
E’ il 1861, l’unità nazionale è fatta da un anno e Verdi riceve un lusinghiero ma impegnativo invito: Camillo Benso Conte di Cavour lo contatta pregandolo di accettare la candidatura per le elezioni alla Camera dei Deputati. Pochi mesi dopo arriva al Maestro un’altra importante comunicazione: il Teatro Imperiale di San Pietroburgo è intenzionato a commissionargli un’opera. Dalla città russa viene anche proposto il soggetto di partenza, che cade su Victor Hugo e il suo Ruy Blas che viene poco dopo scartato per problemi di censura. Verdi allora propone il dramma del duca di Rivas, nobile drammaturgo spagnolo, Don Alvaro o La Fuerza del Sino, che aveva trionfato nei teatri di Madrid dieci anni prima. San Pietroburgo accetta la proposta, viene immediatamente stipulato il contratto dietro lauto compenso e il Maestro contatta Francesco Maria Piave esortandolo a mettersi subito al lavoro sul nuovo dramma. Nel 1861 questi è a Busseto per tracciare insieme al compositore le linee generali dell’opera, per tornare dopo due mesi di alacre lavoro a Milano. Da questo momento i due avranno solo rapporti di tipo epistolare. Alla fine di novembre lo spartito è pronto, ma non la partitura musicale. Ciò nonostante Verdi parte per San Pietroburgo insieme a Giuseppina Strepponi, ma causa la malattia della primadonna Emilia La Grua, l’opera non può andare in scena e viene rimandata alla stagione seguente. La sera del 10 novembre 1862, finalmente la prima al Teatro Imperiale de La forza del destino. Alla quarta replica insieme alla Zarina è presente anche lo Zar Alessandro II, assente alle precedenti per malattia, che al termine della rappresentazione fa chiamare il Maestro per congratularsi personalmente con lui. Pochi giorni dopo questo prezioso riconoscimento personale da parte dello Zar, quello ufficiale: Verdi è insignito dell’Ordine Imperiale e Reale di San Stanislao. Finisce così gloriosamente la stagione russa per Verdi, ma non per l’opera che riscuote grandi successi anche a Madrid. Il 27 febbraio del 1869 l’opera va in scena anche alla Scala di Milano, ma con qualche modifica apportata da Verdi con l’aiuto, questa volta, di Antonio Ghislanzoni versando Francesco Maria Piave in gravi condizioni di salute. Sono oggetto di cambiamento il terzo atto, dalla sesta scena alla fine, il quarto atto dalla quinta scena alla fine e il finale in cui Don Alvaro non si getta più dalla rupe, ma si umilia davanti al Padre Guardiano che lo invita a farlo anche davanti a Dio.








