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Gli amanti di Valdaro.

Pubblicato su Foto, Magie, Notizie, Poesia il Maggio 9, 2008 da paolacastagna

 

Due scheletri, probabilmente di un uomo e una donna, abbracciati da 6000 anni, sono stati trovati a Valdaro, in una zona industriale vicino a Mantova, durante alcuni scavi. Secondo gli archeologi si tratterebbe di una coppia di individui giovanissimi, morti nel periodo neolitico. I due sono stati sepolti uno di fronte all’altro, faccia a faccia; le ossa delle braccia e delle gambe si sovrappongono in un abbraccio che gli ha già fatto guadagnare il nome di “amanti di Valdaro”.

“L’albero di Maehwa”… sull’ultimo romanzo di Gian Ruggero Manzoni

Pubblicato su Arte, Letteratura, Notizie il Maggio 2, 2008 da paolacastagna

  

 

La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni  /  giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento.  / Novembre cancellerà le tracce / e ogni tronco andrà disperso / nella viscida e fangosa corrente.  / Urina e sperma  / per arrotare quello che ci rende specie.

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Da “Il perdono della foglia di neve” di Paola Castagna

 

Lo scrittore Gian Ruggero Manzoni, uno e plurimo, ci narra l’ennesima avventura del suo esistere… cantastorie come pochi, ci presenta un’altra faccia del passaggio che lo e ci attraversa. Il continuo della sua poesia, il proseguo dei suoi dipinti, l’incalzare dei suoi racconti, la storia, quella maledetta, di cui l’uomo si scorda di continuo, sono il cibo che alimenta questo artista poliedrico. L’uomo dimentica, Manzoni no, e ci ricorda chi siamo, dove siamo, dove finiremo. Quest’ultimo suo romanzo (sebbene la bella veste grafica, ahime disturbata da un qualche refuso, forse scaturito dall’aver sfidato, com’è nel suo stile, morte e divinità) parla, nel contemporaneo, della provincia italiana, di bellezze, di brutture, di amore, di cinico distacco, di nichilismo, di fede, di ipocrisia, di delinquenza, di opportunismo, di generosità, e, dilaniando via via lo stesso autore, arriva e stritola fra due mani l’essenza di un’umanità perduta nella globalizzazione e nello sfacelo. Scava a fondo. Colpisce implacabilmente. Un “Nessuno”, l’Ulisse di sempre, si muove nelle pagine con lo spasimo di chi consapevole di quella fragilità del grande che gli è propria. Capitoli che si susseguono ad incastro e vite che s’incontrano su di un limite conducono il lettore verso il desiderio di sapere come, quando e dove l’esito… se un esito mai ci sarà. E così il fare tesoro e la preziosità di adempiersi, in seguito, a un’ulteriore conoscenza acquista la valenza di un trattato in cui, menzogna e verità, convivono con pari tensione rivolta a un assoluto. Manzoni, con questo libro, c’insegna, ancora, quel qualcosa che parla da un altro dove con la coscienza, in sé, dei secoli. Ecco la condanna verso i sistemi borghesi acquisiti e imposti, poi il rivendicare una natura stanca che, per destino infame e per vecchiaia sapienziale, non può mai smettere di combattere: “…come demone che incontra l’arcangelo nel Giudizio Finale”. Impossibile leggere e nel contempo pensare di restare immuni; certe parole, certe frasi, certe scelte di vita sono come graffi che dilaniano dentro. Espressionistico e oscuro il groviglio di sensazioni che nell’andare si scioglie per divenire realtà e luce, poi il fioretto appuntito che si appoggia e penetra le carni, quindi la sciabolata, che stronca il respiro. È sul ring che la vita acquisisce valore, mossa da un fato che l’autore considera già scritto. Il pugilato, o “nobile arte”, è disciplina estrema… è stile, sia nell’attacco come nella difesa. È, assieme alla corsa, lo sport più antico praticato in Occidente, e Manzoni lo usa quale metafora e quale ritmo per condurre la narrazione. Ne “L’albero di Maehwa”, un albicocco bonsai di pregevole valore, vecchio di 200 anni (simbolo della continuità oltre ogni morte e ogni sventura), è la nobiltà (praticata) che, appunto, conosce la gloria più alta, così come la scelta diviene motivo conduttore. La strada è di nuovo palestra di vita, laddove il dolore imbratta i muri e la miseria rende bestie; là dove l’umiltà è di casa e la riconoscenza diviene ricompensa mossa da un codice inviolabile che trova nel femminile testimonianza ed eterno. Madre, figlia, moglie, amante, quindi concubina religiosa e casta… l’autore non bada a spese nell’esaltare, o schiacciare, le donne che gli vivono a fianco o lo abitano in grembo. La parola, in questo romanzo, più che in altri scritti di Manzoni, è sporca, dialettale, gergale, corrosa, umida, e in essa mascolinità e femminilità si congiungono per dare vita a una possibile speranza, seppur (forse cristologicamente) ancora figlia di un sacrificio. L’io e l’altro io e l’altro io, fino all’esaurimento, minuettano sul quadrato, senza che alcun arbitro possa intervenire o voglia intervenire. Sì, la partita a scacchi con la morte la si gioca sul ring, nel sudore e nella fatica, con semplicità e dedizione, con  scaltrezza e nel baratto. “Nel secolo scorso la boxe italiana ha sempre insegnato al mondo, ricordatevelo ragazzi. Tecnica mista a coraggio e a umiltà…Loi, D’Agata, Mazzinghi, Riga, Kalambay, Rosi, Mitri e tanti altri. Non abbiamo mai avuto dei grossi picchiatori, ma riuscivamo a tenere il ring con la testa, col fiato, col fegato e con la classe…” (capitolo 10 pagina 49). Lo scrittore, attraverso l’epica, in tal modo c’impone, come in ogni buon allenamento di boxe, di respirare a bocca chiusa e di resistere ai suoi attacchi, quindi ci esorta, con lirica, a guardare oltre le parole, perché infiniti divengono i piani di lettura… di analisi del testo che, da racconto di vita e malavita, si trasforma, frase dopo frase, in somma allegoria di uno scontro fra titani. Uomo della seconda metà del Novecento, che mai si è fatto scrupolo d’indagare attraverso tutte le arti l’essenza (o il senso) dell’esistere, Manzoni ha la grande capacità di portare a compimento questa saga senza che poi il romanzo abbia, infine, un vero e proprio epilogo, perché il narrare potrebbe continuare ancora e ancora, senza mai stancare. Libro-Vita, quindi… o, per meglio dire, Libro-Mondo, in perenne apertura, in perenne divenire, che non si vorrebbe mai terminato. E questo è il credo di Manzoni nei confronti dell’arte: un continuum di esperienze che vanno a tracciare, come diceva Borges, il volto di chi le racconta. Poi la morale: “…La morte deve sempre essere elemento portante di ogni ragionamento, da porsi sia all’inizio di esso sia alla sua conclusione. Noi uomini dobbiamo sempre ragionare in funzione della morte, o accompagnarla a ogni idea elaborata e quindi espressa…è l’unica certezza che abbiamo, quindi è l’unico punto fisso per poter giungere a delle conclusioni, poi a delle decisioni”( capitolo 9 pagina 47-48). Così l’autore de “L’albero di Maehwa” ci mette alla prova e, sempre attento a tenere la narrazione in pugno, ci sorride e misura quel che siamo, passo dopo passo.

 

Paola Castagna

L’ALBERO DI MAEHWA… il mio ultimo romanzo… appena uscito

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Notizie il Aprile 25, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un valore. Una Rimini invernale, ormai preda di bande criminali e lupi giunti dai quattro angoli del pianeta, si ammanta di tragedia. Una truffa, la stanchezza di vita, il desiderio di riscatto, viaggiano su di una sura del Corano, per poi trovare rifugio tra i rami di un bonsai vecchio di duecento anni. Crudo l’epilogo, seppure sostenuto da una fierezza d’altri tempi. Infine il giocare a scacchi con la morte, come nel film di Bergman, non può che ridare nuova vita, dignità, speranza e un senso a chi ha vissuto ai bordi per anni, nel ricordo dei fasti di un passato, di un titolo di Campione d’Italia o in fuga dalla miseria o da “moderne” schiavitù. (Un libro per palati fini… come sempre n.d.a.)

L’ALBERO DI MAEHWA di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Il Filo, collana “L’ordito e la trama” diretta da Paolo Lagazzi, Daniela Tomerini e Tiziana Fumagalli, distribuzione nazionale Mursia.

 

 

 

 

 

 

 

per ulteriori informazioni: http://www.ilfiloonline.it/Lordito/lalberodimaehwa.asp

A ricordo di Pippa Bacca

Pubblicato su Arte, Informazioni, Notizie il Aprile 13, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Sabato prossimo inaugurerò una mia mostra di pittura alla Galleria Portfolio Artecontemporanea di Senigallia (Ancona). L’evento sarà dedicato alla memoria di mia cugina “Pippa Bacca”. Vi aspetto.

19 aprile - 3 maggio “ELOGIO ALLA DIVERSITA’”, poesie e opere pittoriche di Gian Ruggero Manzoni.

Appuntamenti:
19 aprile alle ore 18:30 inaugurazione - 3 maggio alle ore 18:30 lettura poetica di Gian Ruggero Manzoni.

Orari di apertura al pubblico:
- in via f.lli Bandiera, 26: dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 20.00
- in via Fagnani, 3: dalle 18.30 alle 20.00
Per visite al di fuori degli orari indicati si prega di telefonare allo 071-64721

Direzione Artistica: Paola Casagrande Serretti

Per saperne di più clicca qui:
http://galleriaportfolio.it/

Con grande tristezza vi comunico che il corpo di mia cugina “Pippa Bacca” è stato ritrovato

Pubblicato su Arte, Informazioni, Notizie il Aprile 10, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Pippa Bacca (Giuseppina Pasqualino di Marineo) giovane artista italiana nipote di Piero Manzoni è stata uccisa in Turchia da un balordo. Era partita per una performer artistica inneggiante alla pace e alla fiducia fra gli uomini e da un uomo è stata uccisa. Altro non aggiungo. Sempre più difficile diventa sperare e sempre più mi rendo conto del come si muova il mondo. Grazie a tutti coloro che mi hanno inviato mail e messaggi. Lunedì il corpo tornerà in Italia. La Famiglia organizzerà una mostra ricordando Pippa. A lei il mio bacio.

Vicino alle nubi sulla montagna crollata

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Letteratura, Notizie, Poesia il Aprile 8, 2008 da paolacastagna

                        

Antologia a cura di Enrico Cerqueglini e Luca Ariano
(Campanotto Editore)

Poesie di:

L’ultima carica

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Notizie, Tradizioni il Aprile 6, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Bollettino di guerra 1081, Fronte Orientale: Isbuschenskij, Russia, alle prime luci dell’alba del 24 agosto 1942 il Savoia Cavalleria (700 cavalieri), che aveva passato la notte in mezzo alla steppa in quadrato protetto dai cannoni delle Voloire, le Batterie trainate da cavalli, si preparava a riprendere la marcia verso un anonimo punto trigonometrico verso le sponde del Don, la quota 213,5. Durante la notte tre battaglioni di truppe siberiane (circa 2.500 soldati) si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche, fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio, da nord-ovest a nord-est. Attendevano l’alba per far scattare la trappola mortale. Prima di togliere il campo, però, veniva mandata in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal sergente Ernesto Comolli. Doveva controllare, in particolare, un carro di fieno intravisto la sera precedente. Alle 3.30 la pattuglia partiva al piccolo trotto. Fu quasi per caso che un componente della pattuglia, il caporalmaggiore Aristide Bottini, notò, nell’incerta prima luce dell’alba, qualcosa che luccicava fra i girasoli. Era un elmetto russo. Partiva, quindi, il primo colpo di moschetto che centrava il sovietico e scatenava un rabbioso fuoco di reazione. Venivano contate sessanta mitragliatrici oltre a mortai e artiglieria leggera. Una vera e propria pioggia di fuoco si abbatteva sul quadrato del Reggimento che si apprestava a ripartire. Ma la sorpresa durò soltanto un momento. Venne dispiegato lo stendardo da combattimento e il comandante, il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, con una serie di decisioni prese in base all’esame della situazione, andava a disegnare una delle pagine più gloriose e coraggiose della cavalleria di tutti i tempi. I pezzi, vecchi ma ben diretti, delle Voloire e i cannoncini anti-carro avevano iniziato a rispondere al fuoco russo con precisione, ma c’era bisogno di un diversivo. Il comandante ordinava quindi al 2° Squadrone, guidato dal capitano Francesco Saverio De Leone, di caricare a fondo i sovietici sul fianco. In realtà, secondo le testimonianze, sembra che in un primo momento volesse caricare con tutto il Reggimento, con lo stendardo al vento, ma venisse convinto dal proprio aiutante, il maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano, a dosare le forze in ragione dell’evolversi della situazione. Il 2° Squadrone, dopo aver effettuato un’ampia conversione, con il tromba avanti a tutti, caricava a ranghi serrati a sciabolate, raffiche di mitra e bombe a mano: i sovietici venivano colti di sorpresa, molti fuggivano, altri cercavano riparo nelle buche, soltanto alcuni opposero una coriacea resistenza. Diversi cavalli e cavalieri erano colpiti, ma lo squadrone ritornava alla carica a fronte inverso. In quel momento il comando del Reggimento inviava il 4° Squadrone appiedato, comandato dal capitano Silvano Abba, in un attacco frontale per alleggerire l’impegno del 2° Squadrone. I russi, in buona parte, si sbandavano, ma comunque ancora tenevano il terreno e provocavano sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani. Veniva, allora, ordinata la carica anche del 3° Squadrone a cavallo, comandato dal capitano Francesco Marchio. Lo squadrone, tromba in testa, irrompeva sul campo di battaglia nel mezzo del fronte sovietico, che intensificava la reazione. Secondo le testimonianze, i cavalli galoppavano furiosamente, talvolta pur feriti, mentre i cavalieri sciabolavano e sparavano coraggiosamente in mezzo ai russi in evidente difficoltà. Con alcune ulteriori cariche la resistenza dei sovietici cessava, nonostante il soverchiante numero dei mezzi bellici e dei soldati, sconvolti e terrorizzati dall’improvvisa e violenta reazione della cavalleria italiana. Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto, da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento. I sovietici lasciano sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).

L’azione, coraggiosa quanto audace, aveva portato, soprattutto, all’allentamento della pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e aveva consentito il riordino delle posizioni italiane, salvando migliaia di soldati dall’accerchiamento. Il Reggimento ebbe la medaglia d’oro allo stendardo, furono concesse due medaglie d’oro alla memoria, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra, diverse promozioni per merito di guerra sul campo. La carica di Isbuschenskij ebbe subito una vasta eco, destando ammirazione fra gli alleati tedeschi (mai generosi nel riconoscere i meriti italiani) e anche tra i nemici sovietici. In Italia suscitò un vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa e ampie cronache nei cinegiornali Luce. Ciò, comunque, non impedì la successiva, tragica ritirata di Russia. Fu l’ultima carica in assoluto della cavalleria dell’esercito italiano.

La mattanza

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Notizie, Tradizioni il Aprile 5, 2008 da paolacastagna

La mattanza è la fase finale della pesca del tonno praticata con le tonnare, un complesso di reti che si cala in mare verso i primi di maggio e vi resta fino al mese di giugno. La tonnara è suddivisa in camere che sono disposte in fila e comunicano tra di loro per mezzo di porte, costituite anch’esse da pezzi di rete. Il tonno ripetendo di anno in anno sempre lo stesso percorso finisce per trovarsi dentro le camere. Quando il rais ( il capo della tonnara ) ritiene che il numero di tonni presente sia sufficiente, e se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, i tonni vengono “indotti” a entrare nella camera della morte, l’ultima, dove restano intrappolati. I tonnarotti, che stanno sulle barche disposte lungo i quattro lati della camera, al comando del rais tirano su la rete. I tonni man mano che gli viene a mancare l’acqua si dibattono, urtano violentemente tra loro, si feriscono.


Gioacchino Cataldo, il Rais della tonnara di Favignana

Quando sono ormai sfiniti li aspettano i “crocchi”, i micidiali uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche. La mattanza è uno spettacolo sanguinoso e crudele, il mare si tinge di rosso, sembra un campo di battaglia. E’ al tempo stesso emozionante, ed è per questo che gli spettatori non mancano, anzi di anno in anno si fanno sempre più numerosi, arrivando da quei luoghi dove la lotta per la sopravvivenza sembra essere un ricordo di tempi lontani.

La mattanza avviene ancora oggi secondo i riti e le regole tramandate nel tempo, la preparazione dura mesi, chilometri di reti, decine di ancore, centinaia di galleggianti, decine di barche e tantissimi uomini che preparano tutto con cura. Su tutti un capo, il rais, che assegna i compiti a ciascuno e che sovraintende su tutto e che è anche il responsabile finale di tutto. E alla fine è lui, il rais, che decide quando è tutto pronto e quando andare.