
Giovanni Scardovi
Ritornare al mito, risalire verso la sorgente, abbandonando la nientificazione del nostro tempo, attraverso l’eterno ritorno, “ma dal tempo, per non cadere nel tempo”, come affermava Cioran. Nell’ascolto delle archetipie dell’origine, per ritrovare la forza rivelatoria del senso, di un’epifania coscienziale persa nell’omologazione operata nelle cattedrali della confezione, nei supermercati del sapere, nelle funamboliche trovate della babele dei linguaggi della contemporaneità, che incombe, col comico, sull’incubo tragico della nostra epoca. Per abbandonare l’imbecillità del delirio di progresso, dell’economia della crescita, dell’ossessione dello sviluppo, che produce l’infelicità del desiderio, il cui oggetto “più viene raggiunto, più si allontana”. Ritornare al sacro, ma non quello delle sociologie clericali, delle teologie da sacrestia, delle vacue “scienze di Dio”, che detengono il potere amministrativo del dolore, per cui l’infelicità, dicono, “è solo cosa nostra”, ma alle serene gioie del pauperismo-panteismo francescano, dove le laudi sono emozionanti scoperte dell’asprezza e della bellezza di esistere, di una gioia originaria fatta di semplicità e commozione per l’infinito cosmico. Ebbene sì, per superare l’imbecillità del nostro tempo occorre un’anoressia dell’avidità, perché alla base dell’infelicità c’è quello che gli antichi padri della chiesa chiamavano “lo sterco del demonio”. Questo organizzarsi sociale non elimina la paura ma ci porta all’angoscia; il mondo che perde speranza va verso l’incubo; si perde speranza perché si perde il senso del possibile. L’organizzarsi sociale che ci è dato non regge perché è contro all’uomo, e non per l’uomo. I mezzi di comunicazione ‘comunicano’ quello che Groddeck chiamava “la peste emozionale”, perché la drammatizzazione fa più spettacolo dell’armonia. Salpare verso il nostos e, piegato l’arco, come Ulisse, infilzare i dodici centri, in modo che la compiutezza del ciclo infine giunga. Pensavano che tutto questo fosse eterno e avevano torto. Così muore un sistema che non funziona, sistema letterario, sistema dell’arte, del mercato, delle tecnologie, perché: “il sogno della ragione genera incubi”. Del resto una profonda trama d’angoscia abita la nostra storia. Ritornare, quindi, alla circolarità del tempo e della storia, che muore e rinasce come le stagioni, nella compiutezza della diade dove alba e tramonto si svegliano e s’addormentano. Ci hanno rubato anche la possibilità di essere felici con poco, bisognava produrre in una panica e onnivora insaziabilità, che porta al deserto, a un deserto etico e a un deserto del possibile. Il sapere è diventato intrattenimento, sagre e fiere del sapere in nome della cultura. “Internati di internet uscite dal loculo tombale della solitudine digitale e masturbatoria e se ci siete battete un colpo!” Internati del video-sistema: “fuori c’è il sole, tornate alla madre terra!”, il sapere non è informazione, ma interrogazione del sé sul senso dell’esistere. “Nuc stans”, la brace incandescente è esecuzione testamentaria di questo presente. Io abito nello sguardo bifronte di un passato che s’infutura, perché tutto torna. Le avanguardie del Novecento credevano di rompere con la tradizione, ma non è vero. Il Novecento è la psicologia del profondo, in cui il seme torna. Arrivano le barche degli esuli, mentre noi, qui, esuli, esuliamo; niente sarà più come prima, niente sarà più come dopo. Stiamo emigrando verso una coscienza in cui le somiglianze scoprono differenze. Ossimori dell’omologazione, ossimori della contraddizione. “Mi contraddico? Ebbene mi contraddico, sono infinito, contengo moltitudini. Whitman è questa la democrazia? Thoureau, vita nei boschi tra le discariche. Stirner, solitudine, l’unica proprietà; società, liberismo, socialismo, democrazia, fantasmi, così la mia causa riposta nel nulla”. Libera concorrenza: io sono il call center delle grandi occasioni e ti romperò i coglioni fino alla morte: compra, compra, compra! Il culo è nei saldi di fine stagione, sono l’incanto che ti ipnotizza. “Specchio delle mie brame chi le ha più gonfiate nel reame?” E’ già giorno nella ripetizione dei sospiri, gli orifizi gelati, abitati da bruchi, consonanti all’impero delle possibilità raggrinzite. Mi dici: “sono io la vestale del tariffario, prendine due ne pagherai uno”. Uno, nessuno, centomila, così è se vi appare. Liturgie del relativismo democratico: “siamo relativamente disponibili a scomparire”. Sareste voi a rappresentarmi? Voi, che avete appaltato l’incubo maniacale di questa libera concorrenza, che invece è la maschera di una finzione? E’ sera, nelle carcasse delle apparenze sibila il vuoto. Non ha luce la notte, procedo tastando, sono scultore come i ciechi. Non ha suoni la notte, sono compositore come i sordi, io canto quelle liturgie del nulla che divorano le attese. Voglio un urlo che atterri gli architravi di quest’incubo, così che, tra le rovine, pascoli sereno un gregge di speranze e tra reperti, erbe e macerie, si alimenti un altro possibile. E’ un’alternarsi di rovine la vocazione della storia, dove pazienti formiche ricostruiscono da capo paradisi perduti per farli diventare inferni. Doctor Faust: “hai venduto l’anima alla favola del progresso ed ora non c’è diavolo che la voglia!” Doctor Faust: “il demone del potere è di nuovo al tramonto, è in cassa integrazione e, mentre parlo, lo specchio dà l’immagine di un altro!” Hic et nunc, è tempo di andare: dal regno del suscettibile il mio viaggio avanza verso la capitale delle solitudini dove già i mercanti fuggono dal tempio con la cassa delle elemosine. “Bevi questo elisir” amore mio, ti sentirai meglio, vedrai specchiarsi nel lago il terzo occhio che in questa cecità vede l’invisibile a cui solo l’assenza dà forma. Tiresia: “tu che sei stato donna e uomo, giorno e notte, perché non arriva l’alba?” Quest’animazione mi ricorda un deserto, questo impero la quiete silente di un sonno da cui mi desto mosso dalle voci lontane di una nenia. Ma forse non era l’alba che attendevo, ma il tramonto, nella cui notte avviene ogni illuminazione e dove le ombre prendono corpo nel globalismo dell’imbecillità, mentre la disfasia della storia mi rimanda all’eterno.
di Giovanni Scardovi
Giovanni Scardovi è nato a Lugo di Romagna nel 1944. Scultore e poeta, al suo attivo ha numerose mostre tenutesi in Italia e all’estero. E stato il teorico, alla fine degli anni ’70, de Il Postmoderno pagano, movimento artistico sostenuto da Gianni Guidi, Sergio Zanni, Sergio Monari, Alessandra Bonoli e da altri esponenti del simbolismo-citazionista, tutti operatori rivolti alla rivisitazione del Mito e “al recupero della tradizione”. Nel 1979-80 ha aderito al Manifesto del Visceralismo, enunciato di poetica promosso da Gian Ruggero Manzoni. Ha pubblicato i suoi libri di poesie e le sue teorizzazioni con le Ed. Campanotto. E’ fra i redattori della rivista ALI.