1) Noi crediamo di parlare una lingua, la nostra lingua. In realtà “siamo parlati” dalla lingua, oltre ogni coscienza e volontà. La lingua è una sorta di flusso energetico, non solo chimico-elettrico, che ci attraversa i canali cerebrali, venendo da un serbatoio molto più grande, superindividuale, dove è in continuo movimento, in espansione (e contrazione) dinamica. E tutti parliamo, dunque, una lingua sempre e continuamente “nuova”, che raccoglie e fonde in una combinazione risolutiva le infinite componenti che vi si riversano. La lingua, come tutto nella vita, è metamorfosi. Solo gli illusi, la vecchia categoria dei puristi, possono credere di conservare intatta e intonsa per sempre una lingua, chiudendola magari in un “museo” e nominando i custodi che debbano sorvegliarne appunto la purezza, come è stato (per ragioni, certo, storiche) nell’anomala tradizione italiana dell’Accademia della Crusca. Ma gli scrittori, se sono per davvero “scrittori”, hanno antenne che automaticamente ricevono le emissioni di quel flusso energetico di cui parlo, e il problema per loro non si pone. Non possono che essere ricetrasmettitori di quella lingua “in essere”: la lingua del loro tempo, che corrisponde poi alla loro voce (al suo suono e alla sua musica), cioè a quel che sono nel profondo. La mia è una formazione soprattutto di linguista, i miei maestri sono stati Luigi Heilmann, Noam Chomsky, Roland Barthes. E per me questi sono fatti da sempre “naturali”. Sapendo, naturalmente, che il naturale è sempre un’illusione, come diceva Barthes, e che tutto, in particolare una lingua, è sempre frutto di una “deriva”, colossale ma tendente (per la ferrea legge dell’economicità) al semplice, che è il continuo punto di arrivo. Da linguista ho coscienza che, quando sono comparsi sulla terra, gli uomini non sapevano parlare e hanno impiegato centinaia di migliaia di anni per elaborare il linguaggio. E non lo hanno fatto, come si crede per malinteso, per comunicare tra di loro. Perché già comunicavano, come le altre specie animali. L’elaborazione del linguaggio muove da una spinta profonda di tipo magico-rituale. L’uomo non se ne rende conto, ma si fa “mago” e cerca le parole magiche per impadronirsi della realtà, perché istintivamente non si fida della natura dalla quale si sente schiacciato. Come nella favola, la parola magica con la sua pronuncia, per esempio abracadabra, realizza il desiderio o il bisogno. Ma proprio perché suona così, abracadabra, perché se stonasse come abracadubra la magia non avrebbe effetto. La virtù della parola magica infatti riposa sulla sua natura musicale ed è la musica la risorsa a cui l’uomo istintivamente si affida per entrare in rapporto con la realtà e impadronirsene. Metaforicamente la favola racconta quello che è proprio avvenuto nell’avventura umana: con le loro parole “magiche” gli uomini sono entrati dentro la natura per smontarla e, fatta a pezzi, conoscerla e sfruttarla a proprio vantaggio. Il linguaggio nasce dunque come linguaggio musicale che è linguaggio indifferenziato (tutte le parole che vengono da lontano hanno un’origine onomatopeica e sono la trascrizione di un ritmo cadenzato), per poi evolvere in linguaggio scisso quando l’uomo ha separato il significante dal significato per esigenze pratiche di uso dell’intelligenza. Istintivamente l’uomo non si è mai accontentato di sentire, ma ha preteso di spiegare quello che sentiva. Così, rispetto alle emozioni veicolate per eccellenza dal linguaggio musicale, ecco affermarsi le ragioni che hanno il loro sviluppo logico per mezzo della separazione, della distinzione, dell’analisi.
L’economia della lingua è assoluta: pochi suoni (21 per l’Italiano) per fare decine di migliaia di parole e infiniti discorsi. Si parte, insomma, dal minuscolo per puntare all’assoluto. È quello che fa anche la poesia: il poco per esprimere il molto. Poca presenza e molta assenza, perché il più alto grado di presenza è l’assenza, e quello che non c’è conta più di quello che c’è. Il segreto, appunto, dell’allusione. Perché con la lingua è proprio come con la poesia: l’unica possibilità è dire una cosa per significarne un’altra. Modulare un suono per esprimere qualcosa è già un processo metaforico, nell’artificio, a livello linguistico. L’uomo, da sempre, è astrattista e simbolista anche quando non lo sa. Ai linguisti piace la poesia perché segue la stessa legge dell’economicità delle lingue e perché conserva l’aspetto indifferenziato del linguaggio alle sue origini, con la sua sostanza musicale, insieme alla divaricazione significante-significato del processo cogitativo-razionale messosi in moto nel corso del tempo, mescolando perciò sentimenti e ragioni, emozione e intelligenza.
2) Da sempre, gli scrittori hanno letto gli altri scrittori, facendone alimento della loro scrittura. Ma sto parlando degli scrittori che mangiano, digeriscono e risputano fuori in altre, ulteriori forme quello che hanno ingurgitato. Mi riferisco, ancora una volta, ai grandi scrittori: gli unici, creativamente, significativi. Questi non si preoccupano di niente e non hanno paura di nessuno: per loro conta la lingua che gli “ditta dentro”. Se si va ad analizzare quello che scrivono, si fa fatica a inquadrarli in una “tendenza” o in una “scuola”: sono anomali e perfino alieni rispetto al loro tessuto, al quale pure appartengono fino in fondo. La loro forza paradossale sta proprio qui: sono gli unici e autentici eredi, eppure non sono per niente “riducibili” ai loro padri e antenati. La questione delle “tradizioni” ho l’impressione che sia un problema soprattutto della critica e di quella italiana, in particolare. Perché da noi a vincere è stata sempre la ragione della “maniera” e la maggior parte dei nostri scrittori è fatta in realtà di “letterati” che cercano di attestare la qualità del loro lavoro attraverso l’adesione a canoni più o meno vincenti, oltre che al pragmatismo di un utilitarismo da epigoni. Non dimentichiamoci che le mode, pur sbaragliando il campo del loro tempo, sono destinate a dissolversi nel prosieguo. Dunque, che importanza può avere (se non per la sociologia della letteratura) che prevalgano le tradizioni lunghe o quelle corte, il montalismo o il serenismo? La poesia contemporanea non è né più forte né più debole di quella che la precede nel tempo. Anche perché la poesia non è mai poesia in senso “collettivo”.
Nel mio piccolo, ho sempre avvertito insofferenza verso qualsiasi corrente, gruppo o scuola, per istinto sentendo che non ci sono mai strade già battute da seguire, opzioni o categorie predefinite. Ogni esperienza creativa degna di questo nome è sempre unica e irripetibile. Il che non vuol dire, naturalmente, che non ci siano debiti rispetto a quanto di creativo si è fatto prima. Ma il problema è che la creatività non ammette imitazione o epigonismo. Lo sappiamo da lettori, che ci piacciono cose diversissime tra loro. E, quando ci piace un testo, non è affatto che ci piacciano altri testi che assomigliano a quello.
3) In poesia, per me, la musica è tutto (Luigi Baldacci ha definito “espressivamente votata alla pura partitura musicale” la mia scrittura). Lo dico perché, creativamente, la poesia per me nasce dietro a un impulso musicale. È un’ossessione musicale mentale quella che mi trascina dentro un flusso, nel quale poi agiscono e intervengono altre forze, anche ordinative e razionali. Ma il fuoco della musica è, appunto, la parte incandescente e quella che in ogni caso alla fine decide. E decide, intanto, come ritmo che impone i suoi arresti e le sue ripartenze: determinando il verso e rendendo il verso riconoscibile proprio come “verso”. È l’orecchio che garantisce per la mia ossessione musicale, e a lui si sottomette l’intelligenza, anche quando è appunto razionalmente in disaccordo. Così, per me, andare a capo è una necessità per così dire musicale. E resto condizionato da questo mio bisogno profondo anche quando leggo la poesia degli altri, perché a leggere è sempre l’orecchio, che si insinua inevitabilmente sulla pagina come dentro una partitura. Non c’è niente, si sa, più coerente di un’ossessione e io mi lascio guidare dalla mia ossessione musicale, senza essere distolto da chi mi obietta per esempio di andare a capo dopo una preposizione o una congiunzione… La musica mi ha insegnato che la grammatica è uno strumento e non una legge. Per me, come diceva Pessoa, la poesia è lo stato ritmico del pensiero.
Il linguaggio della poesia assolve alla funzione di cicatrizzazione. E non solo il linguaggio della poesia, naturalmente. La parola è forse la più antica terapia che l’uomo abbia perseguito riguardo alla propria salute profonda, quella mentale. Già ai primordi del linguaggio, quando il suono cantilenato era parola magica e scaramantica. La poesia conserva questa virtù antichissima. La scrittura in generale è una forma di autoanalisi di grande qualità. Perché la parola arriva là dove non si riesce a giungere con nessun altro sistema, né bisturi né strumento d’altro genere. E ci arriva dietro a quel suo impulso musicale che ha la velocità quasi della luce e una capacità di penetrazione istantanea, come più in generale la musica, in virtù della natura indifferenziata del suo linguaggio. Ma la parola ha in più, dentro di sé, il taglio della scissione che ha separato il significante dal significato e, dunque, dietro all’emozione corre a stanare le ragioni di quello che si sente.
4) L’io, perdendo sempre più la sua unità interna, ha fatto l’esperienza del suo frantumarsi (dell’occhio, della voce…). Che altro possono produrre la vista scomposta, la voce balbuziente, l’orecchio sincopato? Il “frammento” è la dimensione autentica della nostra epoca, anche (soprattutto) creativamente. Nelle arti visive, così come nella musica e nella letteratura; e non di più nella poesia rispetto alla narrativa (è Adorno che definisce la Recherche di Proust “lo sprofondamento nel frammento”). I moderni vedono, sentono, parlano, scrivono per frammenti. Con tutto quello che ne consegue sul piano della “sintassi” (che ha una sua identità a mosaico o a patchwork), del ritmo (con continue interruzioni e riprese). I musicisti, da sempre i più precoci, hanno modulato per primi il “suono” di questa epoca, nuova per davvero sotto molti aspetti, in primo luogo per una diversa percezione del tempo. E qui si porrebbe la questione del Tempo, fondamentale anche in poesia (una frantumazione è anche corrispondente a una mancanza di continuità temporale e modifica l’esperienza della memoria, perché il passato non è più un’entità astratta fuori di noi, alle nostre spalle, il passato siamo noi e dunque il tempo verbale per significarlo non è più l’imperfetto, ma il presente). Non è un caso, infatti, che Proust lavorasse alla sua Recherche mentre Einstein elaborava la sua teoria della relatività. Per tutti, intanto, il tempo cessava come “contenitore” e si rivelava sempre di più come una delle dimensioni in essere. La trasformazione evolutiva è ancora in corso (e coinvolge il cambiamento del nostro stesso cervello), ma con le loro antenne gli artisti se ne sono fatti interpreti presto, indipendentemente da una consapevolezza precisa. Del resto, la creatività ha sempre avuto e continua ad avere una sua parte incandescente ed eruttiva rispetto a cui poco possono (pur nella loro importanza) le teorizzazioni. In ogni atto creativo, nella composizione di forze attive e passive, di conscio e inconscio, di intelligenza e talento, si realizza un’unità fondante che rende priva di fondamento una questione come quella se sia prioritario il significante o il significato, se precedano i contenuti o le ragioni delle parole, il pensiero o la lingua. Del resto, io credo nella mescolanza come occasione scatenante e so che il principio costitutivo della realtà (e, dunque, anche della poesia) è il principio di contraddizione.
La dimensione del frammento e il suo superamento sono entrambi operativi, in me. Da una parte, c’è la realtà del nostro tempo: ogni epoca ha la sua voce e la nostra è all’insegna del balbettamento per la frantumazione dell’io. Dunque non è un caso che la poesia e la narrativa siano al passo del frammento. Dall’altra parte, però, c’è l’insoddisfazione per la condizione asmatica e balbettante e di qui la necessità che avverto di comporre i frammenti in un insieme più ampio, in un organismo ricomposto come il mosaico con i suoi tasselli. E, a proposito del Tempo, sento la memoria solo come conoscenza. Infatti, per me, la dimensione elegiaca non esiste proprio. Non mi volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non c’è più. La mia esperienza della memoria è in essere, cioè come realtà presente, insieme diacronica e sincronica. Siamo quello che siamo stati e che sono stati altri prima di noi. Ecco la mia ottica. In una chiave di gnosi che, nel mio caso, è irrinunciabile anche in poesia.
Pur nell’intermittenza, per me tutto si compie nella continuità: nella vita, come nella poesia. Per questo mi piace comporre i frammenti in un organismo più grande e complesso, che può far pensare per certi aspetti al poema e, in ogni caso, a un edificio a più piani, con il suo sistema di appartamenti e di stanze. E capita di ritrovare singoli frammenti o tratti più lunghi qua e là nei miei diversi libri. Per esempio, i versi “La parola per me veniva da distante…”, presenti sia in Piccola colazione che in Camera oscura , sono portanti rispetto all’idea, anzi all’esperienza, che ho della parola. Fin da piccolo la parola mi arrivava da lontano e aveva una portata e una pregnanza ben superiori alla così detta realtà. Una realtà modesta e mortificata rispetto alle aspettative suscitate dalla potenza espressiva delle parole. Parole sentite e vissute come eccitanti, stupefacenti, sonore. Senza alcun disprezzo per la realtà, però; e senza nessuna forma di schifiltosità rispetto alle cose del mondo, meno che mai da collezionista o da esteta. Non sono mai stato né l’uno né l’altro, né in relazione alle cose né in relazione alle parole. Se mai sono uno che si affida alle parole per cercare il senso delle cose. Sapendo che la verità non è nelle cose, ma nel linguaggio.
5) L’uomo ha avuto tendenza all’astrazione fin da subito, appena comparso sulla terra. È questa la sua forza, ciò che gli ha consentito di arrivare dove è arrivato, senza essere cancellato da quel mostro indifferente che è la Natura. E proprio perché è un animale naturalmente (o innaturalmente, se si preferisce) capace di simboli, diventa artifex e comincia ad impiegare i suoi artifici per difendersi e conservarsi “artificialmente” dentro una natura che lo schiaccia e lo cancella. L’uomo primitivo è già un intellettuale istintivamente e si sforza di ridurre a processo mentale la realtà per conoscerla e dominarla. I linguisti lo sanno che l’elaborazione del linguaggio risponde proprio a questa spinta inconscia del dare pronuncia musicale alle “parole magiche” per entrare dentro la realtà e impadronirsene. E il linguaggio, come tutto il resto, nasce proprio dalla formidabile tendenza dell’uomo all’astrazione. Dunque, parlare di progressiva concettualizzazione e intellettualizzazione è parlare di un processo comunque in corso da sempre, coincidente con la “naturale” (o innaturale) evoluzione del nostro cervello, che si è strutturato linguisticamente proprio per far fronte alla situazione e che elaborerà altre soluzioni per continuare a far fronte alle situazioni che cambiano. Ecco, non dimentichiamoci della metamorfosi in atto che è la vita. Solo ciò che si trasforma è destinato a durare, dunque perché pensare che qualcosa possa conservarsi rimanendo quello che era. Anche la poesia. Già Leopardi osservava che non è possibile, per i moderni, non ragionare scrivendo versi. Appunto. Che male c’è? La poesia è avventura mentale. Continua ad esserlo. E non si preoccupa di nient’altro che di essere fedele a se stessa. Senza curarsi troppo della “sostanza materiale” dell’esperienza, forse perché oggi ha la coscienza che la materia è energia, anzi energia decaduta.
Analizzando la mia poesia, Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto che la realtà, per me, è in fondo tale solo se pensata dal soggetto. E credo che abbia colto nel segno. Ribadendo tuttavia che non c’è nessun disprezzo della realtà. Ma gli oggetti per me contano come specchi della mente. Io che ho la felice ossessione delle etimologie non posso dimenticare che tutta la famiglia delle parole “speculare”, “speculativo”, “specola”, rimanda a specchio, cioè alla radice indoeuropea SPEK, che indicava il guardare durativo, focalizzato e fisso.
6) Per me ha grande importanza far riemergere la biografia, la microstoria individuale, ma allargata allo scandaglio di più generazioni (il confronto con se stessi deve uscire dalla dimensione individuale e trovare connotazioni epocali). Si può dire che l’io si costruisce nei suoi nessi in un viluppo di nodi e che, per meglio vederlo in questa nervatura, occorre uno sguardo profondo, un obiettivo (parola tratta dal linguaggio fotografico a cui faccio spesso ricorso). La biografia per me importante è quella interiorizzata, cioè sottoposta al vaglio di quell’operazione di artificio che rende possibile la conoscenza. Dunque, lo sguardo non può che essere profondo, nel percorso dalla segreta oscurità dell’io alla ricerca di senso e ragione. Bisogna andare oltre l’abbaglio dell’evidenza; perché la luce, anche se è fondamentale per il risultato, quando è troppa, maschera e cancella e in ogni caso ha necessità dell’ombra, della camera oscura. Per la poesia vale lo stesso metodo che per la fotografia: la messa a fuoco è fondamentale e, un attimo prima o dopo, l’effetto è la sfocatura. Certo, l’accadere ci sormonta, deborda da noi. E il moto prevalente sembra quello di deriva. Le circostanze, gli incontri, i deragliamenti ci appaiono nel segno della casualità. Eppure il caso non esiste: tutto è risultanza di una combinazione, si ricompone un ordine anche nel disordine più appariscente. E’ un effetto della poesia, del suo lampo/shock, la scoperta che il mondo così detto noto non è affatto l’unica realtà. Un’illuminazione improvvisa, pur nella contraddizione.
L’Italia è il paese del melodramma, che è stato per lunghissimo tempo l’unica nostra forma di cultura nazionale. Probabilmente proprio come reazione all’eccesso dei sentimenti del melodramma, i poeti italiani moderni si sono tenuti e si tengono ancora lontani dal versante del sentimento per eccellenza che è l’amore, lasciandolo ai cantautori. C’è naturalmente qualche eccezione significativa, come ad esempio Umberto Saba. Quei pochi che ne scrivono, lo fanno da una posizione così rarefatta e intellettualistica da risultare immediatamente inattendibili (anche lo stesso Montale, che si rivolge a “donne dello schermo” conficcate dentro una fumosa memoria avulsa non solo dalla fisiologia dell’amore ma anche da quel salto nel vuoto che l’amore pretende). Più in generale da noi i poeti temono la poesia d’amore e, avendo demandato alla canzonetta di cantare in modo epidermico le faccende amorose, considerano poi di fatto di serie B la pratica della poesia d’amore. Da giovane ho avuto anch’io questa tentazione snobistica o deformazione che sia. Ma, per fortuna, mi sono accorto per tempo che non si poteva rinunciare a dare espressione poetica alle emozioni dell’amore. Ho pubblicato varie cose, nel corso degli anni. Cominciando da un lungo poemetto, “Per amore o per forza”, nella raccolta Piccola colazione e poi via via proponendo gruppi di poesie singole. Da tempo vado preparando un “libro” compatto di poesie d’amore, che non è ormai molto lontano dal vedere la luce.
7) Non ho mai sentito l’esigenza di apprendere a memoria la poesia, preferisco leggerla a voce alta. Del resto, ho smesso da molto tempo di mandare a memoria alcunché, dopo aver preso coscienza del meccanismo con cui il nostro cervello setaccia e cancella come “sostanza fisica, materiale” la quasi totalità di quello che lo attraversa, conservando in modo molto selettivo solo l’impronta di ciò che sente “essenziale” (l’essentia è l’astratto, o l’”estratto”). La memoria inconscia è il vero grande archivio e serbatoio da cui trarre alimento, creativamente. E, dunque, non ha senso fare l’elenco dei propri presunti riferimenti, dei poeti amati, degli scrittori preferiti. Per la semplice ragione che i padri rifiutati contano molto di più di quelli riconosciuti. Senza, con questo, voler togliere importanza a ciò che si è letto e riletto per la consonanza che vi si sentiva per adesione. Del resto, il mio gusto per la poesia è nato in una fase ancora di analfabetismo: la fase quasi preverbale, intorno ai due anni, in cui si scopre il linguaggio e si gioca con i suoi materiali di riporto. Quella è stata per me l’occasione divampante, in cui ho cominciato a soffiare musicalmente dentro le parole senza più smettere. E lo so, lo sento che ho imparato allora. Il che non mi fa affatto trascurare tutte le letture che ho attraversato dopo, e sono stato senza dubbio un grandissimo lettore. E, in seguito, mi sono occupato da studioso della letteratura. Però, pur essendomi fatto un’idea della poesia, quando scrivo poesie me ne dimentico sempre.
Niente mai accade per caso e, se gli uomini hanno sentito il bisogno dell’intelligenza artificiale e di costruire il cervello elettronico, c’è una ragione profonda che è legata all’impulso inconscio dell’autoconservazione e della metamorfosi in atto. Solo ciò che si trasforma continua. E il nostro cervello si sta modificando. Tende, in particolare, a liberarsi dal carico della memoria per essere più elastico (e noi sappiamo, dai nostri computer, che più ne riempiamo di file la memoria e meno sono operativi). Ecco allora il nostro trasferire buona parte della memoria al computer, che diventa un collaboratore fondamentale della nostra attività intellettiva. Gli strumenti non sono mai solo strumenti e, più li si usa, più diventano sostanza stessa dell’operare. A maggior ragione, questo vale per il computer. Creativamente, sento il computer non soltanto come uno strumento prezioso per agevolare il lavoro, ma un’occasione nuova e altra, addirittura aliena, per migliorarlo. Per non parlare della capacità di propagazione comunicativa che il computer rende possibile.
8). C’è una scena indimenticabile in “Amarcord” di Fellini: il pranzo a casa di Titta. Può servire a spiegare il mio titolo Piccola colazione. C’è aria di tempesta attorno al tavolo. E niente può rappresentare la precarietà meglio di quell’incontro di persone e, insieme, la decisiva connessione dei loro destini. Tutto ruota lì intorno: inquietudini, risentimenti, delusioni, speranze, affetti, paure. Nel ripetersi della “piccola colazione” quotidiana di cose e di parole. Così, tra opposte pulsioni. Tra riso e pianto, che convivono; che sono, in fondo, lo stato d’essere. Lì dove idee, sogni e pensieri scivolano di mano ai presenti e il dramma si definisce nei suoi risvolti comici. In questo senso “piccola colazione”. Nel senso del frullato verbale quotidiano che ci vede agenti agiti e mangianti mangiati. In quella traiettoria contraddittoria di cui parlavo, dall’oscurità dell’io al senso e alla ragione, e viceversa. E, dunque, anche nel senso di un cannibalismo che spinge quotidianamente al rimasticamento di ogni pezzetto di sé.
Piccola colazione è poesia prevalentemente di “interni”, la casa e le vicende che entro quelle mura si consumano, ma anche gli anfratti poco illuminati della mente e della coscienza. Qui, nel ritorno alle cose e alle ombre, si celebrano i riti di iniziazione alla vita, alla corporeità, alla scoperta e al riconoscimento di se stessi. Questo mondo di ambienti e di oggetti sembra a volte starti stretto, soffocarti ma anche contenerti e proteggerti, come una nicchia di senso, la cui perdita o annullamento determinerebbe la caduta dell’identità e del tentativo di cercarla. Forse l’identità sta nel nostro coincidere con le cose, nel portarcele addosso come la pelle. E’ proprio come avviene per la casa e prima ancora per l’utero materno. Il chiuso ti protegge e ti consente di crescere, ma anche ti contiene e ti costringe. E’ una fortezza e una prigione. Ma bisogna fare esperienza degli interni per conquistare gli esterni. E’ così anche nel percorso della conoscenza, dal dentro al fuori, dal buio alla luce; transitando per i passaggi e attraverso le ombre, le une e gli altri decisivi per lo sviluppo, Ancora una volta come per la fotografia: la camera chiusa e oscura, necessaria per far conquistare luce e colori ai negativi. L’essere costretti nel chiuso e nel buio come molla verso l’aperto e la luce. Ogni azione determina una reazione uguale e contraria. E, in questo movimento, la ricerca dell’identità: inarrestabile e mai compiuta, ma per continui aggiustamenti ragione stessa di vita.
Noi stessi e la realtà intorno a noi, tutto è parte di un colossale processo di metamorfosi. E’ un continuo modificarsi apparentemente insensato e comunque tremendo. Si è portati a vederlo inevitabilmente nel senso della perdita e del lutto, cioè a proprio danno, nella paura e nel dolore. Ma a me con gli anni è capitato di superare questa condizione, che già in Piccola colazione (e, analogamente, in Diario di Normandia) si era comunque stemperata e fatta più distesa, nello sforzo di distacco e di messa a fuoco. Oggi (molta acqua, naturalmente, è passata sotto i ponti), questa opera continua di cancellazione che chiamiamo morte, la sento piuttosto come fase di passaggio: non meno misteriosa e inquietante, ma aperta e non cupa. Il movimento è ancora e sempre quello di deriva (come potrebbe essere diversamente?), ma nella serena condizione della vita che avanza e si trasforma rimanendo se stessa. Forse mi piacerebbe dire che è l’effetto di una saggezza accumulata con l’esperienza… Magari lo fosse! Ma il saggio, in ogni caso, sa bene di non sapere un bel niente della vita e sulla vita. Eppure sente di vivere meglio e in modo più intenso. Mettiamola così. Per il resto, in questa ventina d’anni dall’uscita di Camera oscura, ho lavorato molto su tre filoni principali, chiamiamoli così (tre esperienze per me interessanti e decisive): il morire, affrontato soprattutto in un lungo poema: La gioia e il lutto, percorso di un io morente dalle ultime stanze della vita fino al passaggio estremo, e in una serie di poesie dedicate alla privazione della libertà nel carcere e nelle tossicodipendenze; l’essere padre, cioè uno che trasmette la vita, in una specie di pedagogia involontaria in versi; e l’incapacità di aderire alle cose del mondo, in una raccolta in tre o quattro tempi. E ho continuato a scrivere con la coscienza sempre più solida che la creatività è l’esercizio di una pratica magica. Da mago per me scrivere è andare dietro alle mie ossessioni con l’immaginazione (etimologicamente legata alla magia), che non è affatto la facoltà arbitraria che normalmente si considera, ma una logica profonda che affonda nel buio luminoso del nostro inconscio. Senza con ciò rinunciare all’uso dell’intelligenza che come l’immaginazione è un movimento verso l’interno (in-), per “leggere dentro” nel caso della prima e per “impadronirsi del dentro” nel caso della seconda. Perché la verità è sempre “dentro”, protetta e camuffata dall’evidenza che è sempre apparenza.
Qualsiasi sia la nostra storia, poggia sul vuoto. Nel senso che ciascuno di noi, balzando fuori da se stesso, deve combattere la sua battaglia con il vuoto. Non c’è consolazione ma non c’è neppure disperazione. Meno che mai nichilismo. Affrontare il nulla non significa ridurre il tutto a niente. Ma il nulla è l’altra faccia della vita, come ci dice l’antica tradizione sapienziale. E il fatto di andare intanto navigando alla deriva non vuol dire che non si arrivi da qualche parte. E’ la straordinaria forza della contraddizione che si impara con l’esperienza, quel principio di contraddizione costitutivo della realtà di cui parlavo sopra.
Penso sempre più di affidarmi alla legge dell’inversamente proporzionale, per cui il grande è attingibile nel piccolo, nel semplice, nel tono sottovoce, smorzato, chiaroscurale del linguaggio, nelle sue sacche interne e mediante il quale soltanto il sublime, a cui non rinuncio, è davvero pronunciabile. La mia visione del sublime, rinvia forse anche ad un diverso strumento per vederlo e osservarlo, una sorta di cannocchiale alla rovescia che riduce, rimpicciolisce. Lo dicono anche i fisici che l’unico modo per l’uomo di trovare l’infinito è di cercarlo nel piccolo. E, nei loro laboratori, cercano l’infinitamente grande nell’infinitamente piccolo. Il segreto, del resto, è lì: in quel vincolo estremo che tiene assieme particelle minime che si attraggono perché si respingono. Spezzare quel vincolo, lo sappiamo, scatena un’energia violentissima. Quanto più contenuta è la compressione, tanto più incontenibile è l’esplosione. Insomma, per dirlo con una battuta taoista, il mondo empirico e quello metafisico sono tutt’uno. E’ un ossimoro molto stimolante anche per la poesia. E la parola, per quanto possa apparire piccola e povera, ha valenza assolutamente sacrale.
Paolo Ruffilli