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Ancora un grande aristocratico dell’essere

Pubblicato su Letteratura, Maestri, Poesia, Tradizioni il Aprile 22, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Stefan George nacque nel 1868 a Büdesheim, presso Bingen, una piccola e antica cittadina sulle rive del Reno, situata nella regione della Renania-Palatinato; la famiglia era di estrazione borghese, con lontane origini francesi; in casa si parlava francese, e solo da adulto George scelse la lingua tedesca per lo scrivere. Nel 1873 la famiglia si trasferì a Bingen, dove il padre divenne un agiato commerciante di vini; George studiò dal 1882 al 1888 a Darmstadt, e nel 1889 si iscrisse all’Università di Berlino, ma non frequentò che poche lezioni e lasciò gli studi dopo tre semestri. Aveva allora già iniziato quello stile di vita che mantenne fino alla fine: non abitando mai in case proprie, nonostante una certa agiatezza, ma vivendo ospite di amici e ammiratori a Berlino, Heidelberg, Basilea, Monaco di Baviera (ove visse quasi stabilmente solo a partire dal 1900), e viaggiando spesso per l’Europa, soprattutto in Italia, quindi recandosi a Parigi e a Londra. A Parigi, ventenne, conobbe i poeti della scuola simbolista, Mallarmé e Paul Verlaine, le cui idee di un’arte per l’arte e di una poesia pura, sganciata dalla realtà sociale, piacquero molto a George, che non amava né il realismo in letteratura né il positivismo in filosofia, allora dominanti in Germania; a Londra conobbe Swinburne e i preraffaelliti, in Belgio Verhaeren. Nel 1892 creò un proprio circolo, noto come “George-Kreis”, e una rivista letteraria, i “Blätter fur die Künst”, organo di opposizione al naturalismo, pubblicata fino al 1919.

 

Egli visse sempre appartato, attorniato dai membri del suo circolo, ed evitando ogni clamore; i suoi libri erano stampati privatamente e distribuiti agli amici, a sottolinearne il carattere iniziatico, accentuato anche da una particolare veste tipografica, nella quale i caratteri e i frontespizi assumevano di per sé stessi rilevanza stilistica. Nel 1927 vinse il Goethepreis, offerto dalla città di Francoforte sul Meno. Nel 1933, all’avvento del nazismo, che lo esaltò come precursore e tentò di fare uso propagandistico della sua opera, George, rifiutati tutti gli onori offertigli, manifestò la sua opposizione emigrando in Svizzera e stabilendosi a Minusio, presso Locarno, ove morì poco dopo, il 4 dicembre di quell’anno. Ciò non impedì ai nazisti di farne, dopo la morte, una specie di icona, di poeta nazionale, sebbene egli avesse espresso: “mai ho incontrato una persona volgare come Adolf Hitler”.


Die Kosmiker: Karl Wolfskehl, Alfred Schuler, Ludwig Klages, Stefan George, Albert Verwey (1902)

George vedeva sé stesso, e allo stesso modo fu visto dai suoi contemporanei, come un aristocratico, una sorta di sacerdote di una nuova mistica, in polemica con la cultura borghese del tempo; per lui il vero poeta stava attendendo e preparando un “nuovo regno”, che sarebbe stato guidato da una élite artistica e intellettuale, unita dalla fedeltà a un capo. La sua poesia si distanzia dunque dalla realtà ed enfatizza il mistero del sacro, l’eroismo, il sacrificio personale, la sublimazione nell’eterno e la rinuncia alle passioni contingenti. Da un punto di vista della forma essa è tesa verso una strenua ricerca della più pura immaterialità, ed è caratterizzata da una grande levigatezza e da una solenne, lapidaria perfezione; risultando arcana e ricca di allusioni oscure, ma sempre armoniosa.


Stefan! - opera su carta di Anselm Kiefer in omaggio a George, 1974

Il suo circolo, che cominciò a riunirsi nel 1892, era retto da un complesso cerimoniale estetizzante e composto da soli uomini, studiosi e poeti, scelti da George stesso per affinità spirituale; inizialmente i membri erano suoi coetanei, trattati come pari, ma col passare degli anni il circolo muterà composizione e George sarà sempre più venerato come un maestro da discepoli molto più giovani di lui. Tra i membri del circolo spiccavano i poeti austriaci Rainer Maria Rilke e Hugo von Hofmannsthal (che poi se ne allontanarono) e i fratelli Stauffenberg, che saranno coinvolti nel complotto per assassinare Hitler, oltre a numerosi esponenti del mondo culturale tedesco dell’epoca, come Karl Wolfskehl, Friedrich Gundolf e, più tardi, Klaus Mann.

Nella storia artistica e politica di George di particolare importanza divenne la figura di Maximilian Kronberger. Questi, nato nel 1886, studente liceale, nel 1902 fu avvicinato per strada, a Monaco di Baviera, da George che se lo fece amico e lo introdusse nel suo circolo; per lui scrisse alcune poesie d’amore, dalle quali traspare una inclinazione omoerotica (che in seguito George dirigerà anche verso alcuni altri giovani membri del circolo), altrove sempre dissimulata. Non c’è tuttavia indicazione che questa tendenza sia andata oltre il concetto platonico di guida spirituale e di contemplazione estetica, la quale veniva praticata da George sia per convenzione sociale sia, soprattutto, per disciplina artistica. Alla morte prematura, a soli 18 anni, per malattia, di Maximin (come era chiamato da Stefan), seguì per il poeta un periodo di disperazione, durante il quale pensò anche al suicidio, poi iniziò la glorificazione del ragazzo, eretto a incarnazione dell’assoluto nelle raccolte “Maximin. Ein Gedenkbuch” (1906) e, soprattutto, in “Der siebente Ring” (Il settimo anello), del 1907, nella quale la figura di Maximin permette a George di affrontare per la prima volta il tema politico. Tema ripreso, sempre attraverso la figura di Maximin, nelle successive raccolte “Der Stern der Bundes” (La stella del patto, 1914) e “Das neue Reich” (Il nuovo regno, 1928), ove è auspicato un rinnovamento spirituale della società, in opposizione al materialismo e al militarismo imperanti. Coerentemente con questa visione, George non fu entusiasta dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e vide come una conferma delle sue idee la disfatta tedesca e la confusione del dopoguerra. In questo contesto il poeta fu visto sempre più, dai membri del circolo, come da molta gioventù tedesca, quale guida spirituale, cioè l’uomo che incarnava la dignità umana e artistica, unificando disciplina e passione, grazia e maestà, bellezza e morale. Se le idee e l’opera di George potevano certamente avere dei punti di contatto con l’ideologia nazista, egli non poteva invece, in alcun modo (alla stregua di Junger), accettare il carattere violento e brutale del regime, e reagì coerentemente emigrando in segno di protesta e distanza da esso.

Per Stefan George l’attività poetica era una missione, in aristocratica polemica con la cultura borghese, con il positivismo in filosofia e con il naturalismo in letteratura. Il poeta è per George sacerdote e maestro di una nuova mistica, che oppone il sublime eterno alla passionalità del contingente. Sul piano formale la sua scrittura tende a una pura immaterialità che si traduce in strenua, marmorea levigatezza. Così come ho detto sopra, la stessa presentazione tipografica, i caratteri, i frontespizi (presenti nei suoi libri autoeditati) assumono, come per esempio in D’Annunzio, una rilevanza stilistica. La lingua tedesca viene piegata e contorta alla ricerca di una solennità lapidaria. Ne deriva, così, una lirica oscura e armoniosa, di struggente perfezione formale.

L’ultima carica

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Notizie, Tradizioni il Aprile 6, 2008 da Gian Ruggero Manzoni

Bollettino di guerra 1081, Fronte Orientale: Isbuschenskij, Russia, alle prime luci dell’alba del 24 agosto 1942 il Savoia Cavalleria (700 cavalieri), che aveva passato la notte in mezzo alla steppa in quadrato protetto dai cannoni delle Voloire, le Batterie trainate da cavalli, si preparava a riprendere la marcia verso un anonimo punto trigonometrico verso le sponde del Don, la quota 213,5. Durante la notte tre battaglioni di truppe siberiane (circa 2.500 soldati) si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche, fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio, da nord-ovest a nord-est. Attendevano l’alba per far scattare la trappola mortale. Prima di togliere il campo, però, veniva mandata in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal sergente Ernesto Comolli. Doveva controllare, in particolare, un carro di fieno intravisto la sera precedente. Alle 3.30 la pattuglia partiva al piccolo trotto. Fu quasi per caso che un componente della pattuglia, il caporalmaggiore Aristide Bottini, notò, nell’incerta prima luce dell’alba, qualcosa che luccicava fra i girasoli. Era un elmetto russo. Partiva, quindi, il primo colpo di moschetto che centrava il sovietico e scatenava un rabbioso fuoco di reazione. Venivano contate sessanta mitragliatrici oltre a mortai e artiglieria leggera. Una vera e propria pioggia di fuoco si abbatteva sul quadrato del Reggimento che si apprestava a ripartire. Ma la sorpresa durò soltanto un momento. Venne dispiegato lo stendardo da combattimento e il comandante, il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, con una serie di decisioni prese in base all’esame della situazione, andava a disegnare una delle pagine più gloriose e coraggiose della cavalleria di tutti i tempi. I pezzi, vecchi ma ben diretti, delle Voloire e i cannoncini anti-carro avevano iniziato a rispondere al fuoco russo con precisione, ma c’era bisogno di un diversivo. Il comandante ordinava quindi al 2° Squadrone, guidato dal capitano Francesco Saverio De Leone, di caricare a fondo i sovietici sul fianco. In realtà, secondo le testimonianze, sembra che in un primo momento volesse caricare con tutto il Reggimento, con lo stendardo al vento, ma venisse convinto dal proprio aiutante, il maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano, a dosare le forze in ragione dell’evolversi della situazione. Il 2° Squadrone, dopo aver effettuato un’ampia conversione, con il tromba avanti a tutti, caricava a ranghi serrati a sciabolate, raffiche di mitra e bombe a mano: i sovietici venivano colti di sorpresa, molti fuggivano, altri cercavano riparo nelle buche, soltanto alcuni opposero una coriacea resistenza. Diversi cavalli e cavalieri erano colpiti, ma lo squadrone ritornava alla carica a fronte inverso. In quel momento il comando del Reggimento inviava il 4° Squadrone appiedato, comandato dal capitano Silvano Abba, in un attacco frontale per alleggerire l’impegno del 2° Squadrone. I russi, in buona parte, si sbandavano, ma comunque ancora tenevano il terreno e provocavano sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani. Veniva, allora, ordinata la carica anche del 3° Squadrone a cavallo, comandato dal capitano Francesco Marchio. Lo squadrone, tromba in testa, irrompeva sul campo di battaglia nel mezzo del fronte sovietico, che intensificava la reazione. Secondo le testimonianze, i cavalli galoppavano furiosamente, talvolta pur feriti, mentre i cavalieri sciabolavano e sparavano coraggiosamente in mezzo ai russi in evidente difficoltà. Con alcune ulteriori cariche la resistenza dei sovietici cessava, nonostante il soverchiante numero dei mezzi bellici e dei soldati, sconvolti e terrorizzati dall’improvvisa e violenta reazione della cavalleria italiana. Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto, da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento. I sovietici lasciano sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).

L’azione, coraggiosa quanto audace, aveva portato, soprattutto, all’allentamento della pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e aveva consentito il riordino delle posizioni italiane, salvando migliaia di soldati dall’accerchiamento. Il Reggimento ebbe la medaglia d’oro allo stendardo, furono concesse due medaglie d’oro alla memoria, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra, diverse promozioni per merito di guerra sul campo. La carica di Isbuschenskij ebbe subito una vasta eco, destando ammirazione fra gli alleati tedeschi (mai generosi nel riconoscere i meriti italiani) e anche tra i nemici sovietici. In Italia suscitò un vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa e ampie cronache nei cinegiornali Luce. Ciò, comunque, non impedì la successiva, tragica ritirata di Russia. Fu l’ultima carica in assoluto della cavalleria dell’esercito italiano.

La mattanza

Pubblicato su Eventi, Informazioni, Notizie, Tradizioni il Aprile 5, 2008 da paolacastagna

La mattanza è la fase finale della pesca del tonno praticata con le tonnare, un complesso di reti che si cala in mare verso i primi di maggio e vi resta fino al mese di giugno. La tonnara è suddivisa in camere che sono disposte in fila e comunicano tra di loro per mezzo di porte, costituite anch’esse da pezzi di rete. Il tonno ripetendo di anno in anno sempre lo stesso percorso finisce per trovarsi dentro le camere. Quando il rais ( il capo della tonnara ) ritiene che il numero di tonni presente sia sufficiente, e se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, i tonni vengono “indotti” a entrare nella camera della morte, l’ultima, dove restano intrappolati. I tonnarotti, che stanno sulle barche disposte lungo i quattro lati della camera, al comando del rais tirano su la rete. I tonni man mano che gli viene a mancare l’acqua si dibattono, urtano violentemente tra loro, si feriscono.


Gioacchino Cataldo, il Rais della tonnara di Favignana

Quando sono ormai sfiniti li aspettano i “crocchi”, i micidiali uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche. La mattanza è uno spettacolo sanguinoso e crudele, il mare si tinge di rosso, sembra un campo di battaglia. E’ al tempo stesso emozionante, ed è per questo che gli spettatori non mancano, anzi di anno in anno si fanno sempre più numerosi, arrivando da quei luoghi dove la lotta per la sopravvivenza sembra essere un ricordo di tempi lontani.

La mattanza avviene ancora oggi secondo i riti e le regole tramandate nel tempo, la preparazione dura mesi, chilometri di reti, decine di ancore, centinaia di galleggianti, decine di barche e tantissimi uomini che preparano tutto con cura. Su tutti un capo, il rais, che assegna i compiti a ciascuno e che sovraintende su tutto e che è anche il responsabile finale di tutto. E alla fine è lui, il rais, che decide quando è tutto pronto e quando andare.

Ieri a Sabbioneta di Mantova

Pubblicato su Arte, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni il Marzo 30, 2008 da paolacastagna

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GRM in posa davanti alla statua equestre lignea del grande condottiero Luigi Gonzaga (padre di Vespasiano) morto all’età di 32 anni in battaglia, colpito da un’archibugiata

Sabbioneta è la cittadina a forma di stella, fondata da Vespasiano Gonzaga, nella verde e umida pianura lombarda, ricca di quei richiami ai miti della romanità, così cari al suo fondatore, da desiderare di inserire, nella bassa padana, una “piccola Roma” che richiamasse alla memoria la grandiosità dell’età imperiale e una “piccola Atene” che richiamasse alla memoria la classicità. L’impianto viario ortogonale (tipico degli accampamenti romani), i cippi di marmo posti a delimitare i quartieri, la statua di Minerva sistemata nel punto d’incrocio tra il cardine e il decumano (nell’antica Roma erano le due linee ideali che intersecandosi dividevano lo spazio in quattro parti), il Teatro all’Antica, il Palazzo Ducale, quello Giardino, con la sua lunghissima galleria (97 metri), gl’imponenti bastioni (conservatisi egregiamente) sono solo alcuni degli elementi che confermano il grande amore del suo creatore per la “ruina romana”, quale testimone della grandezza di Roma, come dice l’aforisma latino posto all’esterno del Teatro: “Roma quanta fuit ipsa ruina docet”…“quanto fu grande Roma la stessa (sua) rovina lo insegna “.

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GRM che passeggia sotto ai portici che reggono la galleria di Palazzo Giardino, lunga 97 metri

Il nome Sabbioneta deriva da sabbia netta, pulita, perché dove ora esiste la cittadina c’era una palude maleodorante e umida che solo il disegno ambizioso di un Gonzaga poteva risanare e bonificare; ancora oggi, Sabbioneta, è uno dei punti più umidi e afosi del territorio. Fu Vespasiano Gonzaga che nel 1553 iniziò a crearla, al punto di farla divenire un centro di cultura, con la costruzione di palazzi, chiese e monumenti che ancora svettano possenti e magici.

Non è vero che siamo tutti uguali!

Pubblicato su Informazioni, Letteratura, Notizie, Tradizioni il Marzo 27, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


Corradini è il quarto da sinistra (guarda in macchina) con gli occhiali e un libro in mano

Enrico Corradini nacque a San Miniatello, nel 1865, e morì a Roma, nel 1931. Autore dannunziano, nel 1903 fondò con Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe Prezzolini la rivista “Il Regno”. Nel 1910 contribuì a creare l’Associazione Nazionale Italiana (ANI). Nel 1911 appoggiò la campagna in favore della guerra Italo-Turca con due saggi politici (”Il volere d’Italia” e “L’ora di Tripoli”) e sempre nello stesso anno, con la collaborazione di Alfredo Rocco e Luigi Federzoni, diede alle stampe il settimanale “L’Idea Nazionale”, che riprese le teorie guerreggianti de “Il Regno”. Favorevole a una politica estera imperialista, colonialista ed espansionista, nel 1914 trasformò “L’idea Nazionale” in quotidiano grazie ai finanziamenti di militari e armatori. Elaboratore di una teoria nazionalistica nutrita di populismo e di corporativismo, fu ovviamente un acceso interventista nella Prima Guerra Mondiale, prima a favore della Triplice Alleanza, poi a sostengo della Triplice Intesa, ingaggiando violente campagne di stampa contro i neutralisti (in particolare Giovanni Giolitti). Terminato il conflitto bellico aderì al Partito Nazionale Fascista, in cui fece confluire la sua ANI. Comunque si tenne praticamente estraneo alle azioni più controverse del fascismo, anche quando fu nominato da Benito Mussolini prima senatore e poi ministro nel 1928. Tra i romanzi scritti dal Corradini ebbero particolare successo “La patria lontana” (1910) e “La guerra lontana” (1911).

Scriveva Corradini: “L’Italia deve avere una sua politica coloniale, le nazioni povere devono cercare, attraverso l’imperialismo, un posto al sole; l’Italia è una potenza povera, ma non deve più farsi mettere i piedi in testa dalle nazioni plutocratiche. Il nazionalismo è la trasposizione internazionale del socialismo, si deve mettere in essere una sorta di lotta di classe tra nazioni proletarie e nazioni ‘plutocratiche’; il socialismo è il nostro maestro, ma anche il nostro avversario: avversario perché pacifista, maestro perché insegna a utilizzare lo strumento della lotta di classe in una dimensione internazionale”. Corradini vedeva un’ Europa dove, al di sotto delle due ‘plutocrazie’, Inghilterra e Francia, vi erano le nazioni proletarie; Italia e Germania non potevano, però, più accettare di essere potenze di serie B. Il pacifismo era volto esclusivamente alla conservazione dello status quo europeo: in risposta a ciò bisognava esaltare la guerra e la lotta di classe internazionale. L’Italia, al fine di raggiungere il massimo livello di potenza, doveva essere coesa e non individualista; il buon cittadino doveva essere pronto a sacrificarsi per la patria. Corradini maturò, in sintesi, una sorta di concezione materialisticamente proletaria unita a una dimensione mentale spiritualmente aristocratica (infatti sosteneva: “…per dimostrare la propria grandezza spirituale, l’Italia deve essere guidata dagli uomini migliori, che non è possibile scegliere attraverso la democrazia - e anche - …il governo della cosa pubblica va affidato agli aristocratici: non è vero che siamo tutti uguali! Non hanno più significato, perciò, i fondamenti della democrazia - quindi - …fa parte della natura umana lottare gli uni contro gli altri, è un istinto naturale voler sopraffare il proprio avversario; l’istinto bellicoso va esportato per il bene nazionale”).

Dai riformati ai cattolici

Pubblicato su Informazioni, Notizie, Tradizioni il Marzo 21, 2008 da Gian Ruggero Manzoni


a quanto pare non solo gl’islamici vedevano (e vedono) di cattivo occhio il Papa di Roma, ma anche (a suo tempo) i luterani e i calvinisti. Questa stampa risale al XVI sec. tedesco; incisore anonimo. Stupendamente ‘demoniaca’, orripilante… e attuale

Novalis… un’altra anima nobile dell’Europa

Pubblicato su Letteratura, Notizie, Poesia, Tradizioni il Marzo 14, 2008 da paolacastagna

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Pseudomino di Georg Philipp Friedrich Leopold von Hardenberg, uno dei maggiori esponenti del circolo di intellettuali di Jena, Novalis nasce il 2 maggio 1772 a Wiederstedt, in Sassonia, nel castello di Oberwiederstedt, di proprietà della famiglia. E’ il secondo di undici figli e la sua educazione è austera e religiosa. Fin dalla giovane età, Novalis deve fare i conti con la sua salute cagionevole, che lo porterà a convivere, per tutta la vita, con la paura della morte, che determinerà in lui un’esistenza fatta di passioni estreme e di costanti tensioni visionarie. L’idealismo di Novalis è di tipo ‘magico’, dove il soggetto individuale è onnipotente, e quindi in grado di trasformare il mondo con la sua volontà e fantasia. Questo ampliamento delle capacità del soggetto comporta principalmente l’unità tra individuo e natura. Nel suo “I sacerdoti di Sais” la natura è unica perché identificabile con il soggetto umano che la contempla. Dopo aver cercato a lungo la natura, personificata dalla dea Isis, Giacinto, il protagonista, la trova proprio nella sua amata, Fiorellin di Rosa. La natura è quindi vicina a noi, basta saperla vedere. Al concetto di natura è connessa l’idea dell’unità dell’uomo con Dio, che porta ad accettare una sorta di panteismo vicino alle teorie di Giordano Bruno e di Spinoza. La realizzazione ultima dell’uomo è pertanto la risoluzione dell’Uno nel Tutto: l’individuo esplica il suo infinito valore e contemporaneamente l’infinito si determina come individuo. In “Fede e Amore” Novalis presenta il suo ideale di Stato: una comunità armonica, in cui i cittadini trovano nella coppia sovrana il modello di vita esemplare; la monarchia si fonde alla repubblica, il sovrano è uno, ma alla vita politica sono chiamati a partecipare tutti gli individui. Novalis per il suo modello ideale guarda all’Europa medioevale dove tutti i popoli cristiani erano governati da un unico pontefice; tutta la storia successiva è semplicemente il processo di disgregazione dell’unità cristiana. Al termine dello scritto Novalis prevede il ritorno all’unità attraverso un Concilio Europeo, tesi opposta a quella di Nietzsche, che prevederà lo sgretolamento totale e definitivo dei valori cristiani.

La Verna… civiltà francescana

Pubblicato su Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni il Marzo 12, 2008 da paolacastagna

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Questo è l’antico ingresso al santuario, sulla cornice del portone una scritta: NON EST IN SANCTIOR ORBE MONS… Altro monte non ha più santo il mondo
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l’Abetone, simbolo della foresta della Verna, abbattuto nel novembre 2001, era già morto da diversi anni, aveva una circonferenza di circa 7 metri, sotto, a destra nella foto, lo vediamo prima di essere abbattuto

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la foresta
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il crepaccio di San Francesco

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il refettorio dei frati, costruito nel 1518 e allungato nel 1717, misura 39 metri per 8. Sulla parete di fondo “L’Ultima Cena”, un affresco di Ferdinando Folchi (1873) recentemente restaurato