In memoria di una grande uomo: Robert Kennedy
Robert Francis Kennedy, chiamato Bob o, affettuosamente, Bobby, nacque a Brookline nel 1925 e morì a Los Angeles nel 1968. RFK, così veniva anche chiamato, fu un oppositore della guerra in Vietnam e convinto sostenitore dei diritti civili; nel 1964 venne eletto al Senato e nel 1968 annunciò la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America per il Partito Democratico, in aperta contrapposizione con la politica del presidente uscente Lyndon Baines Johnson, del suo stesso partito, ritenuto l’artefice dell’escalation della guerra in Vietnam. Durante la campagna elettorale – nella quale fu coadiuvato da quello che era stato uno dei maggiori collaboratori del fratello John, Arthur Schlesinger Jr. – ricevette l’appoggio dei pacifisti, dei nonviolenti e dei neri, anche dopo l’assassinio di King. La notizia della morte di Martin Luther King raggiunse Kennedy il 4 aprile ad Indianapolis. Durante il comizio ne diede l’annuncio a un pubblico sconvolto e chiese la riconciliazione tra le due parti, sottolineando fortemente quanto fosse necessaria. Durante i discorsi RFK poneva spesso l’accento sul fatto che dovessero essere la compassione e l’amore a farci comprendere il mondo. Egli criticò duramente il PIL come indicatore di benessere in un’epoca in cui il concetto non era ancora così noto e dominante: « Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. »
Vinse le primarie in Indiana e Nebraska, perse in Oregon, ma vinse poi in South Dakota e in California, aprendosi la strada per la candidatura alla Casa Bianca.
Nella sera tra il 4 giugno ed il 5 giugno 1968, nella sala da ballo dell’Ambassador Hotel di Los Angeles, Bob Kennedy incontrò i suoi sostenitori per festeggiare la vittoria elettorale conseguita nelle primarie della California. Dopo il discorso di saluto, mentre Kennedy veniva fatto allontanare dall’hotel attraverso un passaggio delle cucine, vennero esplosi colpi di pistola contro di lui sotto gli occhi dei reporter e dei teleoperatori che lo seguivano. Molte fra le persone presenti – per lo più personale ed invitati – rimasero ferite in maniera più o meno grave. Kennedy fu colpito da una pallottola al cuore e nonostante le cure dei medici morì al Good Samaritan Hospital, dove era stato trasportato subito dopo il ferimento, all’alba del 6 giugno. Aveva 42 anni. Le sue ultime parole, pronunciate subito dopo essere stato colpito e appena prima di perdere conoscenza, erano state: “Gli altri stanno tutti bene?”. L’assassino fu subito arrestato e poi condannato. Si trattava di Sirhan B. Sirhan, un giordano di origine palestinese: alcune incongruenze emerse durante il processo hanno dato adito a dubbi sulle responsabilità della morte di RFK. Fu ipotizzato come mandante dell’assassinio il sindacalista Jimmy Hoffa.
