I sacrifici umani dei Maya

Posted in Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Ottobre 12, 2009 by paolacastagna

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Da recentissime scoperte di alcuni archeologi, arriva la conferma che le vittime dei sacrifici umani, al tempo dei Maya, non erano le vergini, ma bimbetti e giovani uomini. La rivelazione, che smentisce le teorie fin qui accreditate, arriva da uno studio realizzato sui resti ossei trovati nei ‘cenote’ (le grotte) di Chichen Itza, nella penisola dello Yucatan. Come si sa, i ‘cenote’ erano grotte sotterranee naturali dove i sacerdoti Maya celebravano riti di propiziazione al dio della pioggia, Chaac, o a quello delle messi: nelle pozze d’acque sotterranee, nel cuore della giungla dello Yucatan, considerate l’ingresso nell’aldila’, i sacerdoti immolavano sacrifici umani. Dei 127 scheletri che l’archeologo Guillermo de Anda è riuscito a ricostruire, a partire dalle ossa ritrovate nei ‘cenote’ tra il 1961 e il 1967, quasi l’80% appartengono a bimbetti tra i 3 e gli 11 anni e il 21% ad adulti, in gran parte uomini. Secondo il ricercatore dell’Universidad Autonoma de Yucatan, i bambini venivano spesso gettati nei pozzi naturali ancora vivi oppure scuoiati e smembrati prima di essere offerti alle divinità, secondo pratiche rituali molto comuni nell’America pre-ispanica. Chichen Itza, che nella lingua maya significa “all’imboccatura del pozzo degli itza”, fu uno dei più rigogliosi centri politici, commerciali e religiosi del regno Maya del periodo classico. Finora si era sempre creduto che, ad essere immolate, fossero giovani vergini perché gli scheletri ritrovati erano spesso adornati con monili di giada. Anda ha confermato che è difficile individuare il sesso di uno scheletro che non sia ancora giunto ad età matura, ma egli ritiene che la mitologia e le pitture maja, nonché le ultime tecnologie adottate in campo medico, confermino la sua teoria.

Liturgie per il nulla (un manifesto)

Posted in Arte, Attualità, Letteratura, Poesia, Tradizioni on Ottobre 6, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Giovanni Scardovi

Ritornare al mito, risalire verso la sorgente, abbandonando la nientificazione del nostro tempo, attraverso l’eterno ritorno, “ma dal tempo, per non cadere nel tempo”, come affermava Cioran. Nell’ascolto delle archetipie dell’origine, per ritrovare la forza rivelatoria del senso, di un’epifania coscienziale persa nell’omologazione operata nelle cattedrali della confezione, nei supermercati del sapere, nelle funamboliche trovate della babele dei linguaggi della contemporaneità, che incombe, col comico, sull’incubo tragico della nostra epoca. Per abbandonare l’imbecillità del delirio di progresso, dell’economia della crescita, dell’ossessione dello sviluppo, che produce l’infelicità del desiderio, il cui oggetto “più viene raggiunto, più si allontana”. Ritornare al sacro, ma non quello delle sociologie clericali, delle teologie da sacrestia, delle vacue “scienze di Dio”, che detengono il potere amministrativo del dolore, per cui l’infelicità, dicono, “è solo cosa nostra”, ma alle serene gioie del pauperismo-panteismo francescano, dove le laudi sono emozionanti scoperte dell’asprezza e della bellezza di esistere, di una gioia originaria fatta di semplicità e commozione per l’infinito cosmico. Ebbene sì, per superare l’imbecillità del nostro tempo occorre un’anoressia dell’avidità, perché alla base dell’infelicità c’è quello che gli antichi padri della chiesa chiamavano “lo sterco del demonio”. Questo organizzarsi sociale non elimina la paura ma ci porta all’angoscia; il mondo che perde speranza va verso l’incubo; si perde speranza perché si perde il senso del possibile. L’organizzarsi sociale che ci è dato non regge perché è contro all’uomo, e non per l’uomo. I mezzi di comunicazione ‘comunicano’ quello che Groddeck chiamava “la peste emozionale”, perché la drammatizzazione fa più spettacolo dell’armonia. Salpare verso il nostos e, piegato l’arco, come Ulisse, infilzare i dodici centri, in modo che la compiutezza del ciclo infine giunga. Pensavano che tutto questo fosse eterno e avevano torto. Così muore un sistema che non funziona, sistema letterario, sistema dell’arte, del mercato, delle tecnologie, perché: “il sogno della ragione genera incubi”. Del resto una profonda trama d’angoscia abita la nostra storia. Ritornare, quindi, alla circolarità del tempo e della storia, che muore e rinasce come le stagioni, nella compiutezza della diade dove alba e tramonto si svegliano e s’addormentano. Ci hanno rubato anche la possibilità di essere felici con poco, bisognava produrre in una panica e onnivora insaziabilità, che porta al deserto, a un deserto etico e a un deserto del possibile. Il sapere è diventato intrattenimento, sagre e fiere del sapere in nome della cultura. “Internati di internet uscite dal loculo tombale della solitudine digitale e masturbatoria e se ci siete battete un colpo!” Internati del video-sistema: “fuori c’è il sole, tornate alla madre terra!”, il sapere non è informazione, ma interrogazione del sé sul senso dell’esistere. “Nuc stans”, la brace incandescente è esecuzione testamentaria di questo presente. Io abito nello sguardo bifronte di un passato che s’infutura, perché tutto torna. Le avanguardie del Novecento credevano di rompere con la tradizione, ma non è vero. Il Novecento è la psicologia del profondo, in cui il seme torna. Arrivano le barche degli esuli, mentre noi, qui, esuli, esuliamo; niente sarà più come prima, niente sarà più come dopo. Stiamo emigrando verso una coscienza in cui le somiglianze scoprono differenze. Ossimori dell’omologazione, ossimori della contraddizione. “Mi contraddico? Ebbene mi contraddico, sono infinito, contengo moltitudini. Whitman è questa la democrazia? Thoureau, vita nei boschi tra le discariche. Stirner, solitudine, l’unica proprietà; società, liberismo, socialismo, democrazia, fantasmi, così la mia causa riposta nel nulla”. Libera concorrenza: io sono il call center delle grandi occasioni e ti romperò i coglioni fino alla morte: compra, compra, compra! Il culo è nei saldi di fine stagione, sono l’incanto che ti ipnotizza. “Specchio delle mie brame chi le ha più gonfiate nel reame?” E’ già giorno nella ripetizione dei sospiri, gli orifizi gelati, abitati da bruchi, consonanti all’impero delle possibilità raggrinzite. Mi dici: “sono io la vestale del tariffario, prendine due ne pagherai uno”. Uno, nessuno, centomila, così è se vi appare. Liturgie del relativismo democratico: “siamo relativamente disponibili a scomparire”. Sareste voi a rappresentarmi? Voi, che avete appaltato l’incubo maniacale di questa libera concorrenza, che invece è la maschera di una finzione? E’ sera, nelle carcasse delle apparenze sibila il vuoto. Non ha luce la notte, procedo tastando, sono scultore come i ciechi. Non ha suoni la notte, sono compositore come i sordi, io canto quelle liturgie del nulla che divorano le attese. Voglio un urlo che atterri gli architravi di quest’incubo, così che, tra le rovine, pascoli sereno un gregge di speranze e tra reperti, erbe e macerie, si alimenti un altro possibile. E’ un’alternarsi di rovine la vocazione della storia, dove pazienti formiche ricostruiscono da capo paradisi perduti per farli diventare inferni. Doctor Faust: “hai venduto l’anima alla favola del progresso ed ora non c’è diavolo che la voglia!” Doctor Faust: “il demone del potere è di nuovo al tramonto, è in cassa integrazione e, mentre parlo, lo specchio dà l’immagine di un altro!” Hic et nunc, è tempo di andare: dal regno del suscettibile il mio viaggio avanza verso la capitale delle solitudini dove già i mercanti fuggono dal tempio con la cassa delle elemosine. “Bevi questo elisir” amore mio, ti sentirai meglio, vedrai specchiarsi nel lago il terzo occhio che in questa cecità vede l’invisibile a cui solo l’assenza dà forma. Tiresia: “tu che sei stato donna e uomo, giorno e notte, perché non arriva l’alba?” Quest’animazione mi ricorda un deserto, questo impero la quiete silente di un sonno da cui mi desto mosso dalle voci lontane di una nenia. Ma forse non era l’alba che attendevo, ma il tramonto, nella cui notte avviene ogni illuminazione e dove le ombre prendono corpo nel globalismo dell’imbecillità, mentre la disfasia della storia mi rimanda all’eterno.

di Giovanni Scardovi

Giovanni Scardovi è nato a Lugo di Romagna nel 1944. Scultore e poeta, al suo attivo ha numerose mostre tenutesi in Italia e all’estero. E stato il teorico, alla fine degli anni ’70, de Il Postmoderno pagano, movimento artistico sostenuto da Gianni Guidi, Sergio Zanni, Sergio Monari, Alessandra Bonoli e da altri esponenti del simbolismo-citazionista, tutti operatori rivolti alla rivisitazione del Mito e “al recupero della tradizione”. Nel 1979-80 ha aderito al Manifesto del Visceralismo, enunciato di poetica promosso da Gian Ruggero Manzoni. Ha pubblicato i suoi libri di poesie e le sue teorizzazioni con le Ed. Campanotto. E’ fra i redattori della rivista ALI.

Bonnie e Clyde

Posted in Cinema, Informazioni, Notizie on Ottobre 4, 2009 by paolacastagna

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Esistono diverse versioni della storia che descrive il primo incontro tra Bonnie e Clyde. La più conosciuta è che si fossero incontrati in un bar, dove Bonnie lavorava come cameriera. Secondo la più attendibile, invece, Clyde e Bonnie si conobbero nel gennaio del 1930, a casa di un’amica comune. Bonnie non era andata a lavorare per assistere l’amica che si era rotta un braccio; Clyde era arrivato a casa della ragazza mentre Bonnie stava preparando della cioccolata calda. Qualunque sia la verità, è certo che si trattò di un “colpo di fulmine” per entrambi e molti sono concordi nel sostenere che Bonnie seguì Clyde per amore, rimanendo una compagna fedele durante la loro vita criminale e considerando le morti a cui assistette (e che diede) come inevitabili.

Tazio Giorgio Nuvolari, il Mantovano Volante

Posted in Informazioni, Magie, Notizie on Settembre 30, 2009 by paolacastagna

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Tazio Giorgio Nuvolari (Castel d’Ario, 16 novembre 1892 – Mantova, 11 agosto 1953) è stato un motociclista e pilota automobilistico italiano. Dalla stampa e dagli appassionati era soprannominato Nivola e, per le sue origini, anche definito il Mantovano Volante. Nuvolari è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi piloti della storia dell’automobilismo mondiale, forse il più grande di tutti; ed è ancora oggi ricordato ed ammirato per le sue molte e speciali qualità, nonché per le sue doti umane. La popolarità di Tazio è straripante. I «grandi» dell’epoca se lo contendono. Il 28 aprile, undici giorni dopo il trionfo di Montecarlo, Gabriele D’Annunzio lo riceve al Vittoriale e gli regala una piccola tartaruga d’oro («all’uomo più veloce l’animale più lento») che Tazio considererà un amuleto ma anche un simbolo. La appunterà alla maglia gialla in corsa, la farà stampare sulla carta da lettere, dipingere sulla fiancata del suo aereo personale e anche riprodurre in alcune copie che – esattamente alla maniera di D’Annunzio – regalerà agli amici, alle persone care o “importanti” . Nuvolari è colpito da un grave lutto, la morte del figlio primogenito, Giorgio, diciannovenne, avvenuta per malattia. Tazio riceve la notizia a bordo del «Normandia», mentre sta attraversando l’Atlantico per tornare a disputare la Coppa Vanderbilt. Il grande successo dell’autunno precedente sembra lontano anni luce. L’Alfa di Nuvolari prende fuoco ed egli si salva lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Ma a piegarlo in due è la morte, pure per malattia, del secondo figlio, Alberto, appena diciottenne. Un mese dopo, Tazio è comunque in pista, a Marsiglia, dove per mezz’ora dà spettacolo: purtroppo rompe il motore della sua Maserati e non supera la batteria ma lascia la sua zampata segnando il giro più veloce. Si aggrappa alle corse per sopravvivere, anche se molti pensano che cerchi, invece, come antidoto alla disperazione, una soluzione non meno disperata.

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Lo skyline di Shanghai è il futuro, noi, tristemente, il passato

Posted in Attualità, Letteratura, Maestri, Tradizioni on Settembre 24, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Oggi quasi nessuno cita più il saggio di Samuel P. Hun­tington, Lo scontro delle ci­viltà, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del ‘necessario’ scontro fra civiltà, che qualcuno prese per un libro ‘pro­fetico’ quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assiste­re al tragico ed epocale crollo delle Torri gemelle. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni, che il best seller di Huntington se­guiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neoconservatore che allora andava di moda, una traccia illustre ma ‘negata’ e per certi versi perfino ‘maledetta’, che evidentemente lo studioso ameri­cano si augurava che noi vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accor­gersi del suo semi-plagio concet­tuale. Ma il pesante ’saggio a tesi’ di Hun­tington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per la sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civiltà destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e terribile modello: il Der Untergang des Abendlandes  (Il tramonto dell’Occidente) di O­swald Spengler. Mentre Spengler a­veva trattato con disperata lucidità, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tra­monto della sua civiltà, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologeti­co del suo Occidente, quello matu­rato appunto tra le guerre mondia­li e incentrato sugli Stati Uniti d’A­merica, di star scrivendo l’epitaffio del ’secolo americano’. Spengler aveva composto una solenne mar­cia funebre d’una civiltà che ormai gli appariva morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civiltà sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estre­mo elogio. In effetti, Der Unter­gang des Abendlan­des usciva tra il 1918 e il 1922, ottenendo un travolgente suc­cesso: l’ormai quarantenne ‘filo­sofo della morfologia storica’, na­to a Blankenburg, in Turingia, nel 1880, aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la Prima guerra mondiale era in realtà la fine non solo dell’imperialismo del ’secon­do Reich’, bensì di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora al­cuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: «Muoio con l’Eu­ropa: sono in buona compagnia». Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugura­ta alla Columbia University di New York una cattedra di Cultura e ci­viltà occidentale: si sarebbe tratta­to di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella cul­tura occidentale della libertà, del progresso, della ricerca della felicità che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico ‘Oriente’, bensì proprio l’Europa. L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quel­la del ‘Mondo Libero’, nasceva sot­to il segno della dichiarazione di av­venuto decesso della ‘vecchia’ Eu­ropa. Ma proprio la coincidenza dell’u­scita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano con­fermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Hunting­ton con la visionaria lungimiranza di Spengler. Mentre la ‘civiltà occi­dentale’ per un verso sembra dive­nuta in effetti il basic English, la koinè diàlektos di tutto il mondo ‘catturata’ dai nuovi popoli e dal­le nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – Cina, India, Brasile –, se ci volgia­mo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi ‘ciclica’ dell’avvicendarsi delle civiltà di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato u­na sua tragica plausibilità. Goethianamente affascinato dalla fisiologia delle specie viventi, Spen­gler aveva concepito una ’storia naturalistica universale’ caratterizza­ta dalla sequenza di otto civiltà­ monadi che, come piante, nasce­vano, fiorivano, davano frutti, av­vizzivano e morivano: una gran­diosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale e­gli poneva un’immensa, sconcer­tante erudizione capace di elabo­rare un tessuto fittissimo di analo­gie tra culture diverse. Si rileggono oggi con disagio ma anche con stu­pore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il ‘declino’ della civiltà europea e quello della civiltà ellenistico-ro­mana. Per Spengler le vicende u­mane sono segnate non già da un continuo progresso, bensì da un processo di decadimento. I due pilastri di questa rilettura del­la storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’’Eterno ritorno’, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decaden­za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al­la distruzione tutte le risorse tecni­che, scientifiche e sociali della Mo­dernità, Spengler diveniva un pro­feta del nuovo mondo come tabu­la rasa, civiltà della forza, delle mas­se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nichilistica e rivoluzionaria delle nuove avan­guardie, con la ‘Nuova Obiettività’ di Dix e di Grosz che denunziavano la crudeltà e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nichilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva con­dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para­dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con­servatrice‘ finiva con l’andare il ta­le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi­co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro. Al di là dell’equivoco che lo volle i­spiratore di alcune posizioni hitle­riane, Spengler fu considerato, do­po il ’45, un ‘cattivo maestro’ bol­lato come ‘irrazionalista’ e ‘anti­scientifico’, ch’era tacitamente vie­tato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e otti­mistiche certezze storicistiche e di­nanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosid­detta ‘ civiltà occidentale’ e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo skyline di Shanghai ci appare più nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tec­nologia informatica si sposta a Ban­galore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmen­te attuale e fruttuosa. Oggi, mentre sorgono nuove sintesi tra la «civiltà occidentale» e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle vecchie pagine del «cattivo maestro».

Un grandissimo evento

Posted in Uncategorized on Settembre 21, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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l’attore Pete Postlethwaite

La nuova pellicola di Franny Armstrong e Lizzie Gillett “The Age of  Stupid”, documentario denuncia sui cambiamenti climatici, questa sera verrà presentata a New York in anteprima. Il film verrà presentato dai registi alla presenza del segretario generale dell’ONU Kofi Annan, di Gillian Anderson e dell’attore nominato agli Oscar Pete Postlethwaite. Sostenuto dalle associazioni ambientaliste Greenpeace e WWF e, inserito nel programma della “Settimana del Clima”, il lancio via satellite del documentario è previsto per domani in ben 40 paesi di tutto il mondo. Grazie alle tecnologie avanzate satellitari si potrà finalmente risparmiare sulla produzione e distribuzione della pellicola, la cui promozione globale costerà all’ambiente solo l’1% delle emissioni di CO2, dati ben lontani da ciò che altrimenti si sarebbe prodotto per pubblicizzare in modo tradizionale l’anteprima di una pellicola cinematografica. Il contenuto del film è molto reale, in quanto si basa su dati effettivi e previsioni future degli scienziati, neanche troppo lontane. Per questo motivo e per l’importanza del messaggio che il suo contenuto sottende, e grazie all’aiuto dei volontari, si cercherà di trasmettere delle “mini anteprime” del film, anche laddove il contesto non lo permette. Nei cinema, verrà proiettato in più sale contemporaneamente, dando così luogo a una sorta di “guinness” della simultaneità. “La nostra risposta al mutamento climatico definirà la nostra generazione allo stesso modo in cui finire l’apartheid, bandire la schiavitù o raggiungere la luna ha definito le generazioni passate “. Queste le parole del produttore del film che, nella trama, ha scelto di raccontare la storia di un sopravvissuto a un disastro ambientale avvenuto nel 2055, e che, attraverso l’utilizzo di ricerche e studi scientifici, tenta di risalire ai motivi della tragedia. Sotto la colonna sonora di Thom Yorke, dei Radiohead, e grazie alla partecipazione di celebrità, leader dell’ambiente e degli scienziati che lavorano ai ghiacciai Petermann nel Mar Glaciale Artico, e a quelli in via di scioglimento sull’Himalaya, l’evento cinematografico si preannuncia come il più visto nella storia del cinema.

Semenya è un ermafrodito… di nuovo il mito è fra noi

Posted in Attualità, Eventi, Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Settembre 17, 2009 by paolacastagna

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Clamorose conferme sul caso Semenya Caster: secondo la stampa anglosassone è un ermafrodito istantaneo. La diciottenne sudafricana, recente vincitrice degli 800 metri ai Mondiali di Berlino del mese scorso, avrebbe sia organi sessuali maschili che femminili. A svelarlo i quotidiani The Sun di Londra e il Daily Telegraph di Sidney che grazie ad alcune fughe di notizie sarebbero riusciti ad avere in anteprima i risultati delle accurate analisi cui è stato sottoposta la Semenya per volontà della Iaaf. Proprio la Federazione Internazionale di Atletica, che ha sottoposto la sudafricana a esami del sangue, dei cromosomi e ginecologici, non avrebbe smentito l’indiscrezione che dunque prende sempre più piede. Ora necessita vedere che tipo di decisione prenderà la Federazione. Caso spinoso, senza dubbio. L’ermafroditismo viene definito istantaneo o simultaneo quando l’individui presenta contemporaneamente gonadi maschili e femminili oppure una sola gonade in grado di produrre sia sperma che uova (ovotestis). Il termine ermafrodita deriva da Ermafrodito, il figlio di Ermes e Afrodite, personaggio della mitologia greca che, essendosi fuso con una ninfa, risultava possedere tratti fisici e organi sessuali di entrambi i sessi. In tutto il pianeta, ad oggi, si parla di non più di 50 ermafroditi istantanei (ovviamente censiti in quei paesi in cui il sistema sanitario è avanzato), cioè puri, quindi che, paradossalmente, potrebbero autofecondarsi. Uno di questi è Semenya Caster.

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Jung aveva ragione, le Voci che si odono o sono quelle di Dio o quelle del Demonio…

Posted in Informazioni, Magie, Notizie, Tradizioni on Settembre 13, 2009 by Gian Ruggero Manzoni

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Santa Giovanna d’Arco… uditrice di voci

Fin dai tempi più antichi esistevano persone che affermavano di udire voci che nessun altro poteva sentire, ma a seconda dell’epoca e della cultura, il significato e il valore attribuito al fenomeno e a chi lo esperiva cambiava molto. Vorrei quindi cominciare col spiegare chi è, nella società odierna, l’ “uditore di voci”. Iniziamo dalla psichiatria classica che sostiene fermamente che le voci, ovvero “allucinazioni uditive”, siano sintomo di malattie o disfunzioni cerebrali gravi, far le prime la Schizofrenia o la Paranoia, in cui le allucinazioni sono strettamente correlate all’attività ideativa delirante ed hanno come temi emotivi dominanti la persecuzione, la minaccia, l’offesa e l’ingiunzione. Le allucinazioni uditive, prevalentemente di tipo complesso, si presentano come voci sussurrate dialoganti o commentanti, oppure col tipico “eco del pensiero” nel quale il soggetto ode la ripetizione sonora del proprio pensiero. Secondo il DSM IV, bastano le allucinazioni uditive come unico sintomo per soddisfare il Criterio A (ovvero quello dei sintomi caratteristici) e, le stesse, vengono collocate nei sottotipi della schizofrenia (di tipo paranoide)… eppure sia Bleuler che Kurt, due esimi psichiatri, concordavano sulla non specificità, non essenzialità di questo sintomo come elemento patognomico di schizofrenia. Oppure le si attribuiscono alla cosiddetta Depressione Maggiore, dove i contenuti emotivi associati alle allucinazioni sono la colpa, il rimprovero e l’accusa. Quindi a uno Stato Maniacale, in cui sono presenti allucinazioni uditive, generalmente di tipo elementare. Nella fase maniacale sono particolarmente mutevoli e dominate da contenuti disforici quali grandiosità ed esaltazione. Oppure derivano da un Disturbo Dissociativo, dove le allucinazioni uditive si presentano generalmente complesse, con contenuti estremamente variabili a seconda del soggetto. Anche nel Disturbo Borderline, in situazioni di stress, si possono verificare difficoltà nel mantenere nessi associativi e riscontrare episodi psicotici brevi con allucinazioni uditive. Anche l’Epilessia del lobo temporale dovrebbe dare questo sintomo, ma in questo caso le allucinazioni uditive sono rare e associate a contenuti emotivi quali il terrore e l’ansia. Infine, anche l’uso di sostanze psichedeliche stimola la comparsa di allucinazioni uditive. Mi sembra significativo il fatto che la psichiatria dia maggior importanza alla forma dell’ “allucinazione uditiva” invece che al suo contenuto. La psichiatria sociale interpreta le voci come un’esperienza metaforica del contesto e della storia di vita dell’uditore. Nella psicologia cognitiva le voci sono viste come interpretazioni delle proprie percezioni date da un tipo particolare di elaborazione dell’informazioni. La teoria della “mente bicamerale” di Jaynes (psicologo sperimentale) sostiene che, fino al 1300, udire le voci era una cosa comune, in quanto, nell’antica Grecia, “al posto della coscienza parlavano gli dei”; questa credenza era dovuta a una reale modalità di funzionamento della mente dominata, all’epoca, dall’emisfero destro, il quale, attraverso commissure con l’emisfero sinistro, produceva delle vere e proprie voci fisicamente ascoltabili (dato il coinvolgimento dell’area di Wernicke). Il sistema di voci interveniva qualora occorresse prendere delle decisioni. Lo sviluppo dell’emisfero sinistro e del linguaggio avrebbero poi comportato una dislocazione della “voce-coscienza” all’interno del dialogo interiore. La coscienza ha quindi origine dalla scomparsa dell’udire voci collettivo, ovvero dal crollo del funzionamento della mente bicamerale. L’uditore di voci è colui che riattiva il modello sovra esposto, in presenza di determinati fattori fisiologici, psicologici, personali. Inoltre è stato dimostrato che l’area dell’emisfero destro descritta da Jaynes, se stimolata elettricamente negli esseri umani, riproduce esperienze uditive simili a quelle provate da chi ode le voci. Jung, anche lui uditore, considerava l’inconscio collettivo una possibile fonte di voci, in quanto credeva che le ultime costituissero una manifestazione di contatto con il mondo inconscio spirituale che tutti noi condividiamo. Le voci venivano quindi vissute come un non-me. L’Analisi funzionale ritiene, invece, che le voci siano date da un cattivo funzionamento comunicativo fra sottopersonalità o parti dissociate. La dissociazione spiega il fenomeno come esito dell’azione di un meccanismo difensivo che agisce rimuovendo emozioni e ricordi (associati a particolari situazioni minacciose), che però ricompariranno a posteriori sotto forma di voci. Infine, sembra esserci una correlazione tra traumi, abusi subiti nell’infanzia e la successiva comparsa di voci. La psichiatria adotta una visione del mondo di tipo meccanicista in base alle quale stabilisce i canoni della salute sulla congruenza percettiva e cognitiva a questa prospettiva, ma io ritengo doveroso esporre anche le prospettive non psichiatriche: molte volte le voci vengono attribuite a guide personali, a mentori che preparano verso un cammino spirituale. Misticismo… basti pensare a una delle qualsiasi religioni più conosciute nel mondo, le teocrazie cristiane, ebraiche, mesopotamiche, egiziane […] dove santi, profeti, maestri o saggi (Mosè, Maometto…), sono stati guidati o illuminati da voci interiori; infatti, come ho detto, in certi periodi storici, l’udire voci era un fenomeno comune e diffuso. Già nell’antica Grecia la trance oracolare era un fenomeno istituzionalizzato. Dono paranormale, ovvero la capacità di interagire con esseri umani che si trovano su un piano diverso di realtà (comunicazione con i morti). Tale capacità può essere innata o acquisita attraverso vicissitudini come traumi o esperienze pre-morte che riescono ad abbattere i confini del nostro campo di esistenza. La percezione paranormale include la chiaroudenza, ovvero la capacità di udire una voce interna comunicare un messaggio che riguarda la realtà condivisa. Interessante è anche la prospettiva Karmica che sostiene che l’esistenza di una vita umana sia accompagnata da uno spirito che risiede nel corpo e lo abita fino alla morte, per poter così svolgere i compiti assegnatogli dalle leggi del Karma. Alla morte del corpo, dopo aver fatto ritorno nel suo regno, lo spirito può reincarnarsi in un’altra forma corporea. Le voci, possono essere attribuite proprio a questi spiriti. Da questo possiamo capire come sia fondamentale il ruolo della cultura di riferimento nell’attribuire lo status di “patologia” e come sia labile e sottile la linea di confine tra ciò che definiamo “normale” e ciò che definiamo “patologico”. In molte culture gli individui imparano e sono incoraggiati ad innescare stati dissociativi, come ad esempio in alcuni riti di possessione, nei cambiamenti di identità, nell’assunzione di ruoli ieratici. Quindi il fenomeno delle voci è molto più complesso della semplice definizione di allucinazione…