’epoca presente. Tuttavia, se è anche vero, da un canto, che il dolore ha una necessaria funzione difensiva nell’organizzazione della vita, è pur vero, dall’altro, che l’incapacità umana di sostenere, elaborare e sublimare il dolore trasforma la necessaria difesa non solo in malattia, ma anche in una violenza, che è a sua volta la fonte ininterrotta del dolore che avvolge, così, le sue tragiche spirali in una storia umana, ove tutti e nessuno sono colpevoli; perché tutti sono, almeno nel pensiero, almeno nell’Inconscio, facitori di male; e nessuno, poiché ogni facitore è, in fondo, entro il suo terribile destino, una vittima. Ecco, allora, il senso di un pensiero metafisico, per il quale Cristo, l’aspetto o la persona di Dio particolarmente rivolta al dolore umano, esiste ab initio e ancor prima di esso, quasi come la misericordia prefiguratasi prima della storia. Un Dio di misericordia che non poteva essere la misericordia senza offrirsi anch’Egli al dolore; un Dio che possiamo anche concepire come Creatore, se aggiungiamo a questo pensiero l’altro, cioè che il dolore faceva parte della creazione, e non era semplicemente la conseguenza del peccato. Dico “faceva parte” poiché la creazione o nascita dell’individuo vivente significa anche la nascita di un limite, e perciò anche della sofferenza imposta da tale limite. Il dolore dell’uomo, in questa visione metafisica, è anche il dolore di Dio prima della sua croce; il dolore di dover creare per poter amare; cioè che l’amore non sarebbe veramente possibile senza la pietà, la misericordia, e questa senza il dolore. In un discorso successivo alla II guerra mondiale il filosofo ebreo Hans Jonas ebbe a dire, “con timore e tremore”, che il concetto di Dio, dopo Auschwitz, si era trasformato: non è possibile, per ogni ebreo, rinunziare alla fede in una Bontà assoluta; ma di fronte al silenzio di Dio nell’inferno innocente di Auschwitz, bisogna rinunziare all’attributo dato dagli ebrei a Dio come “Herr der Gschichte” (= il Signore della Storia); bisogna pervenire a conclusioni opposte a quelle del libro di Giobbe, che sono un inno all’onnipotenza di Dio. Ma all’interno della fede non è necessario il “timore e tremore” di Hans Jonas; basta il pensiero che il male sia una conseguenza del dolore, che il dolore sia una dimensione tragica e costitutiva della creazione, e che esso sia perciò il Dolore di Dio, il quale soffre in tutti i martiri di Auschwitz (amandoli di più di quanto essi non possono amarsi) per non averne paura.

La farfalla e la sua simbologia

Posted in Informazioni, Notizie, Tradizioni on Marzo 17, 2009 by paolacastagna

Una credenza popolare greco-romana considerava la farfalla simbolo dell’anima che esce dal corpo. E simbolo dell’anima la si ritrova presso gli aztechi, anche se si trattava dell’anima dei guerrieri caduti in battaglia. Ma la farfalla, per questo popolo, era anche uno dei simbolo del fuoco e del sole, infatti nella Casa delle Aquile o Tempio dei Guerrieri l’astro diurno era rappresentato da una farfalla. Coincidenza: nell’antica lingua azteca la farfalla è chiamata papalot, simile al papilio latino. Nei racconti irlandesi mitologici la dea sposa del dio Mider era stata trasformata in una pozza d’acqua dalla prima moglie del dio, gelosa di lei. Dalla pozza uscì un bruco che si trasformò in una magnifica farfalla che aveva poteri miracolosi. Anche qui, il simbolismo è quello dell’anima liberata dall’involucro della materia. Se nell’Occidente la farfalla è considerata sinonimo di leggerezza quale incostanza, fatuità, per la sua grazia, in Giappone, è l’emblema della donna e della vergine, mentre due farfalle assieme raffigurano la felicità coniugale. Ma sono anche sinonimo delle anime vaganti; la loro presenza annuncia una visita o un decesso, se in casa ci sono persone ammalate. In Cina è simbolo del giovinetto bramoso di sperimentare il proprio erotismo in giochi amorosi. In Oriente, paradossalmente, vista la breve vita delle farfalle, è usata per indicare lunga vita, poiché corrisponde al numero settanta, perciò augurando “farfalla” si augurano altri settant’anni. Per la sua metamorfosi, la crisalide è considerata l’uomo che contiene la possibilità dell’essere, la farfalla che ne esce la sua resurrezione o l’uscita dalla tomba dell’ignoranza. Psiche, la mente, è raffigurata con ali di farfalla, come il dio del sonno, Morpheo, che può essere paragonato anche alla morte.

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Lo si deve proiettare nelle scuole!

Posted in Cinema, Informazioni, Maestri, Notizie on Marzo 15, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Katyn: foresta russa nei pressi di Smolensk nella quale le truppe tedesche in ritirata scoprirono nell’aprile del 1943 i resti di 4321 ufficiali polacchi sepolti in fosse comuni.  Secondo la versione tedesca, generalmente accolta in Occidente, si trattava dei circa 22 mila ufficiali e sottufficiali polacchi catturati dai sovietici nell’ottobre del 1939 (quando Germania e URSS avevano firmato tra loro il patto di non belligeranza e si erano spartiti la Polonia),  dicevo… ufficiali e sottufficiali polacchi catturati e tutti uccisi con un colpo alla nuca, quindi buttati in un’enorme fossa, ricoperti dalle ruspe per dar spazio alla successiva serie di giustiziati, anch’essi buttati nella fossa e ricoperti fino ad arrivare alla cifra mostruosa di cui sopra. La conseguente tesi dell’eccidio da parte sovietica venne respinta dall’URSS che addossò tutte le colpe alla Germania nazista. Contrariamente, le risultanze storiche, i documenti rinvenuti, con le firme dei generali sovietici che autorizzavano l’esecuzione con il colpo alla nuca di tutti i polacchi catturati, le fotografie, le immagini delle cineprese di allora, confermano, senza margine di incertezza, le responsabilità dei russi. Il rilievo è che di questo efferato massacro è stata data conferma ufficiale solo negli anni ’90 del secolo scorso in quanto la dirigenza bolscevica si era sempre ben guardata dall’addossarsi le responsabilità di tale atto sconcertante.  Il regista polacco Vaida ha deciso di girare un film storico sulla triste vicenda, anche perché uno dei graduati ucciso dai bolscevichi era suo padre. Il film – di altissimo valore storico- è uscito in Polonia ed è stato visto da più di 4 milioni di spettatori nella prima settimana di programmazione, e lo stesso vale per l’Ucraina, la Repubblica Cecoslovacca, la Bulgaria, l’Ungheria.  La cosa che fa specie è il fatto che il film (di recente uscito anche da noi), girato magistralmente da uno dei grandi del cinema mondiale, abbia avuto una distribuzione in Europa in pochissime sale, quasi che esista ancora, nei confronti di determinate problematiche, una forma inquietante di omertà, come se tutti i mali che sono stati commessi dai perdenti debbano essere a memoria d’uomo condannati, mentre tutti quelli che sono stati commessi dalle parti vincitrici debbano essere insabbiati o, ancor peggio, tollerati.

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In provincia di Viterbo un campo di concentramento…

Posted in Foto, Informazioni, Notizie on Marzo 14, 2009 by paolacastagna

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Molto interessante: un campo di concentramento per prigionieri di guerra la cui esistenza rischiava di finire nell’oblìo. Il paziente lavoro di due ricercatori ha permesso di riportare alla luce i documenti sulla struttura che fu operativa nelle campagne di Vetralla, in provincia di Viterbo, nella seconda metà del 1942.

Fonte http://www.forzearmate.eu/dblog/default.asp

Il fallimento del Parlamentarismo e del Partitismo

Posted in Attualità, Letteratura, Maestri on Marzo 9, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Pochi libri “invecchiano” tanto rapidamente quanto quelli di dottrina politica. Idee che sino a un decennio prima apparivano innovative, sagge ed equilibrate, presto degradano nel demodé, quali relitti di una mentalità sorpassata. Il tempo è sempre giudice severo e solo i “classici”, i teorici politici di maggiore spessore, mantengono una loro attualità. Un esempio illuminante in questo senso è quello di Carl Schmitt. Nel 1923, agli albori di quella fallimentare esperienza che fu la Repubblica di Weimar, il politologo tedesco pubblicava il saggio La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo. Nel suo scritto Schmitt esaminava in modo chirurgico la crisi dell’istituzione parlamentare: la discussione in Parlamento aveva ormai smarrito il suo fondamento spirituale. Non soltanto interessi economici di parte corrompevano ogni aspetto della vita pubblica, e il “mestiere” del politico era guardato come quello di uno spregevole affarista; non solo la pubblicità delle discussioni era divenuta un vuoto simulacro, dal momento che le scelte fondamentali erano prese in sede di commissioni o di ristretti circoli svincolati dal Parlamento; ma la stessa discussione non era più in alcun modo dialogo teso alla composizione, o alla “ricerca della verità” (come postulavano i teorici illuministi), bensì una vacua rappresentazione finta e teatrale di posizioni contrapposte e irriducibili, che poi si neutralizzavano negli interessi comuni di una “casta”. Il vuoto lasciato dalla crisi del parlamentarismo aprì lo spazio a forze nuove. La democrazia, che non deve essere confusa col parlamentarismo e col partitismo, si radicalizzò sino alle sue estreme conseguenze, ossia il cesarismo e la dittatura. Per la precisione Schmitt sosteneva: «la dittatura non è un’antitesi della democrazia, ma, essenzialmente, superamento della divisione dei poteri, ossia superamento della costituzione, ossia superamento della distinzione di legislativo ed esecutivo». All’epoca in cui il pensatore tedesco scriveva, irrompevano sulla scena nuove forme e teorie politiche. Con Bakunin, e soprattutto con Sorel, il socialismo aveva travalicato il marxismo e il razionalismo.  Il fascismo, che allora era appena giunto a governare in Italia e che di lì a poco sarebbe divenuto un fenomeno europeo, negava la democrazia fondando una propria rivoluzionaria “visione del mondo”. In Irlanda, rilevava Schmitt, tra gli insorti del 1916, vi erano tanto il poeta nazionalista Padraig Pearse quanto il socialista James Connoly: due buoni amici. Insomma la crisi del parlamentarismo e del partitismo si estendeva in tutta Europa sino a minacciare le fondamenta stesse del sistema basato sulla discussione. Oggi possiamo rileggere quelle pagine con mutata coscienza, ma troveremo nell’analisi di Schmitt una diversa, sorprendente attualità. Nell’intero Occidente – espressione, questa, di per sé vaga e discutibile – si è da lungo tempo rinunciato al faticoso compito di munire il parlamentarismo di un nuovo principio metafisico, cioè a porre la questione fondamentale dell’identità politica; anzi, la distanza tra istituzioni e governati raramente è stata così grande. L’opera schmittiana è un monito e un presagio: in assenza di grandi cambiamenti, pare avvertirci lo studioso tedesco, sono da attendersi grandi sconvolgimenti. Tutte le soluzioni, allora, saranno possibili.

Carl Schmitt, La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, Giappichelli, Torino 2004, pp. 120, € 10,00.