Archivio per la Categoria Attualità

Una gran voce ebrea… roca quanto basta e ‘fuori’ di brutto

Pubblicato su Attualità, Informazioni, Musica, Notizie il Aprile 4, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Amy Winehouse nasce nel 1983 a Enfield, Middlesex, Inghilterra, da una famiglia ebrea, il padre è tassista e la madre infermiera. Cresce a Southgate (Londra) dove frequenta la Ashmole School. All’età di dieci anni fonda un gruppo rap amatoriale chiamato “Sweet ‘n’ Sour, as Sour”. Lo descrive come la versione bianca ed ebraica delle “Salt ‘n’ Pepa”. A dodici anni frequenta la Sylvia Young Theatre School, ma a tredici viene espulsa perché non si applica e a causa di un piercing al naso. In seguito frequenta la BRIT School a Selhurst, Croydon. Cresce ascoltando diversi tipi di musica (dalle “Salt ‘n’ Pepa” a Sarah Vaughan) e riceve la sua prima chitarra a tredici anni. Inizia a cantare come professionista all’età di sedici anni, dopo che la sua amica e cantante soul Tyler James manda una sua demo a un talent scout. Nel 2000 firma per la sua etichetta discografica attuale, la Island/Universal. La cantante ha perduto quattro taglie tra la pubblicazione del suo primo e del suo secondo album. Ha dichiarato alla stampa britannica, interessata al fatto, che è stato a causa dei commenti che facevano sul suo peso. Nello stesso periodo “The Independent” pubblica un articolo sulla depressione, in cui figura la Winehouse come clinicamente affetta da psicosi maniaco-depressiva, ma rifiutante le cure. Nell’ottobre 2006 Amy ammette di aver sofferto di disordini alimentari: un po’ di anoressia, un po’ di bulimia. Non sono del tutto ok - dice - ma credo che nessuna donna lo sia. Nei mesi seguenti è presente sui tabloid britannici per problemi legati all’alcool; riguardo quel periodo ricordo un’esibizione da ubriaca al “The Charlotte Church Show” (apparsa su YouTube) e quando interruppe uno dei soliti discorsi moraleggianti e ipocriti del leader degli U2, Bono, durante l’assegnazione dei “Q Awards”. Quando le vengono chieste opinioni sulla violenza e l’alcool risponde: mi diverto molto certe notti, ma poi esagero e rovino la serata. Sono veramente un’ubriacona. Il 16 novembre 2006 è apparsa in TV al “Never Mind The Buzzcocks” visibilmente alterata e ha fatto commenti non proprio gentili sul presentatore Simon Amstell, che l’aveva invitata, definendolo un pingue borghese conservatore. Il 7 gennaio 2007, durante un’esibizione al “G-A-Y” (famoso locale londinese), vomita sul pubblico, ma poi riprende a cantare. Il 14 febbraio 2007, agli “Elle Style Awards”, la cantante viene vista con dei tagli e cicatrici su di un braccio; il portavoce della Winehouse attribuisce la colpa a una caduta per strada, ma pare si sia ferita lei stessa, volutamente, sotto l’effetto di 6 valium buttati giù con del gin. Le speculazioni sui problemi psicologici e con l’alcool continuano quando vengono pubblicate delle foto che la ritraggono al reparto alcolici di un supermercato mentre sta bevendo a collo da una bottiglia di wodka e in un pub a Camden Town mentre, con il comico Noel Fielding e il presentatore Alex Zane, si sta facendo tre cocktails contemporaneamente. Nell’aprile 2007 il quotidiano “The Sun” pubblica la notizia del fidanzamento della cantante con Blake Fielder-Civil. I due si sono poi sposati il 18 maggio 2007 a Miami, in Florida. Il 18 ottobre del 2007 viene arrestata in Norvegia per possesso di marijuana, poi rilasciata il 19 ottobre dietro cauzione di 500 euro. L’1 novembre 2007, in occasione degli “MTV Europe Music Awards”, per due volte la cantante inglese sale sul palco in apparente stato confusionale; al ritiro del premio “Artist Choice Award”, consegnatole da Michael Stipe, non pronuncia il tradizionale discorso di ringraziamento ai fans, mostrandosi invece immobile e spaesata; poco dopo, chiamata a esibirsi come performer, canta con difficoltà e sembra verosimilmente sotto effetto di alcool o altre sostanze. Il 21 gennaio 2008 comincia a circolare in web un video dove si vede la cantante fumare crack. Amy Winehouse ha molti tatuaggi di donne nude sulle braccia. A riguardo ha spiegato: mi piacciono le pin-up. Mi sento più uomo che donna. Però non sono lesbica, non prima di una Sambuca, comunque. Il suo cocktail preferito è il Rickstasy (tre parti di vodka, una parte di Southern Comfort, una parte di liquore alla banana e una parte di Baileys)… una mistura mielosa, caramellosa e devastante. Tra i suoi artisti preferiti ci sono Nas, Mos Def, Teena Marie, Beastie Boys, Carole King, Mahalia Jackson, Chet Baker, The Ronettes, The Shirelles, Sarah Vaughan, Minnie Ripperton, Billie Holiday, Ray Charles, Dinah Washington, Frank Sinatra, Tony Bennett, Erzsebet Beck, The Specials, Toots and the Maytals e Thelonious Monk. Quando viene intervistata, a volte sputa in terra tra una domanda e l’altra; se un qualcuno glielo fa notare lei risponde che quando lo fa non se accorge. Ha dichiarato che non disdegna di fare l’amore a tre: con il suo partner assieme ad un’altra ragazza. Gli artisti italiani, tra i vivi e i defunti, che conosce sono Modugno, Pavarotti e Bocelli, ma non la ispirano; invece le è piaciuto un video di Patty Pravo, per come la cantante interpreta, si muove e per la voce, anche se non ha capito il testo della canzone che la Pravo stava cantando. Nella sua camera da letto ha appeso un piccolo quadro di Edward Hopper acquistato a un’asta a New York.

La condizione dell’Italia oggi

Pubblicato su Attualità il Aprile 3, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

L’Armageddon (anche scritto Armaghedòn) o Har-Mageddon (in greco αρμαγεδδων) indica la battaglia finale tra i re della terra (incitati da Satana) e il Dio dei cristiani; quindi tra il bene e il male, di cui si parla nell’Apocalisse, nel Nuovo Testamento; oppure, più genericamente, indica una catastrofe apocalittica. Il termine viene spesso usato per indicare la battaglia in sé, oppure, nella sua accezione più estesa, l’Apocalisse stessa. Il termine Armageddon, nelle Sacre Scritture, compare in un solo verso del Nuovo Testamento, nel Libro dell’Apocalisse 16,16, dove si dice sia una parola ebraica, ma si pensa che esso derivi da Har Megido (הר מגידו) che significa “la collina di Megiddo”. Megiddo fu sito di grande importanza nel mondo antico, poiché controllava la parte occidentale di uno stretto passo montano e un’antica via commerciale che connetteva l’Egitto e l’Assiria. Per la sua locazione strategica all’incrocio di varie strade, fu luogo testimone di molte battaglie. Megiddo viene citato varie volte nell’Antico Testamento. I Libri dei Re 23,28-30 e i Libri delle Cronache 35,20-25 descrivono una battaglia che vi si svolse nel 609 a.C.. La battaglia causò la morte di Giosia, un riformatore religioso appena trentenne, che sembrava promettesse un rinnovamento dello stato teocratico ebreo, che diede vita ai miti sul suo trionfante ritorno. Si dice che Giosia sia morto per mano del faraone egiziano Necho II, proprio quando la monarchia della stirpe di Davide era in ascesa dopo un periodo di disordini e corruzione. La sua morte accelerò il declino di una fazione fortemente monoteistica nella Giudea degli anni precedenti la cattività babilonese. L’idea che un re della stirpe di Davide un giorno sarebbe ritornato per combattere e vincere a Megiddo è un esempio, fra i tanti, del mito del Messia. Il luogo è caratterizzato dalla presenza di tell (cumuli artificiali archeologici) formati da ruderi di insediamenti risalenti all’Età del bronzo e all’Età del ferro.

LA SOLUZIONE


… forse i nostri sempre cari vecchi messia d’acciaio?

Dal web una voce fra le tantissime (A)… e un’altra che le risponde: dal centro, da destra o da sinistra? (B)… la mia soluzione è la C

Pubblicato su Attualità, Notizie il Marzo 7, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

A)

Io il 13 e 14 aprile me ne sto a casa, non voto. Sono stanco di farmi prendere per i fondelli. Una cosa ho imparato negli ultimi 2 anni. Destra e sinistra sono uguali. Prendo circa 900 euro al mese e per arrivare a fine mese con un affitto da pagare più tutte le spese è veramente tragica. Avevano detto che le cose sarebbero migliorate invece peggiorano e io sono sempre più povero. Basta! Questa volta non voto.

B)

- 1 - No, non siamo quelli…
Non ci piacciono i generali con velleità golpiste, i servizi segreti e le loro stragi, la borghesia salottiera, le lobbies che tramano con la benedizione del Potere o del Papa, le congreghe antipopolari e tutto il ciarpame retrogrado grazie al quale questo regime ha potuto sopravvivere impunito. Vogliamo agire alla luce del sole per dare un avvenire ai nostri sogni.

- 2 - Nè a destra, nè a sinistra.
Il nostro Movimento vuole realizzare uno Stato sganciato dalle ideologie fallite, sanguinarie e falsamente democratiche imperanti nel XX secolo. In parlamento potremmo sederci a sinistra, al centro, a destra o dove più ci piace; siamo diversi da tutti.
NO AI POLITICI DI PROFESSIONE. Non ci interessa imbarcare vecchi trombati e furbi della politica partitocratica.

- 3 - No alle poltrone.
Non ci interessa far parte della banda che gestisce il Potere e siede impunemente in Parlamento. Con fantasia e determinazione, attraverso azioni propagandistiche esterne, indicheremo al Popolo la strada per un grande cambiamento nella libertà.

- 4 - Nessuna alleanza.
Niente compromessi con la partitocrazia responsabile di ruberie, malgoverno nonchè degrado delle istituzioni. Nessuna alleanza con i loro complici, i cosiddetti partiti di opposizione. Solo quando saremo diventati un Movimento popolare rappresentativo di larga parte degli italiani, decideremo i modi e i tempi della nostra presenza politica nelle istituzioni.

- 5 - Il Potere a chi lavora.
Un Parlamento composto in larga parte da rappresentanti di chi lavora e non unicamente dai parassiti della partitocrazia mafiosa.

- 6 - Sì all’unità degli italiani.
Per la salvaguardia dell’Unità Nazionale contro ogni tentazione che tenda a separarci. Maggiore autonomia amministrativa alle Provincie. NO ALLA DOMINAZIONE AMERICANA. Basta con la secolare sudditanza al gendarme del mondo. Recuperiamo il nostro orgoglio Nazionale ed Europeo. Nessun appoggio italiano ad azioni di colonizzazione e sopraffazione internazionale.

- 7 - Sì al volontariato.
Non occorre essere super uomini per aiutare chi ha bisogno. Vogliamo essere presenti, dunque, dove lo Stato è latitante; essere italiani significa anche questo.

- 8 - Con i ceti più deboli.
NO ALL’USURA DELLE BANCHE, alla loro prepotenza nei confronti di chi lavora. Sì alla solidarietà sociale.
NO ALLA DROGA attraverso la realizzazione di comunità, servizi adeguati e leggi meno permissive.

- 9 - Con chi ama la natura.
Non possiamo permettere che un capitalismo iperconsumista avveleni l’aria che respiriamo e distrugga impunemente le risorse del nostro pianeta: cominciare a cambiare dipende anche da noi. Ci batteremo per il rispetto dei diritti degli animali contro vivisezione ed altre atrocità. Elaborazione di un piano energetico che rispetti le risorse naturali, sviluppi fonti alternative superando il sistema basato sull’energia nucleare.

- 10 - Partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese.
Per far sì che l’Uomo non sia solamente lo strumento nelle mani del Grande Capitale, della politica mondialista e globalizzatrice, ma acquisti dignità attraverso la partecipazione alla gestione ed agli utili prodotti dall’Azienda, nel rispetto della proprietà privata.

- 11 - Riduzione degli oneri sociali, previdenziali e del prelievo fiscale.
Non è ammissibile essere tartassati per i servizi erogati dallo Stato che fanno letteralmente schifo. Lo Stato Sociale si salvaguarda anche favorendo l’occupazione, eliminando sperperi ed evitando di comportarsi da… vampiri.

- 12 - Istituzione di un unico corpo di polizia.
Per evitare pericolose contrapposizioni tra Carabinieri, Polizia e Finanza e per un più proficuo impegno contro la criminalità. Più accurata selezione degli ammessi, più radicale eliminazione dei corrotti dagli apparati.
Istituzione di un Esercito sempre più preparato, efficiente, composto da veri professionisti, non da disoccupati in cerca di stipendio.

- 13 - Apolicità dei magistrati.
Per ridare spessore morale al compito istituzionale dei giudici deve essere vietata la loro appartenenza a qualsiasi associazione politica e partitica o segreta (vedi massoneria). Proprio per evitare che l’appartenenza ai suddetti gruppi possa provocare pericolose ed ingiuste persecuzioni giudiziarie a carico di soggetti con idee diverse da quelle professate dal giudice.

- 14 - Codice di disciplina delle cariche pubbliche.
Chiunque svolga funzioni di massimo interesse collettivo (Ministro, Magistrato, responsabile di Ente pubblico, ecc) che per interesse personale o incapacità professionale arrechi danno alla comunità va immediatamente rimosso e processato. Abolizione dell’immunità parlamentare per tutti i reati che non riguardano le opinioni ma gli interessi privati degli… Onorevoli.

- 15 - No alla tratta degli schiavi.
Non vogliamo che gli uomini, rinunciando alla loro identità culturale e attirati dal miraggio di un’esistenza migliore, vengano a lavare i vetri, vendere accendini o, peggio, diventino manovalanza malavitosa. La vera solidarietà per la soluzione dei problemi di queste persone è aiutarle a costruire nei loro paesi migliori condizioni di vita. Illuderle ed abbandonarle al loro destino o, peggio, elemosinare cibi o medicine scadute è semplicemente criminale.

- 16 - Rivalutazione del prodotto italiano.
Non attraverso leggi protezionistiche ma sensibilizzando l’opinione pubblica sulla convenienza qualitativa ed economica (salvaguardia del posto di lavoro) nello scegliere prodotti nazionali.

- 17 - Rivalutazione della provincia italiana.
Anche attraverso il decentramento di Enti o Ministeri con una più logica ripartizione su tutto il territorio (es: Ministero Beni Culturali a Firenze o Urbino; Ministero Marina Mercantile a Genova o Napoli, ecc).
Difesa del millenario patrimonio storico e culturale italiano.

- 18 - Privatizzazione ed azionariato popolare.
Cessione di attività produttive da parte dello Stato o creazione di compagnie pubbliche ad azionariato popolare diffuso. Una nuova forma di risparmio, partecipazione e controllo da parte di piccoli investitori.

- 19 - Abolizione del canone Rai-TV.
Visto l’incontrollato flusso pubblicitario e la lottizzazione partitocratica. Per rendere stimolante la concorrenzialità con le emittenti private su un piano di assoluta parità.

C)


ovvia la mia provocazione… (forse)… comunque io andrò a votare… seppure molto vicino alle posizioni disincantate dell’A e a certe uscite pseudopopulistesociali-destrorse-sinistrorse del B sono curioso di vedere come andrà a finire… e voi?

Ancora su Oltre il tempo…

Pubblicato su Attualità, Letteratura, Notizie il Febbraio 10, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Vi comunico che ne stiamo parlando nel blog gestito dal poeta Sebastiano Aglieco: SCRITTURE IN ATTESA (qui)

A loro tutta la mia solidarietà… oltre che agli altri 159

Pubblicato su Attualità, Eventi, Informazioni, Notizie il Febbraio 9, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Nella lista dei 162 docenti universitari italiani di religione ebraica apparsa in web e oscurata ieri (oscurata per modo di dire, visto che ormai la trovi ovunque), tra i tanti fini intellettuali presenti, apparivano-appaiono anche i nomi di tre uomini di cultura che considero, nei loro rispettivi campi, come maestri e che mi vanto di aver conosciuto e apprezzato in tutti i sensi: Ernesto Galli della Loggia, docente a Perugia, Salvatore Veca, docente a Pavia, Ugo Volli, docente a Torino, ai quali va tutta la mia solidarietà e stima, umana e intellettuale. E che infine si riconosca il valore al di là del colore della pelle, della fede religiosa, della fede politica, della nazionalità o di che altro. Quando si è degni, lo si è comunque. Basta con queste balordaggini di basso cabotaggio, ottuse e ignoranti, figlie di una destra o di una sinistra da Bar Sport o da curva da stadio. Il confronto, oggi, poggia o, meglio, dovrebbe poggiare su ben altri piani, che nulla hanno a che vedere col ‘razziale’, ma con quello che si professa con cognizione (quindi con: sapere) a livello culturale, e con onestà e coerenza a livello esistenzial-sociale. GRM la pensa così, anche se ad alcuni imbecilli (… guitti ridicoli e psicolabili già individuati e riconosciuti come tali, e non solo da me) etichettare questo o quello a loro uso e consumo (per le solite piccolezze che ben conosciamo, non comprendendo nel giusto senso le riflessioni che guidano certe dichiarazioni) fa pur comodo al fine di togliersi dalle scatole chi brilla a 360° più di loro. Ma reputo che presto ci liberemo sia della zavorra da stadio sia di tali sedicenti ’scrittori-poeti’ da saga della porchetta o del ravanello alla chioggiota. E chi ha buone orecchie intenda… comunque i suddetti e i loro ‘preteschi’ sostenitori già, a suo tempo, avevano ben inteso.

Vergogna!

Pubblicato su Attualità, Informazioni il Febbraio 8, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


dal famoso quadro di Goya la mia soluzione… liberiamocene definitivamente!!!

Ci hanno presi in parola, e ve lo dice un non leghista, seppure stia per riportare le parole di uno di Bossi. I parlamentari li abbiamo mandati in pensione. La Lega denuncia: si vota il 13 aprile solo per garantire la pensione ai parlamentari alla loro prima legislatura. Infatti, spiega il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, votando il 6 aprile, i parlamentari alla prima legislatura non rieletti non avrebbero maturato la pensione per pochi giorni. “E poi - lamenta Calderoli - parlano di voler fare l’election day per ridurre i costi della politica!”

SCELTA NON CASUALE - «La scelta della data del 13 aprile per il voto in alternativa a quella del 6 di aprile può apparire casuale ma non lo è affatto - sottolinea il coordinatore delle segreterie del Carroccio. Votando il 6 aprile, infatti, i parlamentari alla prima legislatura non rieletti non avrebbero maturato la pensione, votando invece come stabilito dal Consiglio dei Ministri il 13 aprile, ovvero una settimana dopo, acquisiranno la pensione». E questo per effetto di un gioco di interpretazioni delle norme e della prassi. Sulla carta il diritto a maturare la pensione scatta quando viene superata almeno la metà della durata di una legislatura: in questo caso i parlamentari che decadono possono, se lo vogliono, versare di tasca propria i contributi relativi alla parte di legislatura non effettuata e avere così diritto ad incassare il vitalizio a partire dal compimento dei 65 anni. Ma in realtà questa norma potrebbe essere aggirata.

GIOCO DI INTERPRETAZIONI - Il requisito dei «due-anni-sei-mesi-e-un giorno» - fa notare Calderoli - «ha un’interpretazione rigida soltanto per quanto riguarda il Senato, dove pure si adotta una norma interpretativa per cui quando è stata superata la metà dell’anno questo viene considerato come un anno intero. Per i senatori la dead-line sarebbe stata dunque il 15 giugno. Alla Camera, mi dicono, a causa dell’interpretazione che viene data, la pensione matura invece dopo due anni e un giorno». Di qui la disputa sulle date. L’attuale legislatura è iniziata il 28 aprile del 2006 e quindi i due anni e un giorno maturerebbero il 29 aprile. Ma votando il 6 di aprile questo rischio sarebbe scongiurato perché per legge la prima seduta del nuovo Parlamento deve essere convocata entro venti giorni dal voto, e quindi entro il 26 aprile. Facendo slittare di una settimana le elezioni, e ipotizzando l’indizione della prima seduta dal 29 aprile in avanti, il diritto sarebbe invece raggiunto. Il Consiglio dei Ministri, sarà un caso, ha stabilito che la prima riunione del prossimo Parlamento avrà luogo appunto il 29 aprile.

LA LEGGE E L’INGANNO - Si tratta di un’interpretazione, è vero, ma secondo Calderoli è proprio questo l’orientamento che starebbero pensando di seguire all’ufficio di presidenza di Montecitorio. La pensione dei deputati sarebbe dunque salva. E i senatori? «A quel punto - fa notare Calderoli - si porrebbe il problema di uniformare i due rami del Parlamento, per non creare differenze, ed è quindi plausibile che la stessa interpretazione venga estesa al Senato». Di qui il sospetto che la scelta della data del voto sia tutt’altro che casuale e, in ogni caso, non legata a volontà di risparmio. «Parlano di voler fare l’election day per ridurre i costi della politica - commenta Calderoli - ben altri però saranno i costi di queste pensioni, non solo in meri termini quantitativi, ma anche per il messaggio dato al Paese, perché questo è il tipico esempio di come fatta la legge viene subito trovato l’inganno».

Sempre contro la ‘casta’ politica… questa la parola d’ordine!

Pubblicato su Attualità, Informazioni, Notizie il Gennaio 31, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


George Grosz, Ladri della società, 1920

Uno studio di Confindustria dimostra una situazione insopportabile: nessun paese al mondo spende tanto per mantenere i propri rappresentanti. Il Parlamento italiano costa quanto quelli di Francia e Germania messi insieme. Ogni contribuente italiano, per deputati e senatori, spende il doppio di francesi e tedeschi e addirittura otto volte gli spagnoli. Una vergogna mondiale, un’indecenza planetaria. Ecco che cos’è il costo della politica italiana. Con 250 milioni di euro il nostro Paese è in testa anche per il finanziamento pubblico dei partiti. Abbiamo il Palazzo più caro del mondo. Forse è per questo che bisogna cominciare ad abbatterlo. L’ultimo studio commissionato da Confindustria è impressionante. Questo è indubbiamente un nuovo affondo di Confindustria al Palazzo, alla sua efficienza discutibile, al suo funzionamento e soprattutto ai suoi costi e ai suoi sprechi, ma ciò che gl’ ‘industriali’ sostengono questa volta mi trova pienamente d’accordo. Spende parecchio, il Parlamento, più che nel resto d’Europa, denuncia Montezemolo in un’analisi del centro studi che in 287 pagine passa ai raggi X l’intera macchina politico-istituzionale. Il documento si risolve in una critica impietosa e a tutto campo: “Vi è un chiaro problema di inadeguata governance del Paese che risiede nella legge elettorale, nelle regole di governo, nella forma dello Stato”. Gli imprenditori, neanche a dirlo, nutrono scarsa fiducia nella capacità della politica di rigenerarsi, tanto che “una riforma della legge elettorale resta improbabile” e solo l’iniziativa referendaria, è la loro tesi, “può essere una spinta salutare verso il cambiamento”. Ma il bubbone sul quale il centro studi di via dell’Astronomia ha focalizzato l’attenzione è quello attualissimo dei costi. “Il fatto che la politica abbia dei costi non è messo in discussione. Ciò che invece è motivo di pesanti critiche è il fatto che a un inevitabile livello di costi non corrisponda un funzionamento efficace”. L’analisi di Confindustria mette a confronto i sistemi di cinque paesi occidentali: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. In Italia il meccanismo ruota attorno ai rimborsi elettorali, che in occasione del voto del 2006 sono ammontati a 200 milioni 819 mila euro. Fuori dai nostri confini l’asticella scende non di poco: 152 milioni di euro il finanziamento negli Usa, 132 milioni in Germania, 73 milioni in Francia, 60 in Spagna, 9 (ai soli partiti di opposizione) nel Regno Unito. Dal raffronto emerge che “l’Italia è il Paese che spende di più” per mantenere le istituzioni. L’Italia si piazza in testa alla classifica anche per gli stipendi dei suoi 78 europarlamentari. Quasi 150 mila euro annui di indennità base (alla quale aggiungere rimborsi spese, benefits, costi di soggiorno) a fronte dei 105 mila dell’Austria, che segue seconda, degli 84 mila della Germania e giù con gli altri. Per non dire dello stipendio dei parlamentari nazionali: 15.304 euro al mese, ultimamante ritoccato a 15.504. E poi c’è l’indotto della politica, il popolo dei consulenti, esperti, consiglieri, assessori, portaborse, che negli anni è cresciuto a dismisura. Gli industriali parlano di “ipertrofia degli apparati burocratici che soprattutto nelle due ultime legislature hanno proliferato indisturbati e senza controllo”. Di più, di “permanenza di privilegi improntati a due pesi e due misure”. “Un humus tutto italiano, storicamente allergico al rispetto delle regole e al controllo della legalità”. È la Politopoli, secondo Confindustria, la ‘casta politichese’ destinata a essere travolta dalla “sfiducia dei cittadini verso le istituzioni… la più alta tra i paesi sviluppati”.

Un azzardo

Pubblicato su Attualità il Gennaio 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

mani.jpg

Mostrare la ricerca di assoluto in poeti e scrittori, anche agnostici, fino a formulare l’ipotesi di una “teologia letteraria o della creatività” mi pare la sfida che tutti noi, oggi, siamo in dovere di affrontare. L’ammissione di inquietudine permette libertà: la forza di interrogare libri e autori, nella maggior parte dei casi non credenti in un assoluto dell’essere, senza mai cedere alla tentazione di assimilarli o tanto meno di ‘convertirli’, è ricerca che mi stimola molto. Detto ciò è necessario, a mio avviso, riflettere ma non intellettualizzare. La mia concezione di cultura, nell’immediato, risponde all’esigenza di coltivare sé stessi in quanto esseri umani, la mia predilezione va, quindi, a una ‘fede’ non pacificata, ma anzi alimentata dalle continue domande; la mia attuale diffidenza verso la categoria del ‘definito’ mi porta a non amare quegli autori, ad esempio come l’ultimo Claudel, che sottomettono l’esperienza creativa a un’ideologia religiosa. Davvero religiosa è, invece, ai miei occhi, ogni esperienza in cui la scrittura (in particolare la poesia piuttosto che la prosa) si pone come ostensione del finito, come esposizione - secondo la definizione di Paul Celan - e non come imposizione. Limite, attesa, perdita sono allora i temi che dovrebbero percorrere l’odierno divenire artistico. Il mio obiettivo è provare a ridefinire il rapporto tra ‘credenti’, in una dimensione totale, e non credenti, cercando di far parlare due mondi distanti, diversi, ma potenzialmente capaci di ascolto reciproco. Per questo tento di smantellare i luoghi comuni, sia della critica letteraria che del teologico (o, meglio, delle “categorie del divino”), alla conquista di quelle ‘piazze’ in comune, soprattutto della poesia, dove l’altezza sia data dalla semplicità e la ‘religiosità’ da una realtà profana, ma pur illuminata dall’interno. Detto questo reputo che “una sacra conversazione tra poeti”, come la definiva Giovanni Testori, possa perfettamente delineare ciò che intendo, sia attraverso una citazione, per esempio, di Bonnefoy, oppure attraverso il linguaggio dell’iconologia… in effetti, solo considerando ciò, a mio avviso, si può parlare di sacro, perché esiste la conversazione, perché, anche attraverso il silenzio - come nel dialogo muto tra le mani in Lorenzo Lotto o nel paesaggio in Giovanni Bellini - esiste una realtà ‘eguale’ in cui presenze diverse comunicano, a dispetto del tempo, in un luogo creato dal loro stesso esserci, guardarsi, riconoscersi. Così, e sempre per citare, “La vita di Don Chisciotte” di Miguel de Unamuno è lo specchio di un’interiorità commossa, mobile, di ognuno, di una ‘fede’ (cioè: di un credere) che è prima di tutto fiducia, “facoltà di ammirare e di fidarsi”, di riconoscere, nel volto dell’altro, lo spazio da percorrere per rintracciare la propria verità più profonda. Quel che m’interessa, quindi, è proprio “l’irraggiungibilità dell’infinito attraverso il dispiegarsi del finito”. Sono infatti i limiti, i confini, le barriere, che con le loro incerte possibilità di varchi, l’intermittenza delle luci, lo struggimento delle attese, rendono la realtà non un ostacolo ma una promessa. In “Don Chisciotte”, del resto modello, per ammissione di Dostoevskij, del Principe Myskin protagonista dell’ “Idiota”, io riconosco la gratuità di chi ama senza calcolo, la generosità e la follia di chi, per usare le parole di Unamuno, “non spegne il lume per risparmiare il lucignolo” e si spinge là dove non vede, non comprende, obbedendo alla parte più autentica, anche se meno comoda, di sé stesso. Affermato questo, non esito, parimenti, a mostrare il mio distacco da una “religione emotiva, estetica, venata da una sorta di sensualità soprannaturale”. Amo e propongo, tanto per intenderci, attraverso Baudelaire e Bonnefoy, l’amore per le ‘cose’ mortali, vedendo frammenti di verità nel congedo, nello smarrimento, in quell’inquietudine che appunto segna il nostro essere finiti… quel nostro essere (sempre) sul ciglio di una porta (o di un burrone). Perciò una posizione coraggiosa (almeno così io la intendo) che vieta non solo ogni sentimentalismo, ma qualsiasi tentativo di sacralizzare, ieraticizzare, allontanare la vita, fosse pure in nome della bellezza; quest’ultima dimensione del porsi creativo è quel tipo di ‘abbassamento’ poetico (e religioso), che individuo nella poesia (e nella fede), della più recente Cristina Campo. Se infatti apprezzo alcune liriche giovanili della stessa, meno compiute, ma più forti, mi ritraggo, invece, da poesie come “Missa romana”, a mio parere tanto esplicitamente cattoliche da indebolire sia la religiosità sia la forza poetica del testo. Ridondanza e raffinatezza, esaltazione per la liturgia fine a sé stessa e per la bellezza formale, predilezione per un ‘Dio’ persecutore e apocalittico fanno dell’ultima Campo l’esempio da non seguire di un cristianesimo che insiste sull’astensione e la proibizione, di un’ansia di perfezione che può diventare amarezza, di una difesa della tradizione che s’irrigidisce in polemica, dell’ossessione per un’assenza che diventa distruzione. Con rimpianto, noto come citare la mistica e San Giovanni della Croce non impedisca all’ultima Campo di allontanarsi da quella materia sonora che è invece la realtà, l’umanità della poesia. L’autrice che apprezzo è invece la lettrice consapevole del pericolo della bellezza come rischio, come spada a doppio taglio, la scrittrice appassionata che scrive a William Carlos Williams per sottoporgli le sue traduzioni, la studiosa, radicata nell’attenzione e vicina al pensiero di Simone Weil, tanto amata dal filosofo veneziano Andrea Emo. A questa mia esigenza si collega la domanda sul vivere, “in senso spirituale”, che attraversa la mia ultima produzione, non come tema fondamentale, ma come “flusso sotterraneo”. Più vicine alla mia concezione, quindi, sono altre due autrici italiane protagoniste, come la Campo, del secolo scorso: Margherita Guidacci e Maria Luisa Spaziani, rispettivamente tese verso un assoluto (aperto) di saggezza e un assoluto (aperto) di poesia, perciò da me apprezzate per la loro capacità di collocare la composizione poetica dalla parte dell’attenzione al quotidiano. E ancora più esemplari sono la vita e l’opera di Katherine Mansfield. Nei suoi “Diari”, spezzati dal tormento e dalla difficoltà, sempre in bilico tra disperazione e fiducia, io rintraccio quella scrittura capace di attraversare la perdita e di accogliere il dolore di una persona ‘non credente’, ma comunque tesa a non essere inferiore al proprio io più profondo. Di un’individuo, di un essere umano, che ha fatto ‘altare’ dell’etica del lavoro, della ricerca di una verità senza enfasi, di una morte continuamente vissuta attraverso la malattia e riassorbita nella vita solo alla luce di brevi tregue di contemplazione e di amore. Come il mio amato Cechov, anche l’opera di Katherine Mansfield parte dal riconoscimento della realtà ‘dolceamara’ dell’esistere: un’ironia quieta, senza fiele, nata dal non chiudere gli occhi davanti all’altrui e soprattutto al proprio male, alla propria ‘colpa’, alla propria limitatezza e che si trasforma in compassione per la sofferenza delle creature. E a tale poetica dell’errore e dell’errare si connette l’autore che insieme a Yves Bonnefoy e a Gustave Roud forse resta, nell’oggi, uno dei miei riferimenti più definiti: Philippe Jaccottet, interprete di un’autentica poetica dell’inafferrabile, di un’inquietudine paradigmatica che parte dal dubbio e si radica solo nella luce della propria fragilità e della propria ignoranza. Rivelata questa mia ultima preferenza, non mi resta che dirvi che se nel vero esiste un logos ‘divino’, e se di questo discorso ‘assoluto’ la terra trattiene (ancora) qualche traccia imprecisa e semicancellata, forse la poesia è, nella sua insoddisfazione, nella sua incompletezza, nella sua stessa marginalità, uno dei pochi linguaggi in grado di ascoltare e faticosamente decifrare una lingua più vasta, eterna, sebbene, forse, (ancora) a noi lontana e straniera. Certo, la ‘fede’ può separare, ma il mondo creato può diventare, per tutti, un varco, una possibile apertura e, perciò, una reciproca comprensione: “… solo intende il cuore\ che non cerca potere, né vittoria”, così recitano due versi di Jaccottet. Il cuore che intende è capace di accogliere… di raccogliere cenni dispersi che forse potranno parlare ad altri, sorprendendoli, se non trasformandoli. Chi ascolta, ed è questo che mi preme dirvi, nella mia duplice veste di credente in un assoluto (comune) e quale innamorato della poesia, dicevo… chi riesce a tendere l’orecchio verso uno spazio dove non c’è posto né per il potere né per la vittoria è colui che può dirsi vivo. Chi legge trova, non la poesia con la maiuscola, ma le poesie, quelle piccole lanterne nelle quali arde il riflesso di ben altra e ben più potente luce.

già postato nel blog viadellebelledonne