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	<title>GIAN RUGGERO MANZONI</title>
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	<description>Usque ad mortem et ultra</description>
	<pubDate>Wed, 14 May 2008 22:30:01 +0000</pubDate>
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		<title>Tombe Etrusche: Tomba della caccia e pesca e Tomba delle leonesse (per innalzare la nostra tradizione e riconoscerci etnicamente)</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 22:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolacastagna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

		<category><![CDATA[Magie]]></category>

		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>

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Datazione: fine VI sec. a.C. Anno rinvenimento: 1873.
Tomba a due ambienti. Le pitture dell’atrio mostrano scene di danza e nel frontone il ritorno dalla caccia. Nella camera sepolcrale è rappresentato un paesaggio marino ricco di colori, con scene di caccia e pesca . Sulla parete sinistra ecco il giovinetto che salta dentro l’acqua, motivo che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong></strong></p>
<p><span style="font-size:small;"><strong></strong></span></p>
<p><span style="font-size:small;"><strong></strong></span></p>
<p><span style="font-size:small;"><strong><span><a href="http://gianruggeromanzoni.files.wordpress.com/2008/05/t_leonesse1.jpg"></a></span></strong></span><img style="vertical-align:top;" src="http://www.ilpollaiodelre.com/Foto%20Colombi/etruschi01_p.jpg" alt="" width="417" height="182" /><br />
<span style="font-size:small;"><strong></strong></span><br />
<em>Datazione: fine VI sec. a.C. Anno rinvenimento: 1873.<br />
</em>Tomba a due ambienti. Le pitture dell’atrio mostrano scene di danza e nel frontone il ritorno dalla caccia. Nella camera sepolcrale è rappresentato un paesaggio marino ricco di colori, con scene di caccia e pesca . Sulla parete sinistra ecco il giovinetto che salta dentro l’acqua, motivo che ci è noto anche tramite alcuni bronzetti tardo arcaici e dalla tomba del Tuffatore di Paestum. Sul frontone un banchetto tra i due coniugi. In questa tomba sono stati rinvenuti resti di un corpo femminile e le ceneri di un corpo maschile contenute in un&#8217;urna posizionata in una nicchia. Nelle raffigurazioni interne, dove è manifesta l’influenza della pittura vascolare ionica, il mondo della natura ha un peso rilevante ed è rappresentato con gioiosa policromia. Notissimo il volo di colombe insidiate da un fromboliere.</p>
<p><span style="font-size:small;"><strong></strong></span></p>
<div><span><span style="font-size:small;"><span><a href="http://gianruggeromanzoni.files.wordpress.com/2008/05/cacciapesca1.jpg"></a></span></span></span></div>
<p><em><img style="vertical-align:top;" src="http://www.intuscia.com/tuscia/images/stories/blog/tomba_delle_leonesse_1.jpg" alt="" width="365" height="242" /></em></p>
<p><em>Datazione: seconda metà VI sec. a.C. Anno rinvenimento: 1874.<br />
</em>Camera immaginata come quel tendone di stoffa sorretto da un&#8217;intelaiatura lignea sotto cui si esponeva il corpo del defunto disteso sul letto intorno al quale si svolgevano gli atti rituali della cerimonia funebre. La parete di fondo fu dipinta in un primo momento; sul suo frontone sono rappresentate due leonesse maculate affrontate mentre al centro è dipinta una scena gioiosa di danzatori e musici intorno a un cratere a volute che non aveva funzioni cinerarie, ma conteneva vino, visto 1&#8242;attingitoio dipinto sulla destra. Le pareti laterali non erano ancora state dipinte quando morì adolescente il figlio dei proprietari della tomba. Il bambino venne cremato e le ceneri deposte nell&#8217;urna cineraria all&#8217;interno della nicchia scavata nella parete di fondo. Questa triste storia è stata poi rappresentata sulle pareti laterali dove in quattro sequenze, a partire da quella della parete di destra, è dipinto il padre che prima tiene in mano il ramoscello dell&#8217;olivo, simbolo della vita, poi 1&#8242;uovo, simbolo della fecondità, rivolto verso la sciarpa della vita, come se desiderasse avere un figlio. Nella terza sequenza è raffigurato il figlio dipinto di bianco come le donne, per evidenziare la giovane età, che tiene in mano il festone nero della morte per dimostrare che è defunto e dona al padre l&#8217;uovo della fecondità come gesto di buon augurio per una prossima paternità. Il padre rivolge verso il figlio il ramoscello d&#8217;olivo e nella quarta sequenza alza verso il cielo la mano che sostiene lo scialle della vita. Il carattere delle raffigurazioni con scene riferite alla vita reale riflette una concezione della morte secondo la quale il defunto sopravvive là dove il suo corpo è deposto. </p>
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		<title>Un altro selvaggio&#8230; un altro anarchico infuriato</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 00:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Ruggero Manzoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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A.R.Penck&#8230; pseudonimo di Ralph Winkler (Dresda 1939), pittore e scultore tedesco. Autodidatta, nel 1956 espose a Dresda e a Berlino teste in gesso e dipinti ispirati alla pittura delle caverne preistoriche intitolati &#8220;Weltbilder&#8221; (“Immagini del mondo”). A Berlino conobbe Georg Baselitz e Eugen Schönebeck, con i quali firmò il manifesto &#8220;Pandämonium&#8221; (1961), che propugnava una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img style="vertical-align:top;" src="http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/10mostre/normal_mostra02.jpg" alt="" width="351" height="217" /></p>
<p><strong>A.R.Penck</strong>&#8230; pseudonimo di Ralph Winkler (Dresda 1939), pittore e scultore tedesco. Autodidatta, nel 1956 espose a Dresda e a Berlino teste in gesso e dipinti ispirati alla pittura delle caverne preistoriche intitolati &#8220;Weltbilder&#8221; (“Immagini del mondo”). A Berlino conobbe Georg Baselitz e Eugen Schönebeck, con i quali firmò il manifesto &#8220;Pandämonium&#8221; (1961), che propugnava una pittura figurativa di matrice espressionista, in parte ispirata all&#8217;Art Brut. Risale a questo periodo la serie di dipinti &#8220;Systembilder&#8221;, che testimoniò l’interesse di Penck per la cibernetica e la teoria dell’informazione. Negli anni Settanta diede un inquadramento teorico alla propria arte attraverso il concetto di “Standart”, che rimanda a una riduzione del mondo reale a elementi semplici (figure umane, oggetti, gesti) rappresentati in modo stilizzato, di immediata lettura. Inviso al governo della Repubblica Democratica Tedesca, svolse la sua attività clandestinamente, assumendo nel 1968 lo pseudonimo di A.R. Penck (in omaggio al geologo Albrecht Penck, anch’egli originario di Dresda). La produzione di quegli anni consiste principalmente di tele in bianco e nero, raffiguranti ideogrammi e simboli elementari. Nel 1972 partecipò all’esposizione Documenta di Kassel (che lo ospitò anche nel 1977) e nel 1975 tenne la prima grande retrospettiva alla Kunsthalle di Berna. Nel 1980, in seguito all’aggravarsi della sua posizione nei confronti del governo della Germania dell’Est, fu costretto a espatriare nella Repubblica Federale Tedesca. Tra le opere che più esplicitamente richiamano la sua polemica verso il blocco comunista spiccano &#8220;East e West&#8221; (1980, Tate Gallery, Londra), anch’essi in bianco e nero, raffiguranti, rispettivamente, una macchina funzionante e una non funzionante. Penck aderì, quindi, al movimento neoespressionista, divenendone uno degli interpreti più rappresentativi: la sua pittura perse il carattere naïf delle origini e i motivi arcaici delle sue tele (perlopiù di grande formato) si tradussero in segni più tormentati, dai forti cromatismi. Appartiene agli anni Ottanta anche la più significativa produzione scultorea di Penck, in bronzo e ferro, con inflessioni surrealiste; nel 1986, dopo un viaggio a Carrara, cominciò a lavorare anche il marmo. Oltre allo pseudonimo con cui è più conosciuto, Penck si firmò con vari altri nomi nel corso della sua carriera: nel 1973 scelse Mike Hammer (l’investigatore privato dei racconti polizieschi di Mickey Spillane), nel 1974 appose sulle sue tele la sigla TM (Tancred Mitchell o Theodor Marx), nel 1976 una semplice Y e in seguito Ya. Docente all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, Penck è anche autore di saggi, di argomento filosofico e teoretico, e un apprezzato percussionista jazz. Nel 1996 e nel 2001 gli vennero dedicate due grandi retrospettive alla Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi. Attualmente vive e lavora a Berlino, Amburgo e Dublino. Mi onoro di essergli amico.</p>
<p> </p>
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		<title>Il demonio della tromba</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 01:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Ruggero Manzoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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		<description><![CDATA[
Miles Dewey Davis III (Alton, Illinois, 26 maggio 1926 – Santa Monica, California, 28 settembre 1991). Di pochi artisti è possibile dire, come di Miles Davis, che abbiano profondamente inciso nella mutazione della musica moderna, e questo a prescindere dalle definizioni di genere, che si tratti cioè di jazz, pop o classica contemporanea. Tra i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img style="vertical-align:top;" src="http://images.encarta.msn.com/xrefmedia/sharemed/targets/images/pho/t054/T054653A.jpg" alt="" width="298" height="340" /></p>
<p><strong>Miles Dewey Davis III</strong> (Alton, Illinois, 26 maggio 1926 – Santa Monica, California, 28 settembre 1991). Di pochi artisti è possibile dire, come di Miles Davis, che abbiano profondamente inciso nella mutazione della musica moderna, e questo a prescindere dalle definizioni di genere, che si tratti cioè di jazz, pop o classica contemporanea. Tra i promotori della rivoluzione del be-bop negli anni Quaranta, Davis tenne a battesimo anche la variante “cool jazz” negli anni Cinquanta, fu figura titanica della fusion nei Settanta (che rivoluzionò con il controverso album “Bitches Brew”) e flirtò intelligentemente con il pop negli Ottanta (la sua versione per tromba di “Time After Time” di Cindy Lauper rimane un momento di inaspettata e altissima profondità blues). Nonostante il carattere notoriamente difficile e scontroso, Davis fu anche capace di momenti di sorprendente autorionia. Come altrimenti definire la decisione di accettare un cameo all’interno di un episodio della serie tv “Miami Vice” nel ruolo di uno spacciatore e magnaccia? Una curiosità: attorno al 1949 Miles intraprese una tourneè a Parigi assieme a Tadd Dameron, Kenny Clarke e James Moody; fu affascinato dall&#8217;ambiente intellettuale della capitale francese e, frequentandone il <em>milieu</em> artistico ed esistenzialista, incontrò l&#8217;attrice e cantante Juliette Greco di cui s&#8217;innamorò, divenendone per un certo periodo l&#8217;amante. Miles Davis continuò a suonare incessantemente fino agli ultimi anni della sua vita. Il 24 luglio 1991 si esibì per l&#8217;ultima volta in Italia, in Piazza Giorgione a Castelfranco Veneto. Sempre nell&#8217;estate del 1991 i suoi amici ed ex collaboratori organizzarono per lui un grande concerto nel corso del quale, per la prima volta dopo anni, egli accettò di suonare di nuovo i pezzi che lo avevano reso famoso. Il 28 settembre 1991 un attacco di polmonite, a cui le complicazioni dovute al diabete fecero seguire due colpi apoplettici, lo stroncò all&#8217;età di 65 anni a Santa Monica, in California, poco dopo il suo ultimo concerto all&#8217;Hollywood Bowl. Ricoverato all&#8217;ospedale dopo il primo attacco, Miles si svegliò mentre i dottori gli dicevano che avrebbero dovuto intubarlo. Egli si mise a inveire contro di loro, intimandogli di lasciarlo stare. Il secondo attacco, che sopravvenne in quel momento, lo uccise. In vita venne arrestato più volte a causa dell&#8217;uso di eroina, come più di una volta si sottopose, al fine di disintossicarsi, alla &#8216;cura&#8217; che lui definiva &#8220;del tacchino freddo&#8221;&#8230; cioè si faceva chiudere in una stanza con le finestre sbarrate e fino a quando non smettevano le crisi di astinenza e ricominciava a mangiare non lo dovevano fare uscire. Lui restava segregato in compagnia del suo vomito, delle sue feci e della sua urina. Da un pertugio gli passavano solo il bere.</p>
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		<title>Gli amanti di Valdaro.</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 00:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolacastagna</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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Due scheletri, probabilmente di un uomo e una donna, abbracciati da 6000 anni, sono stati trovati a Valdaro, in una zona industriale vicino a Mantova, durante alcuni scavi. Secondo gli archeologi si tratterebbe di una coppia di individui giovanissimi, morti nel periodo neolitico. I due sono stati sepolti uno di fronte all&#8217;altro, faccia a faccia; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://paolacastagna.files.wordpress.com/2007/11/bodypart.jpg?w=401&h=325" alt="" width="401" height="325" /> </p>
<p style="clear:both;">Due scheletri, probabilmente di un uomo e una donna, abbracciati da 6000 anni, sono stati trovati a Valdaro, in una zona industriale vicino a Mantova, durante alcuni scavi. Secondo gli archeologi si tratterebbe di una coppia di individui giovanissimi, morti nel periodo neolitico. I due sono stati sepolti uno di fronte all&#8217;altro, faccia a faccia; le ossa delle braccia e delle gambe si sovrappongono in un abbraccio che gli ha già fatto guadagnare il nome di &#8220;amanti di Valdaro&#8221;.</p>
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		<title>Il vendicatore degli oppressi</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 23:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Ruggero Manzoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

		<category><![CDATA[Maestri]]></category>

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Ernst Barlach [Wedel, Holstein 1870 - Rostock 1938] è stato scultore, incisore e drammaturgo tedesco nonché originale interprete dell’espressionismo sia artistico sia letterario. Studiò alla Scuola di Arti e Mestieri di Amburgo fra il 1888 e il 1891 quindi frequentò l’Accademia di Dresda; nel 1897 pubblicò un interessante saggio sulla scultura dal titolo &#8220;Disegno della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img style="vertical-align:top;" src="http://www.medienwerkstatt-online.de/lws_wissen/bilder/12564-1.jpg" alt="" width="334" height="293" /></p>
<p><strong>Ernst Barlach</strong> [Wedel, Holstein 1870 - Rostock 1938] è stato scultore, incisore e drammaturgo tedesco nonché originale interprete dell’espressionismo sia artistico sia letterario. Studiò alla Scuola di Arti e Mestieri di Amburgo fra il 1888 e il 1891 quindi frequentò l’Accademia di Dresda; nel 1897 pubblicò un interessante saggio sulla scultura dal titolo &#8220;Disegno della figura&#8221;. L’anno successivo iniziò una collaborazione con la rivista “Jugend”, realizzando una serie di incisioni di impronta Art Nouveau.</p>
<p><img style="vertical-align:top;" src="http://www.lehrer.uni-karlsruhe.de/~za1338/Bibliothek/Bilder/bleser.gif" alt="" width="198" height="306" /></p>
<p>Nel 1906 fece un viaggio in Russia dopo il quale modificò il suo stile in direzione espressionista. I soggetti rappresentati nelle sue sculture degli anni Dieci e Venti sono quasi sempre oppressi ed emarginati, ritratti in gesti espliciti di lotta o disperazione. Si tratta di opere essenziali che si rifanno a modelli trecenteschi e in particolare alle figure solide e monumentali di Giotto e Arnolfo di Cambio, studiate durante un viaggio in Italia e rielaborate in chiave cubista, ad esempio &#8220;Uomo che taglia un melone&#8221; (1907, Malborough Fine Arts, Londra), &#8220;Il vendicatore&#8221; (1914, collezione Nikolaus Barlach, Ratzeburg), &#8220;Uomo in estasi&#8221; (1916, Kunsthaus, Zurigo).</p>
<p><img style="vertical-align:top;" src="http://www.kuenstlerbund-mv.de/kuenstlerbund/vereinsbilder/1937BILD3_1.jpg" alt="" width="300" height="229" /></p>
<p>Anche l’opera grafica di Barlach è incentrata sul tema delle sofferenze degli oppressi; notevole è la serie di xilografie incise verso la fine degli anni Venti per illustrare l’ &#8220;Inno alla gioia&#8221; di Schiller. Negli stessi anni l’artista realizzò i monumenti ai caduti della Prima Guerra Mondiale di Güstrow e Magdeburgo. Barlach scrisse vari testi teatrali, tra cui &#8220;Il giorno morto&#8221; (1904), &#8220;Il cugino povero&#8221; (1917) e &#8220;Il diluvio universale&#8221; (1924). La sua opera drammaturgica si contraddistingue per la lettura grottesca del reale, che genera nel pubblico un senso di inquietudine e spaesamento. Ernst Barlach fu messo al bando dal regime nazista come artista “degenerato”: molte sue opere furono distrutte, fra cui più di trecento sculture che facevano parte delle raccolte pubbliche tedesche.</p>
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		<title>“L’albero di Maehwa”… sull’ultimo romanzo di Gian Ruggero Manzoni</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 22:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolacastagna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni  /  giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento.  / Novembre cancellerà le tracce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><strong></strong></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><strong></strong></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><strong></strong></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><strong></strong></span></span></p>
<h5 class="MsoNormal" style="margin:0;"> <img src="http://bp1.blogger.com/_xtwzSS8WYAU/R1sScbjTB_I/AAAAAAAAAMA/TuU6bgiz3Pk/s320/Carnera.JPG" alt="" width="320" height="232" /> </h5>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></p>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:10pt;"><em>La mannaia ha scorticato il tronco. / Piange la betulla violentata dal metallo. / I boscaioli affastellano i rami circoncisi… / danno fuoco, urinano / sulle braci del vento. / Odore di uccisioni<span>  </span>/ <span> </span>giustificate dal mestiere… / …Ora si colpisce anche la radice / che lo strazio abbia compimento. <span> </span>/ Novembre cancellerà le tracce / e ogni tronco andrà disperso / nella viscida e fangosa corrente. <span> </span>/ Urina e sperma <span> </span>/ per arrotare quello che ci rende specie.</em></span></h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:10pt;"><em>-</em></span></h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><em></em></h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:10pt;"><em>Da “Il perdono della foglia di neve” di Paola Castagna</em></span></h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"> </h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">Lo scrittore Gian Ruggero Manzoni, uno e plurimo, ci narra l’ennesima avventura del suo esistere… cantastorie come pochi, ci presenta un’altra faccia del passaggio che lo e ci attraversa. Il continuo della sua poesia, il proseguo dei suoi dipinti, l’incalzare dei suoi racconti, la storia, quella maledetta, di cui l’uomo si scorda di continuo, sono il cibo che alimenta questo artista poliedrico. L’uomo dimentica, Manzoni no, e ci ricorda chi siamo, dove siamo, dove finiremo. Quest’ultimo suo romanzo (sebbene la bella veste grafica, ahime disturbata da un qualche refuso, forse scaturito dall’aver sfidato, com’è nel suo stile, morte e divinità) parla, nel contemporaneo, della provincia italiana, di bellezze, di brutture, di amore, di cinico distacco, di nichilismo, di fede, di ipocrisia, di delinquenza, di opportunismo, di generosità, e, dilaniando via via lo stesso autore, arriva e stritola fra due mani l’essenza di un’umanità perduta nella globalizzazione e nello sfacelo. Scava a fondo. Colpisce implacabilmente. Un “Nessuno”, l’Ulisse di sempre, si muove nelle pagine con lo spasimo di chi consapevole di quella fragilità del grande che gli è propria. Capitoli che si susseguono ad incastro e vite che s’incontrano su di un limite conducono il lettore verso il desiderio di sapere come, quando e dove l’esito… se un esito mai ci sarà. E così il fare tesoro e la preziosità di adempiersi, in seguito, a un’ulteriore conoscenza acquista la valenza di un trattato in cui, menzogna e verità, convivono con pari tensione rivolta a un assoluto. Manzoni, con questo libro, c’insegna, ancora, quel qualcosa che parla da un altro dove con la coscienza, in sé, dei secoli. Ecco la condanna verso i sistemi borghesi acquisiti e imposti, poi il rivendicare una natura stanca che, per destino infame e per vecchiaia sapienziale, non può mai smettere di combattere: “…come demone che incontra l’arcangelo nel Giudizio Finale”. Impossibile leggere e nel contempo pensare di restare immuni; certe parole, certe frasi, certe scelte di vita sono come graffi che dilaniano dentro. Espressionistico e oscuro il groviglio di sensazioni che nell’andare si scioglie per divenire realtà e luce, poi il fioretto appuntito che si appoggia e penetra le carni, quindi la sciabolata, che stronca il respiro. È sul ring che la vita acquisisce valore, mossa da un fato che l’autore considera già scritto. Il <span>pugilato, o “nobile arte”,</span> è disciplina estrema… è stile, sia nell’attacco come nella difesa. È, assieme alla corsa, lo sport più antico praticato in Occidente, e Manzoni lo usa quale metafora e quale ritmo per condurre la narrazione. Ne “L’albero di Maehwa”, un albicocco bonsai di pregevole valore, vecchio di 200 anni (simbolo della continuità oltre ogni morte e ogni sventura), è la nobiltà (praticata) che, appunto, conosce la gloria più alta, così come la scelta diviene motivo conduttore. La strada è di nuovo palestra di vita, laddove il dolore imbratta i muri e la miseria rende bestie; là dove l’umiltà è di casa e la riconoscenza diviene ricompensa mossa da un codice inviolabile che trova nel femminile testimonianza ed eterno. Madre, figlia, moglie, amante, quindi concubina religiosa e casta… l’autore non bada a spese nell’esaltare, o schiacciare, le donne che gli vivono a fianco o lo abitano in grembo. La parola, in questo romanzo, più che in altri scritti di Manzoni, è sporca, dialettale, gergale, corrosa, umida, e in essa mascolinità e femminilità si congiungono per dare vita a una possibile speranza, seppur (forse cristologicamente) ancora figlia di un sacrificio. L’io e l’altro io e l’altro io, fino all’esaurimento, minuettano sul quadrato, senza che alcun arbitro possa intervenire o voglia intervenire. Sì, la partita a scacchi con la morte la si gioca sul ring, nel sudore e nella fatica, con semplicità e dedizione, con<span>  </span>scaltrezza e nel baratto. “Nel secolo scorso la boxe italiana ha sempre insegnato al mondo, ricordatevelo ragazzi. Tecnica mista a coraggio e a umiltà…Loi, D’Agata, Mazzinghi, Riga, Kalambay, Rosi, Mitri e tanti altri. Non abbiamo mai avuto dei grossi picchiatori, ma riuscivamo a tenere il ring con la testa, col fiato, col fegato e con la classe…” (capitolo 10 pagina 49). Lo scrittore, attraverso l’epica, in tal modo c’impone, come in ogni buon allenamento di boxe, di respirare a bocca chiusa e di resistere ai suoi attacchi, quindi ci esorta, con lirica, a guardare oltre le parole, perché infiniti divengono i piani di lettura… di analisi del testo che, da racconto di vita e malavita, si trasforma, frase dopo frase, in somma allegoria di uno scontro fra titani. Uomo della seconda metà del Novecento, che mai si è fatto scrupolo d’indagare attraverso tutte le arti l’essenza (o il senso) dell’esistere, Manzoni ha la grande capacità di portare a compimento questa saga senza che poi il romanzo abbia, infine, un vero e proprio epilogo, perché il narrare potrebbe continuare ancora e ancora, senza mai stancare. Libro-Vita, quindi… o, per meglio dire, Libro-Mondo, in perenne apertura, in perenne divenire, che non si vorrebbe mai terminato. E questo è il credo di Manzoni nei confronti dell’arte: un continuum di esperienze che vanno a tracciare, come diceva Borges, il volto di chi le racconta. Poi la morale: “…La morte deve sempre essere elemento portante di ogni ragionamento, da porsi sia all’inizio di esso sia alla sua conclusione. Noi uomini dobbiamo sempre ragionare in funzione della morte, o accompagnarla a ogni idea elaborata e quindi espressa…è l’unica certezza che abbiamo, quindi è l’unico punto fisso per poter giungere a delle conclusioni, poi a delle decisioni”( capitolo 9 pagina 47-48). Così l’autore de “L’albero di Maehwa” ci mette alla prova e, sempre attento a tenere la narrazione in pugno, ci sorride e misura quel che siamo, passo dopo passo.</h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"> </h4>
<h4 class="MsoNormal" style="text-align:right;margin:0;">Paola Castagna</h4>
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			<media:title type="html">Paola Castagna</media:title>
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		<title>L&#8217;ombra nello stagno dei lucci</title>
		<link>http://gianruggeromanzoni.wordpress.com/2008/04/28/lombra-nello-stagno-dei-lucci/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 06:10:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolacastagna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Foto]]></category>

		<category><![CDATA[Magie]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Gonzaga&#8230; GRM fra i canneti del lago 
 
Il giaciglio
mille e una notte araba.
Dormo nell’orma
dell’uomo ombra, 
l’alcova sagomata
dalla forma imponente.
Così lascio che si cullino 
i pensieri più infami. 
La coperta abbraccia
e tu nell’altra stanza 
che trovi degno il riposo
nel riporre le armi.
Solo la lenza sarà cattura 
nel verde stagno. 
Noi cerchiamo il sussidio 
in una vita di rinunce,
ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://gianruggeromanzoni.files.wordpress.com/2008/04/dsc007451.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-498" src="http://gianruggeromanzoni.files.wordpress.com/2008/04/dsc007451.jpg?w=279&h=300" alt="" width="279" height="300" /></a><br />
<em>Gonzaga&#8230; GRM fra i canneti del lago</em> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Il giaciglio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">mille e una notte araba.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Dormo nell’orma</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">dell’uomo ombra, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">l’alcova sagomata</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">dalla forma imponente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Così lascio che si cullino </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">i pensieri più infami. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">La coperta abbraccia</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">e tu nell’altra stanza </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">che trovi degno il riposo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">nel riporre le armi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Solo la lenza </span><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">sarà cattura </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">nel verde stagno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Noi cerchiamo il sussidio </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">in una vita di rinunce,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">ma di natura invasa</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">dall&#8217;onda di una pinna.</span></p>
<p><em><strong>Di Paola Castagna</strong></em></p>
<p> </p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gianruggeromanzoni.wordpress.com/500/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianruggeromanzoni.wordpress.com&blog=723059&post=500&subd=gianruggeromanzoni&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Paola Castagna</media:title>
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		<item>
		<title>L&#8217;ALBERO DI MAEHWA&#8230; il mio ultimo romanzo&#8230; appena uscito</title>
		<link>http://gianruggeromanzoni.wordpress.com/2008/04/25/lalbero-di-maehwa-il-mio-ultimo-romanzo-appena-uscito/</link>
		<comments>http://gianruggeromanzoni.wordpress.com/2008/04/25/lalbero-di-maehwa-il-mio-ultimo-romanzo-appena-uscito/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2008 00:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Ruggero Manzoni</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Informazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

		<category><![CDATA[Notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[
Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img style="vertical-align:top;" src="http://bp3.blogger.com/_CAUlobDjuXA/RyGPYyvlHgI/AAAAAAAADjg/ebDIWLVUB-I/s400/settimosigillobergmantod3.jpg" alt="" width="331" height="258" /></p>
<p>Una provincia ipocrita e omertosa fa da sfondo a questo romanzo estremo che diviene affresco graffiante di un’Italia d’inizio millennio. Un nobile decaduto, un allenatore di boxe, cinque giovani boxeur “migranti”, un’affascinante ragazza algerina e due mafiosi russi di particolare e fine erudizione s’incontrano e si scontrano alla ricerca disperata di un’identità e di un valore. Una Rimini invernale, ormai preda di bande criminali e lupi giunti dai quattro angoli del pianeta, si ammanta di tragedia. Una truffa, la stanchezza di vita, il desiderio di riscatto, viaggiano su di una sura del Corano, per poi trovare rifugio tra i rami di un bonsai vecchio di duecento anni. Crudo l’epilogo, seppure sostenuto da una fierezza d’altri tempi. Infine il giocare a scacchi con la morte, come nel film di Bergman, non può che ridare nuova vita, dignità, speranza e un senso a chi ha vissuto ai bordi per anni, nel ricordo dei fasti di un passato, di un titolo di Campione d’Italia o in fuga dalla miseria o da “moderne” schiavitù. (Un libro per palati fini&#8230; come sempre n.d.a.)</p>
<p><strong><span style="color:#ffcc00;">L&#8217;ALBERO DI MAEHWA di Gian Ruggero Manzoni, Ed. Il Filo, collana &#8220;L&#8217;ordito e la trama&#8221; diretta da Paolo Lagazzi, Daniela Tomerini e Tiziana Fumagalli, distribuzione nazionale Mursia.</span></strong></p>
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<p>per ulteriori informazioni: <a class="alignleft" href="http://www.ilfiloonline.it/Lordito/lalberodimaehwa.asp">http://www.ilfiloonline.it/Lordito/lalberodimaehwa.asp</a></p>
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