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“L’albero di Maehwa”… sull’ultimo romanzo di Gian Ruggero Manzoni

Pubblicato su Arte, Letteratura, Notizie il Maggio 2, 2008 da paolacastagna

  

 

La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni  /  giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento.  / Novembre cancellerà le tracce / e ogni tronco andrà disperso / nella viscida e fangosa corrente.  / Urina e sperma  / per arrotare quello che ci rende specie.

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Da “Il perdono della foglia di neve” di Paola Castagna

 

Lo scrittore Gian Ruggero Manzoni, uno e plurimo, ci narra l’ennesima avventura del suo esistere… cantastorie come pochi, ci presenta un’altra faccia del passaggio che lo e ci attraversa. Il continuo della sua poesia, il proseguo dei suoi dipinti, l’incalzare dei suoi racconti, la storia, quella maledetta, di cui l’uomo si scorda di continuo, sono il cibo che alimenta questo artista poliedrico. L’uomo dimentica, Manzoni no, e ci ricorda chi siamo, dove siamo, dove finiremo. Quest’ultimo suo romanzo (sebbene la bella veste grafica, ahime disturbata da un qualche refuso, forse scaturito dall’aver sfidato, com’è nel suo stile, morte e divinità) parla, nel contemporaneo, della provincia italiana, di bellezze, di brutture, di amore, di cinico distacco, di nichilismo, di fede, di ipocrisia, di delinquenza, di opportunismo, di generosità, e, dilaniando via via lo stesso autore, arriva e stritola fra due mani l’essenza di un’umanità perduta nella globalizzazione e nello sfacelo. Scava a fondo. Colpisce implacabilmente. Un “Nessuno”, l’Ulisse di sempre, si muove nelle pagine con lo spasimo di chi consapevole di quella fragilità del grande che gli è propria. Capitoli che si susseguono ad incastro e vite che s’incontrano su di un limite conducono il lettore verso il desiderio di sapere come, quando e dove l’esito… se un esito mai ci sarà. E così il fare tesoro e la preziosità di adempiersi, in seguito, a un’ulteriore conoscenza acquista la valenza di un trattato in cui, menzogna e verità, convivono con pari tensione rivolta a un assoluto. Manzoni, con questo libro, c’insegna, ancora, quel qualcosa che parla da un altro dove con la coscienza, in sé, dei secoli. Ecco la condanna verso i sistemi borghesi acquisiti e imposti, poi il rivendicare una natura stanca che, per destino infame e per vecchiaia sapienziale, non può mai smettere di combattere: “…come demone che incontra l’arcangelo nel Giudizio Finale”. Impossibile leggere e nel contempo pensare di restare immuni; certe parole, certe frasi, certe scelte di vita sono come graffi che dilaniano dentro. Espressionistico e oscuro il groviglio di sensazioni che nell’andare si scioglie per divenire realtà e luce, poi il fioretto appuntito che si appoggia e penetra le carni, quindi la sciabolata, che stronca il respiro. È sul ring che la vita acquisisce valore, mossa da un fato che l’autore considera già scritto. Il pugilato, o “nobile arte”, è disciplina estrema… è stile, sia nell’attacco come nella difesa. È, assieme alla corsa, lo sport più antico praticato in Occidente, e Manzoni lo usa quale metafora e quale ritmo per condurre la narrazione. Ne “L’albero di Maehwa”, un albicocco bonsai di pregevole valore, vecchio di 200 anni (simbolo della continuità oltre ogni morte e ogni sventura), è la nobiltà (praticata) che, appunto, conosce la gloria più alta, così come la scelta diviene motivo conduttore. La strada è di nuovo palestra di vita, laddove il dolore imbratta i muri e la miseria rende bestie; là dove l’umiltà è di casa e la riconoscenza diviene ricompensa mossa da un codice inviolabile che trova nel femminile testimonianza ed eterno. Madre, figlia, moglie, amante, quindi concubina religiosa e casta… l’autore non bada a spese nell’esaltare, o schiacciare, le donne che gli vivono a fianco o lo abitano in grembo. La parola, in questo romanzo, più che in altri scritti di Manzoni, è sporca, dialettale, gergale, corrosa, umida, e in essa mascolinità e femminilità si congiungono per dare vita a una possibile speranza, seppur (forse cristologicamente) ancora figlia di un sacrificio. L’io e l’altro io e l’altro io, fino all’esaurimento, minuettano sul quadrato, senza che alcun arbitro possa intervenire o voglia intervenire. Sì, la partita a scacchi con la morte la si gioca sul ring, nel sudore e nella fatica, con semplicità e dedizione, con  scaltrezza e nel baratto. “Nel secolo scorso la boxe italiana ha sempre insegnato al mondo, ricordatevelo ragazzi. Tecnica mista a coraggio e a umiltà…Loi, D’Agata, Mazzinghi, Riga, Kalambay, Rosi, Mitri e tanti altri. Non abbiamo mai avuto dei grossi picchiatori, ma riuscivamo a tenere il ring con la testa, col fiato, col fegato e con la classe…” (capitolo 10 pagina 49). Lo scrittore, attraverso l’epica, in tal modo c’impone, come in ogni buon allenamento di boxe, di respirare a bocca chiusa e di resistere ai suoi attacchi, quindi ci esorta, con lirica, a guardare oltre le parole, perché infiniti divengono i piani di lettura… di analisi del testo che, da racconto di vita e malavita, si trasforma, frase dopo frase, in somma allegoria di uno scontro fra titani. Uomo della seconda metà del Novecento, che mai si è fatto scrupolo d’indagare attraverso tutte le arti l’essenza (o il senso) dell’esistere, Manzoni ha la grande capacità di portare a compimento questa saga senza che poi il romanzo abbia, infine, un vero e proprio epilogo, perché il narrare potrebbe continuare ancora e ancora, senza mai stancare. Libro-Vita, quindi… o, per meglio dire, Libro-Mondo, in perenne apertura, in perenne divenire, che non si vorrebbe mai terminato. E questo è il credo di Manzoni nei confronti dell’arte: un continuum di esperienze che vanno a tracciare, come diceva Borges, il volto di chi le racconta. Poi la morale: “…La morte deve sempre essere elemento portante di ogni ragionamento, da porsi sia all’inizio di esso sia alla sua conclusione. Noi uomini dobbiamo sempre ragionare in funzione della morte, o accompagnarla a ogni idea elaborata e quindi espressa…è l’unica certezza che abbiamo, quindi è l’unico punto fisso per poter giungere a delle conclusioni, poi a delle decisioni”( capitolo 9 pagina 47-48). Così l’autore de “L’albero di Maehwa” ci mette alla prova e, sempre attento a tenere la narrazione in pugno, ci sorride e misura quel che siamo, passo dopo passo.

 

Paola Castagna

L’ALBERO DI MAEHWA… il mio ultimo romanzo… appena uscito

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Notizie il Aprile 25, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un valore. Una Rimini invernale, ormai preda di bande criminali e lupi giunti dai quattro angoli del pianeta, si ammanta di tragedia. Una truffa, la stanchezza di vita, il desiderio di riscatto, viaggiano su di una sura del Corano, per poi trovare rifugio tra i rami di un bonsai vecchio di duecento anni. Crudo l’epilogo, seppure sostenuto da una fierezza d’altri tempi. Infine il giocare a scacchi con la morte, come nel film di Bergman, non può che ridare nuova vita, dignità, speranza e un senso a chi ha vissuto ai bordi per anni, nel ricordo dei fasti di un passato, di un titolo di Campione d’Italia o in fuga dalla miseria o da “moderne” schiavitù. (Un libro per palati fini… come sempre n.d.a.)

L’ALBERO DI MAEHWA di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Il Filo, collana “L’ordito e la trama” diretta da Paolo Lagazzi, Daniela Tomerini e Tiziana Fumagalli, distribuzione nazionale Mursia.

 

 

 

 

 

 

 

per ulteriori informazioni: http://www.ilfiloonline.it/Lordito/lalberodimaehwa.asp

Ancora un grande aristocratico dell’essere

Pubblicato su Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni il Aprile 22, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Stefan George nacque nel 1868 a Büdesheim, presso Bingen, una piccola e antica cittadina sulle rive del Reno, situata nella regione della Renania-Palatinato; la famiglia era di estrazione borghese, con lontane origini francesi; in casa si parlava francese, e solo da adulto George scelse la lingua tedesca per lo scrivere. Nel 1873 la famiglia si trasferì a Bingen, dove il padre divenne un agiato commerciante di vini; George studiò dal 1882 al 1888 a Darmstadt, e nel 1889 si iscrisse all’Università di Berlino, ma non frequentò che poche lezioni e lasciò gli studi dopo tre semestri. Aveva allora già iniziato quello stile di vita che mantenne fino alla fine: non abitando mai in case proprie, nonostante una certa agiatezza, ma vivendo ospite di amici e ammiratori a Berlino, Heidelberg, Basilea, Monaco di Baviera (ove visse quasi stabilmente solo a partire dal 1900), e viaggiando spesso per l’Europa, soprattutto in Italia, quindi recandosi a Parigi e a Londra. A Parigi, ventenne, conobbe i poeti della scuola simbolista, Mallarmé e Paul Verlaine, le cui idee di un’arte per l’arte e di una poesia pura, sganciata dalla realtà sociale, piacquero molto a George, che non amava né il realismo in letteratura né il positivismo in filosofia, allora dominanti in Germania; a Londra conobbe Swinburne e i preraffaelliti, in Belgio Verhaeren. Nel 1892 creò un proprio circolo, noto come “George-Kreis”, e una rivista letteraria, i “Blätter fur die Künst”, organo di opposizione al naturalismo, pubblicata fino al 1919.

 

Egli visse sempre appartato, attorniato dai membri del suo circolo, ed evitando ogni clamore; i suoi libri erano stampati privatamente e distribuiti agli amici, a sottolinearne il carattere iniziatico, accentuato anche da una particolare veste tipografica, nella quale i caratteri e i frontespizi assumevano di per sé stessi rilevanza stilistica. Nel 1927 vinse il Goethepreis, offerto dalla città di Francoforte sul Meno. Nel 1933, all’avvento del nazismo, che lo esaltò come precursore e tentò di fare uso propagandistico della sua opera, George, rifiutati tutti gli onori offertigli, manifestò la sua opposizione emigrando in Svizzera e stabilendosi a Minusio, presso Locarno, ove morì poco dopo, il 4 dicembre di quell’anno. Ciò non impedì ai nazisti di farne, dopo la morte, una specie di icona, di poeta nazionale, sebbene egli avesse espresso: “mai ho incontrato una persona volgare come Adolf Hitler”.


Die Kosmiker: Karl Wolfskehl, Alfred Schuler, Ludwig Klages, Stefan George, Albert Verwey (1902)

George vedeva sé stesso, e allo stesso modo fu visto dai suoi contemporanei, come un aristocratico, una sorta di sacerdote di una nuova mistica, in polemica con la cultura borghese del tempo; per lui il vero poeta stava attendendo e preparando un “nuovo regno”, che sarebbe stato guidato da una élite artistica e intellettuale, unita dalla fedeltà a un capo. La sua poesia si distanzia dunque dalla realtà ed enfatizza il mistero del sacro, l’eroismo, il sacrificio personale, la sublimazione nell’eterno e la rinuncia alle passioni contingenti. Da un punto di vista della forma essa è tesa verso una strenua ricerca della più pura immaterialità, ed è caratterizzata da una grande levigatezza e da una solenne, lapidaria perfezione; risultando arcana e ricca di allusioni oscure, ma sempre armoniosa.


Stefan! - opera su carta di Anselm Kiefer in omaggio a George, 1974

Il suo circolo, che cominciò a riunirsi nel 1892, era retto da un complesso cerimoniale estetizzante e composto da soli uomini, studiosi e poeti, scelti da George stesso per affinità spirituale; inizialmente i membri erano suoi coetanei, trattati come pari, ma col passare degli anni il circolo muterà composizione e George sarà sempre più venerato come un maestro da discepoli molto più giovani di lui. Tra i membri del circolo spiccavano i poeti austriaci Rainer Maria Rilke e Hugo von Hofmannsthal (che poi se ne allontanarono) e i fratelli Stauffenberg, che saranno coinvolti nel complotto per assassinare Hitler, oltre a numerosi esponenti del mondo culturale tedesco dell’epoca, come Karl Wolfskehl, Friedrich Gundolf e, più tardi, Klaus Mann.

Nella storia artistica e politica di George di particolare importanza divenne la figura di Maximilian Kronberger. Questi, nato nel 1886, studente liceale, nel 1902 fu avvicinato per strada, a Monaco di Baviera, da George che se lo fece amico e lo introdusse nel suo circolo; per lui scrisse alcune poesie d’amore, dalle quali traspare una inclinazione omoerotica (che in seguito George dirigerà anche verso alcuni altri giovani membri del circolo), altrove sempre dissimulata. Non c’è tuttavia indicazione che questa tendenza sia andata oltre il concetto platonico di guida spirituale e di contemplazione estetica, la quale veniva praticata da George sia per convenzione sociale sia, soprattutto, per disciplina artistica. Alla morte prematura, a soli 18 anni, per malattia, di Maximin (come era chiamato da Stefan), seguì per il poeta un periodo di disperazione, durante il quale pensò anche al suicidio, poi iniziò la glorificazione del ragazzo, eretto a incarnazione dell’assoluto nelle raccolte “Maximin. Ein Gedenkbuch” (1906) e, soprattutto, in “Der siebente Ring” (Il settimo anello), del 1907, nella quale la figura di Maximin permette a George di affrontare per la prima volta il tema politico. Tema ripreso, sempre attraverso la figura di Maximin, nelle successive raccolte “Der Stern der Bundes” (La stella del patto, 1914) e “Das neue Reich” (Il nuovo regno, 1928), ove è auspicato un rinnovamento spirituale della società, in opposizione al materialismo e al militarismo imperanti. Coerentemente con questa visione, George non fu entusiasta dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e vide come una conferma delle sue idee la disfatta tedesca e la confusione del dopoguerra. In questo contesto il poeta fu visto sempre più, dai membri del circolo, come da molta gioventù tedesca, quale guida spirituale, cioè l’uomo che incarnava la dignità umana e artistica, unificando disciplina e passione, grazia e maestà, bellezza e morale. Se le idee e l’opera di George potevano certamente avere dei punti di contatto con l’ideologia nazista, egli non poteva invece, in alcun modo (alla stregua di Junger), accettare il carattere violento e brutale del regime, e reagì coerentemente emigrando in segno di protesta e distanza da esso.

Per Stefan George l’attività poetica era una missione, in aristocratica polemica con la cultura borghese, con il positivismo in filosofia e con il naturalismo in letteratura. Il poeta è per George sacerdote e maestro di una nuova mistica, che oppone il sublime eterno alla passionalità del contingente. Sul piano formale la sua scrittura tende a una pura immaterialità che si traduce in strenua, marmorea levigatezza. Così come ho detto sopra, la stessa presentazione tipografica, i caratteri, i frontespizi (presenti nei suoi libri autoeditati) assumono, come per esempio in D’Annunzio, una rilevanza stilistica. La lingua tedesca viene piegata e contorta alla ricerca di una solennità lapidaria. Ne deriva, così, una lirica oscura e armoniosa, di struggente perfezione formale.

Vicino alle nubi sulla montagna crollata

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Letteratura, Notizie, Poesia il Aprile 8, 2008 da paolacastagna

                        

Antologia a cura di Enrico Cerqueglini e Luca Ariano
(Campanotto Editore)

Poesie di:

Non è vero che siamo tutti uguali!

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Notizie, Tradizioni il Marzo 27, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Corradini è il quarto da sinistra (guarda in macchina) con gli occhiali e un libro in mano

Enrico Corradini nacque a San Miniatello, nel 1865, e morì a Roma, nel 1931. Autore dannunziano, nel 1903 fondò con Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe Prezzolini la rivista “Il Regno”. Nel 1910 contribuì a creare l’Associazione Nazionale Italiana (ANI). Nel 1911 appoggiò la campagna in favore della guerra Italo-Turca con due saggi politici (”Il volere d’Italia” e “L’ora di Tripoli”) e sempre nello stesso anno, con la collaborazione di Alfredo Rocco e Luigi Federzoni, diede alle stampe il settimanale “L’Idea Nazionale”, che riprese le teorie guerreggianti de “Il Regno”. Favorevole a una politica estera imperialista, colonialista ed espansionista, nel 1914 trasformò “L’idea Nazionale” in quotidiano grazie ai finanziamenti di militari e armatori. Elaboratore di una teoria nazionalistica nutrita di populismo e di corporativismo, fu ovviamente un acceso interventista nella Prima Guerra Mondiale, prima a favore della Triplice Alleanza, poi a sostengo della Triplice Intesa, ingaggiando violente campagne di stampa contro i neutralisti (in particolare Giovanni Giolitti). Terminato il conflitto bellico aderì al Partito Nazionale Fascista, in cui fece confluire la sua ANI. Comunque si tenne praticamente estraneo alle azioni più controverse del fascismo, anche quando fu nominato da Benito Mussolini prima senatore e poi ministro nel 1928. Tra i romanzi scritti dal Corradini ebbero particolare successo “La patria lontana” (1910) e “La guerra lontana” (1911).

Scriveva Corradini: “L’Italia deve avere una sua politica coloniale, le nazioni povere devono cercare, attraverso l’imperialismo, un posto al sole; l’Italia è una potenza povera, ma non deve più farsi mettere i piedi in testa dalle nazioni plutocratiche. Il nazionalismo è la trasposizione internazionale del socialismo, si deve mettere in essere una sorta di lotta di classe tra nazioni proletarie e nazioni ‘plutocratiche’; il socialismo è il nostro maestro, ma anche il nostro avversario: avversario perché pacifista, maestro perché insegna a utilizzare lo strumento della lotta di classe in una dimensione internazionale”. Corradini vedeva un’ Europa dove, al di sotto delle due ‘plutocrazie’, Inghilterra e Francia, vi erano le nazioni proletarie; Italia e Germania non potevano, però, più accettare di essere potenze di serie B. Il pacifismo era volto esclusivamente alla conservazione dello status quo europeo: in risposta a ciò bisognava esaltare la guerra e la lotta di classe internazionale. L’Italia, al fine di raggiungere il massimo livello di potenza, doveva essere coesa e non individualista; il buon cittadino doveva essere pronto a sacrificarsi per la patria. Corradini maturò, in sintesi, una sorta di concezione materialisticamente proletaria unita a una dimensione mentale spiritualmente aristocratica (infatti sosteneva: “…per dimostrare la propria grandezza spirituale, l’Italia deve essere guidata dagli uomini migliori, che non è possibile scegliere attraverso la democrazia - e anche - …il governo della cosa pubblica va affidato agli aristocratici: non è vero che siamo tutti uguali! Non hanno più significato, perciò, i fondamenti della democrazia - quindi - …fa parte della natura umana lottare gli uni contro gli altri, è un istinto naturale voler sopraffare il proprio avversario; l’istinto bellicoso va esportato per il bene nazionale”).

La ‘malattia’ letteraria di GRM

Pubblicato su Letteratura il Marzo 23, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Anche se la peste in Europa sembra essere sparita da secoli, la parola “peste” è rimasta ben viva nella nostra lingua in espressioni come “peste ti colga” o “quel ragazzo è una peste” o “dire peste e corna di qualcuno” oppure negli aggettivi derivati “pestifero” e “pestilenziale”. Anticamente intesa come “simbolismo morale”, teso a identificare la corruzione dei costumi, il tema della malattia si è manifestato in letteratura sotto molteplici aspetti. In tutte le mitologie dei popoli antichi, la malattia era interpretata come un segno divino, una punizione inflitta all’uomo o alla collettività dagli dèi come castigo per le colpe commesse. Da qui le antiche leggende sui gobbi e gli esseri deformi, che erano ritenuti concentratori di disgrazie, al punto da essere spesso esiliati o emarginati dalla comunità. Dalla mitologia in poi la letteratura segue le caratterizzazioni del relativo periodo storico, a secondo del tipo di malattia predominante in quell’epoca. Non meno famoso è il caso di Alessandro Manzoni che, con i Promessi Sposi, dedica ben tre capitoli alla descrizione della pestilenza che colpì Milano nel 1600. Thomas Mann sviluppa il tema del morbo prendendo lo spunto per una riflessione filosofica sulla condizione umana, interrogandosi sui rapporti tra la malattia e la vita e tra l’individuo malato e quello sano. Anche Kafka, gravemente malato di tubercolosi, era ossessionato dal tema della malattia come espressione esterna del suo malessere interiore, al punto da esteriorizzare i sintomi del male nell’incomprensione eterna con i suoi familiari. In Pirandello la malattia diviene frequentemente il simbolo di una personalità difforme, controcorrente, anticonvenzionale, in spiccato contrasto con il perbenismo borghese dell’epoca. Con Italo Svevo, infine, il morbo è inteso soprattutto come degrado, inadeguatezza e fallimento. Dunque in molti modi diversi il morbo e la malattia sono stati utilizzati nella letteratura e nella mitologia per identificare e analizzare uno stato di perdita… la perdita della salute, della positività, dell’autonomia, della libertà.

Con “Il morbo” Gian Ruggero Manzoni ci presenta questa subdola malattia proponendoci una visione del tutto diversa e sconosciuta: la visione dell’altro che ci abita dentro, che quotidianamente ci alita sul collo, l’altro come morte, senza che l’uomo gli dedichi la dovuta attenzione. Malattia intesa non solo in senso fisico, ma morbo psicologico, spacciato per pura follia, un malessere collettivo, un disagio morale, una solitudine. Malattia come ultima cosa concessa in vita, visione della morte come un lusso per pochi, per i prescelti, per chi ha speso gli anni per un ideale più o meno discutibile, ma che attraverso le parole di Gian Ruggero Manzoni appare di un’audacia gloriosa. Un romanzo storico, una storia realmente accaduta, che sotto la mano attenta di Manzoni diviene altro, quell’altro che di rado si conosce nel frenetico dei nostri giorni. La storia (e da sempre Manzoni ha dimostrato a quanto sia attento a quest’ultima) è consapevole di come l’uomo è privo di memoria così che essa ci invita all’ascolto. Un dialogo a due, una voce narrante che invita il racconto per quella liberazione ultima, così da mantenere vivo quel credo che in vita ha accompagnato le imprese consumate. Motivazioni di una vita spesa alla ricerca di valori di uguaglianza, fratellanza e umana disponibilità. Poco importa se per ottenere tutto questo è la ‘bestia’ ad arrivare al compiuto, e non l’uomo. Già le prime pagine, cariche di tensione, proiettano il lettore nella dimensione di quei tempi, in modo che ti senti da subito al fianco del nostro eroe (mi piace chiamarlo così). E, per dirla grossa, non solo al fianco dell’ardito-spietato guerriero, uomo-soldato, ma nei suoi panni, spesso logori e consunti. Panni scomodi che restano addosso come una seconda pelle. Un viaggio a ritroso che è raccontato tra l’affanno e la falce della morte, già sollevata in aria, scritto da chi, con l’umiltà nello stomaco, riesce a comprendere tale gesto e, di rimando, prende tempo sulla vita. Si incontrano non poche difficoltà di comprensione tra chi racconta e chi ascolta-scrive, difficoltà dovute a un credo messo in discussione tra l’umano e il bestiale che ci abitano.

L’epilogo di questa saga ci rende l’ennesima prova-testimonianza di ciò che siamo: comuni mortali con l’ambizione d’immortalità. Ma il gioco di ruoli è ben definito, la malattia racconta e il morbo ascolta “…il moribondo si acquietò e invitò il sacerdote ad avvicinarsi di nuovo: scusami e siediti, che il peggio è passato. Sopportami, come io, del resto, mi sono sopportato negli anni, e ho resistito anche contro il mio essere. Non esiste alcun uomo che possa rimanere sempre sulla breccia. Prima o poi ha un cedimento, che anche questo, degli uomini, io adoro…(pag. 39)”. Sfamare gli affamati, lavoro ai miserevoli, libertà agli schiavi, questo e altro nel testamento ultimo, che è scritto da un frate tra il sudore, il puzzo acre, gli escrementi e il vomito di una malattia ormai all’ultimo stadio. Una stanza, una donna, un religioso, un uomo in punto di morte. Un letto, uno scrittoio, uno sguardo d’intenti; prima un dialogo tra sordi, poi un capire oltre i limiti umani donati. Un rapporto autentico come pochi. La scenografia è fatta, le tinte offuscate da luci assenti e le parole, quelle vere, che restano addosso come fossero tatuate su di un corpo che si trascina senza motivazioni. Gian Ruggero Manzoni non si fa scrupoli, com’è solito fare, nell’indagare cosa si nasconde dietro al male, o dentro a esso. Non ha riguardi nel riconoscere l’importanza del femminile che lo accompagna come bene superiore, come non bada a spese nel denunciare figure che a quei tempi fecero più danni che altro. La capacità ardita di uno scrittore che attraverso la storia ci porta a conoscenza di personaggi realmente esistiti e come tali riconosciuti: “…scrivere di chi scrive, narrare di chi narra, vivere di chi vive, questi possono essere buoni esorcismi per la morte (pag. 45)”. È inoltre molto interessante l’ambivalente aspetto del credo “…ad ogni eccesso la natura ti castiga, presentandoti il conto (pag. 46) - …due guerrieri testardi e coerenti, che solo Dio poteva far incontrare. Che solo la natura, e il caso che ci governa, poteva fare avvicinare ( pag. 146)”. La nudità dell’uomo è manifesta, la poetica di Manzoni svolazza nel corpo di un pappagallino, Felicità, che segue, come unico reale testimone, tutto lo svolgimento del dramma. Ma il racconto si intensifica proprio sul finale, nel momento in cui la morte è ormai prossima e non necessita più di rimando: “…avverto in te, frate, una ritrovata energia. Ciò mi rende in ultimo felice, perché sono riuscito a donare qualcosa ad un altro uomo, senza il bisogno di dover rubare od uccidere. Forse la mia vita aveva già concluso il suo ciclo, che la peste mi dà l’opportunità di fermarmi a pensare e a far luce, luce non sangue, su me stesso con il tuo aiuto. Ma ora scrivi, che più poco mi resta da campare (pag. 166)”. Il tempo sembra improvvisamente non averne più di tempo, e gli ultimi capitoli sfuggono tra le mani, nell’inquietudine del voler svelare ciò che la morte ha riservato nel racconto. Uomini calati negli abissi, che con la loro vicinanza entrano in altri abissi, in un circolo vizioso dal quale volutamente non escono (e bravo, Manzoni, nella capacità di saper creare ulteriori interrogativi, oltre quelli già presenti). E proprio negli ultimi capitoli i conti sono fatti, il dado è tratto: dopo la vita, l’incontro, dopo la miseria, la ragione, dopo il male che contorce le viscere, il respiro. Quel respiro che concede al lettore di chiudere il libro, già pensando a quali pagine tornare a leggere.

di Paola Castagna

IL MORBO di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Diabasis 2002

Novalis… un’altra anima nobile dell’Europa

Pubblicato su Letteratura, Notizie, Poesia, Tradizioni il Marzo 14, 2008 da paolacastagna

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Pseudomino di Georg Philipp Friedrich Leopold von Hardenberg, uno dei maggiori esponenti del circolo di intellettuali di Jena, Novalis nasce il 2 maggio 1772 a Wiederstedt, in Sassonia, nel castello di Oberwiederstedt, di proprietà della famiglia. E’ il secondo di undici figli e la sua educazione è austera e religiosa. Fin dalla giovane età, Novalis deve fare i conti con la sua salute cagionevole, che lo porterà a convivere, per tutta la vita, con la paura della morte, che determinerà in lui un’esistenza fatta di passioni estreme e di costanti tensioni visionarie. L’idealismo di Novalis è di tipo ‘magico’, dove il soggetto individuale è onnipotente, e quindi in grado di trasformare il mondo con la sua volontà e fantasia. Questo ampliamento delle capacità del soggetto comporta principalmente l’unità tra individuo e natura. Nel suo “I sacerdoti di Sais” la natura è unica perché identificabile con il soggetto umano che la contempla. Dopo aver cercato a lungo la natura, personificata dalla dea Isis, Giacinto, il protagonista, la trova proprio nella sua amata, Fiorellin di Rosa. La natura è quindi vicina a noi, basta saperla vedere. Al concetto di natura è connessa l’idea dell’unità dell’uomo con Dio, che porta ad accettare una sorta di panteismo vicino alle teorie di Giordano Bruno e di Spinoza. La realizzazione ultima dell’uomo è pertanto la risoluzione dell’Uno nel Tutto: l’individuo esplica il suo infinito valore e contemporaneamente l’infinito si determina come individuo. In “Fede e Amore” Novalis presenta il suo ideale di Stato: una comunità armonica, in cui i cittadini trovano nella coppia sovrana il modello di vita esemplare; la monarchia si fonde alla repubblica, il sovrano è uno, ma alla vita politica sono chiamati a partecipare tutti gli individui. Novalis per il suo modello ideale guarda all’Europa medioevale dove tutti i popoli cristiani erano governati da un unico pontefice; tutta la storia successiva è semplicemente il processo di disgregazione dell’unità cristiana. Al termine dello scritto Novalis prevede il ritorno all’unità attraverso un Concilio Europeo, tesi opposta a quella di Nietzsche, che prevederà lo sgretolamento totale e definitivo dei valori cristiani.

Freewoman, egoista e trasgressiva, forte ma delicata

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Maestri, Notizie il Marzo 11, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Dora Marsden, giornalista, emancipata scrittrice britannica, redattrice di giornali letterari d’avanguardia e autrice di scritti filosofici si definì una femminista egoista, infatti, dopo l’iniziale adesione al movimento suffragista, propose una sua personale versione del femminismo che si incarnava nel tipo della «donnalibera» (freewoman) e si ispirava ai principi di un individualismo radicale di matrice anarchica. Nacque nel 1882 a Marsden, vicino a Huddersfield, Yorkshire, Gran Bretagna. Nel 1890 il padre abbandonò la famiglia dopo il fallimento economico della sua attività tessile. Lei iniziò a lavorare come tutrice all’età di tredici anni. A diciotto anni frequentò l’università di Manchester per tre anni, ottenendo il diploma; dopo di allora lavorò a tempo pieno come insegnante per cinque anni. Dora aderì al movimento suffragista durante gli studi. Nel 1909 fu arrestata per l’attività politica svolta e successivamente s’impegnò a tempo pieno con l’Unione Politica e Sociale delle Donne (Women’s Social and Political Union - WSPU) che lasciò nel 1911 dopo essere entrata in conflitto con le principali leader del movimento, le sorelle Emmeline e Christabel Pankhurst. La Marsden e le sue amiche criticavano il modo in cui le Pankhurst prendevano decisioni, senza consultare gli altri membri del movimento, e l’influenza che avevano sull’organizzazione, un piccolo gruppo di donne benestanti, come Emmeline Pethick-Lawrence. Nel 1907 Dora, insieme a Teresa Billington-Greig, Elizabeth How-Martyn, Margaret Nevinson e Charlotte Despard, e altri settanta membri del WSPU, fondarono la Women’s Freedom League (Lega per la Libertà delle Donne - WFL). Nel 1911 con Mary Gawthorpe editarono il giornale femminista “The Freewoman”. Il periodico causò uno scandalo per gli argomenti trattati (sesso, amore libero e incoraggiamento alle donne di non sposarsi). La rivista includeva anche articoli che inneggiavano a una gestione comune dei bambini e della casa. La Gawthorpe subì gravi lesioni interne dopo essere stata picchiata dalle forze dell’ordine a un meeting e venne incarcerata diverse volte in modo che l’alternanza di fame e nutrimento forzato ne minarono la salute così che nel maggio 1912 smise di lavorare alla pubblicazione. Dora, da parte sua, continuò a tenere in vita la testata, ma i fondi finanziari le vennero tolti una volta che fu bandita dal gruppo femminista W.H.Smith con l’accusa di immoralità. Allora Harriet Weaver le diede un supporto finanziario e il giornale fu ripubblicato con il nome di “The New Freewoman”. In seguito anche Rebecca West s’impegnò nella pubblicazione della rivista che nel 1914 fu rinominata “The Egoist” (titolo suggerito da Ezra Pound). Nel 1914 la Marsden si dimise dalla redazione per concentrarsi sulla scrittura di libri. Tuttavia il suo famoso “The Definition of the Godhead” non venne editato prima del 1928. Fu seguito da “Mysteries of Christianity” nel 1930. La maggior parte dei volumi scritti dalla Mardsen, visti i contenuti trattati, non furono accolti bene neppure dai suoi più stretti collaboratori e questo le provocò una depressione che peggiorò dopo la morte della madre nel 1935. Dora spese gli ultimi 25 anni della sua vita rinchiusa in casa, a Dumfries, in Scozia. Morì per un attacco cardiaco nel 1960.