Archivio per la Categoria Arte

Un altro selvaggio… un altro anarchico infuriato

Pubblicato su Arte, Maestri il Maggio 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

A.R.Penck… pseudonimo di Ralph Winkler (Dresda 1939), pittore e scultore tedesco. Autodidatta, nel 1956 espose a Dresda e a Berlino teste in gesso e dipinti ispirati alla pittura delle caverne preistoriche intitolati “Weltbilder” (“Immagini del mondo”). A Berlino conobbe Georg Baselitz e Eugen Schönebeck, con i quali firmò il manifesto “Pandämonium” (1961), che propugnava una pittura figurativa di matrice espressionista, in parte ispirata all’Art Brut. Risale a questo periodo la serie di dipinti “Systembilder”, che testimoniò l’interesse di Penck per la cibernetica e la teoria dell’informazione. Negli anni Settanta diede un inquadramento teorico alla propria arte attraverso il concetto di “Standart”, che rimanda a una riduzione del mondo reale a elementi semplici (figure umane, oggetti, gesti) rappresentati in modo stilizzato, di immediata lettura. Inviso al governo della Repubblica Democratica Tedesca, svolse la sua attività clandestinamente, assumendo nel 1968 lo pseudonimo di A.R. Penck (in omaggio al geologo Albrecht Penck, anch’egli originario di Dresda). La produzione di quegli anni consiste principalmente di tele in bianco e nero, raffiguranti ideogrammi e simboli elementari. Nel 1972 partecipò all’esposizione Documenta di Kassel (che lo ospitò anche nel 1977) e nel 1975 tenne la prima grande retrospettiva alla Kunsthalle di Berna. Nel 1980, in seguito all’aggravarsi della sua posizione nei confronti del governo della Germania dell’Est, fu costretto a espatriare nella Repubblica Federale Tedesca. Tra le opere che più esplicitamente richiamano la sua polemica verso il blocco comunista spiccano “East e West” (1980, Tate Gallery, Londra), anch’essi in bianco e nero, raffiguranti, rispettivamente, una macchina funzionante e una non funzionante. Penck aderì, quindi, al movimento neoespressionista, divenendone uno degli interpreti più rappresentativi: la sua pittura perse il carattere naïf delle origini e i motivi arcaici delle sue tele (perlopiù di grande formato) si tradussero in segni più tormentati, dai forti cromatismi. Appartiene agli anni Ottanta anche la più significativa produzione scultorea di Penck, in bronzo e ferro, con inflessioni surrealiste; nel 1986, dopo un viaggio a Carrara, cominciò a lavorare anche il marmo. Oltre allo pseudonimo con cui è più conosciuto, Penck si firmò con vari altri nomi nel corso della sua carriera: nel 1973 scelse Mike Hammer (l’investigatore privato dei racconti polizieschi di Mickey Spillane), nel 1974 appose sulle sue tele la sigla TM (Tancred Mitchell o Theodor Marx), nel 1976 una semplice Y e in seguito Ya. Docente all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, Penck è anche autore di saggi, di argomento filosofico e teoretico, e un apprezzato percussionista jazz. Nel 1996 e nel 2001 gli vennero dedicate due grandi retrospettive alla Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi. Attualmente vive e lavora a Berlino, Amburgo e Dublino. Mi onoro di essergli amico.

 

Il vendicatore degli oppressi

Pubblicato su Arte, Maestri il Maggio 5, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Ernst Barlach [Wedel, Holstein 1870 - Rostock 1938] è stato scultore, incisore e drammaturgo tedesco nonché originale interprete dell’espressionismo sia artistico sia letterario. Studiò alla Scuola di Arti e Mestieri di Amburgo fra il 1888 e il 1891 quindi frequentò l’Accademia di Dresda; nel 1897 pubblicò un interessante saggio sulla scultura dal titolo “Disegno della figura”. L’anno successivo iniziò una collaborazione con la rivista “Jugend”, realizzando una serie di incisioni di impronta Art Nouveau.

Nel 1906 fece un viaggio in Russia dopo il quale modificò il suo stile in direzione espressionista. I soggetti rappresentati nelle sue sculture degli anni Dieci e Venti sono quasi sempre oppressi ed emarginati, ritratti in gesti espliciti di lotta o disperazione. Si tratta di opere essenziali che si rifanno a modelli trecenteschi e in particolare alle figure solide e monumentali di Giotto e Arnolfo di Cambio, studiate durante un viaggio in Italia e rielaborate in chiave cubista, ad esempio “Uomo che taglia un melone” (1907, Malborough Fine Arts, Londra), “Il vendicatore” (1914, collezione Nikolaus Barlach, Ratzeburg), “Uomo in estasi” (1916, Kunsthaus, Zurigo).

Anche l’opera grafica di Barlach è incentrata sul tema delle sofferenze degli oppressi; notevole è la serie di xilografie incise verso la fine degli anni Venti per illustrare l’ “Inno alla gioia” di Schiller. Negli stessi anni l’artista realizzò i monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale di Güstrow e Magdeburgo. Barlach scrisse vari testi teatrali, tra cui “Il giorno morto” (1904), “Il cugino povero” (1917) e “Il diluvio universale” (1924). La sua opera drammaturgica si contraddistingue per la lettura grottesca del reale, che genera nel pubblico un senso di inquietudine e spaesamento. Ernst Barlach fu messo al bando dal regime nazista come artista “degenerato”: molte sue opere furono distrutte, fra cui più di trecento sculture che facevano parte delle raccolte pubbliche tedesche.

“L’albero di Maehwa”… sull’ultimo romanzo di Gian Ruggero Manzoni

Pubblicato su Arte, Letteratura, Notizie il Maggio 2, 2008 da paolacastagna

  

 

La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni  /  giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento.  / Novembre cancellerà le tracce / e ogni tronco andrà disperso / nella viscida e fangosa corrente.  / Urina e sperma  / per arrotare quello che ci rende specie.

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Da “Il perdono della foglia di neve” di Paola Castagna

 

Lo scrittore Gian Ruggero Manzoni, uno e plurimo, ci narra l’ennesima avventura del suo esistere… cantastorie come pochi, ci presenta un’altra faccia del passaggio che lo e ci attraversa. Il continuo della sua poesia, il proseguo dei suoi dipinti, l’incalzare dei suoi racconti, la storia, quella maledetta, di cui l’uomo si scorda di continuo, sono il cibo che alimenta questo artista poliedrico. L’uomo dimentica, Manzoni no, e ci ricorda chi siamo, dove siamo, dove finiremo. Quest’ultimo suo romanzo (sebbene la bella veste grafica, ahime disturbata da un qualche refuso, forse scaturito dall’aver sfidato, com’è nel suo stile, morte e divinità) parla, nel contemporaneo, della provincia italiana, di bellezze, di brutture, di amore, di cinico distacco, di nichilismo, di fede, di ipocrisia, di delinquenza, di opportunismo, di generosità, e, dilaniando via via lo stesso autore, arriva e stritola fra due mani l’essenza di un’umanità perduta nella globalizzazione e nello sfacelo. Scava a fondo. Colpisce implacabilmente. Un “Nessuno”, l’Ulisse di sempre, si muove nelle pagine con lo spasimo di chi consapevole di quella fragilità del grande che gli è propria. Capitoli che si susseguono ad incastro e vite che s’incontrano su di un limite conducono il lettore verso il desiderio di sapere come, quando e dove l’esito… se un esito mai ci sarà. E così il fare tesoro e la preziosità di adempiersi, in seguito, a un’ulteriore conoscenza acquista la valenza di un trattato in cui, menzogna e verità, convivono con pari tensione rivolta a un assoluto. Manzoni, con questo libro, c’insegna, ancora, quel qualcosa che parla da un altro dove con la coscienza, in sé, dei secoli. Ecco la condanna verso i sistemi borghesi acquisiti e imposti, poi il rivendicare una natura stanca che, per destino infame e per vecchiaia sapienziale, non può mai smettere di combattere: “…come demone che incontra l’arcangelo nel Giudizio Finale”. Impossibile leggere e nel contempo pensare di restare immuni; certe parole, certe frasi, certe scelte di vita sono come graffi che dilaniano dentro. Espressionistico e oscuro il groviglio di sensazioni che nell’andare si scioglie per divenire realtà e luce, poi il fioretto appuntito che si appoggia e penetra le carni, quindi la sciabolata, che stronca il respiro. È sul ring che la vita acquisisce valore, mossa da un fato che l’autore considera già scritto. Il pugilato, o “nobile arte”, è disciplina estrema… è stile, sia nell’attacco come nella difesa. È, assieme alla corsa, lo sport più antico praticato in Occidente, e Manzoni lo usa quale metafora e quale ritmo per condurre la narrazione. Ne “L’albero di Maehwa”, un albicocco bonsai di pregevole valore, vecchio di 200 anni (simbolo della continuità oltre ogni morte e ogni sventura), è la nobiltà (praticata) che, appunto, conosce la gloria più alta, così come la scelta diviene motivo conduttore. La strada è di nuovo palestra di vita, laddove il dolore imbratta i muri e la miseria rende bestie; là dove l’umiltà è di casa e la riconoscenza diviene ricompensa mossa da un codice inviolabile che trova nel femminile testimonianza ed eterno. Madre, figlia, moglie, amante, quindi concubina religiosa e casta… l’autore non bada a spese nell’esaltare, o schiacciare, le donne che gli vivono a fianco o lo abitano in grembo. La parola, in questo romanzo, più che in altri scritti di Manzoni, è sporca, dialettale, gergale, corrosa, umida, e in essa mascolinità e femminilità si congiungono per dare vita a una possibile speranza, seppur (forse cristologicamente) ancora figlia di un sacrificio. L’io e l’altro io e l’altro io, fino all’esaurimento, minuettano sul quadrato, senza che alcun arbitro possa intervenire o voglia intervenire. Sì, la partita a scacchi con la morte la si gioca sul ring, nel sudore e nella fatica, con semplicità e dedizione, con  scaltrezza e nel baratto. “Nel secolo scorso la boxe italiana ha sempre insegnato al mondo, ricordatevelo ragazzi. Tecnica mista a coraggio e a umiltà…Loi, D’Agata, Mazzinghi, Riga, Kalambay, Rosi, Mitri e tanti altri. Non abbiamo mai avuto dei grossi picchiatori, ma riuscivamo a tenere il ring con la testa, col fiato, col fegato e con la classe…” (capitolo 10 pagina 49). Lo scrittore, attraverso l’epica, in tal modo c’impone, come in ogni buon allenamento di boxe, di respirare a bocca chiusa e di resistere ai suoi attacchi, quindi ci esorta, con lirica, a guardare oltre le parole, perché infiniti divengono i piani di lettura… di analisi del testo che, da racconto di vita e malavita, si trasforma, frase dopo frase, in somma allegoria di uno scontro fra titani. Uomo della seconda metà del Novecento, che mai si è fatto scrupolo d’indagare attraverso tutte le arti l’essenza (o il senso) dell’esistere, Manzoni ha la grande capacità di portare a compimento questa saga senza che poi il romanzo abbia, infine, un vero e proprio epilogo, perché il narrare potrebbe continuare ancora e ancora, senza mai stancare. Libro-Vita, quindi… o, per meglio dire, Libro-Mondo, in perenne apertura, in perenne divenire, che non si vorrebbe mai terminato. E questo è il credo di Manzoni nei confronti dell’arte: un continuum di esperienze che vanno a tracciare, come diceva Borges, il volto di chi le racconta. Poi la morale: “…La morte deve sempre essere elemento portante di ogni ragionamento, da porsi sia all’inizio di esso sia alla sua conclusione. Noi uomini dobbiamo sempre ragionare in funzione della morte, o accompagnarla a ogni idea elaborata e quindi espressa…è l’unica certezza che abbiamo, quindi è l’unico punto fisso per poter giungere a delle conclusioni, poi a delle decisioni”( capitolo 9 pagina 47-48). Così l’autore de “L’albero di Maehwa” ci mette alla prova e, sempre attento a tenere la narrazione in pugno, ci sorride e misura quel che siamo, passo dopo passo.

 

Paola Castagna

Con lui ho fatto un bellissimo libro nel 1991: Enzo Cucchi

Pubblicato su Arte, Maestri il Aprile 30, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


La coda di Dio, 1998, carboncino, acquarello su carta e luce artificiale, cm 27 x 21,5

A ricordo di Pippa Bacca

Pubblicato su Arte, Informazioni, Notizie il Aprile 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Sabato prossimo inaugurerò una mia mostra di pittura alla Galleria Portfolio Artecontemporanea di Senigallia (Ancona). L’evento sarà dedicato alla memoria di mia cugina “Pippa Bacca”. Vi aspetto.

19 aprile - 3 maggio “ELOGIO ALLA DIVERSITA’”, poesie e opere pittoriche di Gian Ruggero Manzoni.

Appuntamenti:
19 aprile alle ore 18:30 inaugurazione - 3 maggio alle ore 18:30 lettura poetica di Gian Ruggero Manzoni.

Orari di apertura al pubblico:
- in via f.lli Bandiera, 26: dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 20.00
- in via Fagnani, 3: dalle 18.30 alle 20.00
Per visite al di fuori degli orari indicati si prega di telefonare allo 071-64721

Direzione Artistica: Paola Casagrande Serretti

Per saperne di più clicca qui:
http://galleriaportfolio.it/

Con grande tristezza vi comunico che il corpo di mia cugina “Pippa Bacca” è stato ritrovato

Pubblicato su Arte, Informazioni, Notizie il Aprile 10, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Pippa Bacca (Giuseppina Pasqualino di Marineo) giovane artista italiana nipote di Piero Manzoni è stata uccisa in Turchia da un balordo. Era partita per una performer artistica inneggiante alla pace e alla fiducia fra gli uomini e da un uomo è stata uccisa. Altro non aggiungo. Sempre più difficile diventa sperare e sempre più mi rendo conto del come si muova il mondo. Grazie a tutti coloro che mi hanno inviato mail e messaggi. Lunedì il corpo tornerà in Italia. La Famiglia organizzerà una mostra ricordando Pippa. A lei il mio bacio.

Mario Sironi: un uomo che pagò caro le sue convinzioni

Pubblicato su Arte, Maestri il Aprile 1, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Sassari, 12 maggio 1885 / Milano, 13 agosto 1961. E’ una delle figure più originali della pittura italiana ed europea del Novecento. Trascorsa la prima giovinezza a Roma, nel 1903 abbandona gli studi di ingegneria per dedicarsi completamente alla pittura. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma, iscrivendosi alla Scuola di Nudo, e stringe amicizia con Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Gino Severini. Nel 1905 si trasferisce a Milano per continuare il suo percorso artistico e, nel 1908, compie un viaggio con Boccioni a Parigi e in Germania. Tornato in Italia, nel 1914 partecipa al Movimento Futurista. Le opere di quegli anni denotano già l’originale impostazione della sua pittura, che esprime una tragicità sconosciuta fino ad allora alla pittura del Novecento, quella del dramma dell’uomo contemporaneo: un dramma fatto di tristi solitudini e atmosfere cupe, di città deserte con l’aria desolata delle periferie, una riflessione amara e angosciata sul tema della nuova civiltà urbana e industriale delle officine e delle macchine.

Dal 1915 al 1918 collabora a “Gli Avvenimenti” e dal 1922 al “Popolo d’Italia” e alla “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia”. Nel 1915 si arruola volontario nel battaglione lombardo ciclisti e automobilisti, insieme a Boccioni, Sant’Elia, Marinetti, Russolo, Carlo Erba e Funi. Alla fine della guerra rientra a Milano e si sposa. Passato attraverso una breve esperienza metafisica, nel primo dopoguerra è uno dei più convinti sostenitori del Partito Fascista e della tradizione italiana, attraverso un linguaggio caratterizzato dalla riduzione geometrica delle forme e dalla vigorosa costruzione plastica. Il ritorno all’antico propugnato in pittura viene proposto da Sironi anche tramite il recupero di tecniche classiche, come l’affresco, il mosaico, il bassorilievo monumentale e tra i suoi soggetti preferiti figurano il nudo, il paesaggio alpestre e il ritratto. Nel 1920 firma con Dudreville, Funi e Russolo il Manifesto “Contro tutti i ritorni in pittura” che contiene alcune delle tesi che saranno poi fondamentali per la costituzione del gruppo “Novecento”, fondato nel 1922, col quale Sironi partecipa nel 1924 alla XIV Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, presentandovi due opere, “L’allieva” e “L’architetto”, che sono diventate delle vere e proprie icone della poetica novecentista.

Successivamente Sironi partecipa anche alle Biennali del 1928, del 1930 e del 1932; in questi anni inizia a interessarsi di scenografia e di architettura; organizza la mostra del decennale della rivoluzione fascista (1932, Roma) e della V Triennale di Milano (1933), in occasione della quale dà vita a una delle manifestazioni più alte della plastica italiana in un ciclo di affreschi dove figurano composizioni di De Chirico e Severini, ed egli stesso realizza, oltre a bassorilievi in terracotta di notevole valore, una delle sue più importanti pitture murali celebrative sul tema del lavoro. Con la collaborazione di architetti dell’ala razionalista, diviene uno dei maggiori protagonisti del tentativo di formulare un’estetica del regime fascista, animato da un principio di volontà e ordine rispecchiante il suo orientamento psicologico e la sua ideologia politica. Nel dicembre 1933 Sironi pubblica il “Manifesto della pittura murale” e nel 1935 esegue l’affresco “L’Italia fra le arti e le scienze” destinato all’Aula Magna della Nuova Università di Roma, ideata da Piacentini (1935). Opera anche come progettista di padiglioni industriali (quello Fiat per la Fiera di Milano) e come scenografo teatrale. Nel 1943 aderisce all R.S.I. e ritorna alla pittura da cavalletto, che assume toni sempre più cupi e drammatici.

Dal 1945 alla morte, causa i suoi trascorsi politici, viene oltremodo penalizzato dalla critica e dal sistema dell’arte. Vive i suoi ultimi anni in un profondo stato d’indigenza, autorelegandosi in una soffitta. Solo ultimamente la sua opera è stata (giustamente) rivalutata in pieno. Sironi pagò per tutti l’essere stato un artista fascista… forse ci si era dimenticati che anche De Chirico, Carrà, Rosai, Savinio, Maccari, Adolfo Wildt, Arturo Martini, Tallone, Funi, Tosi, Sant’Elia, Sem Benelli, Mario Missiroli, Gianluigi Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci, Campigli, Casorati, Guidi, Licini, Morandi, Severini, Balla, Depero, Prampolini, Russo, Soffici, Figini, Pollini, Giuseppe Terragni e infiniti altri lo erano stati.

Ieri a Sabbioneta di Mantova

Pubblicato su Arte, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni il Marzo 30, 2008 da paolacastagna

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GRM in posa davanti alla statua equestre lignea del grande condottiero Luigi Gonzaga (padre di Vespasiano) morto all’età di 32 anni in battaglia, colpito da un’archibugiata

Sabbioneta è la cittadina a forma di stella, fondata da Vespasiano Gonzaga, nella verde e umida pianura lombarda, ricca di quei richiami ai miti della romanità, così cari al suo fondatore, da desiderare di inserire, nella bassa padana, una “piccola Roma” che richiamasse alla memoria la grandiosità dell’età imperiale e una “piccola Atene” che richiamasse alla memoria la classicità. L’impianto viario ortogonale (tipico degli accampamenti romani), i cippi di marmo posti a delimitare i quartieri, la statua di Minerva sistemata nel punto d’incrocio tra il cardine e il decumano (nell’antica Roma erano le due linee ideali che intersecandosi dividevano lo spazio in quattro parti), il Teatro all’Antica, il Palazzo Ducale, quello Giardino, con la sua lunghissima galleria (97 metri), gl’imponenti bastioni (conservatisi egregiamente) sono solo alcuni degli elementi che confermano il grande amore del suo creatore per la “ruina romana”, quale testimone della grandezza di Roma, come dice l’aforisma latino posto all’esterno del Teatro: “Roma quanta fuit ipsa ruina docet”…“quanto fu grande Roma la stessa (sua) rovina lo insegna “.

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GRM che passeggia sotto ai portici che reggono la galleria di Palazzo Giardino, lunga 97 metri

Il nome Sabbioneta deriva da sabbia netta, pulita, perché dove ora esiste la cittadina c’era una palude maleodorante e umida che solo il disegno ambizioso di un Gonzaga poteva risanare e bonificare; ancora oggi, Sabbioneta, è uno dei punti più umidi e afosi del territorio. Fu Vespasiano Gonzaga che nel 1553 iniziò a crearla, al punto di farla divenire un centro di cultura, con la costruzione di palazzi, chiese e monumenti che ancora svettano possenti e magici.