Ho assistito molte volte alle presentazioni di poesia con desolazione e sconforto per due motivi. Prima di tutto per la noia mortale che accompagna spesso l’elencazione sterile del proprio verso, la celebrazione narcisistica del proprio ego artistico, con la conseguenza di rendere l’ascoltatore inutile e sottomesso. In secondo luogo per la quasi totale assenza di altri poeti tra il pubblico, quasi che ognuno possa solo parlare e mai ascoltare, così solitariamente rinchiuso nella propria verità. Il solco che si è creato tra artista e pubblico è dovuto a questi due atteggiamenti che hanno fatto sì che i primi si siano arroccati da tempo nelle loro posizioni asettiche, dimenticando di essere solo metà dell’opera d’arte, la metà creativa, per l’amor di dio, ma che senza l’altra, il pubblico, i fruitori, non può dare forma completa all’espressione artistica. Ritengo sia necessario, dunque, prendere coscienza che questa distanza esiste e capire qual è l’origine. Ragionare a quanti e quali livelli di pubblico sia necessario arrivare e sui quali investire le proprie risorse, e infine fare in modo che questa distanza si riduca attraverso l’avvicinamento del pubblico all’opera d’arte, non già attraverso la semplificazione e predigestione delle opere, per non scadere nella banalità, come successo in altri ambiti artistici, ma per mezzo di un’educazione alla cultura. È necessario seguire una linea progettuale, scansando la visione miope e senza obiettivi che spinge ad atteggiamenti poco premianti nel lungo periodo e la cui utilità si esaurisce nella cerchia ristretta del singolo e, comunque, nel termine poco più lungo del domani. Bisogna trovare ideali e valori lontani e poi a ritroso andare a definire i percorsi intermedi ed individuali, che saranno diversi a seconda del sentire personale, ma che complessivamente risulteranno coerenti e, perciò, comprensibili anche al pubblico. D’altra parte è da considerare che la poesia non possiede, come altre forme artistiche, livelli più bassi di fruizione, non fa da sottofondo o da arredo. Richiede una donazione completa del lettore, non una distratta attenzione. È, pertanto, necessario interrogarsi su quali altri parametri, di sicuro meno immediati, si debba rapportare il desiderio del lettore ad avere un libro di poesia, da dove ne tragga, in definitiva, gratificazione. Da entità totalmente passiva dell’arte, da attore che si pone al di fuori dell’arte e la guarda senza comprenderla, il pubblico allora potrà diventare l’altra metà attiva del processo artistico, il fruitore coinvolto e partecipe (e perciò gratificato) dell’opera. Su questo due fattori centrali: scuola e critica. La prima deve educare alla cultura, insegnare a godere dell’arte. Che significa far vivere agli studenti l’arte, la concretezza dell’arte, far loro espri-mere, creativamente e liberamente, il proprio sentire di fronte ad un opera, discuterne e ragionarci. L’insegnante, in questo, deve essere una guida esperta, curiosa e attiva, non una fonte di sapere dogmatico. Così si costruisce il pubblico attivo, la base qualificata di pubblico. La seconda indichi l’eccellenza, i talenti, il meglio di quanto è in giro, discernendo l’opera dall’artista, senza pregiudizi positivi o negativi. Qualcuno diceva che la storia dell’arte è storia di capolavori, non di mediocrità. La critica crei una coscienza affinché il pubblico non si soffermi sulle mediocrità, indichi i punti di riferimento, aiuti a educare all’arte. Il pubblico ringrazierà. L’arte non è merce comune. Il modello capitalistico e liberistico che si sta sempre più imponendo, distoglie l’attenzione dalla ricerca del valore intrinsecamente intangibile dell’opera d’arte, che porterebbe, tuttavia, economicisticamente, ad un profitto di lungo periodo in termini di immagine e prestigio condivisi. Non si capisce perché questi ragionamenti normalmente applicati ai prodotti non-di-massa (ma che la massa apprezza e ne gode appieno il valore), non si debbano applicare al mercato della cultura, relegandolo, invece, sempre a logiche da grande distribuzione. L’arte va sostenuta dal basso, dalle fondamenta, dai giovani. I talenti vanno coltivati, incoraggiati a fare del loro meglio, premiati per il loro valore. Ma come è possibile dedicare tempo all’arte con il pensiero fisso delle difficoltà quotidiane? Giorno dopo giorno vediamo l’inaridirsi dell’ispirazione trattenuta dalla necessità impellente di essere concreti. Come si può far volare alto e libero il pensiero quando l’urgenza richiama imperiosa coi piedi per terra? Prima di tutto, forse, considerando che il tempo dedicato alla creazione artistica è un impegno all’innalzamento culturale del Paese e la cultura è un bene comune dello Stato. E che il Paese trae beneficio anche economico dal proprio valore culturale in termini di attrattiva internazionale. Come è stato dal Rinascimento fino a ieri. Sia, in questo, lo Stato il primo editore, il primo scopritore di talenti, avulso dai meccanismi clientelistici e dalle logiche da mercato rionale, innalzi e sostenga i propri poeti e atisti di valore. È finito il tempo delle disquisizioni teoriche sterili, buone solo per i circoli ristretti e piagnucolanti e per riempire le colonne di certe riviste incomprensibili e asettiche. E’ necessario un salto verso l’azione, un impegno collettivo verso un obiettivo più alto del cortiletto privato, una cultura militante e proposte concrete. E’ giunto il momento di sottrarre l’arte alla logica del puro libero mercato, di sostenere la cultura a partire dai suoi artefici, di dimostrare che ci può essere una logica di profitto a lungo termine anche nelle attività culturali. Rendiamoci conto che, forse, l’arte è meno attraente perché non dialoga più col proprio pubblico proponendo problemi irrisolti dove si chiedono soluzioni. Avviciniamo l’arte alle persone, diamo loro gli strumenti per apprezzarla al di fuori dei tediosi spazi cattedratici. Scansiamo la mediocrità, deprechiamo la banalità, riveliamo la forza della cultura. Dimostriamo con coerenza l’importanza economica dell’arte. E il domani potrà esserci solo uscendo dal timore di difendere il valore non commerciale e commerciabile dell’arte e trovando il coraggio di sostenere fermamente i nostri ideali, senza lasciarci lusingare dai facili compromessi immediati, pensando oltre il nostro tempo.
di Simone Zanin
Simone Zanin è nato a Pordenone nel 1977. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola d’Applicazione di Torino dove ha conseguito la laurea in Scienze Strategiche. Successivamente si è laureato in Scienze Politiche a Trieste. Attualmente sta frequentando la laurea magistrale in Italianistica a Bologna. Ha pubblicato La porta dei miei sogni (1995, Ed. del Leone, Venezia) e Studi (2007, Ed. del Leone, Venezia). Nel 2008 ha stampato il libro d’artista Preludio, contenente un multiplo realizzato dall’artista Marco Baj. Alcune sue poesie sono inserite in antologie italiane e in riviste straniere, mentre una selezione tratta da Studi verrà pubblicata negli Stati Uniti all’interno di un’antologia sulla nuova generazione di poeti di diverse nazioni.


