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I VOLTI DI HERMES

Posted in Arte, Attualità, Eventi, Informazioni, Letteratura, Maestri, Magie, Notizie, Poesia, Tradizioni on Novembre 5, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

(In margine a una nuova collana di critica)
di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia

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Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo. Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere… Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?» Non è così, però, che i suggerimenti di Hermes vanno intesi. Come ben sapevano alcuni dei maestri segreti (e più alti) del Rinascimento quali Pico e Ficino, si può essere seguaci di Hermes e insieme di Platone. Ciò che più, a noi, importa cogliere è che proprio sgombrando i nostri sguardi dai paraocchi dell’ideologia – fluidificando i nostri punti di vista, sciogliendo i nodi che ci imprigionano nella rigidità – il dio alato, ilare e sornione, il più sapiente e liberatorio fra gli dèi annidati nella nostra anima, ci aiuta a ritrovare il senso “vero” delle proporzioni, il cuore delle cose, la capacità di distinguere il bene dal male, il vero dal falso e il bello dal brutto. Occorre che la critica riscopra l’invenzione letteraria come l’immenso regno della metamorfosi, dell’incanto proteiforme e plurale, che sappia rifare dei propri itinerari nel mondo della creazione un gioco vasto, arioso e fluttuante tra i domìni opposti e fuggevoli del tutto, perché le sia concesso di ritrovare la sua forza epifanica, la chiarezza dei suoi orizzonti, la nitidezza autentica delle sue misure. Questa fiducia che si possano coniugare tra loro “allegria” e rigore, è alla radice della nostra proposta. Ecco perché la collana che inauguriamo intende ospitare opere di saggistica nate e cresciute nella densità di una forma e di un pensiero, ma, allo stesso tempo, innervate dal pathos leggero della toccata e fuga, dal palpito sottile dell’azzardo, dalla vertigine del pensiero analogico, dal fuoco vivo e illuminante dell’intuizione.

Edward Hopper

Posted in Arte, Maestri, Magie, Poesia on Novembre 3, 2009 by paolacastagna

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“Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.”

“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.”

“L’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri. Basta essere se stessi per mostrare necessariamente la razza e la cultura a cui si appartiene, con tutte le proprie caratteristiche.”

“Il mio scopo nel dipingere è sempre stata la più esatta trascrizione possibile della più intima impressione della natura.”

Edward Hopper

Colton Harris-Moore, il ladro ragazzino che tiene in scacco la polizia

Posted in Attualità, Eventi, Foto, Informazioni, Magie, Notizie on Ottobre 14, 2009 by paolacastagna

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Ruba aerei da turismo, li distrugge all’atterraggio e poi scappa. La polizia non riesce a prenderlo, Colton Harris-Moore è un ladro troppo abile. Ormai il diciottenne è il fuggitivo più amato in web, le sue “prodezze” fanno impazzire gli internauti, ma le autorità non lo hanno ancora fermato. A Island County, nello stato di Washington, è diventato il re dei furti: non solo aerei, ma anche macchine, carte di credito e oggetti nelle case. Su Facebook c’è un fanclub con 5mila iscritti, nella sua città vengono stampate le magliette con la sua faccia, ma di lui non si hanno tracce.  È cresciuto in una roulotte con la madre, ma evidentemente ha imparato bene a stare al mondo, dato che ormai ha beffato tutti. Pochissime le foto, ma i pochi scatti sono, a  mio avviso, molto convincenti.

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Il trucco con gli aerei è finora la sua impresa migliore: è sospettato del furto dagli hangar di tre aeroplani da turismo. Li pilota per breve tempo, fino a quando finisce il carburante, e poi li distrugge al momento dell’atterraggio. Finora se l’è cavata senza riportare ferite. Harris-Moore, ovviamente, non ha nessuna licenza di volo. Su un computer che ha utilizzato, la polizia ha trovato manuali e guide al volo che si era scaricato. L’ultimo velivolo «preso in prestito» è un Cessna 182 dal valore di circa 340mila euro che dopo un atterraggio d’emergenza è stato ritrovato abbandonato in un bosco. Era finita la benzina. Ha rubato anche auto di lusso e addirittura yacht. Inoltre è accusato di frode online. Ma questo gioco al rimpiattino con la polizia sembra solo stimolarlo a lanciarsi in nuove e più grandi imprese. Già da ragazzino Colton Harris-Moore preferiva starsene da solo e non giocare coi suoi coetanei. È stato arrestato e prelevato da casa sua già dieci volte prima dei 15 anni. Il suo primo furto l’ha compito a soli 12 anni. Ha interrotto la scuola e si è nascosto in case vacanze e nei boschi. Oggi ha 18 anni ed è alto quasi un metro e novanta. La sua pubertà l’ha trascorsa rubando nelle abitazioni vuote della costa. Poi si è specializzato in furti più raffinati. Gli è stato affibbiato il nomignolo di «ladro scalzo» perché durante i suoi crimini non ama indossare scarpe. Ha speso migliaia di dollari in acquisti online di videogame, navigatori Gps e strumenti professionali per la polizia usando carte di credito rubate. Col suo kit di sopravvivenza si nasconde sugli alberi, e riesce così a sfuggire alla polizia. Nel 2007 la sua fuga è terminata anche se solo per breve tempo: la polizia lo ha fermato e un tribunale lo ha dichiarato colpevole in tre casi di furto. Lo hanno messo in una struttura carceraria minorile, ma dopo appena un anno è riuscito a evadere.

I sacrifici umani dei Maya

Posted in Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Ottobre 12, 2009 by paolacastagna

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Da recentissime scoperte di alcuni archeologi, arriva la conferma che le vittime dei sacrifici umani, al tempo dei Maya, non erano le vergini, ma bimbetti e giovani uomini. La rivelazione, che smentisce le teorie fin qui accreditate, arriva da uno studio realizzato sui resti ossei trovati nei ‘cenote’ (le grotte) di Chichen Itza, nella penisola dello Yucatan. Come si sa, i ‘cenote’ erano grotte sotterranee naturali dove i sacerdoti Maya celebravano riti di propiziazione al dio della pioggia, Chaac, o a quello delle messi: nelle pozze d’acque sotterranee, nel cuore della giungla dello Yucatan, considerate l’ingresso nell’aldila’, i sacerdoti immolavano sacrifici umani. Dei 127 scheletri che l’archeologo Guillermo de Anda è riuscito a ricostruire, a partire dalle ossa ritrovate nei ‘cenote’ tra il 1961 e il 1967, quasi l’80% appartengono a bimbetti tra i 3 e gli 11 anni e il 21% ad adulti, in gran parte uomini. Secondo il ricercatore dell’Universidad Autonoma de Yucatan, i bambini venivano spesso gettati nei pozzi naturali ancora vivi oppure scuoiati e smembrati prima di essere offerti alle divinità, secondo pratiche rituali molto comuni nell’America pre-ispanica. Chichen Itza, che nella lingua maya significa “all’imboccatura del pozzo degli itza”, fu uno dei più rigogliosi centri politici, commerciali e religiosi del regno Maya del periodo classico. Finora si era sempre creduto che, ad essere immolate, fossero giovani vergini perché gli scheletri ritrovati erano spesso adornati con monili di giada. Anda ha confermato che è difficile individuare il sesso di uno scheletro che non sia ancora giunto ad età matura, ma egli ritiene che la mitologia e le pitture maja, nonché le ultime tecnologie adottate in campo medico, confermino la sua teoria.

Tazio Giorgio Nuvolari, il Mantovano Volante

Posted in Informazioni, Magie, Notizie on Settembre 30, 2009 by paolacastagna

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Tazio Giorgio Nuvolari (Castel d’Ario, 16 novembre 1892 – Mantova, 11 agosto 1953) è stato un motociclista e pilota automobilistico italiano. Dalla stampa e dagli appassionati era soprannominato Nivola e, per le sue origini, anche definito il Mantovano Volante. Nuvolari è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi piloti della storia dell’automobilismo mondiale, forse il più grande di tutti; ed è ancora oggi ricordato ed ammirato per le sue molte e speciali qualità, nonché per le sue doti umane. La popolarità di Tazio è straripante. I «grandi» dell’epoca se lo contendono. Il 28 aprile, undici giorni dopo il trionfo di Montecarlo, Gabriele D’Annunzio lo riceve al Vittoriale e gli regala una piccola tartaruga d’oro («all’uomo più veloce l’animale più lento») che Tazio considererà un amuleto ma anche un simbolo. La appunterà alla maglia gialla in corsa, la farà stampare sulla carta da lettere, dipingere sulla fiancata del suo aereo personale e anche riprodurre in alcune copie che – esattamente alla maniera di D’Annunzio – regalerà agli amici, alle persone care o “importanti” . Nuvolari è colpito da un grave lutto, la morte del figlio primogenito, Giorgio, diciannovenne, avvenuta per malattia. Tazio riceve la notizia a bordo del «Normandia», mentre sta attraversando l’Atlantico per tornare a disputare la Coppa Vanderbilt. Il grande successo dell’autunno precedente sembra lontano anni luce. L’Alfa di Nuvolari prende fuoco ed egli si salva lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Ma a piegarlo in due è la morte, pure per malattia, del secondo figlio, Alberto, appena diciottenne. Un mese dopo, Tazio è comunque in pista, a Marsiglia, dove per mezz’ora dà spettacolo: purtroppo rompe il motore della sua Maserati e non supera la batteria ma lascia la sua zampata segnando il giro più veloce. Si aggrappa alle corse per sopravvivere, anche se molti pensano che cerchi, invece, come antidoto alla disperazione, una soluzione non meno disperata.

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Semenya è un ermafrodito… di nuovo il mito è fra noi

Posted in Attualità, Eventi, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Settembre 17, 2009 by paolacastagna

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Clamorose conferme sul caso Semenya Caster: secondo la stampa anglosassone è un ermafrodito istantaneo. La diciottenne sudafricana, recente vincitrice degli 800 metri ai Mondiali di Berlino del mese scorso, avrebbe sia organi sessuali maschili che femminili. A svelarlo i quotidiani The Sun di Londra e il Daily Telegraph di Sidney che grazie ad alcune fughe di notizie sarebbero riusciti ad avere in anteprima i risultati delle accurate analisi cui è stato sottoposta la Semenya per volontà della Iaaf. Proprio la Federazione Internazionale di Atletica, che ha sottoposto la sudafricana a esami del sangue, dei cromosomi e ginecologici, non avrebbe smentito l’indiscrezione che dunque prende sempre più piede. Ora necessita vedere che tipo di decisione prenderà la Federazione. Caso spinoso, senza dubbio. L’ermafroditismo viene definito istantaneo o simultaneo quando l’individui presenta contemporaneamente gonadi maschili e femminili oppure una sola gonade in grado di produrre sia sperma che uova (ovotestis). Il termine ermafrodita deriva da Ermafrodito, il figlio di Ermes e Afrodite, personaggio della mitologia greca che, essendosi fuso con una ninfa, risultava possedere tratti fisici e organi sessuali di entrambi i sessi. In tutto il pianeta, ad oggi, si parla di non più di 50 ermafroditi istantanei (ovviamente censiti in quei paesi in cui il sistema sanitario è avanzato), cioè puri, quindi che, paradossalmente, potrebbero autofecondarsi. Uno di questi è Semenya Caster.

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Jung aveva ragione, le Voci che si odono o sono quelle di Dio o quelle del Demonio…

Posted in Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Settembre 13, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Santa Giovanna d’Arco… uditrice di voci

Fin dai tempi più antichi esistevano persone che affermavano di udire voci che nessun altro poteva sentire, ma a seconda dell’epoca e della cultura, il significato e il valore attribuito al fenomeno e a chi lo esperiva cambiava molto. Vorrei quindi cominciare col spiegare chi è, nella società odierna, l’ “uditore di voci”. Iniziamo dalla psichiatria classica che sostiene fermamente che le voci, ovvero “allucinazioni uditive”, siano sintomo di malattie o disfunzioni cerebrali gravi, far le prime la Schizofrenia o la Paranoia, in cui le allucinazioni sono strettamente correlate all’attività ideativa delirante ed hanno come temi emotivi dominanti la persecuzione, la minaccia, l’offesa e l’ingiunzione. Le allucinazioni uditive, prevalentemente di tipo complesso, si presentano come voci sussurrate dialoganti o commentanti, oppure col tipico “eco del pensiero” nel quale il soggetto ode la ripetizione sonora del proprio pensiero. Secondo il DSM IV, bastano le allucinazioni uditive come unico sintomo per soddisfare il Criterio A (ovvero quello dei sintomi caratteristici) e, le stesse, vengono collocate nei sottotipi della schizofrenia (di tipo paranoide)… eppure sia Bleuler che Kurt, due esimi psichiatri, concordavano sulla non specificità, non essenzialità di questo sintomo come elemento patognomico di schizofrenia. Oppure le si attribuiscono alla cosiddetta Depressione Maggiore, dove i contenuti emotivi associati alle allucinazioni sono la colpa, il rimprovero e l’accusa. Quindi a uno Stato Maniacale, in cui sono presenti allucinazioni uditive, generalmente di tipo elementare. Nella fase maniacale sono particolarmente mutevoli e dominate da contenuti disforici quali grandiosità ed esaltazione. Oppure derivano da un Disturbo Dissociativo, dove le allucinazioni uditive si presentano generalmente complesse, con contenuti estremamente variabili a seconda del soggetto. Anche nel Disturbo Borderline, in situazioni di stress, si possono verificare difficoltà nel mantenere nessi associativi e riscontrare episodi psicotici brevi con allucinazioni uditive. Anche l’Epilessia del lobo temporale dovrebbe dare questo sintomo, ma in questo caso le allucinazioni uditive sono rare e associate a contenuti emotivi quali il terrore e l’ansia. Infine, anche l’uso di sostanze psichedeliche stimola la comparsa di allucinazioni uditive. Mi sembra significativo il fatto che la psichiatria dia maggior importanza alla forma dell’ “allucinazione uditiva” invece che al suo contenuto. La psichiatria sociale interpreta le voci come un’esperienza metaforica del contesto e della storia di vita dell’uditore. Nella psicologia cognitiva le voci sono viste come interpretazioni delle proprie percezioni date da un tipo particolare di elaborazione dell’informazioni. La teoria della “mente bicamerale” di Jaynes (psicologo sperimentale) sostiene che, fino al 1300, udire le voci era una cosa comune, in quanto, nell’antica Grecia, “al posto della coscienza parlavano gli dei”; questa credenza era dovuta a una reale modalità di funzionamento della mente dominata, all’epoca, dall’emisfero destro, il quale, attraverso commissure con l’emisfero sinistro, produceva delle vere e proprie voci fisicamente ascoltabili (dato il coinvolgimento dell’area di Wernicke). Il sistema di voci interveniva qualora occorresse prendere delle decisioni. Lo sviluppo dell’emisfero sinistro e del linguaggio avrebbero poi comportato una dislocazione della “voce-coscienza” all’interno del dialogo interiore. La coscienza ha quindi origine dalla scomparsa dell’udire voci collettivo, ovvero dal crollo del funzionamento della mente bicamerale. L’uditore di voci è colui che riattiva il modello sovra esposto, in presenza di determinati fattori fisiologici, psicologici, personali. Inoltre è stato dimostrato che l’area dell’emisfero destro descritta da Jaynes, se stimolata elettricamente negli esseri umani, riproduce esperienze uditive simili a quelle provate da chi ode le voci. Jung, anche lui uditore, considerava l’inconscio collettivo una possibile fonte di voci, in quanto credeva che le ultime costituissero una manifestazione di contatto con il mondo inconscio spirituale che tutti noi condividiamo. Le voci venivano quindi vissute come un non-me. L’Analisi funzionale ritiene, invece, che le voci siano date da un cattivo funzionamento comunicativo fra sottopersonalità o parti dissociate. La dissociazione spiega il fenomeno come esito dell’azione di un meccanismo difensivo che agisce rimuovendo emozioni e ricordi (associati a particolari situazioni minacciose), che però ricompariranno a posteriori sotto forma di voci. Infine, sembra esserci una correlazione tra traumi, abusi subiti nell’infanzia e la successiva comparsa di voci. La psichiatria adotta una visione del mondo di tipo meccanicista in base alle quale stabilisce i canoni della salute sulla congruenza percettiva e cognitiva a questa prospettiva, ma io ritengo doveroso esporre anche le prospettive non psichiatriche: molte volte le voci vengono attribuite a guide personali, a mentori che preparano verso un cammino spirituale. Misticismo… basti pensare a una delle qualsiasi religioni più conosciute nel mondo, le teocrazie cristiane, ebraiche, mesopotamiche, egiziane […] dove santi, profeti, maestri o saggi (Mosè, Maometto…), sono stati guidati o illuminati da voci interiori; infatti, come ho detto, in certi periodi storici, l’udire voci era un fenomeno comune e diffuso. Già nell’antica Grecia la trance oracolare era un fenomeno istituzionalizzato. Dono paranormale, ovvero la capacità di interagire con esseri umani che si trovano su un piano diverso di realtà (comunicazione con i morti). Tale capacità può essere innata o acquisita attraverso vicissitudini come traumi o esperienze pre-morte che riescono ad abbattere i confini del nostro campo di esistenza. La percezione paranormale include la chiaroudenza, ovvero la capacità di udire una voce interna comunicare un messaggio che riguarda la realtà condivisa. Interessante è anche la prospettiva Karmica che sostiene che l’esistenza di una vita umana sia accompagnata da uno spirito che risiede nel corpo e lo abita fino alla morte, per poter così svolgere i compiti assegnatogli dalle leggi del Karma. Alla morte del corpo, dopo aver fatto ritorno nel suo regno, lo spirito può reincarnarsi in un’altra forma corporea. Le voci, possono essere attribuite proprio a questi spiriti. Da questo possiamo capire come sia fondamentale il ruolo della cultura di riferimento nell’attribuire lo status di “patologia” e come sia labile e sottile la linea di confine tra ciò che definiamo “normale” e ciò che definiamo “patologico”. In molte culture gli individui imparano e sono incoraggiati ad innescare stati dissociativi, come ad esempio in alcuni riti di possessione, nei cambiamenti di identità, nell’assunzione di ruoli ieratici. Quindi il fenomeno delle voci è molto più complesso della semplice definizione di allucinazione…

Una delle più sorprendenti sculture del passato in metallo

Posted in Arte, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Settembre 8, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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La cosiddetta Colonna di Ashoka è una testimonianza dell’abilità metallurgica antica. Ritrovata a Dheli, in India, è alta oltre 7 metri, per circa 40 cm di diametro e pesa intorno alle 6 tonnellate. Sulla base vi è un’iscrizione, quale epitaffio per il re Chandra Gupta II, che morì nel 413 d.C. La colonna è mirabilmente conservata: la superficie liscia sembra ottone lucidato. Il mistero che la avvolge è grande, visto che qualsiasi altra massa di ferro soggetta alle piogge e ai venti dei monsoni indiani per 1600 anni si sarebbe ridotta in ruggine già da molto tempo! Ma le tecniche di produzione e di conservazione del ferro presenti in questo manufatto superano di gran lunga quelle del quinto secolo d.C.; il manufatto, inoltre, è probabilmente molto più antico (di migliaia di anni). Chi erano i tecnici metallurgici che produssero tale meraviglia, e che fine ha fatto la loro civiltà?