
Bollettino di guerra 1081, Fronte Orientale: Isbuschenskij, Russia, alle prime luci dell’alba del 24 agosto 1942 il Savoia Cavalleria (700 cavalieri), che aveva passato la notte in mezzo alla steppa in quadrato protetto dai cannoni delle Voloire, le Batterie trainate da cavalli, si preparava a riprendere la marcia verso un anonimo punto trigonometrico verso le sponde del Don, la quota 213,5. Durante la notte tre battaglioni di truppe siberiane (circa 2.500 soldati) si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche, fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio, da nord-ovest a nord-est. Attendevano l’alba per far scattare la trappola mortale. Prima di togliere il campo, però, veniva mandata in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal sergente Ernesto Comolli. Doveva controllare, in particolare, un carro di fieno intravisto la sera precedente. Alle 3.30 la pattuglia partiva al piccolo trotto. Fu quasi per caso che un componente della pattuglia, il caporalmaggiore Aristide Bottini, notò, nell’incerta prima luce dell’alba, qualcosa che luccicava fra i girasoli. Era un elmetto russo. Partiva, quindi, il primo colpo di moschetto che centrava il sovietico e scatenava un rabbioso fuoco di reazione. Venivano contate sessanta mitragliatrici oltre a mortai e artiglieria leggera. Una vera e propria pioggia di fuoco si abbatteva sul quadrato del Reggimento che si apprestava a ripartire. Ma la sorpresa durò soltanto un momento. Venne dispiegato lo stendardo da combattimento e il comandante, il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, con una serie di decisioni prese in base all’esame della situazione, andava a disegnare una delle pagine più gloriose e coraggiose della cavalleria di tutti i tempi. I pezzi, vecchi ma ben diretti, delle Voloire e i cannoncini anti-carro avevano iniziato a rispondere al fuoco russo con precisione, ma c’era bisogno di un diversivo. Il comandante ordinava quindi al 2° Squadrone, guidato dal capitano Francesco Saverio De Leone, di caricare a fondo i sovietici sul fianco. In realtà, secondo le testimonianze, sembra che in un primo momento volesse caricare con tutto il Reggimento, con lo stendardo al vento, ma venisse convinto dal proprio aiutante, il maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano, a dosare le forze in ragione dell’evolversi della situazione. Il 2° Squadrone, dopo aver effettuato un’ampia conversione, con il tromba avanti a tutti, caricava a ranghi serrati a sciabolate, raffiche di mitra e bombe a mano: i sovietici venivano colti di sorpresa, molti fuggivano, altri cercavano riparo nelle buche, soltanto alcuni opposero una coriacea resistenza. Diversi cavalli e cavalieri erano colpiti, ma lo squadrone ritornava alla carica a fronte inverso. In quel momento il comando del Reggimento inviava il 4° Squadrone appiedato, comandato dal capitano Silvano Abba, in un attacco frontale per alleggerire l’impegno del 2° Squadrone. I russi, in buona parte, si sbandavano, ma comunque ancora tenevano il terreno e provocavano sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani. Veniva, allora, ordinata la carica anche del 3° Squadrone a cavallo, comandato dal capitano Francesco Marchio. Lo squadrone, tromba in testa, irrompeva sul campo di battaglia nel mezzo del fronte sovietico, che intensificava la reazione. Secondo le testimonianze, i cavalli galoppavano furiosamente, talvolta pur feriti, mentre i cavalieri sciabolavano e sparavano coraggiosamente in mezzo ai russi in evidente difficoltà. Con alcune ulteriori cariche la resistenza dei sovietici cessava, nonostante il soverchiante numero dei mezzi bellici e dei soldati, sconvolti e terrorizzati dall’improvvisa e violenta reazione della cavalleria italiana. Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto, da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento. I sovietici lasciano sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).

L’azione, coraggiosa quanto audace, aveva portato, soprattutto, all’allentamento della pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e aveva consentito il riordino delle posizioni italiane, salvando migliaia di soldati dall’accerchiamento. Il Reggimento ebbe la medaglia d’oro allo stendardo, furono concesse due medaglie d’oro alla memoria, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra, diverse promozioni per merito di guerra sul campo. La carica di Isbuschenskij ebbe subito una vasta eco, destando ammirazione fra gli alleati tedeschi (mai generosi nel riconoscere i meriti italiani) e anche tra i nemici sovietici. In Italia suscitò un vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa e ampie cronache nei cinegiornali Luce. Ciò, comunque, non impedì la successiva, tragica ritirata di Russia. Fu l’ultima carica in assoluto della cavalleria dell’esercito italiano.