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I VOLTI DI HERMES

Posted in Arte, Attualità, Eventi, Informazioni, Letteratura, Maestri, Magie, Notizie, Poesia, Tradizioni on Novembre 5, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

(In margine a una nuova collana di critica)
di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia

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Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo. Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere… Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?» Non è così, però, che i suggerimenti di Hermes vanno intesi. Come ben sapevano alcuni dei maestri segreti (e più alti) del Rinascimento quali Pico e Ficino, si può essere seguaci di Hermes e insieme di Platone. Ciò che più, a noi, importa cogliere è che proprio sgombrando i nostri sguardi dai paraocchi dell’ideologia – fluidificando i nostri punti di vista, sciogliendo i nodi che ci imprigionano nella rigidità – il dio alato, ilare e sornione, il più sapiente e liberatorio fra gli dèi annidati nella nostra anima, ci aiuta a ritrovare il senso “vero” delle proporzioni, il cuore delle cose, la capacità di distinguere il bene dal male, il vero dal falso e il bello dal brutto. Occorre che la critica riscopra l’invenzione letteraria come l’immenso regno della metamorfosi, dell’incanto proteiforme e plurale, che sappia rifare dei propri itinerari nel mondo della creazione un gioco vasto, arioso e fluttuante tra i domìni opposti e fuggevoli del tutto, perché le sia concesso di ritrovare la sua forza epifanica, la chiarezza dei suoi orizzonti, la nitidezza autentica delle sue misure. Questa fiducia che si possano coniugare tra loro “allegria” e rigore, è alla radice della nostra proposta. Ecco perché la collana che inauguriamo intende ospitare opere di saggistica nate e cresciute nella densità di una forma e di un pensiero, ma, allo stesso tempo, innervate dal pathos leggero della toccata e fuga, dal palpito sottile dell’azzardo, dalla vertigine del pensiero analogico, dal fuoco vivo e illuminante dell’intuizione.

Edward Hopper

Posted in Arte, Maestri, Magie, Poesia on Novembre 3, 2009 by paolacastagna

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“Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.”

“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.”

“L’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri. Basta essere se stessi per mostrare necessariamente la razza e la cultura a cui si appartiene, con tutte le proprie caratteristiche.”

“Il mio scopo nel dipingere è sempre stata la più esatta trascrizione possibile della più intima impressione della natura.”

Edward Hopper

Lo skyline di Shanghai è il futuro, noi, tristemente, il passato

Posted in Attualità, Letteratura, Maestri, Tradizioni on Settembre 24, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Oggi quasi nessuno cita più il saggio di Samuel P. Hun­tington, Lo scontro delle ci­viltà, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del ‘necessario’ scontro fra civiltà, che qualcuno prese per un libro ‘pro­fetico’ quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assiste­re al tragico ed epocale crollo delle Torri gemelle. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni, che il best seller di Huntington se­guiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neoconservatore che allora andava di moda, una traccia illustre ma ‘negata’ e per certi versi perfino ‘maledetta’, che evidentemente lo studioso ameri­cano si augurava che noi vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accor­gersi del suo semi-plagio concet­tuale. Ma il pesante ’saggio a tesi’ di Hun­tington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per la sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civiltà destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e terribile modello: il Der Untergang des Abendlandes  (Il tramonto dell’Occidente) di O­swald Spengler. Mentre Spengler a­veva trattato con disperata lucidità, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tra­monto della sua civiltà, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologeti­co del suo Occidente, quello matu­rato appunto tra le guerre mondia­li e incentrato sugli Stati Uniti d’A­merica, di star scrivendo l’epitaffio del ’secolo americano’. Spengler aveva composto una solenne mar­cia funebre d’una civiltà che ormai gli appariva morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civiltà sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estre­mo elogio. In effetti, Der Unter­gang des Abendlan­des usciva tra il 1918 e il 1922, ottenendo un travolgente suc­cesso: l’ormai quarantenne ‘filo­sofo della morfologia storica’, na­to a Blankenburg, in Turingia, nel 1880, aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la Prima guerra mondiale era in realtà la fine non solo dell’imperialismo del ’secon­do Reich’, bensì di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora al­cuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: «Muoio con l’Eu­ropa: sono in buona compagnia». Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugura­ta alla Columbia University di New York una cattedra di Cultura e ci­viltà occidentale: si sarebbe tratta­to di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella cul­tura occidentale della libertà, del progresso, della ricerca della felicità che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico ‘Oriente’, bensì proprio l’Europa. L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quel­la del ‘Mondo Libero’, nasceva sot­to il segno della dichiarazione di av­venuto decesso della ‘vecchia’ Eu­ropa. Ma proprio la coincidenza dell’u­scita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano con­fermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Hunting­ton con la visionaria lungimiranza di Spengler. Mentre la ‘civiltà occi­dentale’ per un verso sembra dive­nuta in effetti il basic English, la koinè diàlektos di tutto il mondo ‘catturata’ dai nuovi popoli e dal­le nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – Cina, India, Brasile –, se ci volgia­mo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi ‘ciclica’ dell’avvicendarsi delle civiltà di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato u­na sua tragica plausibilità. Goethianamente affascinato dalla fisiologia delle specie viventi, Spen­gler aveva concepito una ’storia naturalistica universale’ caratterizza­ta dalla sequenza di otto civiltà­ monadi che, come piante, nasce­vano, fiorivano, davano frutti, av­vizzivano e morivano: una gran­diosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale e­gli poneva un’immensa, sconcer­tante erudizione capace di elabo­rare un tessuto fittissimo di analo­gie tra culture diverse. Si rileggono oggi con disagio ma anche con stu­pore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il ‘declino’ della civiltà europea e quello della civiltà ellenistico-ro­mana. Per Spengler le vicende u­mane sono segnate non già da un continuo progresso, bensì da un processo di decadimento. I due pilastri di questa rilettura del­la storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’’Eterno ritorno’, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decaden­za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al­la distruzione tutte le risorse tecni­che, scientifiche e sociali della Mo­dernità, Spengler diveniva un pro­feta del nuovo mondo come tabu­la rasa, civiltà della forza, delle mas­se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nichilistica e rivoluzionaria delle nuove avan­guardie, con la ‘Nuova Obiettività’ di Dix e di Grosz che denunziavano la crudeltà e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nichilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva con­dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para­dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con­servatrice‘ finiva con l’andare il ta­le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi­co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro. Al di là dell’equivoco che lo volle i­spiratore di alcune posizioni hitle­riane, Spengler fu considerato, do­po il ’45, un ‘cattivo maestro’ bol­lato come ‘irrazionalista’ e ‘anti­scientifico’, ch’era tacitamente vie­tato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e otti­mistiche certezze storicistiche e di­nanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosid­detta ‘ civiltà occidentale’ e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo skyline di Shanghai ci appare più nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tec­nologia informatica si sposta a Ban­galore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmen­te attuale e fruttuosa. Oggi, mentre sorgono nuove sintesi tra la «civiltà occidentale» e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle vecchie pagine del «cattivo maestro».

La forza del destino

Posted in Arte, Informazioni, Maestri, Musica on Luglio 29, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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E’ il 1861, l’unità nazionale è fatta da un anno e Verdi riceve un lusinghiero ma impegnativo invito: Camillo Benso Conte di Cavour lo contatta pregandolo di accettare la candidatura per le elezioni alla Camera dei Deputati. Pochi mesi dopo arriva al Maestro un’altra importante comunicazione: il Teatro Imperiale di San Pietroburgo è intenzionato a commissionargli un’opera. Dalla città russa viene anche proposto il soggetto di partenza, che cade su Victor Hugo e il suo Ruy Blas che viene poco dopo scartato per problemi di censura. Verdi allora propone il dramma del duca di Rivas, nobile drammaturgo spagnolo, Don Alvaro o La Fuerza del Sino, che aveva trionfato nei teatri di Madrid dieci anni prima. San Pietroburgo accetta la proposta, viene immediatamente stipulato il contratto dietro lauto compenso e il Maestro contatta Francesco Maria Piave esortandolo a mettersi subito al lavoro sul nuovo dramma. Nel 1861 questi è a Busseto per tracciare insieme al compositore le linee generali dell’opera, per tornare dopo due mesi di alacre lavoro a Milano. Da questo momento i due avranno solo rapporti di tipo epistolare. Alla fine di novembre lo spartito è pronto, ma non la partitura musicale. Ciò nonostante Verdi parte per San Pietroburgo insieme a Giuseppina Strepponi, ma causa la malattia della primadonna Emilia La Grua, l’opera non può andare in scena e viene rimandata alla stagione seguente. La sera del 10 novembre 1862, finalmente la prima al Teatro Imperiale de La forza del destino. Alla quarta replica insieme alla Zarina è presente anche lo Zar Alessandro II, assente alle precedenti per malattia, che al termine della rappresentazione fa chiamare il Maestro per congratularsi personalmente con lui. Pochi giorni dopo questo prezioso riconoscimento personale da parte dello Zar, quello ufficiale: Verdi è insignito dell’Ordine Imperiale e Reale di San Stanislao. Finisce così gloriosamente la stagione russa per Verdi, ma non per l’opera che riscuote grandi successi anche a Madrid. Il 27 febbraio del 1869 l’opera va in scena anche alla Scala di Milano, ma con qualche modifica apportata da Verdi con l’aiuto, questa volta, di Antonio Ghislanzoni versando Francesco Maria Piave in gravi condizioni di salute. Sono oggetto di cambiamento il terzo atto, dalla sesta scena alla fine, il quarto atto dalla quinta scena alla fine e il finale in cui Don Alvaro non si getta più dalla rupe, ma si umilia davanti al Padre Guardiano che lo invita a farlo anche davanti a Dio.

Una domanda ad Emanuele Severino

Posted in Maestri, Magie on Luglio 2, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Qual è il rapporto tra l’uomo e la verità. L’uomo alla ricerca della verità, come deve cercarla?

C’è un modo di pensare la verità che non potrà mai condurre alla verità. Si dice che l’uomo cerca la verità: si pensa che la verità sia altrove, perché se la cerchiamo non è qui con noi. Allora ci mettiamo in cammino per cercarla. Questa è l’immagine che lei ha enunciato chiaramente: questa è l’immagine di tutta la tradizione occidentale, anche scientifica. Laggiù c’è la verità, e noi ci diamo da fare per raggiungerla. Magari possiamo, a questo proposito, usare una metafora evangelica, molto bella: ci mettiamo a “bussare alla porta della verità”. Proviamo a riflettere su ciò che implica questa immagine del cammino che si deve percorrere per raggiungere la verità. Se io domando: questo cammino, che deve arrivare alla casa della verità, questo cammino è compiuto nella verità? Può esser compiuto questo cammino nella verità, se ci mettiamo, se partiamo dal principio che la verità sia laggiù, chiusa in una casa? Se la verità è chiusa là, il cammino percorso è nella non verità. Allora se bussiamo alla porta non ci sarà aperto. Questo che cosa vuol dire? Che se noi ci mettiamo nella prospettiva dominante, in cui la verità è qualche cosa che va ricercato, accostato, a cui ci si debba avvicinare, noi non la troveremo mai. L’alternativa è incominciare a pensare alla verità come ciò in cui noi tutti, già da sempre, siamo. Nell’altro modo il discorso è chiuso, e non arriveremo mai a una verità lontana.

Manifesto con parole chiare – di Antonin Artaud

Posted in Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni on Giugno 8, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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a Roger Vitrac

Se non credo né al Male né al Bene, se mi sento con una simile disposizione d’animo volta alla distruzione, niente di tutto questo rientra nell’ordine dei principi ai quali io posso ragionevolmente accedere, in quanto il principio stesso risiede nella mia carne.

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Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos.

*

Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico.

*

Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

*

Ciò che è di dominio dell’immagine è irriducibile attraverso la ragione e deve rimanere nell’immagine, sotto pena d’annichilirsi.
Tuttavia esiste una ragione nelle immagini, esistono delle immagini più chiare nel mondo della vitalità immaginosa.
Esiste nel brulichio improvviso dello spirito un inserimento brillante e multiforme di stupidi. Questo pulviscolo insensibile e pensante si ordina seguendo leggi che esso estrae all’interno di sé stesso, in margine alla ragione chiara e alla coscienza o alla ragione ostacolata.

*

Nel dominio sopraelevato delle immagini l’illusione propriamente detta, l’errore materiale, non esiste; a maggior ragione l’illusione della conoscenza; ma a maggior ragione ancora il senso di una nuova conoscenza può e deve scendere nella realtà della vita.
La verità della vita è nell’impulsività della materia. Lo spirito dell’uomo è malato in mezzo ai concetti. Non gli chiedete di soddisfarsi, chiedetegli soltanto di essere calmo, di credere che ha trovato infine il suo posto. Ma soltanto il Matto è davvero calmo.

 

Nota del traduttore Pasquale Di Palmo: Questo Manifeste en langage clair (mai edito in Italia) venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della Nouvelle Revue Française, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la Nouvelle Revue Française nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista Commerce nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».

Lingua, linguaggio, parola: magia, musica, metamorfosi, sacralità

Posted in Letteratura, Maestri, Magie, Poesia, Tradizioni on Maggio 29, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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1) Noi crediamo di parlare una lingua, la nostra lingua. In realtà “siamo parlati” dalla lingua, oltre ogni coscienza e volontà. La lingua è una sorta di flusso energetico, non solo chimico-elettrico, che ci attraversa i canali cerebrali, venendo da un serbatoio molto più grande, superindividuale, dove è in continuo movimento, in espansione (e contrazione) dinamica. E tutti parliamo, dunque, una lingua sempre e continuamente “nuova”, che raccoglie e fonde in una combinazione risolutiva le infinite componenti che vi si riversano. La lingua, come tutto nella vita, è metamorfosi. Solo gli illusi, la vecchia categoria dei puristi, possono credere di conservare intatta e intonsa per sempre una lingua, chiudendola magari in un “museo” e nominando i custodi che debbano sorvegliarne appunto la purezza, come è stato (per ragioni, certo, storiche) nell’anomala tradizione italiana dell’Accademia della Crusca. Ma gli scrittori, se sono per davvero “scrittori”, hanno antenne che automaticamente ricevono le emissioni di quel flusso energetico di cui parlo, e il problema per loro non si pone. Non possono che essere ricetrasmettitori di quella lingua “in essere”: la lingua del loro tempo, che corrisponde poi alla loro voce (al suo suono e alla sua musica), cioè a quel che sono nel profondo. La mia è una formazione soprattutto di linguista, i miei maestri sono stati Luigi Heilmann, Noam Chomsky, Roland Barthes. E per me questi sono fatti da sempre “naturali”. Sapendo, naturalmente, che il naturale è sempre un’illusione, come diceva Barthes, e che tutto, in particolare una lingua, è sempre frutto di una “deriva”, colossale ma tendente (per la ferrea legge dell’economicità) al semplice, che è il continuo punto di arrivo. Da linguista ho coscienza che, quando sono comparsi sulla terra, gli uomini non sapevano parlare e hanno impiegato centinaia di migliaia di anni per elaborare il linguaggio. E non lo hanno fatto, come si crede per malinteso, per comunicare tra di loro. Perché già comunicavano, come le altre specie animali. L’elaborazione del linguaggio muove da una spinta profonda di tipo magico-rituale. L’uomo non se ne rende conto, ma si fa “mago” e cerca le parole magiche per impadronirsi della realtà, perché istintivamente non si fida della natura dalla quale si sente schiacciato. Come nella favola, la parola magica con la sua pronuncia, per esempio abracadabra, realizza il desiderio o il bisogno. Ma proprio perché suona così, abracadabra, perché se stonasse come abracadubra la magia non avrebbe effetto. La virtù della parola magica infatti riposa sulla sua natura musicale ed è la musica la risorsa a cui l’uomo istintivamente si affida per entrare in rapporto con la realtà e impadronirsene. Metaforicamente la favola racconta quello che è proprio avvenuto nell’avventura umana: con le loro parole “magiche” gli uomini sono entrati dentro la natura per smontarla e, fatta a pezzi, conoscerla e sfruttarla a proprio vantaggio. Il linguaggio nasce dunque come linguaggio musicale che è linguaggio indifferenziato (tutte le parole che vengono da lontano hanno un’origine onomatopeica e sono la trascrizione di un ritmo cadenzato), per poi evolvere in linguaggio scisso quando l’uomo ha separato il significante dal significato per esigenze pratiche di uso dell’intelligenza. Istintivamente l’uomo non si è mai accontentato di sentire, ma ha preteso di spiegare quello che sentiva. Così, rispetto alle emozioni veicolate per eccellenza dal linguaggio musicale, ecco affermarsi le ragioni che hanno il loro sviluppo logico per mezzo della separazione, della distinzione, dell’analisi.

L’economia della lingua è assoluta: pochi suoni (21 per l’Italiano) per fare decine di migliaia di parole e infiniti discorsi. Si parte, insomma, dal minuscolo per puntare all’assoluto. È quello che fa anche la poesia: il poco per esprimere il molto. Poca presenza e molta assenza, perché il più alto grado di presenza è l’assenza, e quello che non c’è conta più di quello che c’è. Il segreto, appunto, dell’allusione. Perché con la lingua è proprio come con la poesia: l’unica possibilità è dire una cosa per significarne un’altra. Modulare un suono per esprimere qualcosa è già un processo metaforico, nell’artificio, a livello linguistico. L’uomo, da sempre, è astrattista e simbolista anche quando non lo sa. Ai linguisti piace la poesia perché segue la stessa legge dell’economicità delle lingue e perché conserva l’aspetto indifferenziato del linguaggio alle sue origini, con la sua sostanza musicale, insieme alla divaricazione significante-significato del processo cogitativo-razionale messosi in moto nel corso del tempo, mescolando perciò sentimenti e ragioni, emozione e intelligenza.

2) Da sempre, gli scrittori hanno letto gli altri scrittori, facendone alimento della loro scrittura. Ma sto parlando degli scrittori che mangiano, digeriscono e risputano fuori in altre, ulteriori forme quello che hanno ingurgitato. Mi riferisco, ancora una volta, ai grandi scrittori: gli unici, creativamente, significativi. Questi non si preoccupano di niente e non hanno paura di nessuno: per loro conta la lingua che gli “ditta dentro”. Se si va ad analizzare quello che scrivono, si fa fatica a inquadrarli in una “tendenza” o in una “scuola”: sono anomali e perfino alieni rispetto al loro tessuto, al quale pure appartengono fino in fondo. La loro forza paradossale sta proprio qui: sono gli unici e autentici eredi, eppure non sono per niente “riducibili” ai loro padri e antenati. La questione delle “tradizioni” ho l’impressione che sia un problema soprattutto della critica e di quella italiana, in particolare. Perché da noi a vincere è stata sempre la ragione della “maniera” e la maggior parte dei nostri scrittori è fatta in realtà di “letterati” che cercano di attestare la qualità del loro lavoro attraverso l’adesione a canoni più o meno vincenti, oltre che al pragmatismo di un utilitarismo da epigoni. Non dimentichiamoci che le mode, pur sbaragliando il campo del loro tempo, sono destinate a dissolversi nel prosieguo. Dunque, che importanza può avere (se non per la sociologia della letteratura) che prevalgano le tradizioni lunghe o quelle corte, il montalismo o il serenismo? La poesia contemporanea non è né più forte né più debole di quella che la precede nel tempo. Anche perché la poesia non è mai poesia in senso “collettivo”.

Nel mio piccolo, ho sempre avvertito insofferenza verso qualsiasi corrente, gruppo o scuola, per istinto sentendo che non ci sono mai strade già battute da seguire, opzioni o categorie predefinite. Ogni esperienza creativa degna di questo nome è sempre unica e irripetibile. Il che non vuol dire, naturalmente, che non ci siano debiti rispetto a quanto di creativo si è fatto prima. Ma il problema è che la creatività non ammette imitazione o epigonismo. Lo sappiamo da lettori, che ci piacciono cose diversissime tra loro. E, quando ci piace un testo, non è affatto che ci piacciano altri testi che assomigliano a quello.

3) In poesia, per me, la musica è tutto (Luigi Baldacci ha definito “espressivamente votata alla pura partitura musicale” la mia scrittura). Lo dico perché, creativamente, la poesia per me nasce dietro a un impulso musicale. È un’ossessione musicale mentale quella che mi trascina dentro un flusso, nel quale poi agiscono e intervengono altre forze, anche ordinative e razionali. Ma il fuoco della musica è, appunto, la parte incandescente e quella che in ogni caso alla fine decide. E decide, intanto, come ritmo che impone i suoi arresti e le sue ripartenze: determinando il verso e rendendo il verso riconoscibile proprio come “verso”. È l’orecchio che garantisce per la mia ossessione musicale, e a lui si sottomette l’intelligenza, anche quando è appunto razionalmente in disaccordo. Così, per me, andare a capo è una necessità per così dire musicale. E resto condizionato da questo mio bisogno profondo anche quando leggo la poesia degli altri, perché a leggere è sempre l’orecchio, che si insinua inevitabilmente sulla pagina come dentro una partitura. Non c’è niente, si sa, più coerente di un’ossessione e io mi lascio guidare dalla mia ossessione musicale, senza essere distolto da chi mi obietta per esempio di andare a capo dopo una preposizione o una congiunzione… La musica mi ha insegnato che la grammatica è uno strumento e non una legge. Per me, come diceva Pessoa, la poesia è lo stato ritmico del pensiero.

Il linguaggio della poesia assolve alla funzione di cicatrizzazione. E non solo il linguaggio della poesia, naturalmente. La parola è forse la più antica terapia che l’uomo abbia perseguito riguardo alla propria salute profonda, quella mentale. Già ai primordi del linguaggio, quando il suono cantilenato era parola magica e scaramantica. La poesia conserva questa virtù antichissima. La scrittura in generale è una forma di autoanalisi di grande qualità. Perché la parola arriva là dove non si riesce a giungere con nessun altro sistema, né bisturi né strumento d’altro genere. E ci arriva dietro a quel suo impulso musicale che ha la velocità quasi della luce e una capacità di penetrazione istantanea, come più in generale la musica, in virtù della natura indifferenziata del suo linguaggio. Ma la parola ha in più, dentro di sé, il taglio della scissione che ha separato il significante dal significato e, dunque, dietro all’emozione corre a stanare le ragioni di quello che si sente.

4) L’io, perdendo sempre più la sua unità interna, ha fatto l’esperienza del suo frantumarsi (dell’occhio, della voce…). Che altro possono produrre la vista scomposta, la voce balbuziente, l’orecchio sincopato? Il “frammento” è la dimensione autentica della nostra epoca, anche (soprattutto) creativamente. Nelle arti visive, così come nella musica e nella letteratura; e non di più nella poesia rispetto alla narrativa (è Adorno che definisce la Recherche di Proust “lo sprofondamento nel frammento”). I moderni vedono, sentono, parlano, scrivono per frammenti. Con tutto quello che ne consegue sul piano della “sintassi” (che ha una sua identità a mosaico o a patchwork), del ritmo (con continue interruzioni e riprese). I musicisti, da sempre i più precoci, hanno modulato per primi il “suono” di questa epoca, nuova per davvero sotto molti aspetti, in primo luogo per una diversa percezione del tempo. E qui si porrebbe la questione del Tempo, fondamentale anche in poesia (una frantumazione è anche corrispondente a una mancanza di continuità temporale e modifica l’esperienza della memoria, perché il passato non è più un’entità astratta fuori di noi, alle nostre spalle, il passato siamo noi e dunque il tempo verbale per significarlo non è più l’imperfetto, ma il presente). Non è un caso, infatti, che Proust lavorasse alla sua Recherche mentre Einstein elaborava la sua teoria della relatività. Per tutti, intanto, il tempo cessava come “contenitore” e si rivelava sempre di più come una delle dimensioni in essere. La trasformazione evolutiva è ancora in corso (e coinvolge il cambiamento del nostro stesso cervello), ma con le loro antenne gli artisti se ne sono fatti interpreti presto, indipendentemente da una consapevolezza precisa. Del resto, la creatività ha sempre avuto e continua ad avere una sua parte incandescente ed eruttiva rispetto a cui poco possono (pur nella loro importanza) le teorizzazioni. In ogni atto creativo, nella composizione di forze attive e passive, di conscio e inconscio, di intelligenza e talento, si realizza un’unità fondante che rende priva di fondamento una questione come quella se sia prioritario il significante o il significato, se precedano i contenuti o le ragioni delle parole, il pensiero o la lingua. Del resto, io credo nella mescolanza come occasione scatenante e so che il principio costitutivo della realtà (e, dunque, anche della poesia) è il principio di contraddizione.

La dimensione del frammento e il suo superamento sono entrambi operativi, in me. Da una parte, c’è la realtà del nostro tempo: ogni epoca ha la sua voce e la nostra è all’insegna del balbettamento per la frantumazione dell’io. Dunque non è un caso che la poesia e la narrativa siano al passo del frammento. Dall’altra parte, però, c’è l’insoddisfazione per la condizione asmatica e balbettante e di qui la necessità che avverto di comporre i frammenti in un insieme più ampio, in un organismo ricomposto come il mosaico con i suoi tasselli. E, a proposito del Tempo, sento la memoria solo come conoscenza. Infatti, per me, la dimensione elegiaca non esiste proprio. Non mi volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non c’è più. La mia esperienza della memoria è in essere, cioè come realtà presente, insieme diacronica e sincronica. Siamo quello che siamo stati e che sono stati altri prima di noi. Ecco la mia ottica. In una chiave di gnosi che, nel mio caso, è irrinunciabile anche in poesia.

Pur nell’intermittenza, per me tutto si compie nella continuità: nella vita, come nella poesia. Per questo mi piace comporre i frammenti in un organismo più grande e complesso, che può far pensare per certi aspetti al poema e, in ogni caso, a un edificio a più piani, con il suo sistema di appartamenti e di stanze. E capita di ritrovare singoli frammenti o tratti più lunghi qua e là nei miei diversi libri. Per esempio, i versi “La parola per me veniva da distante…”, presenti sia in Piccola colazione che in Camera oscura , sono portanti rispetto all’idea, anzi all’esperienza, che ho della parola. Fin da piccolo la parola mi arrivava da lontano e aveva una portata e una pregnanza ben superiori alla così detta realtà. Una realtà modesta e mortificata rispetto alle aspettative suscitate dalla potenza espressiva delle parole. Parole sentite e vissute come eccitanti, stupefacenti, sonore. Senza alcun disprezzo per la realtà, però; e senza nessuna forma di schifiltosità rispetto alle cose del mondo, meno che mai da collezionista o da esteta. Non sono mai stato né l’uno né l’altro, né in relazione alle cose né in relazione alle parole. Se mai sono uno che si affida alle parole per cercare il senso delle cose. Sapendo che la verità non è nelle cose, ma nel linguaggio.

5) L’uomo ha avuto tendenza all’astrazione fin da subito, appena comparso sulla terra. È questa la sua forza, ciò che gli ha consentito di arrivare dove è arrivato, senza essere cancellato da quel mostro indifferente che è la Natura. E proprio perché è un animale naturalmente (o innaturalmente, se si preferisce) capace di simboli, diventa artifex e comincia ad impiegare i suoi artifici per difendersi e conservarsi “artificialmente” dentro una natura che lo schiaccia e lo cancella. L’uomo primitivo è già un intellettuale istintivamente e si sforza di ridurre a processo mentale la realtà per conoscerla e dominarla. I linguisti lo sanno che l’elaborazione del linguaggio risponde proprio a questa spinta inconscia del dare pronuncia musicale alle “parole magiche” per entrare dentro la realtà e impadronirsene. E il linguaggio, come tutto il resto, nasce proprio dalla formidabile tendenza dell’uomo all’astrazione. Dunque, parlare di progressiva concettualizzazione e intellettualizzazione è parlare di un processo comunque in corso da sempre, coincidente con la “naturale” (o innaturale) evoluzione del nostro cervello, che si è strutturato linguisticamente proprio per far fronte alla situazione e che elaborerà altre soluzioni per continuare a far fronte alle situazioni che cambiano. Ecco, non dimentichiamoci della metamorfosi in atto che è la vita. Solo ciò che si trasforma è destinato a durare, dunque perché pensare che qualcosa possa conservarsi rimanendo quello che era. Anche la poesia. Già Leopardi osservava che non è possibile, per i moderni, non ragionare scrivendo versi. Appunto. Che male c’è? La poesia è avventura mentale. Continua ad esserlo. E non si preoccupa di nient’altro che di essere fedele a se stessa. Senza curarsi troppo della “sostanza materiale” dell’esperienza, forse perché oggi ha la coscienza che la materia è energia, anzi energia decaduta.

Analizzando la mia poesia, Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto che la realtà, per me, è in fondo tale solo se pensata dal soggetto. E credo che abbia colto nel segno. Ribadendo tuttavia che non c’è nessun disprezzo della realtà. Ma gli oggetti per me contano come specchi della mente. Io che ho la felice ossessione delle etimologie non posso dimenticare che tutta la famiglia delle parole “speculare”, “speculativo”, “specola”, rimanda a specchio, cioè alla radice indoeuropea SPEK, che indicava il guardare durativo, focalizzato e fisso.

6) Per me ha grande importanza far riemergere la biografia, la microstoria individuale, ma allargata allo scandaglio di più generazioni (il confronto con se stessi deve uscire dalla dimensione individuale e trovare connotazioni epocali). Si può dire che l’io si costruisce nei suoi nessi in un viluppo di nodi e che, per meglio vederlo in questa nervatura, occorre uno sguardo profondo, un obiettivo (parola tratta dal linguaggio fotografico a cui faccio spesso ricorso). La biografia per me importante è quella interiorizzata, cioè sottoposta al vaglio di quell’operazione di artificio che rende possibile la conoscenza. Dunque, lo sguardo non può che essere profondo, nel percorso dalla segreta oscurità dell’io alla ricerca di senso e ragione. Bisogna andare oltre l’abbaglio dell’evidenza; perché la luce, anche se è fondamentale per il risultato, quando è troppa, maschera e cancella e in ogni caso ha necessità dell’ombra, della camera oscura. Per la poesia vale lo stesso metodo che per la fotografia: la messa a fuoco è fondamentale e, un attimo prima o dopo, l’effetto è la sfocatura. Certo, l’accadere ci sormonta, deborda da noi. E il moto prevalente sembra quello di deriva. Le circostanze, gli incontri, i deragliamenti ci appaiono nel segno della casualità. Eppure il caso non esiste: tutto è risultanza di una combinazione, si ricompone un ordine anche nel disordine più appariscente. E’ un effetto della poesia, del suo lampo/shock, la scoperta che il mondo così detto noto non è affatto l’unica realtà. Un’illuminazione improvvisa, pur nella contraddizione.

L’Italia è il paese del melodramma, che è stato per lunghissimo tempo l’unica nostra forma di cultura nazionale. Probabilmente proprio come reazione all’eccesso dei sentimenti del melodramma, i poeti italiani moderni si sono tenuti e si tengono ancora lontani dal versante del sentimento per eccellenza che è l’amore, lasciandolo ai cantautori. C’è naturalmente qualche eccezione significativa, come ad esempio Umberto Saba. Quei pochi che ne scrivono, lo fanno da una posizione così rarefatta e intellettualistica da risultare immediatamente inattendibili (anche lo stesso Montale, che si rivolge a “donne dello schermo” conficcate dentro una fumosa memoria avulsa non solo dalla fisiologia dell’amore ma anche da quel salto nel vuoto che l’amore pretende). Più in generale da noi i poeti temono la poesia d’amore e, avendo demandato alla canzonetta di cantare in modo epidermico le faccende amorose, considerano poi di fatto di serie B la pratica della poesia d’amore. Da giovane ho avuto anch’io questa tentazione snobistica o deformazione che sia. Ma, per fortuna, mi sono accorto per tempo che non si poteva rinunciare a dare espressione poetica alle emozioni dell’amore. Ho pubblicato varie cose, nel corso degli anni. Cominciando da un lungo poemetto, “Per amore o per forza”, nella raccolta Piccola colazione e poi via via proponendo gruppi di poesie singole. Da tempo vado preparando un “libro” compatto di poesie d’amore, che non è ormai molto lontano dal vedere la luce.

7) Non ho mai sentito l’esigenza di apprendere a memoria la poesia, preferisco leggerla a voce alta. Del resto, ho smesso da molto tempo di mandare a memoria alcunché, dopo aver preso coscienza del meccanismo con cui il nostro cervello setaccia e cancella come “sostanza fisica, materiale” la quasi totalità di quello che lo attraversa, conservando in modo molto selettivo solo l’impronta di ciò che sente “essenziale” (l’essentia è l’astratto, o l’”estratto”). La memoria inconscia è il vero grande archivio e serbatoio da cui trarre alimento, creativamente. E, dunque, non ha senso fare l’elenco dei propri presunti riferimenti, dei poeti amati, degli scrittori preferiti. Per la semplice ragione che i padri rifiutati contano molto di più di quelli riconosciuti. Senza, con questo, voler togliere importanza a ciò che si è letto e riletto per la consonanza che vi si sentiva per adesione. Del resto, il mio gusto per la poesia è nato in una fase ancora di analfabetismo: la fase quasi preverbale, intorno ai due anni, in cui si scopre il linguaggio e si gioca con i suoi materiali di riporto. Quella è stata per me l’occasione divampante, in cui ho cominciato a soffiare musicalmente dentro le parole senza più smettere. E lo so, lo sento che ho imparato allora. Il che non mi fa affatto trascurare tutte le letture che ho attraversato dopo, e sono stato senza dubbio un grandissimo lettore. E, in seguito, mi sono occupato da studioso della letteratura. Però, pur essendomi fatto un’idea della poesia, quando scrivo poesie me ne dimentico sempre.

Niente mai accade per caso e, se gli uomini hanno sentito il bisogno dell’intelligenza artificiale e di costruire il cervello elettronico, c’è una ragione profonda che è legata all’impulso inconscio dell’autoconservazione e della metamorfosi in atto. Solo ciò che si trasforma continua. E il nostro cervello si sta modificando. Tende, in particolare, a liberarsi dal carico della memoria per essere più elastico (e noi sappiamo, dai nostri computer, che più ne riempiamo di file la memoria e meno sono operativi). Ecco allora il nostro trasferire buona parte della memoria al computer, che diventa un collaboratore fondamentale della nostra attività intellettiva. Gli strumenti non sono mai solo strumenti e, più li si usa, più diventano sostanza stessa dell’operare. A maggior ragione, questo vale per il computer. Creativamente, sento il computer non soltanto come uno strumento prezioso per agevolare il lavoro, ma un’occasione nuova e altra, addirittura aliena, per migliorarlo. Per non parlare della capacità di propagazione comunicativa che il computer rende possibile.

8). C’è una scena indimenticabile in “Amarcord” di Fellini: il pranzo a casa di Titta. Può servire a spiegare il mio titolo Piccola colazione. C’è aria di tempesta attorno al tavolo. E niente può rappresentare la precarietà meglio di quell’incontro di persone e, insieme, la decisiva connessione dei loro destini. Tutto ruota lì intorno: inquietudini, risentimenti, delusioni, speranze, affetti, paure. Nel ripetersi della “piccola colazione” quotidiana di cose e di parole. Così, tra opposte pulsioni. Tra riso e pianto, che convivono; che sono, in fondo, lo stato d’essere. Lì dove idee, sogni e pensieri scivolano di mano ai presenti e il dramma si definisce nei suoi risvolti comici. In questo senso “piccola colazione”. Nel senso del frullato verbale quotidiano che ci vede agenti agiti e mangianti mangiati. In quella traiettoria contraddittoria di cui parlavo, dall’oscurità dell’io al senso e alla ragione, e viceversa. E, dunque, anche nel senso di un cannibalismo che spinge quotidianamente al rimasticamento di ogni pezzetto di sé.

Piccola colazione è poesia prevalentemente di “interni”, la casa e le vicende che entro quelle mura si consumano, ma anche gli anfratti poco illuminati della mente e della coscienza. Qui, nel ritorno alle cose e alle ombre, si celebrano i riti di iniziazione alla vita, alla corporeità, alla scoperta e al riconoscimento di se stessi. Questo mondo di ambienti e di oggetti sembra a volte starti stretto, soffocarti ma anche contenerti e proteggerti, come una nicchia di senso, la cui perdita o annullamento determinerebbe la caduta dell’identità e del tentativo di cercarla. Forse l’identità sta nel nostro coincidere con le cose, nel portarcele addosso come la pelle. E’ proprio come avviene per la casa e prima ancora per l’utero materno. Il chiuso ti protegge e ti consente di crescere, ma anche ti contiene e ti costringe. E’ una fortezza e una prigione. Ma bisogna fare esperienza degli interni per conquistare gli esterni. E’ così anche nel percorso della conoscenza, dal dentro al fuori, dal buio alla luce; transitando per i passaggi e attraverso le ombre, le une e gli altri decisivi per lo sviluppo, Ancora una volta come per la fotografia: la camera chiusa e oscura, necessaria per far conquistare luce e colori ai negativi. L’essere costretti nel chiuso e nel buio come molla verso l’aperto e la luce. Ogni azione determina una reazione uguale e contraria. E, in questo movimento, la ricerca dell’identità: inarrestabile e mai compiuta, ma per continui aggiustamenti ragione stessa di vita.

Noi stessi e la realtà intorno a noi, tutto è parte di un colossale processo di metamorfosi. E’ un continuo modificarsi apparentemente insensato e comunque tremendo. Si è portati a vederlo inevitabilmente nel senso della perdita e del lutto, cioè a proprio danno, nella paura e nel dolore. Ma a me con gli anni è capitato di superare questa condizione, che già in Piccola colazione (e, analogamente, in Diario di Normandia) si era comunque stemperata e fatta più distesa, nello sforzo di distacco e di messa a fuoco. Oggi (molta acqua, naturalmente, è passata sotto i ponti), questa opera continua di cancellazione che chiamiamo morte, la sento piuttosto come fase di passaggio: non meno misteriosa e inquietante, ma aperta e non cupa. Il movimento è ancora e sempre quello di deriva (come potrebbe essere diversamente?), ma nella serena condizione della vita che avanza e si trasforma rimanendo se stessa. Forse mi piacerebbe dire che è l’effetto di una saggezza accumulata con l’esperienza… Magari lo fosse! Ma il saggio, in ogni caso, sa bene di non sapere un bel niente della vita e sulla vita. Eppure sente di vivere meglio e in modo più intenso. Mettiamola così. Per il resto, in questa ventina d’anni dall’uscita di Camera oscura, ho lavorato molto su tre filoni principali, chiamiamoli così (tre esperienze per me interessanti e decisive): il morire, affrontato soprattutto in un lungo poema: La gioia e il lutto, percorso di un io morente dalle ultime stanze della vita fino al passaggio estremo, e in una serie di poesie dedicate alla privazione della libertà nel carcere e nelle tossicodipendenze; l’essere padre, cioè uno che trasmette la vita, in una specie di pedagogia involontaria in versi; e l’incapacità di aderire alle cose del mondo, in una raccolta in tre o quattro tempi. E ho continuato a scrivere con la coscienza sempre più solida che la creatività è l’esercizio di una pratica magica. Da mago per me scrivere è andare dietro alle mie ossessioni con l’immaginazione (etimologicamente legata alla magia), che non è affatto la facoltà arbitraria che normalmente si considera, ma una logica profonda che affonda nel buio luminoso del nostro inconscio. Senza con ciò rinunciare all’uso dell’intelligenza che come l’immaginazione è un movimento verso l’interno (in-), per “leggere dentro” nel caso della prima e per “impadronirsi del dentro” nel caso della seconda. Perché la verità è sempre “dentro”, protetta e camuffata dall’evidenza che è sempre apparenza.

Qualsiasi sia la nostra storia, poggia sul vuoto. Nel senso che ciascuno di noi, balzando fuori da se stesso, deve combattere la sua battaglia con il vuoto. Non c’è consolazione ma non c’è neppure disperazione. Meno che mai nichilismo. Affrontare il nulla non significa ridurre il tutto a niente. Ma il nulla è l’altra faccia della vita, come ci dice l’antica tradizione sapienziale. E il fatto di andare intanto navigando alla deriva non vuol dire che non si arrivi da qualche parte. E’ la straordinaria forza della contraddizione che si impara con l’esperienza, quel principio di contraddizione costitutivo della realtà di cui parlavo sopra.

Penso sempre più di affidarmi alla legge dell’inversamente proporzionale, per cui il grande è attingibile nel piccolo, nel semplice, nel tono sottovoce, smorzato, chiaroscurale del linguaggio, nelle sue sacche interne e mediante il quale soltanto il sublime, a cui non rinuncio, è davvero pronunciabile. La mia visione del sublime, rinvia forse anche ad un diverso strumento per vederlo e osservarlo, una sorta di cannocchiale alla rovescia che riduce, rimpicciolisce. Lo dicono anche i fisici che l’unico modo per l’uomo di trovare l’infinito è di cercarlo nel piccolo. E, nei loro laboratori, cercano l’infinitamente grande nell’infinitamente piccolo. Il segreto, del resto, è lì: in quel vincolo estremo che tiene assieme particelle minime che si attraggono perché si respingono. Spezzare quel vincolo, lo sappiamo, scatena un’energia violentissima. Quanto più contenuta è la compressione, tanto più incontenibile è l’esplosione. Insomma, per dirlo con una battuta taoista, il mondo empirico e quello metafisico sono tutt’uno. E’ un ossimoro molto stimolante anche per la poesia. E la parola, per quanto possa apparire piccola e povera, ha valenza assolutamente sacrale.

Paolo Ruffilli

E’ uscito l’ultimo romanzo di GRM: “Una macchia nel sole”

Posted in Eventi, Informazioni, Letteratura, Maestri, Notizie on Maggio 24, 2009 by paolacastagna

una macchia nel sole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due motociclette truccate e tirate a lucido corrono come il vento lungo le strade di un’Italia sconvolta dalla IIª Guerra Mondiale. Alla guida il “Macchia” e il “Mazza”, un meccanico anarchico e un elettricista comunista, entrambi ventenni, già bersaglieri della“Legnano”, poi partigiani della “Ventottesima Brigata Garibaldi”. Abbracciate a loro la Santina e l’Edera, la prima minuta ma combattiva, la seconda cattolica ed emancipata, due ragazze di cuore, con le loro passioni e i loro ideali per un romanzo on the road di sacrificio, di lotta e d’amore. (Pag. 280 – Prezzo Euro 20.00)

Gian Ruggero Manzoni è nato e vive a San Lorenzo di Lugo, in Romagna. Narratore, poeta, pittore, teorico d’arte, ha pubblicato con case editrici come Feltrinelli, Scheiwiller, Il Saggiatore, Campanotto, Edizioni del Bradipo, Diabasis, Il filo, Moretti & Vitali e altre: Pesta duro e vai trànquilo, Il dolore, Gotthold Nysa, Caneserpente (Premio Mont Blanc per la narrativa inedita), Peso vero sclero, Tango Croato, Il Morbo (Premio Todaro Faranda per la narrativa inedita, Premio Città di Bari poi Premio Francesco Serantini), Gli addii, La Banda della Croce, Scritture scelte dal 1977 al 2003 (Volume I° e II°), L’albero di Maehwa. Assieme a Gianni Celati e a Ermanno Cavazzoni ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco di prose Il semplice (Feltrinelli). Con le Edizioni del Girasole ha dato alle stampe il romanzo breve Il Francese ed è presente nelle antologie Il ricordo è un pezzo di eternità e Eccoti fuor dal buio (a cura di Maria Giovanna Maioli) e Via Crucis (a cura di Giuliana Montalti). Sue opere sono state tradotte in Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Argentina, Uruguay, Francia. Per anni ha diretto la rivista di Letteratura e Arte Origini, ora dirige ALI, quadrimestrale d’arte, letteratura e idee

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