Archivio per la Categoria Maestri

Un altro selvaggio… un altro anarchico infuriato

Pubblicato su Arte, Maestri il Maggio 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

A.R.Penck… pseudonimo di Ralph Winkler (Dresda 1939), pittore e scultore tedesco. Autodidatta, nel 1956 espose a Dresda e a Berlino teste in gesso e dipinti ispirati alla pittura delle caverne preistoriche intitolati “Weltbilder” (“Immagini del mondo”). A Berlino conobbe Georg Baselitz e Eugen Schönebeck, con i quali firmò il manifesto “Pandämonium” (1961), che propugnava una pittura figurativa di matrice espressionista, in parte ispirata all’Art Brut. Risale a questo periodo la serie di dipinti “Systembilder”, che testimoniò l’interesse di Penck per la cibernetica e la teoria dell’informazione. Negli anni Settanta diede un inquadramento teorico alla propria arte attraverso il concetto di “Standart”, che rimanda a una riduzione del mondo reale a elementi semplici (figure umane, oggetti, gesti) rappresentati in modo stilizzato, di immediata lettura. Inviso al governo della Repubblica Democratica Tedesca, svolse la sua attività clandestinamente, assumendo nel 1968 lo pseudonimo di A.R. Penck (in omaggio al geologo Albrecht Penck, anch’egli originario di Dresda). La produzione di quegli anni consiste principalmente di tele in bianco e nero, raffiguranti ideogrammi e simboli elementari. Nel 1972 partecipò all’esposizione Documenta di Kassel (che lo ospitò anche nel 1977) e nel 1975 tenne la prima grande retrospettiva alla Kunsthalle di Berna. Nel 1980, in seguito all’aggravarsi della sua posizione nei confronti del governo della Germania dell’Est, fu costretto a espatriare nella Repubblica Federale Tedesca. Tra le opere che più esplicitamente richiamano la sua polemica verso il blocco comunista spiccano “East e West” (1980, Tate Gallery, Londra), anch’essi in bianco e nero, raffiguranti, rispettivamente, una macchina funzionante e una non funzionante. Penck aderì, quindi, al movimento neoespressionista, divenendone uno degli interpreti più rappresentativi: la sua pittura perse il carattere naïf delle origini e i motivi arcaici delle sue tele (perlopiù di grande formato) si tradussero in segni più tormentati, dai forti cromatismi. Appartiene agli anni Ottanta anche la più significativa produzione scultorea di Penck, in bronzo e ferro, con inflessioni surrealiste; nel 1986, dopo un viaggio a Carrara, cominciò a lavorare anche il marmo. Oltre allo pseudonimo con cui è più conosciuto, Penck si firmò con vari altri nomi nel corso della sua carriera: nel 1973 scelse Mike Hammer (l’investigatore privato dei racconti polizieschi di Mickey Spillane), nel 1974 appose sulle sue tele la sigla TM (Tancred Mitchell o Theodor Marx), nel 1976 una semplice Y e in seguito Ya. Docente all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, Penck è anche autore di saggi, di argomento filosofico e teoretico, e un apprezzato percussionista jazz. Nel 1996 e nel 2001 gli vennero dedicate due grandi retrospettive alla Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi. Attualmente vive e lavora a Berlino, Amburgo e Dublino. Mi onoro di essergli amico.

 

Il demonio della tromba

Pubblicato su Maestri, Musica il Maggio 9, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Miles Dewey Davis III (Alton, Illinois, 26 maggio 1926 – Santa Monica, California, 28 settembre 1991). Di pochi artisti è possibile dire, come di Miles Davis, che abbiano profondamente inciso nella mutazione della musica moderna, e questo a prescindere dalle definizioni di genere, che si tratti cioè di jazz, pop o classica contemporanea. Tra i promotori della rivoluzione del be-bop negli anni Quaranta, Davis tenne a battesimo anche la variante “cool jazz” negli anni Cinquanta, fu figura titanica della fusion nei Settanta (che rivoluzionò con il controverso album “Bitches Brew”) e flirtò intelligentemente con il pop negli Ottanta (la sua versione per tromba di “Time After Time” di Cindy Lauper rimane un momento di inaspettata e altissima profondità blues). Nonostante il carattere notoriamente difficile e scontroso, Davis fu anche capace di momenti di sorprendente autorionia. Come altrimenti definire la decisione di accettare un cameo all’interno di un episodio della serie tv “Miami Vice” nel ruolo di uno spacciatore e magnaccia? Una curiosità: attorno al 1949 Miles intraprese una tourneè a Parigi assieme a Tadd Dameron, Kenny Clarke e James Moody; fu affascinato dall’ambiente intellettuale della capitale francese e, frequentandone il milieu artistico ed esistenzialista, incontrò l’attrice e cantante Juliette Greco di cui s’innamorò, divenendone per un certo periodo l’amante. Miles Davis continuò a suonare incessantemente fino agli ultimi anni della sua vita. Il 24 luglio 1991 si esibì per l’ultima volta in Italia, in Piazza Giorgione a Castelfranco Veneto. Sempre nell’estate del 1991 i suoi amici ed ex collaboratori organizzarono per lui un grande concerto nel corso del quale, per la prima volta dopo anni, egli accettò di suonare di nuovo i pezzi che lo avevano reso famoso. Il 28 settembre 1991 un attacco di polmonite, a cui le complicazioni dovute al diabete fecero seguire due colpi apoplettici, lo stroncò all’età di 65 anni a Santa Monica, in California, poco dopo il suo ultimo concerto all’Hollywood Bowl. Ricoverato all’ospedale dopo il primo attacco, Miles si svegliò mentre i dottori gli dicevano che avrebbero dovuto intubarlo. Egli si mise a inveire contro di loro, intimandogli di lasciarlo stare. Il secondo attacco, che sopravvenne in quel momento, lo uccise. In vita venne arrestato più volte a causa dell’uso di eroina, come più di una volta si sottopose, al fine di disintossicarsi, alla ‘cura’ che lui definiva “del tacchino freddo”… cioè si faceva chiudere in una stanza con le finestre sbarrate e fino a quando non smettevano le crisi di astinenza e ricominciava a mangiare non lo dovevano fare uscire. Lui restava segregato in compagnia del suo vomito, delle sue feci e della sua urina. Da un pertugio gli passavano solo il bere.

Il vendicatore degli oppressi

Pubblicato su Arte, Maestri il Maggio 5, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Ernst Barlach [Wedel, Holstein 1870 - Rostock 1938] è stato scultore, incisore e drammaturgo tedesco nonché originale interprete dell’espressionismo sia artistico sia letterario. Studiò alla Scuola di Arti e Mestieri di Amburgo fra il 1888 e il 1891 quindi frequentò l’Accademia di Dresda; nel 1897 pubblicò un interessante saggio sulla scultura dal titolo “Disegno della figura”. L’anno successivo iniziò una collaborazione con la rivista “Jugend”, realizzando una serie di incisioni di impronta Art Nouveau.

Nel 1906 fece un viaggio in Russia dopo il quale modificò il suo stile in direzione espressionista. I soggetti rappresentati nelle sue sculture degli anni Dieci e Venti sono quasi sempre oppressi ed emarginati, ritratti in gesti espliciti di lotta o disperazione. Si tratta di opere essenziali che si rifanno a modelli trecenteschi e in particolare alle figure solide e monumentali di Giotto e Arnolfo di Cambio, studiate durante un viaggio in Italia e rielaborate in chiave cubista, ad esempio “Uomo che taglia un melone” (1907, Malborough Fine Arts, Londra), “Il vendicatore” (1914, collezione Nikolaus Barlach, Ratzeburg), “Uomo in estasi” (1916, Kunsthaus, Zurigo).

Anche l’opera grafica di Barlach è incentrata sul tema delle sofferenze degli oppressi; notevole è la serie di xilografie incise verso la fine degli anni Venti per illustrare l’ “Inno alla gioia” di Schiller. Negli stessi anni l’artista realizzò i monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale di Güstrow e Magdeburgo. Barlach scrisse vari testi teatrali, tra cui “Il giorno morto” (1904), “Il cugino povero” (1917) e “Il diluvio universale” (1924). La sua opera drammaturgica si contraddistingue per la lettura grottesca del reale, che genera nel pubblico un senso di inquietudine e spaesamento. Ernst Barlach fu messo al bando dal regime nazista come artista “degenerato”: molte sue opere furono distrutte, fra cui più di trecento sculture che facevano parte delle raccolte pubbliche tedesche.

Con lui ho fatto un bellissimo libro nel 1991: Enzo Cucchi

Pubblicato su Arte, Maestri il Aprile 30, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


La coda di Dio, 1998, carboncino, acquarello su carta e luce artificiale, cm 27 x 21,5

Ancora un grande aristocratico dell’essere

Pubblicato su Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni il Aprile 22, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Stefan George nacque nel 1868 a Büdesheim, presso Bingen, una piccola e antica cittadina sulle rive del Reno, situata nella regione della Renania-Palatinato; la famiglia era di estrazione borghese, con lontane origini francesi; in casa si parlava francese, e solo da adulto George scelse la lingua tedesca per lo scrivere. Nel 1873 la famiglia si trasferì a Bingen, dove il padre divenne un agiato commerciante di vini; George studiò dal 1882 al 1888 a Darmstadt, e nel 1889 si iscrisse all’Università di Berlino, ma non frequentò che poche lezioni e lasciò gli studi dopo tre semestri. Aveva allora già iniziato quello stile di vita che mantenne fino alla fine: non abitando mai in case proprie, nonostante una certa agiatezza, ma vivendo ospite di amici e ammiratori a Berlino, Heidelberg, Basilea, Monaco di Baviera (ove visse quasi stabilmente solo a partire dal 1900), e viaggiando spesso per l’Europa, soprattutto in Italia, quindi recandosi a Parigi e a Londra. A Parigi, ventenne, conobbe i poeti della scuola simbolista, Mallarmé e Paul Verlaine, le cui idee di un’arte per l’arte e di una poesia pura, sganciata dalla realtà sociale, piacquero molto a George, che non amava né il realismo in letteratura né il positivismo in filosofia, allora dominanti in Germania; a Londra conobbe Swinburne e i preraffaelliti, in Belgio Verhaeren. Nel 1892 creò un proprio circolo, noto come “George-Kreis”, e una rivista letteraria, i “Blätter fur die Künst”, organo di opposizione al naturalismo, pubblicata fino al 1919.

 

Egli visse sempre appartato, attorniato dai membri del suo circolo, ed evitando ogni clamore; i suoi libri erano stampati privatamente e distribuiti agli amici, a sottolinearne il carattere iniziatico, accentuato anche da una particolare veste tipografica, nella quale i caratteri e i frontespizi assumevano di per sé stessi rilevanza stilistica. Nel 1927 vinse il Goethepreis, offerto dalla città di Francoforte sul Meno. Nel 1933, all’avvento del nazismo, che lo esaltò come precursore e tentò di fare uso propagandistico della sua opera, George, rifiutati tutti gli onori offertigli, manifestò la sua opposizione emigrando in Svizzera e stabilendosi a Minusio, presso Locarno, ove morì poco dopo, il 4 dicembre di quell’anno. Ciò non impedì ai nazisti di farne, dopo la morte, una specie di icona, di poeta nazionale, sebbene egli avesse espresso: “mai ho incontrato una persona volgare come Adolf Hitler”.


Die Kosmiker: Karl Wolfskehl, Alfred Schuler, Ludwig Klages, Stefan George, Albert Verwey (1902)

George vedeva sé stesso, e allo stesso modo fu visto dai suoi contemporanei, come un aristocratico, una sorta di sacerdote di una nuova mistica, in polemica con la cultura borghese del tempo; per lui il vero poeta stava attendendo e preparando un “nuovo regno”, che sarebbe stato guidato da una élite artistica e intellettuale, unita dalla fedeltà a un capo. La sua poesia si distanzia dunque dalla realtà ed enfatizza il mistero del sacro, l’eroismo, il sacrificio personale, la sublimazione nell’eterno e la rinuncia alle passioni contingenti. Da un punto di vista della forma essa è tesa verso una strenua ricerca della più pura immaterialità, ed è caratterizzata da una grande levigatezza e da una solenne, lapidaria perfezione; risultando arcana e ricca di allusioni oscure, ma sempre armoniosa.


Stefan! - opera su carta di Anselm Kiefer in omaggio a George, 1974

Il suo circolo, che cominciò a riunirsi nel 1892, era retto da un complesso cerimoniale estetizzante e composto da soli uomini, studiosi e poeti, scelti da George stesso per affinità spirituale; inizialmente i membri erano suoi coetanei, trattati come pari, ma col passare degli anni il circolo muterà composizione e George sarà sempre più venerato come un maestro da discepoli molto più giovani di lui. Tra i membri del circolo spiccavano i poeti austriaci Rainer Maria Rilke e Hugo von Hofmannsthal (che poi se ne allontanarono) e i fratelli Stauffenberg, che saranno coinvolti nel complotto per assassinare Hitler, oltre a numerosi esponenti del mondo culturale tedesco dell’epoca, come Karl Wolfskehl, Friedrich Gundolf e, più tardi, Klaus Mann.

Nella storia artistica e politica di George di particolare importanza divenne la figura di Maximilian Kronberger. Questi, nato nel 1886, studente liceale, nel 1902 fu avvicinato per strada, a Monaco di Baviera, da George che se lo fece amico e lo introdusse nel suo circolo; per lui scrisse alcune poesie d’amore, dalle quali traspare una inclinazione omoerotica (che in seguito George dirigerà anche verso alcuni altri giovani membri del circolo), altrove sempre dissimulata. Non c’è tuttavia indicazione che questa tendenza sia andata oltre il concetto platonico di guida spirituale e di contemplazione estetica, la quale veniva praticata da George sia per convenzione sociale sia, soprattutto, per disciplina artistica. Alla morte prematura, a soli 18 anni, per malattia, di Maximin (come era chiamato da Stefan), seguì per il poeta un periodo di disperazione, durante il quale pensò anche al suicidio, poi iniziò la glorificazione del ragazzo, eretto a incarnazione dell’assoluto nelle raccolte “Maximin. Ein Gedenkbuch” (1906) e, soprattutto, in “Der siebente Ring” (Il settimo anello), del 1907, nella quale la figura di Maximin permette a George di affrontare per la prima volta il tema politico. Tema ripreso, sempre attraverso la figura di Maximin, nelle successive raccolte “Der Stern der Bundes” (La stella del patto, 1914) e “Das neue Reich” (Il nuovo regno, 1928), ove è auspicato un rinnovamento spirituale della società, in opposizione al materialismo e al militarismo imperanti. Coerentemente con questa visione, George non fu entusiasta dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e vide come una conferma delle sue idee la disfatta tedesca e la confusione del dopoguerra. In questo contesto il poeta fu visto sempre più, dai membri del circolo, come da molta gioventù tedesca, quale guida spirituale, cioè l’uomo che incarnava la dignità umana e artistica, unificando disciplina e passione, grazia e maestà, bellezza e morale. Se le idee e l’opera di George potevano certamente avere dei punti di contatto con l’ideologia nazista, egli non poteva invece, in alcun modo (alla stregua di Junger), accettare il carattere violento e brutale del regime, e reagì coerentemente emigrando in segno di protesta e distanza da esso.

Per Stefan George l’attività poetica era una missione, in aristocratica polemica con la cultura borghese, con il positivismo in filosofia e con il naturalismo in letteratura. Il poeta è per George sacerdote e maestro di una nuova mistica, che oppone il sublime eterno alla passionalità del contingente. Sul piano formale la sua scrittura tende a una pura immaterialità che si traduce in strenua, marmorea levigatezza. Così come ho detto sopra, la stessa presentazione tipografica, i caratteri, i frontespizi (presenti nei suoi libri autoeditati) assumono, come per esempio in D’Annunzio, una rilevanza stilistica. La lingua tedesca viene piegata e contorta alla ricerca di una solennità lapidaria. Ne deriva, così, una lirica oscura e armoniosa, di struggente perfezione formale.

Mario Sironi: un uomo che pagò caro le sue convinzioni

Pubblicato su Arte, Maestri il Aprile 1, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Sassari, 12 maggio 1885 / Milano, 13 agosto 1961. E’ una delle figure più originali della pittura italiana ed europea del Novecento. Trascorsa la prima giovinezza a Roma, nel 1903 abbandona gli studi di ingegneria per dedicarsi completamente alla pittura. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma, iscrivendosi alla Scuola di Nudo, e stringe amicizia con Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Gino Severini. Nel 1905 si trasferisce a Milano per continuare il suo percorso artistico e, nel 1908, compie un viaggio con Boccioni a Parigi e in Germania. Tornato in Italia, nel 1914 partecipa al Movimento Futurista. Le opere di quegli anni denotano già l’originale impostazione della sua pittura, che esprime una tragicità sconosciuta fino ad allora alla pittura del Novecento, quella del dramma dell’uomo contemporaneo: un dramma fatto di tristi solitudini e atmosfere cupe, di città deserte con l’aria desolata delle periferie, una riflessione amara e angosciata sul tema della nuova civiltà urbana e industriale delle officine e delle macchine.

Dal 1915 al 1918 collabora a “Gli Avvenimenti” e dal 1922 al “Popolo d’Italia” e alla “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia”. Nel 1915 si arruola volontario nel battaglione lombardo ciclisti e automobilisti, insieme a Boccioni, Sant’Elia, Marinetti, Russolo, Carlo Erba e Funi. Alla fine della guerra rientra a Milano e si sposa. Passato attraverso una breve esperienza metafisica, nel primo dopoguerra è uno dei più convinti sostenitori del Partito Fascista e della tradizione italiana, attraverso un linguaggio caratterizzato dalla riduzione geometrica delle forme e dalla vigorosa costruzione plastica. Il ritorno all’antico propugnato in pittura viene proposto da Sironi anche tramite il recupero di tecniche classiche, come l’affresco, il mosaico, il bassorilievo monumentale e tra i suoi soggetti preferiti figurano il nudo, il paesaggio alpestre e il ritratto. Nel 1920 firma con Dudreville, Funi e Russolo il Manifesto “Contro tutti i ritorni in pittura” che contiene alcune delle tesi che saranno poi fondamentali per la costituzione del gruppo “Novecento”, fondato nel 1922, col quale Sironi partecipa nel 1924 alla XIV Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, presentandovi due opere, “L’allieva” e “L’architetto”, che sono diventate delle vere e proprie icone della poetica novecentista.

Successivamente Sironi partecipa anche alle Biennali del 1928, del 1930 e del 1932; in questi anni inizia a interessarsi di scenografia e di architettura; organizza la mostra del decennale della rivoluzione fascista (1932, Roma) e della V Triennale di Milano (1933), in occasione della quale dà vita a una delle manifestazioni più alte della plastica italiana in un ciclo di affreschi dove figurano composizioni di De Chirico e Severini, ed egli stesso realizza, oltre a bassorilievi in terracotta di notevole valore, una delle sue più importanti pitture murali celebrative sul tema del lavoro. Con la collaborazione di architetti dell’ala razionalista, diviene uno dei maggiori protagonisti del tentativo di formulare un’estetica del regime fascista, animato da un principio di volontà e ordine rispecchiante il suo orientamento psicologico e la sua ideologia politica. Nel dicembre 1933 Sironi pubblica il “Manifesto della pittura murale” e nel 1935 esegue l’affresco “L’Italia fra le arti e le scienze” destinato all’Aula Magna della Nuova Università di Roma, ideata da Piacentini (1935). Opera anche come progettista di padiglioni industriali (quello Fiat per la Fiera di Milano) e come scenografo teatrale. Nel 1943 aderisce all R.S.I. e ritorna alla pittura da cavalletto, che assume toni sempre più cupi e drammatici.

Dal 1945 alla morte, causa i suoi trascorsi politici, viene oltremodo penalizzato dalla critica e dal sistema dell’arte. Vive i suoi ultimi anni in un profondo stato d’indigenza, autorelegandosi in una soffitta. Solo ultimamente la sua opera è stata (giustamente) rivalutata in pieno. Sironi pagò per tutti l’essere stato un artista fascista… forse ci si era dimenticati che anche De Chirico, Carrà, Rosai, Savinio, Maccari, Adolfo Wildt, Arturo Martini, Tallone, Funi, Tosi, Sant’Elia, Sem Benelli, Mario Missiroli, Gianluigi Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci, Campigli, Casorati, Guidi, Licini, Morandi, Severini, Balla, Depero, Prampolini, Russo, Soffici, Figini, Pollini, Giuseppe Terragni e infiniti altri lo erano stati.

La mia regina

Pubblicato su Maestri, Musica il Marzo 28, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Nicoletta Strambelli è nata a Venezia il 9 aprile 1948. Ha trascorso i primi anni dell’adolescenza con la nonna e, nel colto ambiente di casa, ha avuto occasione di conoscere, fra gli altri, il cardinale Angelo Roncalli (il futuro Giovanni XXIII) e il poeta americano Ezra Pound. Fin da bambina ha letto libri di spessore, si è interessata di pittura, ha studiato danza e pianoforte, quindi, sedicenne, iscritta al liceo classico, dopo un severo esame di ammissione, è entrata al Conservatorio di Venezia Corso per Direzione d’Orchestra, ma, presa da irrequietudine esistenziale, a 18 anni ha lasciato la città lagunare e si è recata a Londra poi a Roma. E’ in quegli anni che si è appassionata al rythm’n'blues e che ha cominciato a farsi notare col nome di Guy Magenta. Come cantante era fissa al leggendario Piper Club, praticamente un luogo culto, autentico simbolo di un’epoca, dove poi fu scoperta dal manager Alberigo Crocetta, che coniò per lei lo pseudonimo Patty (”veloce come la vita dei giovani”); il cognome d’arte Pravo venne scelto dalla cantante stessa in onore dell’Inferno Dantesco (le “anime prave”). La sua “Ragazzo triste” è stata la prima canzone pop (in assoluto) ad essere trasmessa dalla Radio Vaticana. La canzone “Il Paradiso”, del 1969, fu un grandissimo successo, ma non era un brano inedito. Lucio Battisti lo scrisse originariamente con il titolo “Il Paradiso della vita” per Ambra Borelli, in arte La Ragazza 77, ma passò praticamente inosservato con scarsissime vendite. Nel 1971, durante un’esibizione in un locale nella provincia di Lucca, una squilibrata lanciò un pesante posacenere di cristallo che colpì in pieno volto Nicoletta, ciò le costò un grave trauma facciale e la rottura di due denti incisivi. Nonostante lo spiacevolissimo episodio, Patty vinse la paura e riprese a esibirsi dal vivo non appena si fu ristabilita. Nel 1973, per sua stessa ammissione, accusata di bigamia, ricevette dal suo legale una rassicurazione di infondatezza dell’accusa, essendo (infatti) addirittura trigama. Alcuni brani dell’album “Mai una signora”, del 1974, vennero censurati e banditi dalla radio e dalla televisione di Stato. Fra i pezzi bloccati dalla RAI ricordiamo “Quale signora” dove s’alludeva all’uso della pillola anticoncezionale. Anche la canzone “Miss Italia”, che doveva essere inclusa nell’omonimo album, fu censurata perché ritenuta non adatta, seppure del tutto infondate erano le pretese allusioni al partito della Democrazia Cristiana e all’onorevole Moro. Quando nel 1992 fu arrestata per uso e detenzione di cocaina e condotta nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia, tutte le detenute la salutarono intonando in coro, per molte volte, “Ragazzo triste”. Nicoletta ha sempre sostenuto che quel periodo passato in prigione è stato molto produttivo, umanamente ricco di incontri e colmo di prove d’affetto nei suoi confronti da parte delle compagne di sventura. Vasco Rossi è da sempre un suo fan; nel 1984 riuscì a farsi ricevere nel camerino di Nicoletta per proporle di scrivere per lei. Nel 1997 le regalò “E dimmi che non vuoi morire”, e dopo il grande successo che il pezzo ebbe al Festival di Sanremo le inviò un enorme mazzo di rose (la canzone vinse il Premio della Critica). La temperatura corporea di Patty, come lei stessa ha affermato, è di 35°. Da sempre icona dei gay, di recente si è espressa contro l’adozione di figli da parte di coppie gay. Quando nel 1986 tenni una mia lettura poetica presso la Galleria Cleto Polcina di Roma, Nicoletta era presente e, al termine della mia esibizione, mi omaggiò leggendo al pubblico 3 mie composizioni. L’ultima volta che ci siamo sentiti telefonicamente è stato un paio di anni fa. Le ho fatto i complimenti per come interpreta Brell in italiano e per come ha riportato alla ribalta le canzoni di Leo Ferré.

L’ unica chiusura artistica del ‘900 che conosca… un amico, con cui ho fatto libri ed esposto

Pubblicato su Arte, Maestri il Marzo 18, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

“Attraverso la maschera vado cercando gli eredi ideali di una ritualità che nel mondo è ovunque indipendentemente dalle condizioni attuali” (Luigi Ontani 1977)

“La mia citazione è sempre a memoria, quindi in qualche modo elastica o addirittura maccheronica o sgrammaticata”  (Luigi Ontani 1997)

Le due frasi d’apertura rendono sul piano testuale la cifra stilistica dell’artista Luigi Ontani come critico di sé stesso. Ontani è infatti un artista poliedrico che da oltre trentacinque anni esibisce il proprio corpo inteso come opera d’arte. Egli è nato nel 1943 a Montovolo di Grizzana Morandi presso Vergato (BO). Dalla fine degli anni ‘60 ha contribuito al riposizionamento del linguaggio figurativo all’interno delle pratiche artistiche contemporanee attraverso fotografie, performance e tableau-vivant, sculture, installazioni e disegni che si rifanno a una ricchissima tradizione iconografica sia occidentale sia orientale. È stato spesso egli stesso protagonista dei suoi lavori vestendo i panni di figure mitiche della storia, della religione o della letteratura, attingendo alle più diverse fonti vicine e lontane nel tempo, secondo un metodo che assimila la citazione di modelli preesistenti alla creazione di una mitologia personalissima dove convivono narcisismo ed erudizione. Oltre ad aver preso parte alla Biennale di Venezia nelle edizioni del 1972, 1978, 1984, 1986 (in quell’anno anche Biennale di Sidney) e 1995 e alla Biennale di Lione nel 2000, Luigi Ontani ha esposto al Centre Georges Pompidou di Parigi, al Guggenheim Museum di New York, al Kunstverein di Francoforte, al Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, oltre che nelle principali sedi museali in Italia. Nel 2001 il P.S.1 di New York gli ha dedicato la prima grande retrospettiva in territorio statunitense.