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Non è un paese per vecchi, il film.

Pubblicato su Cinema il Aprile 21, 2008 da paolacastagna

http://www.cinema.universalpictures.it/website/noneunpaesepervecchi/

Nel 1980, nel Texas meridionale, al confine con il Messico, un reduce del Vietnam si imbatte, mentre sta cacciando antilopi nella prateria, in un convoglio di jeep colme di cadaveri, di droga e di soldi. Prende i soldi e decide di tenerseli, ma diventa subito la preda di una spietata partita di caccia: inseguito dai trafficanti, da uno sceriffo vecchia maniera, nonché dal solitario Chigurh, un assassino psicopatico munito di una pistola da mattatoio, Moss tenta disperatamente di sfuggire a un destino inevitabile, coinvolgendo, per ingenuità, la giovanissima moglie Carla.

Bellissima la scena dello sceriffo sulla porta del Motel, controluce, nell’ombra che segue l’uomo, anticipando i suoi passi-pensieri. Ottima la fotografia e da sogno (oniriche) le atmosfere.

Sono tutti ’spietati’ in questo film. Piace, non piace, poco importa per la sua comunque indiscutibile riuscita. Adattamento del romanzo omonimo di Cormac McCarthy, riflessione sull’intervento del destino nelle umane vicissitudini, argomento che lo statunitense affronta spesso, “Non è un paese per vecchi” è una pellicola imperniata sulla violenza e infatti si apre con una scena di caccia. Ben presto, però, come ho detto sopra, il cacciatore, Llewelyn Moss (Josh Brolin), si trasforma in preda dopo aver deciso di appropriarsi di una valigia piena di soldi ritrovata sulla scena di una sparatoria finita in eccidio. E’ così che comincia a scappare da un killer determinato quanto psicopatico: Chirugh (un grandissimo Javier Bardem). Sia il romanzo che il film tratteggiano il personaggio del killer descrivendolo mentre uccide: piuttosto sopra le righe, capello lungo con la riga di lato, sguardo fisso e un sangue freddo assoluto, unito a una certa dose di humor, Chirugh se ne va in giro per il Texas con una bombola piena di aria compressa che fa funzionare la sua pistola da mattatoio.

Italia e Italiani…

Pubblicato su Arte, Cinema, Informazioni, Notizie il Marzo 16, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi

Raimondo Vianello lo ha detto chiaro: “Io non rinnego niente”. Riaprire la questione del servizio militare prestato, oltre mezzo secolo fa, nella Repubblica Sociale Italiana, poteva costargli caro alla vigilia del Festival di Sanremo che deve presentare. Eppure Vianello ha scelto la dignità, non l’opportunità. Sarebbe bello se a Sanremo ‘98 ci fossero con lui anche l’ex iscritto al M.S.I. di Milano (1956) Adriano Celentano; l’ex frequentatore della “Giovane Italia” (poi FUAN n.d.r.) a Bologna nei primi anni ‘60 Lucio Dalla; il presunto finanziatore del Soccorso Tricolore de “Il Borghese” dei primi anni ‘70, Lucio Battisti con Mogol, alias Giulio Rapetti, che per i testi di qualche sua canzone ha preso in prestito parole di Robert Brasillach… (poeta francese collaborazionista coi tedeschi n.d.r.). Lasciamoli cantare, e dimenticare, come si è dimenticato che, nel 1958, Johny Halliday attaccava a Parigi manifesti per il gruppo di “Jeune Nation” (d’estrema destra n.d.r.).


Dario Fo


Giorgio Albertazzi è il quarto da sinistra (o da destra… come meglio vi pare)

Restiamo agli attori, come il tenente della Legione Tagliamento Giorgio Albertazzi, fucilatore di disertori, uno che oggi fa il radicale, ma che, come Vianello, ha detto quello che Walter Chiari (Decima MAS) e Ugo Tognazzi (Brigata Nera Cremona) avevano dovuto tacere. Anche Enrico Maria Salerno, ex della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.), che era stato trattenuto per quasi due anni in un campo di concentramento dopo la fine della guerra (non si lasciava “defascistizzare”) aveva dovuto tacere e mimetizzarsi: in un film di Florestano Vancini, “Le stagioni del nostro amore” (1966), recitava da antifascista e prendeva addirittura a male parole un lettore de “Il Borghese”. E il regista Marco Ferreri, reduce anche lui della G.N.R., era diventato un idolo della sinistra intellettuale, anche se negli anni ‘50 era andato a girare i suoi film migliori, “El pisito” e “El cochecito”, nella Spagna di Franco.


Marcello Mastroianni

Aveva dovuto tacere anche Marcello Mastroianni, l’attore italiano più noto al mondo, ma prima militare a Dobbiaco all’Istituto Geografico Militare della R.S.I. e poi passato con i tedeschi nelle file dell’Organizzazione “Todt”. Quando Mastroianni morì, sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli Della Loggia rimproverò al Polo (berlusconiano) l’assenza ai suoi funerali, perché anche un attore può incarnare l’Italia. Il professore non immaginava quanto fosse vicino al vero, sia pure per ragioni diverse da quelle che lui sosteneva. Hugo Pratt non aveva dovuto tacere fino all’ultimo, ma quasi. Non si era mai vergognato di essser passato attraverso la Decima MAS e la polizia tedesca dello S.D. (Polizia Politica). Solo che, dopo, aveva confuso le piste alla maniera del suo Corto Maltese, che si definisce un “gentiluomo di ventura”, cioè un pirata, un rinnegato, ma è stato lo stesso adottato come un’icona dalla sinistra intellettuale. Che è rimasta molto delusa quando “Il Giornale” ha pubblicato una dedica di Pratt a un suo editore francese. Con la sua calligrafia inconfondibile scriveva : “De votre fasciste Hugo Pratt”. Non era del 1944, ma del 1988.


Enrico Maria Salerno

Oggi i tempi sono cambiati e l’ex paracadutista della G.N.R. Dario Fo ha vinto il Nobel che, più di lui, avrebbero meritato altri aderenti alla Repubblica di Mussolini, come Filippo Tommaso Marinetti o Ezra Pound. E il regista Piero Vivarelli, oggi comunista come Fo, può ammettere di essere stato anche lui nella Decima MAS e non solo di aver diretto un film come “Il dio serpente” (1970), memorabile solo per l’altra faccia di Nadia Cassini. I fascisti dell’altro ieri, diventati gli antifascisti di ieri, oggi si manifestano. La gente chic direbbe che “fanno outing”, come gli omosessuali. Nel mondo del pensiero unico, essere fascista equivale oramai a essere in qualche modo dei “diversi”. Ma Renzo Montagnani se ne infischiava, lui che era in buoni rapporti con l’ex ministro missino Altiero Matteoli. Ma non tutti hanno deciso di reindossare simbolicamente la camicia nera prima di morire. Alcuni non se la sono mai levata, come l’ex cronista radiofonico di “Tutto il calcio minuto per minuto”, Enrico Ameri. Il giornalista sportivo e paracadutista Gianni Brera, che aveva cominciato la propria carriera al “Popolo d’Italia”, ricordava volentieri il suo passato di partigiano in Val d’Ossola. Ricordava meno volentieri, ma non smentiva, che l’anno prima aveva fatto tranquillamente il suo mestiere nella R.S.I. E i suoi articoli e i suoi libri sono intrisi di una saggezza volkisch molto più spinta di quella leghista.


Peppino, Titina e Edoardo De Filippo

Di altri personaggi famosi il passato compromettente è stato dimenticato, come nel caso di Paolo Carlini, star dei primi romanzi sceneggiati in tv negli anni ‘50; di Paolo Ferrari, l’Archie Goodwin accanto al Nero Wolfe di Tino Buazzelli nella tv degli anni ‘70; dell’idolo della tv dei ragazzi di allora, Febo Conti (”Chissà chi lo sa?”). Quanto a Doris Duranti è stata considerata una “sventurata” più che una fascista, per il suo rapporto con Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano. Lei lo ricorda così : “Ho avuto molti uomini, ho amato solo lui!”. Non si ha bisogno di molte parole quando si hanno le idee chiare. La morte, invece, non ha diviso altri due attori: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida; insieme vissero intensamente, insieme vennero fucilati a Milano. Nuto Navarrini e Vera Roll, grandi nomi del teatro di rivista, furono più fortunati: nel 1945 lui finì in prigione, lei venne rapata a zero come “collaborazionista”. Si espose meno (e quindi se la cavò meglio) Gilberto Govi, che dal palcoscenico del Teatro Universale di Genova - nel cui atrio era esposto il motore di una fortezza volante americana abbattuta dalla nostra contraerea - esortava i giovani ad arruolarsi nella X M.A.S.


Vittorio De Sica e Cesare Zavattini

Anche Eduardo De Filippo, che sarebbe diventato un idolo del progressismo, nel 1943-44 lavorava per il fronte interno della R.S.I., con suo fratello Peppino (che ancora nel 1972, però, non avrebbe nascosto le proprie simpatie per il M.S.I.). Se la guerra fosse finita diversamente, l’opera teatrale “Filumena Marturano” magari sarebbe stata presentata da Eduardo come la storia di un’eroina della campagna demografica finita vittima di un borghese opportunista; quanto al film che ne sarebbe stato tratto, avrebbe avuto come protagonista sempre Marcello Mastroianni, come è accaduto per “Matrimonio all’italiana” di Vittorio De Sica… Proprio De Sica, affermatosi come attore e regista sotto il fascismo, nel dopoguerra costituì un sodalizio artistico d’intonazione populista con l’ex fascista Cesare Zavattini (”Miracolo a Milano”, “Umberto D.”). Ma nei primi anni ‘60 si sarebbe candidato alle elezioni nel suo paesino natale, nelle liste dei monarchici. Secondo le malelingue, invece, dal paesello sarebbe dovuta fuggire nel 1944 una quindicenne che aveva tenuto alto, molto alto il morale di un reparto della Wehrmacht: esule a Roma, Gina Lollobrigida, avrebbe intrapreso così la carriera cinematografica.


Alida Valli (bellissima!)

Un altro tipo di bellezza, più nordico e altero, era quello di Alida Valli. Nata Alida Maria Altenburger, a Pola nel 1921, figlia di un barone di origine austriaca amico del prefetto Ettore Tolomei, l’italianizzatore dei nomi delle località dell’Alto Adige, poi fatto senatore da Mussolini. Lanciata da Alessandro Blasetti e da Mario Soldati (anch’essi vicini al Regime n.d.r.), che era geloso del flirt che Alida aveva con l’assistente alla regia Dino Risi, la Valli sarebbe stata poi sospettata di avere una tresca perfino con il Duce. Anche per questo, nel 1954, la Mostra del Cinema di Venezia [la stessa Mostra del Cinema fondata da Benito Mussolini] le negò il premio per il film “Senso” di Luchino Visconti. Nel 1997 la Mostra ha cercato di farsi perdonare, conferendole il Leone d’Oro alla carriera. La Valli lo ha accettato, ma ha mormorato: “Potevano pensarci prima…”


… tutti per Lui

di Maurizio Cabona - un suo articolo del 1998

Codice privato… un film attuale, seppure di vent’anni fa

Pubblicato su Cinema il Febbraio 26, 2008 da paolacastagna

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Una donna che c’è sempre, un uomo che non c’è, un appartamento che parla di lui, un computer imbottito di segreti.  Al centro Ornella Muti, eroica (e convincente) monologante imprigionata nel labirinto claustrofobico di un maxi-appartamento su due livelli (scenografo Marco Dentici), fotografata sull’arco di una gamma che va dalla tenerezza alla ferocia (operatore Luigi Kuveiller), musicalmente raddoppiata da un pianoforte (commento geniale di Giovanni Marini Salviucci). E il regista Maselli ricama e arabesca sulla situazione con una sintassi imparata tanti anni fa alla scuola di Antonioni, ma radicalizzando l’identificazione di una donna fino a limiti raramente sfiorati dal cinema intimista (genere sempre difficile da trattare… bravi i francesi in questo). Fuori è una piovosa giornata d’inverno: Anna ha accompagnato all’aeroporto lo scrittore Emilio Flora, un cinquantenne quasi premio Nobel che è suo compagno da tre anni. Ma la loro relazione è esaurita, in assenza di Emilio è convenuto che Anna deve raccogliere le sue cose e sgomberare, non prima, però, di aver frugato in tutta la casa alla ricerca del “perché” dell’improvvisa separazione. Il vero interlocutore di Anna è il computer, uno strumento ideale per un virtuoso del narcisismo quale deve essere lo scrittore. Ma è veramente così o i dati vanno interpretati in modo diverso? In altre parole: è Anna che investiga su Emilio o siamo noi che investighiamo su di lei… sul suo essere donna? “Codice privato” è una mimica della solitudine intercalata dal dialogo con la tecnologia e da non poche chiacchiere al telefono (molto attuale tutto ciò). L’intento dell’autore è chiaramente ludico, ma si sa che il ‘gioco’ è una cosa serissima. Si potrebbe perfino osservare che Maselli porta avanti il motivo zavattiniano della confessione con lo spirito di chi ha digerito tanta letteratura psicoanalitica venuta dopo. Nella sua articolazione sapiente e rigorosa, una lezione di cinema. Verità che anticipano una chiusura della ‘rappresentazione’ che appare finzione e recita pura di un’ipotetica fine, senza il raggiungimento reale di quest’ultima. Colpo di scena conclusivo. Ispirato a “La voce umana” – e un po’ a “Il bell’indifferente” – entrambi del grande Jean Cocteau, a cui il film è dedicato, è opera da vedere.

Quando il cinema italiano era ancora cinema e non ‘minimalismo’ autoreferenziale di basso cabotaggio

Pubblicato su Cinema il Febbraio 11, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Rimini d’inverno è immersa in un’atmosfera irreale: le lunghe file di cabine disposte in sequenze ordinate, dai colori pastello, assumono l’aspetto di un paesaggio d’infanzia, però disertato, come se appartenesse a una stagione dell’esistenza ormai perduta, scomparsa, per sempre inghiottita dalla vita adulta, e ci appare come lo scarto di qualcosa che non c’è più, e di cui si farà a meno per sempre. Così, la città adriatica, diviene la visualizzazione straordinaria di una particolare nevrosi della cultura contemporanea: l’attesa. Attesa del nuovo, del sogno, della vera vita, e il film “La prima notte di quiete”, di Valerio Zurlini, pellicola del 1972, si pone come il ritratto di questo paesaggio straniato, assunto a metafora della condizione umana: l’attesa del cambiamento, della liberazione dalla grigia vita provinciale, dalle ossessioni erotiche, da sé stessi, dalla precarietà degli anni giovanili. La vicenda narra la malinconia di naufragi sulla costa romagnola. Insieme a Monica (un’ancora stupenda Lea Massari), la donna che da dieci anni vive con lui, approda a Rimini, supplente di lettere al liceo classico, un professore. Daniele Dominici (un Alain Delon nella sua migliore interpretazione, nonché produttore della pellicola), questo il suo nome, è colto e ha pubblicato libri di poesia, ma ormai sembra staccato da tutto: specialmente dalla scuola. Benché non abbia ancora raggiunto i quarant’anni, sembra aver già bruciato ogni volontà e interesse, preferendo semplicemente sopravvivere. A fargli cambiare idea è Vanina (una Sonia Petrova forse troppo statica), la più bella delle allieve, una diciannovenne chiusa e misteriosa, della quale l’uomo s’invaghisce, pur conoscendone il drammatico passato. Gerardo (Adalberto Maria Merli), il ricco amante di Vanina e la madre di lei (la sempre gigantesca Alida Valli), una poco di buono, cercano invano di tenerlo alla larga. Convinti di amarsi alla follia, e dopo che Daniele ha preso a pugni Gerardo, e costui gli ha rivelato i torbidi trascorsi della ragazza, i due decidono di fuggire insieme. Ma Monica minaccia di suicidarsi, se verrà abbandonata, e Daniele teme che faccia sul serio. Sarà per accorrere a sincerarsene che, a sua volta coperto di botte, in una mattina nebbiosa, lungo la statale Adriatica, la sua vecchia auto verrà travolta da un camion.

Quale destino da cui non poter evadere, nel mondo di Daniele e Vanina ogni cosa bella è destinata a spegnersi. Il giorno dei funerali si scoprirà che Daniele era l’ultimo discendente di una nobile e ricca famiglia, fuggito di casa da giovane, spinto a cercare una ragione di vita e di poesia nella rivolta e nel vagabondaggio e, come Rimbaud, destinato al bruciarsi. Daniele paga con la vita il sogno generoso della sua gioventù: la sua ribellione all’autorità e all’ordine, ma è destinato alla sconfitta e all’autodistruzione. Il suo è il sacrificio di un intero mondo che andrà ad estinguersi se nessun altro avrà il coraggio, la volontà e la fantasia di farlo risorgere. Le sue scelte di vita e il suo modo d’essere sono la testimonianza di un messaggio dal sapore profetico, annunciato sin dall’inizio dal suo stesso nome. Infatti Daniele è un antico nome ebraico il cui significato è “Dio è giudice” o “Dio ha giudicato” ed è il nome che si dà agli eletti, ai prescelti da Dio come suoi messaggeri, ma Daniele è anche un profeta del Vecchio Testamento, vissuto nel VI secolo a. C. ed esiliato da Gerusalemme a Babilonia (anche Daniele Dominici vive la sua esistenza come un esiliato in terra straniera), considerato dagli Ebrei come il “maestro dei maghi” e il cui libro di profezie costituisce il primo esempio di letteratura apocalittica. Daniele, dunque, possiede il dono divino della veggenza, ecco perché nel film sono ricorrenti i richiami alla figura profetica di Gesù e ai Vangeli. Ma qual è la sua profezia? Quella di non ritenere l’amore e la poesia residui di un mondo superato dai tempi o dalle illusioni, ma i soli in grado di salvare e rigenerare la vita e il mondo, altrimenti resterà ciò che Daniele mostra all’amico Spider (un bravissimo Giancarlo Giannini) quando lo porta in visita alla Querciaia, la sua antica dimora: “I miei si sono lasciati morire lentamente in questo cimitero putrefatto, tutto marcito, distrutto, in frantumi”. Il film di Zurlini è anche l’affresco di una società sempre più allo sbando. I giovani perdigiorno, già stagionati, che hanno qualcuno che li mantiene, descritti da Fellini nel bel film “I vitelloni” del 1953, che già costituiva un viaggio nel tempo amaro e assurdo della giovinezza, a cavallo degli anni ’60-’70 del secolo scorso sono cresciuti e si sono incattiviti. Non sono più i disoccupati della borghesia, i figli di mamma, che non hanno attitudini per nessuna cosa e aspettano sempre una lettera, un’offerta, una raccomandazione, che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico, onorifico e redditizio, e aspettando sono giunti verso i trent’anni, passando le giornata a fare discorsi e scherzetti, e brillano, solo, nei tre mesi della stagione balneare, la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell’anno… ora, nella pellicola di Zurlini, sono diventati un gruppo di amanti del gioco d’azzardo e della bella vita, rampolli di una ricca e scapestrata borghesia di provincia che consuma una vuota esistenza rifugiandosi nelle facili emozioni del sesso e della droga. La spiaggia d’inverno, la noia, la futilità, lo spreco del tempo e della vita stessa in un deserto, che corrisponde alla loro realtà spirituale, sono i quadri insistiti di una provincia chiusa e immobile, dalla quale soltanto Spider, dopo l’incontro con Daniele e l’amicizia (con sfumature omosessuali) con lui, sembra sentire il bisogno di fuggire. “La prima notte di quiete” è un verso tratto da una poesia di Goethe… è la morte.


Zurlini un anno prima della morte

Valerio Zurlini (Bologna 1926 - Verona 1982), laureato in legge, durante gli anni universitari si cimentò in spettacoli teatrali e, in seguito, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, diresse una quindicina di documentari. Nel 1954 passò al lungometraggio con la regia di “Le ragazze di San Frediano”, adattamento dell’omonimo romanzo di Vasco Pratolini. La consacrazione arrivò con il secondo film, “Un’estate violenta” (1959), struggente storia d’amore in cui la seconda guerra mondiale fa da sfondo a un’educazione sentimentale. Zurlini fu autore dalla vena intimista, molto attento alle atmosfere e alla definizione psicologica dei personaggi. In “Cronaca familiare” (ancora da Pratolini, 1962) propose un dramma commovente calato come di consueto in un’accurata cornice figurativa. Il film vinse il Leone d’Oro a Venezia, ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. La sua carriera cinematografica proseguì nel 1972 con, appunto, il malinconico film “La prima notte di quiete” e quindi con il “Deserto dei tartari” (1976), tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Morto prematuramente, negli ultimi anni di vita ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Zurlini dimostrò di possedere un’innata sensibilità che gli permise di indagare le vicende umane con sottile vena psicologica. La sua vocazione narrativa gli consentì di confrontarsi, con successo, con alcuni capolavori della letteratura, che riuscì a tradurre splendidamente in immagini anche grazie a un raffinato e colto senso figurativo.

“La prima notte di quiete”: Regia Valerio Zurlini - Soggetto e Sceneggiatura Valerio Zurlini ed Enrico Medioli - Interpreti: Alain Delon, Giancarlo Giannini, Sonia Petrova, Renato Salvatori, Alida Valli, Lea Massari, Adalberto Maria Merli e Salvo Randone - Genere drammatico - Produzione Italia / Francia 1972 - Durata 132 minuti - Il film venne edito in videocassetta da Mondadori Video nel 1995

Un ennesimo interrogativo… ahinoi senza risposta

Pubblicato su Cinema il Gennaio 13, 2008 da paolacastagna

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dal film “Leoni per agnelli”… cioè come gli USA sono alla deriva, e noi al traino (una pellicola da non perdere!)

Fino all’ultima sigaretta

Pubblicato su Cinema il Gennaio 5, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


…Parigi, 17 maggio 1904 / Neuilly-sur-Seine, 15 novembre 1976… Jean Gabin è stato l’interprete ideale dei film della scuola realista, portando sugli schermi la fisionomia romantico-populista dell’uomo semplice e rude, oppresso da un destino ineluttabile. Una personificazione dell’antica tragedia umana, dolorosamente vissuta attraverso le fasi, successive, dell’immediata brutale violenza, della cupa disperazione e, infine, della rassegnazione liberatrice. Gabin è riuscito a esprimere questa gamma di sentimenti con vigore e naturalezza, rivelando convincenti doti drammatiche, grazie anche alla sapiente guida di registi quali Julien Duvivier, Jean Renoir, Marcel Carné e Jacques Becker. Proveniente dal teatro di rivista e dall’operetta (si era formato alle Folies Bergère, al Moulin Rouge, al Vaudeville, alle Buffes-Parisiennes), esordì nel 1930 col film “Chacun sa chance”. Ma il vero Gabin nacque negli anni 1934-1939 con una serie di fortunatissime interpretazioni: “La bandera”, “Il bandito della Casbah”, “Verso la vita” (Les Bas-fonds), “La grande illusione” (La Grande Illusion), “L’angelo del male” (La Bête humaine), “Il porto delle nebbie” (Quai des brumes), “Alba tragica” (Le jour se lève). In molti di questi film ebbe accanto la delicata Michèle Morgan con la quale formò un’indimenticabile coppia, anche se il vero amore della sua vita fu sempre Marlene Dietrich. Dopo la negativa esperienza hollywoodiana del periodo bellico, ritroviamo Gabin in ruoli di più varia e matura caratterizzazione psicologica, secondo nuove dimensioni umane e sociali: “La vergine scaltra” (La Marie du port - 1950); “La notte è il mio regno” (La Nuit est mon royaume - 1951); “La traversata di Parigi” (La Traversée de Paris - 1956); “Il clan dei Siciliani” (Le Clan des Siciliens - 1969). In tutti, comunque, come nel ruolo indimenticabile del commissario Maigret creato da Simenon, si ritrova il razionale virtuosismo del personaggio Gabin che, come ha scritto Jacques Prévert in una sua lirica : è sempre lo stesso / è sempre uguale, sempre Gabin / sempre qualcuno. Gabin ha ottenuto due volte il premio quale miglior attore alla Mostra Cinematografica di Venezia, nel 1951 per “La notte è il mio regno” e nel 1954 per “Grisbì” (Touchez pas au grisbi). Alla sua morte è stato cremato, per sua volontà, e le sue ceneri sono state sparse nell’Atlantico.

Avrei voluto conoscerlo di persona… un altro genio maledetto.

Pubblicato su Cinema il Gennaio 3, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Rainer Werner Fassbinder (Bad Wörishofen, 31 maggio 1946 / Monaco di Baviera, 10 giugno 1982) è stato attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo tedesco. Nato in Baviera, figlio di un medico, Helmut, e di una traduttrice, Liselotte, dopo aver ricevuto nei primi anni di scuola un’educazione basata sui principi liberali di Steiner, prosegue l’educazione ad Augusta e poi a Monaco. Nel 1964 lascia gli studi, dopo l’esclusione dalla Scuola Superiore di Cinema di Berlino perché non considerato adeguato. Nel 1965 gira i suoi primi cortometraggi in proprio, “Il vagabondo” e “Il piccolo caos”. Nel 1966 frequenta lezioni di arte drammatica al Fridl-Leonhard-Studio di Monaco dove conosce Hanna Schygulla, incontro che darà una svolta alla sua vita, quindi Peer Raben e Kurt Raab. Entrato nel gruppo dell’Action-Theater, dopo alcune interpretazioni, regie di scena e adattamenti, scrive un dramma, rappresentato nell’aprile 1968. A seguito del fallimento dell’Action-Theater, crea un nuovo gruppo, l’ Antiteater, con il quale mette in scena un nuovo dramma, “Il soldato americano”. Nel 1969, dopo essere comparso come attore in vari film (tra cui “Baal” di Volker Schlöndorff), gira il suo primo lungometraggio “L’amore è più freddo della morte”, presentato in giugno al Festival di Berlino. Ancora in quell’anno realizza “Lo straniero”, “Dei della peste” e “Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?”. Nel frattempo comincia a ricevere riconoscimenti ufficiali, il film “Lo straniero” ottiene il Premio Cinematografico Evangelico e il Premio Fipresci. Il 1970 è un anno di intenso lavoro: a gennaio inizia le riprese di “Rio das Mortes”, a febbraio gira per la televisione tedesca “Il Caffè”, in aprile realizza “Whity”, poi, in maggio, “Il viaggio a Niklashausen”, presentato in ottobre alla televisione (ARD). Infine, in agosto, traspone in film il suo dramma “Il soldato americano”, e, in novembre, gira “Pionieri a Ingolstadt”. In mezzo a tutto questo fervore creativo continua a comparire anche come attore in film di Reinhard Hauff e Volker Schlöndorff. Nel 1971 partecipa alla fondazione della Filmverlag der Autoren, che distribuirà gran parte delle sue opere successive. Prosegue anche la sua produzione teatrale e nel mese di giugno, a Francoforte sul Meno, viene presentato in teatro il suo “Petra von Kant”. In agosto fonda una propria società di produzione, la Tango Film, inaugurandola con la realizzazione de “Il mercante delle quattro stagioni”. Sempre in agosto sposa l’attrice dell’Antiteater Ingrid Caven, da cui divorzierà nel 1973. Continua nel 1972 la sua imponente produzione: a gennaio gira “Le lacrime amare di Petra von Kant” (presentato a giugno al Festival di Berlino), a marzo “Selvaggina di passo”, tra aprile e agosto “Otto ore non sono un giorno”, a settembre “La libertà di Brema”, tra settembre e ottobre “Effi Briest”. Poi, ancora nel 1973, tra gennaio e marzo, gira “Il mondo sul filo”, a maggio “Nora Helmer”, tra luglio e settembre “Martha”, a settembre “La paura mangia l’anima”. L’anno successivo assume la direzione del Theater am Turm di Francoforte e gira “Il diritto del più forte”, a luglio “Come un uccello sul filo”, poi riduce l’attività cinematografica per occuparsi principalmente di teatro. Nel 1975 gira “Il viaggio in cielo di mamma Kusters”, “Paura della paura”, “Nessuna festa per la morte del cane di Satana” e “Voglio solo che voi mi amiate”, abbandonando, nel frattempo, la direzione del Theater am Turm. Nel 1976 un suo lavoro teatrale, “Der Müll, die Stadt und der Tod”, viene pesantemente attaccato dalla critica conservatrice per le sue (presunte) tendenze antisemitiche, e il testo del dramma, pubblicato nelle edizioni Surkamp, viene ritirato dal commercio. Tra aprile e giugno gira “Roulette cinese”, e tra ottobre e dicembre “Bolwieser”. Nel 1977 gira in marzo “Donne a New York”, tra aprile e giugno “Despair” (il suo primo film con cast internazionale e girato in lingua inglese). Nell’ottobre partecipa alla realizzazione del film a episodi “Germania in autunno”, presentato in anteprima l’anno dopo al Festival di Berlino. Tra gennaio e marzo dell’anno successivo gira il suo film più celebrato, “Il matrimonio di Maria Braun”, in cui ritrova, dopo un intervallo di sei anni, la sua protagonista preferita, Hanna Schygulla. Tra luglio e agosto torna ancora dietro la macchina da presa per dirigere “Un anno con 13 lune”, mentre, a dicembre, inizia la lavorazione di “La terza generazione”. Nel 1979, a giugno, inizia a lavorare al telefilm “Berlin Alexanderplatz”, che lo impegnerà per quasi un anno. In ottobre ottiene il Premio Luchino Visconti dei critici cinematografici italiani. Gira tra luglio e settembre “Lili Marleen”, che presenta al Festival di Venezia. Nel 1981 gira “Lola” e “Veronika Voss”. Nel 1982 Fassbinder interpreta “Kamikaze 1989″ per la regia di Wolf Gremm e di seguito gira “Querelle de Brest” (tratto dall’omonimo romanzo di Jean Genet), che sarà il suo ultimo film nonché il suo testamento intellettuale. L’opera suscita polemiche per la tematica omosessuale e circola in Italia solo in versione censurata.

Nel maggio 1982 partecipa come “intervistato” al documentario “Chambre 666″ diretto da Wim Wenders, una serie di illuminanti dichiarazioni di prestigiosi registi sul tema “Dove andrà a finire il cinema?”. Con Fassbinder, tra gli altri, anche Antonioni, Herzog, Godard e Spielberg. Un mese dopo, il 10 giugno, muore per overdose, probabilmente un suicidio, nella sua casa di Monaco, a soli 36 anni. Il 14 giugno la televisione tedesca lo commemora trasmettendo alcuni suoi film. I funerali si svolgono il 16 giugno a Monaco-Perlach.

Filmografia

* Il vagabondo (1965)
* Il piccolo caos (1966)
* L’amore è più freddo della morte (1969)
* Lo straniero (1969)
* Dei della peste (1969)
* Perché il signor R. è colto da follia improvvisa? (1969)
* Rio das mortes (1970)
* Il Caffè (1970)
* Whity (1970)
* Il viaggio a Niklashausen (1970)
* Il soldato americano (1970)
* Pionieri a Ingolstadt (1970)
* Attenzione alla puttana santa (1970)
* Il mercante delle quattro stagioni (1971)
* Le lacrime amare di Petra von Kant (1972)
* La libertà di Brema (1972)
* Otto ore non sono un giorno (1972)
* Selvaggina di passo (1972)
* Nora Helmer (1973)
* La paura mangia l’anima (1973)
* Il mondo sul filo (1973)
* Effi Briest (1973)
* Martha (1973)
* Come un uccello sul filo (1974)
* Il diritto del più forte (1974)
* Il viaggio in cielo di mamma Kusters (1975)
* Paura della paura (1975)
* Nessuna festa per la morte del cane di Satana (1976)
* Voglio solo che voi mi amiate (1976)
* Roulette cinese (1976)
* Bolwieser (1977)
* Donne a New York (1977)
* Despair (1977)
* Germania in autunno (1978]
* Un anno con tredici lune (1978]
* Il matrimonio di Maria Braun (1978]
* La terza generazione (1979)
* Berlin Alexanderplatz (1980)
* Lili Marleen (1980)
* Lola (1981)
* Teatro in trance (1981)
* Veronika Voss (1982)
* Querelle de Brest (1982)

La fine dei Cavalieri Teutonici…

Pubblicato su Cinema il Dicembre 31, 2007 da Gian Ruggero Manzoni

…nell’ Alexander Nevskij [URSS, 1938] di Sergej Ejzenstejn.

Alla metà del XIII secolo le ultime città russe rimaste libere sono pressate a est dai Mongoli e a ovest dall’espansionismo dei cavalieri tedeschi dell’Ordine Teutonico. Caduta Pskov, i cittadini di Novgorod si rivolgono al principe Aleksandr Nevskij, che già aveva sconfitto gli Svedesi. Anziché limitarsi a difendere il proprio territorio, il principe, messo insieme un esercito di popolani e contadini, attaccherà i temibilissimi nemici prima che calpestino il sacro suolo russo. In un’epica battaglia sul lago Peipus ghiacciato, le truppe del Nevskij sconfiggeranno l’esercito meglio organizzato dell’epoca.

L’Alexander Nevskij è un poema scritto per lo schermo cinematografico ed è il primo film sonoro del grande regista sovietico. La cosa curiosa è che si tratta di una sorta di film opera nel senso che le musiche di Prokofiev sono altrettanto importanti che le immagini (fotografate, ancora una volta in maniera eccezionale, da Eduard Tisse). Con questo film Ejzenstejn esce, almeno apparentemente, dal periodo buio che aveva dovuto attraversare dopo l’uscita de “Il vecchio e il nuovo” (1929), quindi a seguito della disastrosa esperienza americana (e lo scempio del progetto di “Que viva Mexico!”) e dello stop alle riprese de “Il prato di Bezin” (1937). Qui il regista filma un poema patriottico, dove il protagonista è un po’ leader rivoluzionario come Lenin e un po’ capo politico-militare come Stalin (che, sembra, ebbe a dire a Ejzenstejn, dopo aver visto il film, “in fondo lei è un buon bolscevico”), suggellando, in tal modo, la propria autocritica sul piano politico, culturale e perfino tecnico.