Archivio per la Categoria Poesia

I VOLTI DI HERMES

Posted in Arte, Attualità, Eventi, Informazioni, Letteratura, Maestri, Magie, Notizie, Poesia, Tradizioni on Novembre 5, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

(In margine a una nuova collana di critica)
di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia

http://www.esonet.it/img_art/alchimia/attributi_hermes.gif

Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo. Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere… Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?» Non è così, però, che i suggerimenti di Hermes vanno intesi. Come ben sapevano alcuni dei maestri segreti (e più alti) del Rinascimento quali Pico e Ficino, si può essere seguaci di Hermes e insieme di Platone. Ciò che più, a noi, importa cogliere è che proprio sgombrando i nostri sguardi dai paraocchi dell’ideologia – fluidificando i nostri punti di vista, sciogliendo i nodi che ci imprigionano nella rigidità – il dio alato, ilare e sornione, il più sapiente e liberatorio fra gli dèi annidati nella nostra anima, ci aiuta a ritrovare il senso “vero” delle proporzioni, il cuore delle cose, la capacità di distinguere il bene dal male, il vero dal falso e il bello dal brutto. Occorre che la critica riscopra l’invenzione letteraria come l’immenso regno della metamorfosi, dell’incanto proteiforme e plurale, che sappia rifare dei propri itinerari nel mondo della creazione un gioco vasto, arioso e fluttuante tra i domìni opposti e fuggevoli del tutto, perché le sia concesso di ritrovare la sua forza epifanica, la chiarezza dei suoi orizzonti, la nitidezza autentica delle sue misure. Questa fiducia che si possano coniugare tra loro “allegria” e rigore, è alla radice della nostra proposta. Ecco perché la collana che inauguriamo intende ospitare opere di saggistica nate e cresciute nella densità di una forma e di un pensiero, ma, allo stesso tempo, innervate dal pathos leggero della toccata e fuga, dal palpito sottile dell’azzardo, dalla vertigine del pensiero analogico, dal fuoco vivo e illuminante dell’intuizione.

Edward Hopper

Posted in Arte, Maestri, Magie, Poesia on Novembre 3, 2009 by paolacastagna

http://digilander.libero.it/Bouvard/blogimage/edward_hopper_empty_room.jpg

“Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.”

“Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.”

“L’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri. Basta essere se stessi per mostrare necessariamente la razza e la cultura a cui si appartiene, con tutte le proprie caratteristiche.”

“Il mio scopo nel dipingere è sempre stata la più esatta trascrizione possibile della più intima impressione della natura.”

Edward Hopper

2 poesie dell’amico Raffaele Piazza

Posted in Letteratura, Poesia on Ottobre 30, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://www.dedalonews.it/dati/images/aeronautica/DDN%20-%20SPAD%20in%20volo.jpg

Nuvola

Sera precedente che non torna
se hai spostato a occidente la vita
sotto un cielo
di cobalto in forma d’immenso e

se nel volto di madonna medievale
tu ragazza profana ,
in Via del Pino da finestra
una nuvola scorgi in forma di
cavallo la vedo anche io e

in quel movimento del velario
candido nel gioco del vento e

a inserirsi una cosa viva, la rondine
con un volare leggero pari a un jet
campito in quell’azzurro, il jet
dove ci sono i figli e

in quel chiaroscuro di verdi
nelle gemme aggettanti
sorridi dal disanimato dell’asfalto
alla vita a disegnarla e
mi ricordi l’acqua.

 

Praticare la vita

1
Praticare la vita con forbici a tagliare
la tela dei sogni, azzurra come una
nave al porto di sera, plenilunio di luce
nella chiostra del tuo volto e

2
praticare la vita in asettico di ufficio
spessore, se tra i fiori di primavera,
i fiori d’erba della vanità, entrerai
sulla mia scena a vivere nel letto
il tempo e lo spazio duali, fino alla chiostra

della verità

e in men che non si dica
spicca in volo un volatile
(gabbiano, diresti in chiara essenza
diafana da leggere il suo moto) e

in moto diseguale cade dall’albero
la mela e tu l’addenti con avidità
oltre le barriere, fino alle frontiere
dell’alba col sapere del vento e di te e

3
siamo nel 2010 veleggia la barca della vita
e mi porgi da praticare la conchiglia
di vittoria segnacolo.

Raffaele Piazza vive a Napoli e lavora presso l’Università Federico II. Collabora con il quotidiano Il Mattino. E’ poeta e critico letterario. Ha pubblicato Luoghi visibili (Amadeus, 1993, finalista al premio Lerici Golfo dei Poeti 1994), La sete della favola, (Amadeus, 1994) e Sul bordo della rosa, (Finalista al Premio Gozzano 1998 e Selezionato al Premio Camaiore 2000). E’ redattore di Poetry Wave Vico Acitillo 124 www.vicoacitillo.net. e ha pubblicato poesie su Anterem, Tam Tam, Galleria, Arenaria, Portofranco, Tracce, Punto di vista, Clessidra, Hebenon, Letteratura e tradizione, Lo scorpione letterario, Poiesis, Lunarionuovo, Tracce, Hyria, Origini , Mito, Schema, Arenaria, Erba d’Arno Sinestesie, L’Ozio, L’Ozio artistico letterario, Tratti, Silarus, Keraunia, Gradiva, Graphie, La mosca di Milano, di cui è redattore.

E’ uscito il numero 3 della rivista ALI…

Posted in Arte, Attualità, Cinema, Informazioni, Letteratura, Musica, Notizie, Poesia, Tradizioni on Ottobre 22, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

QUESTO IL SOMMARIO

“Ma ci credi ancora? Tu ci credi?”. Così mi domandò l’amico filosofo neorazionalista Enzo Melandri verso la fine degli anni ’80. Stavamo parlando di letteratura… del sistema letterario italiano. Gli risposi di sì, che seppure le grandi stagioni giovanili di lotta (politico-sociale) si fossero concluse in un fallimento, in arte c’era ancora spazio per la passione, per il merito, per la dedizione. Lui mi guardò e sorrise, quindi sussurrò: “Mi saprai dire fra una ventina d’anni. Abbiamo imboccato una strada che temo porti al nulla… o, peggio, al vuoto.” Il pittore tedesco di fama mondiale Georg Baselitz (io partecipai a due suoi seminari, sempre negli anni ’80), durante una sua lezione-dialogo disse caustico: “In Occidente è finito il tempo dei leoni e degli elefanti, ora spadroneggiano le faine e i ratti, nel prossimo secolo domineranno gli scarafaggi stercorari e le mosche, poi verranno i giorni delle amebe e di altri protozoi parassitari.” (…ovviamente si stava riferendo a quei gradi di “nobiltà” che, nel futuro, avrebbero contraddistinto gli artisti e i creativi in genere). Il grande Giovanni Testori, che annovero tra i miei maestri, seppure, con dispiacere, l’abbia frequentato poche volte di persona, a Milano mi disse (…stavamo per assiste a uno spettacolo al Piccolo, all’inizio degli anni ’90): “Temo che le dispute accrescitive a livello artistico e letterario stiano finendo per lasciare spazio all’effimero, all’insulto gratuito, all’indifferenza, alla volgarità e al chiacchiericcio di matrone in attesa di farsi la permanente.” Il ‘totale’ Emilio Villa, che considero un altro dei miei maestri, alla mia domanda del come vedesse il nostro futuro artistico nazionale mi rispose con una citazione da Seneca. “Il nostro primo dovere è di non seguire, come fanno gli animali, coloro che ci precedono” e continuò con una massima da San Gerolamo “I privilegi di pochi non fanno una legge comune” (…del resto, da lui, non mi sarei aspettato un altro dire). Oggi a tutti loro potrei confermare: “Avevate ragione… il rogo della vera arte si è trasformato nel palpito di una lucciola; quindi aggiungerei… ma ho fatto mia la lezione di Sant’Agostino: ascolta sempre l’altra parte di te… la volontà e la coerenza stanno alla grazia, come il cavallo alla corsa.”

In questo numero 3 di ALI ospiteremo due lettere aperte, la prima dell’amico Giuliano Ladolfi, in risposta a un mio precedente sommario-editoriale in cui l’avevo nominato, la seconda di un giovane poeta bolognese, Salvatore Della Capa, che si lamenta riguardo il come si pongono certi critici, narratori o poeti (già conosciuti) nei confronti di chi (agli inizi) desidererebbe dialogare con loro di ‘scrittura’; quindi avremo due ‘graffi’, uno di Giuseppe Pannella e l’altro di Giovanni Scardovi (che certo non la mandano a dire…); poi degli appunti dello scultore Sergio Zanni e dello scrittore e critico d’arte Angelo Andreotti; una bella intervista di Luciano Marucci al maestro Emilio Isgrò; una nota critica di Elisa Ravaglia sul Satyricon di Fellini, demitizzante il famoso regista; Luca Ariano che presenta Mariella Bettarini; un racconto sulla semiotica di Alessandro Carrer; un manifesto-enunciato scritto a quattro mani dall’artista Mimmo Paladino e da Gian Ruggero Manzoni; due note critiche di Marisa Vescovo sull’opera degli artisti Saverio Todaro e Mario Benetti; una mini antologia di giovani poeti curata da Paolo Lagazzi e Gian Ruggero Manzoni; un testo sulla verità di Elio Grasso; il come ci ha ‘sentiti’ Gian Piero Stefanoni; la riproposta di un manifesto-enunciato scritto a quattro mani da Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia (del quale forse poco si è parlato); alcuni inediti del poeta Tomaso Kemeny; gli aforismi del titanico Emil Cioran; un gesto d’accusa di Simone Zanin; quindi un altro manifesto “alla maniera di” Raffaele Perrotta; e, per finire, “un patto di sangue” consumato da Gianluca Chierici. Buona lettura e fiducia! Arrivederci al numero 4 di ALI. (Gian Ruggero Manzoni per il Comitato Scientifico)

http://www.arslife.com/common/editor/upimages/Contemporanea/EmilioIsgroFratellidItalia.jpg

un’opera di Emilio Isgrò – Fratelli d’Italia

Liturgie per il nulla (un manifesto)

Posted in Arte, Attualità, Letteratura, Poesia, Tradizioni on Ottobre 6, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://www.lamda.it/scardovi.jpg
Giovanni Scardovi

Ritornare al mito, risalire verso la sorgente, abbandonando la nientificazione del nostro tempo, attraverso l’eterno ritorno, “ma dal tempo, per non cadere nel tempo”, come affermava Cioran. Nell’ascolto delle archetipie dell’origine, per ritrovare la forza rivelatoria del senso, di un’epifania coscienziale persa nell’omologazione operata nelle cattedrali della confezione, nei supermercati del sapere, nelle funamboliche trovate della babele dei linguaggi della contemporaneità, che incombe, col comico, sull’incubo tragico della nostra epoca. Per abbandonare l’imbecillità del delirio di progresso, dell’economia della crescita, dell’ossessione dello sviluppo, che produce l’infelicità del desiderio, il cui oggetto “più viene raggiunto, più si allontana”. Ritornare al sacro, ma non quello delle sociologie clericali, delle teologie da sacrestia, delle vacue “scienze di Dio”, che detengono il potere amministrativo del dolore, per cui l’infelicità, dicono, “è solo cosa nostra”, ma alle serene gioie del pauperismo-panteismo francescano, dove le laudi sono emozionanti scoperte dell’asprezza e della bellezza di esistere, di una gioia originaria fatta di semplicità e commozione per l’infinito cosmico. Ebbene sì, per superare l’imbecillità del nostro tempo occorre un’anoressia dell’avidità, perché alla base dell’infelicità c’è quello che gli antichi padri della chiesa chiamavano “lo sterco del demonio”. Questo organizzarsi sociale non elimina la paura ma ci porta all’angoscia; il mondo che perde speranza va verso l’incubo; si perde speranza perché si perde il senso del possibile. L’organizzarsi sociale che ci è dato non regge perché è contro all’uomo, e non per l’uomo. I mezzi di comunicazione ‘comunicano’ quello che Groddeck chiamava “la peste emozionale”, perché la drammatizzazione fa più spettacolo dell’armonia. Salpare verso il nostos e, piegato l’arco, come Ulisse, infilzare i dodici centri, in modo che la compiutezza del ciclo infine giunga. Pensavano che tutto questo fosse eterno e avevano torto. Così muore un sistema che non funziona, sistema letterario, sistema dell’arte, del mercato, delle tecnologie, perché: “il sogno della ragione genera incubi”. Del resto una profonda trama d’angoscia abita la nostra storia. Ritornare, quindi, alla circolarità del tempo e della storia, che muore e rinasce come le stagioni, nella compiutezza della diade dove alba e tramonto si svegliano e s’addormentano. Ci hanno rubato anche la possibilità di essere felici con poco, bisognava produrre in una panica e onnivora insaziabilità, che porta al deserto, a un deserto etico e a un deserto del possibile. Il sapere è diventato intrattenimento, sagre e fiere del sapere in nome della cultura. “Internati di internet uscite dal loculo tombale della solitudine digitale e masturbatoria e se ci siete battete un colpo!” Internati del video-sistema: “fuori c’è il sole, tornate alla madre terra!”, il sapere non è informazione, ma interrogazione del sé sul senso dell’esistere. “Nuc stans”, la brace incandescente è esecuzione testamentaria di questo presente. Io abito nello sguardo bifronte di un passato che s’infutura, perché tutto torna. Le avanguardie del Novecento credevano di rompere con la tradizione, ma non è vero. Il Novecento è la psicologia del profondo, in cui il seme torna. Arrivano le barche degli esuli, mentre noi, qui, esuli, esuliamo; niente sarà più come prima, niente sarà più come dopo. Stiamo emigrando verso una coscienza in cui le somiglianze scoprono differenze. Ossimori dell’omologazione, ossimori della contraddizione. “Mi contraddico? Ebbene mi contraddico, sono infinito, contengo moltitudini. Whitman è questa la democrazia? Thoureau, vita nei boschi tra le discariche. Stirner, solitudine, l’unica proprietà; società, liberismo, socialismo, democrazia, fantasmi, così la mia causa riposta nel nulla”. Libera concorrenza: io sono il call center delle grandi occasioni e ti romperò i coglioni fino alla morte: compra, compra, compra! Il culo è nei saldi di fine stagione, sono l’incanto che ti ipnotizza. “Specchio delle mie brame chi le ha più gonfiate nel reame?” E’ già giorno nella ripetizione dei sospiri, gli orifizi gelati, abitati da bruchi, consonanti all’impero delle possibilità raggrinzite. Mi dici: “sono io la vestale del tariffario, prendine due ne pagherai uno”. Uno, nessuno, centomila, così è se vi appare. Liturgie del relativismo democratico: “siamo relativamente disponibili a scomparire”. Sareste voi a rappresentarmi? Voi, che avete appaltato l’incubo maniacale di questa libera concorrenza, che invece è la maschera di una finzione? E’ sera, nelle carcasse delle apparenze sibila il vuoto. Non ha luce la notte, procedo tastando, sono scultore come i ciechi. Non ha suoni la notte, sono compositore come i sordi, io canto quelle liturgie del nulla che divorano le attese. Voglio un urlo che atterri gli architravi di quest’incubo, così che, tra le rovine, pascoli sereno un gregge di speranze e tra reperti, erbe e macerie, si alimenti un altro possibile. E’ un’alternarsi di rovine la vocazione della storia, dove pazienti formiche ricostruiscono da capo paradisi perduti per farli diventare inferni. Doctor Faust: “hai venduto l’anima alla favola del progresso ed ora non c’è diavolo che la voglia!” Doctor Faust: “il demone del potere è di nuovo al tramonto, è in cassa integrazione e, mentre parlo, lo specchio dà l’immagine di un altro!” Hic et nunc, è tempo di andare: dal regno del suscettibile il mio viaggio avanza verso la capitale delle solitudini dove già i mercanti fuggono dal tempio con la cassa delle elemosine. “Bevi questo elisir” amore mio, ti sentirai meglio, vedrai specchiarsi nel lago il terzo occhio che in questa cecità vede l’invisibile a cui solo l’assenza dà forma. Tiresia: “tu che sei stato donna e uomo, giorno e notte, perché non arriva l’alba?” Quest’animazione mi ricorda un deserto, questo impero la quiete silente di un sonno da cui mi desto mosso dalle voci lontane di una nenia. Ma forse non era l’alba che attendevo, ma il tramonto, nella cui notte avviene ogni illuminazione e dove le ombre prendono corpo nel globalismo dell’imbecillità, mentre la disfasia della storia mi rimanda all’eterno.

di Giovanni Scardovi

Giovanni Scardovi è nato a Lugo di Romagna nel 1944. Scultore e poeta, al suo attivo ha numerose mostre tenutesi in Italia e all’estero. E stato il teorico, alla fine degli anni ’70, de Il Postmoderno pagano, movimento artistico sostenuto da Gianni Guidi, Sergio Zanni, Sergio Monari, Alessandra Bonoli e da altri esponenti del simbolismo-citazionista, tutti operatori rivolti alla rivisitazione del Mito e “al recupero della tradizione”. Nel 1979-80 ha aderito al Manifesto del Visceralismo, enunciato di poetica promosso da Gian Ruggero Manzoni. Ha pubblicato i suoi libri di poesie e le sue teorizzazioni con le Ed. Campanotto. E’ fra i redattori della rivista ALI.

Un volume che non può mancare nella vostra libreria

Posted in Informazioni, Letteratura, Magie, Poesia, Tradizioni on Luglio 18, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://digilander.libero.it/kyme/lib/a/Antologia%20di%20Spoon%20River_fronte.jpg

L’antologia di Spoon River, unica opera rilevante dell’americano Edgar Lee Masters, composta tra il 1914 e il 1915, che contiene 244 epigrafi, fu portata in Italia per volontà di Cesare Pavese e pubblicata nel 1943. Masters si ispira all’Antologia Palatina, una raccolta di 3000 epitaffi scritti da diversi poeti greci dal IV secolo all’età bizantina. La differenza tra i due testi è che i protagonisti dell’antologia non sono personaggi qualsiasi, ma gli abitanti (deceduti) di un villaggio sul fiume Spoon, dominato da una collina (sulla quale è posto il cimitero), che scrivono la loro vita. Le storie dei personaggi si vanno a intrecciare dandoci l’immagine di un paese in cui l’infelicità e il dolore predominano. Sicuramente l’operazione geniale dell’autore è quella di raccontarci l’esistenza attraverso la morte e alcune poesie sono davvero delle perle.

http://www.magictv.tv/wp-content/uploads/2007/07/copertina2.jpg

Vi segnaliamo l’ultimo libro dell’amico Maurizio Brusa.

Posted in Attualità, Informazioni, Letteratura, Poesia on Luglio 5, 2009 by paolacastagna

 http://www.bim.comune.imola.bo.it/imgcache/581ea2f6e42182c881084a2de9c86533.jpg

Vi segnaliamo l’ultima raccolta dell’ amico Maurizio Brusa.
“Grammatica del silenzio” (Ed. Manni 2008),
prefazione di Maurizio Cucchi,
un verso breve, lirico ma sferzante, un libro di poesie molto bello.

Manifesto con parole chiare – di Antonin Artaud

Posted in Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni on Giugno 8, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

http://1.bp.blogspot.com/_Dux5EEzn_T8/SdLZvR7L4QI/AAAAAAAAAA0/q43pe2XtHK8/s400/artaud.jpg

a Roger Vitrac

Se non credo né al Male né al Bene, se mi sento con una simile disposizione d’animo volta alla distruzione, niente di tutto questo rientra nell’ordine dei principi ai quali io posso ragionevolmente accedere, in quanto il principio stesso risiede nella mia carne.

*

Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos.

*

Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico.

*

Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

*

Ciò che è di dominio dell’immagine è irriducibile attraverso la ragione e deve rimanere nell’immagine, sotto pena d’annichilirsi.
Tuttavia esiste una ragione nelle immagini, esistono delle immagini più chiare nel mondo della vitalità immaginosa.
Esiste nel brulichio improvviso dello spirito un inserimento brillante e multiforme di stupidi. Questo pulviscolo insensibile e pensante si ordina seguendo leggi che esso estrae all’interno di sé stesso, in margine alla ragione chiara e alla coscienza o alla ragione ostacolata.

*

Nel dominio sopraelevato delle immagini l’illusione propriamente detta, l’errore materiale, non esiste; a maggior ragione l’illusione della conoscenza; ma a maggior ragione ancora il senso di una nuova conoscenza può e deve scendere nella realtà della vita.
La verità della vita è nell’impulsività della materia. Lo spirito dell’uomo è malato in mezzo ai concetti. Non gli chiedete di soddisfarsi, chiedetegli soltanto di essere calmo, di credere che ha trovato infine il suo posto. Ma soltanto il Matto è davvero calmo.

 

Nota del traduttore Pasquale Di Palmo: Questo Manifeste en langage clair (mai edito in Italia) venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della Nouvelle Revue Française, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la Nouvelle Revue Française nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista Commerce nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».